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Full text of "Mitteilungen des Deutschen Archaeologischen Instituts, Romische Abteilung. Bullettino dell'Istituto archeologico germanico, Sezione romana"

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THE J. PAUL GETTY MUSEUM LIBRARY 



MITTHEILUNGEN 

DES KAISERLICH DEUTSCHEN 

AßCHAEOLOGISCHEN INSTITUTS 

ROEMISCHE ABTIIEILUNG 
Band IL 



BULLETTINO 

DELL' IMPERIALE 

ISTITÜTO AKCHEOLOGICO GERMANICO 

SEZIONE ROMANA 

Vol. IL 




ROM 
VERLAG VON LOESCHER & C.° 

1887 



SOPIU UN KITKATTO DI LIVIA 

(Tav. I, II) 



II medesimo amico che mi fece conoscere la testa di Gneo 
Pompeo pubblicata nel nostro BuUettiuo doU'auno 1886 tav. II 
(p. 37-41), mi ha maudato lütimamente da Parigi il gesso d'im'altra 
testa marmorea, la quäle, trovata iiello stesso liiogo cou quella di 
Pompeo, merita egiiale attenzione si per il pregio artistico che per 
riraportanza storica. Essa e riprodotta di profilo e di diie terzi 
suUa nostra tav. I. Vi sono ristam-ati il dorso del naso aquilino 
daH'incm-vatm'a ingiü ed alcimi pezzi della chioma. La testa an- 
ticamente era dipinta, giacche suUe pupille accennate quasi im- 
percettibilmente con lo scalpello si osservano avanzi d'un colore che 
ora apparisce brimo-grigiastro, mentre i capelli mostrauo qua e lä 
resti d'una tinta rosso-bruuastra. 11 carattere dell' esecuzione e l'ac- 
conciatura dei capelli provano che la testa rappresenta una ma- 
troua roraana dell'epoca degl' imperatori di casa Giidia. Se poi si 
tieue conto dei raffinamenti coi qiiali le signore a quell' epoca sa- 
pevano nascondere le iugiurie degli anni, e si pensa alla probabilitä 
che l'artista dal canto suo abbia fatto il possibile per ringiovauire 
la persona che ritraeva, risulta esservi rappreseutata una donna 
matura, che forse giä ha sorpassato i cinquanta. La carne alquanto 
floscia mostra leggere rughe sopra il naso, sotto gli occhi ed ac- 
canto alle narici. Infossamenti, accennati piuttosto che espressi 
chiaramente sotto le mandibole superiori, sembrano indicare che vi 
mancano i denti molari. E possibile ed anche probabile che i ca- 
pelli arricciati i quali attorniano la parte superiore del volto siano 
propri della donna. Ma chiaramente si riconosce che la massa di 
capelli ondulati che cuopre il cranio e una parrucca ; giacclie la 



4 SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA 

diöcriminatiu-a non arriya fino alla pelle, come dovrebbe essere se 
fosse praticata in capelli propri della testa. Quando per la prima volta 
esaminai il profilo di questa testa , mi colpi la grande rassomi- 
glianza che esso oifre con qiiello di Tiberio, e subito mi proposi 
la domanda, se la testa non fosse un ritratto della madre di lui, 
cioe di Livia. Fatti i necessari confronti, risiiltö che la prima im- 
pressione aveva colpito nel segno. La testa pnbblicata suUa nostra 
tav. I rappresenta infatti Livia e tra i ritratti di essa a noi con- 
servati e l'unico che in maniera artisticamente chiara ci riveli le 
qiialitä morali ed intellettuali di quell' interessante personaggio. 

Come giustamente osserva il Bernoulli ('), il materiale che 
deve servire di base ad una ricerca iconogralica sopra Livia lascia 
a desiderare. Tutti i ritratti cioe che per ragioni estrinseche pos- 
sono attribuirsi a quest' imperatrice sono di dimensioni ristrette o 
di esecuzione mediocre e perciö c' informano sopra il tipo fisono- 
mico di essa soltanto in maniera incompleta. 

Tra i monumenti di provenienza italica primeggia un gran 
cameo esposto nel museo di Vienna (^). Vi si vede una matrona 
cinta di Corona turrita ; nella mano sinistra tieue un mazzo di 
spighe e di papaveri e con essa si appoggia sopra un globo, men- 
tre con la destra alzata sorregge un busto del divus Augustus, ca- 
ratterizzato come tale dalla Corona radiata. Tutti gli archeologhi 
vanno d'accordo, riconoscendovi Livia rappresentata come sacer- 
dos Aitgusti. Se essa ha gli attributi della Mater magna^ questa 
e un'adulazione non soltanto per lei ma anche per Tiberio, il 
quäle in tal modo vien designato come fratello di Giove. Chi con- 
fronta il tipo di questa donna con quello della testa di marmo 
riprodotta sulla nostra tav. I, a prima vista si convincerä che vi 
e rappresentata la stessa persona. I lineamenti del profilo sono 
i medesimi ; corrispondono le proporzioni delle singole parti del 
volto ; qua come lä spicca la rassomiglianza con Tiberio. Se il volto 
sul cameo non mostra la caratteristica individuale che ammiriamo 
nella testa di marmo, tale diversitä nel trattamento si spicga 
sufücientemente considerando, che 1' incisore, rapprescntando Livia 



CJ Römische Jkonorjraphle II 1 p. 97. 

(2) Denkmäler d. alten Kunst I t. 69 n. 379. Bernoulli 1. c. t. XXVII 
2 p. 50 cc, \). 94 h, dov' c raccolta Taltra letteratura relativa. 



SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA 5 

come dea, doveva essere disposto a darle im tipo piiittosto ideale 
che iudividiiale. Oltre a ciö s' intende che la glittica, con lo spazio 
ristretto al quäle elimitata, e per il materiale duro nel quäle la- 
vora, non puö mai raggiungero la uiedesinia morbidezza della scul- 
tiu-a in marmo. Finalmente l'incisore di quel cameo non era nem- 
meuo un artista di prim'ordine , come risulta specialmente dalla 
maniera poco orgauica con la quäle ha espresso le mani dell'impe- 
ratrice, e dalle dimensioni sproporzionate date ad esse. 

Le medesime circostanze debbono ponderarsi innanzi ad un 
cameo conservato nel museo di Firenze, il quäle riunisce la testa 
di Tiberio con quella d'una donna che gli rassomiglia stranamente 
e non puö essere altra che Livia ('). L'incisione e piuttosto secca. 
Anche qui Timperatrice mediante una Corona di papaveri e carat- 
terizzata come dea, sia come Mater magna, sia come Cerere. A 
nessuno sfuggirä la stretta parentela che esiste tra il profilo di 
essa e quello della testa di marmo. Vi si osserva una sola diffe- 
renza, ed e quella che 11 ponticello del naso sul cameo e diretto 
alquanto piii insu che nella testa di marmo. La quäle differenza 
forse ha da spiegarsi da ciö, che l'incisore si studiava di far risaltare 
vieppiii la rassomiglianza di Livia con Tiberio, il cui naso in tutti i 
ritratti mostra quella particolaritä in maniera piii o meno accentuata. 

Oltre a ciö Livia con certezza si e riconosciuta sopra pa- 
recchie gemme (-) in un ritratto femminile posto accanto alla 
testa d'Augusto, il quäle ritratto mostra il medesimo profilo della 
testa di marmo. 

Vi si aggiunge un celebre cameo parigiuo (3), sul quäle la 
matrona munita degli attributi di Cerere, che siede accanto a Ti- 
berio mentre riceve Germanico vincitore, non puö essere altra che 
Livia. La testa di lei e espressa in maniera molto imperfetta, ma 
non disdice alla supposizione che la nostra testa di marmo rappre- 
senti la medesima persona. 

(1) BernouUi 1. c. t. XXVII 8 p. 95 d. 

(^) Ne conosco diie esemplari, un intaf,'lio fiorentino pubblicato dal Gori 
Museum Florentinum I t. V 5 (cf. Bernoulli 1. c. p. 47 T) od una pasta dello 
Stosch pubblicata dal Bernoulli 1. c. t. XXVII 1 p. 50 y. Altri esemplari sono 
registrati dal Bernoulli 1. c. p 46 r, p. 81 not. 1. 

P) Denhn. d. alten Kunst 1 1. 69 n. .378. Bernoulli 1. c. t. XXX p. 275 ss. 
il quäle ha raccolto la letteratura relativa p. 275 not. 1. 



6 SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA 

Lo stesso deve dirsi dei ritratti di Livia che , determiuati 
mediante epigrafi aggiimte, si vedono sopra monete coniate fiiori 
di Roma ("). I quali conii tutti qiianti sono molto mediocri ed 
adatti ad informarci sopra cose accessorie, come sarebbe p. e. l'ac- 
conciatura dei capelli, non sopra il tipo fisouomico delVimperatrice. 
Invece e imporfcaute per la nostra ricerca iina bella moueta di 
bronzo coniata a Roma qiiando Tiberio aveva per la vigesima qiiarta 
Tolta la tribunicia potestä, ossia neiranuo 22 d. Cr. Sopra la parte 
nobile di essa si vede im ritratto femminile coli' epigrafe SALVS 
AVGVSTA. Sembra indiibitabile che qiiesto ritratto sia di Livia, 
la qmile appimto nell'aimo 22 sotfri ima grave malattia (-), e che 
r epigrafe con galante adnlazione desigui la madre di Tiberio re- 
centemente guarita come dea della salute della casa imperiale. Ho 
fatto riprodurre im esemplare di qiiella moneta sopra la nostra 
tay. I secondo im' impronta in zolfo favoritami gentilmente dal 
sig. Martinetti (•^). II ritratto che si vede sopra di essa oflfre la 
raassima rassomiglianza con la testa di marmo, non soltanto nel pro- 
filo ma anche nella conformazione molto caratteristica dei cranio, 
il quäle qua come la mostra la medesima fronte bassa ed ima 
grande estensione verso l'occipite. Riassumendo i risultati di tutti 
questi confronti dobbiamo ricouoscere nella nostra testa marmorea 
un ritratto di Livia. 

II fatto che Livia nei singoli ritratti si presenta con diverse 
acconciature di capelli, non reca difficolta alcima. Se essa siil ca- 
meo viennese ha i capelli semplicemente pettiuati indietro ed in 
ogni lato un lungo riccio, che dietro l'orecchio le scende sul collo, 
tale circostanza si spiega dall'essere Livia ivi raffigurata come dea. 
L' iücisore giustamente riconosceva che im'acconciatura usata nella 
vita reale avrebbe offerto ima dissonanza troppo sentita di fronte 
alle vesti ed agli attributi ideali, e perciö diede a Livia quella 
capellatura con la quäle l'arte greca generalmente rappresentava 
le divinitü matronali. Ne reca meraviglia la diversitä delle capella- 
tiire sopra i monumenti nei quali Livia e raffigurata da semplice 



(•) La lista presso Cohen Jlledailles imp. 2. ed. I p. 172-175. 

{-) Tucit. Ami. m Gl. 

(3) Un altro esemplare ben conservato presso BernouUi 1. c. t. XXXII 

12 ].. SC. 



SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA / 

mortale. Siccome cioe essa ragghinse 1' etä di 8G anni, cosi si ca- 
pisce che in un tempo tanto limgo la moda di acconciare i capelli 
necessariamente dovette cambiare. 

I raouiimenti ci rischiarano sopra quelle variazioni in maniera 
cosi precisa, che possiamo dirci a tal rigiiardo quasi tanto hene 
informati, qiianto lo erano le caraeriere che giornalmente s' oceu- 
pavano della toeletta dell' imperatrice. 

Le sopra (^) menzionate gemme che riuniscono il ritratto di 
Livia con qiiello d'Aiigiisto, natiiralmente rappresentano la capella- 
tiu'a iisata dall' imperatrice mentre il marito era ancora in vita. 
Caratteristica per qiiesta capellatm-a e una treccia , la quäle in 
mezzo alla testa dall'occipite si stende fino alla fronte, dove fiuisce 
in un piccolo nodo, acconciatura abbastanza complicata e che ha 
qualche cosa d'arcaico. Credo di poter aggiungere ai monumeuti 
che rappresentano Livia con cosiffatta capellatura un nuovo esem- 
plare, cioe un bei cameo (corniola) montato in un anello d'oro, 
rinvenuto presso Pedescia in Sabina (2). Disgraziatamente non posso 
pubblicarlo, perche il diseguo che feci eseguirne e troppo mal 
riuscito. Chi ha occasione di esaminare l'origiuale , facilmeute ri- 
conoscerä la grande rassomigliauza che il ritratto scolpito in quel 
cameo offre con la testa marmorea e con quella sopra le monete' 
coniate nell'anno 22 d. Cr. 

Siccome la medesima acconciatura dei capelli si osserva nel 
ritratto di Fulvia, prima moglie di M. Antonio (3), ed in quelli 
di Ottavia, sorella di Ottaviano e seconda moglie d' Antonio (■•), 
cosi risulta che essa si usava giä all'epoca del passaggio dalla re- 
pubblica all' impero. Possiamo duuque supporla anclie per Livia 
quando Augusto neirauno 38 a. Cr. s' innamorö della giovane ven- 
tenne e la sposö, forzando il marito di essa, M. Livio Druso Clau- 
diano, a separarsene. Ma anche durante la maggior parte dell'im- 
pero d'Augusto tale acconciatm-a spesso si usava dalle signore 
romane, giacche non la troviamo soltanto nei ritratti di Livia 



(1) Pag. 5 not. 2. 

(2) Ora si trova nel Musco di Berlino. 

(3; Bernoulli römische Ikonographie I Münztafel IV 20 p. 211-212. 
(4) Bernoulli II 1 p. 118-121. 



8 SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA 

apparteneuti a quell' epoca, ma anche in qnei di Giulia, figlia d'Au- 
gusto ('). Vi si aggiimge im passo nelYars amandi d'Ovidio (-) : 

exujimm summa noclam sibi fronte relinqui^ 
ut pateant aitres,, ora rotimda voliuit. 

Siccome e manifesto che tale distico si riferisce airacconciatura in 
discorso , cosi risulta che essa era alla moda ancora uell'anno 2 
a. Cr., uel quäle fu pubblicata quella famosa poesia (3). 

Ma sotto il regno di Tiberio Livia si presentava con un'acconcia- 
tura diversa, la quäle, com'e provato dalle anzidette monete coll'epi- 
grafe SALVS AVGVSTA(ta7. 1), fu adottata da lei prima deH'anno 22 
d. Cr. II ritratto espresso in quelle monete uon mostra piü la treccia 
imposta in mezzo al capo. Invece due scarse strisce di capelli stretta- 
meute attaccate si stendono dalla fronte indietro e suU'occipite sono 
riunite in una piccola treccia coi capelli che scendouo dalla parte 
superiore della testa. La quäle acconciatura era molto adatta all'im- 
peratrice invecchiata, giacche richiedeva una minore quantita di 
capelli di quella usata nel tempo anteriore. 

ün terzo stadio e rappresentato dalla testa marmorea. La cal- 
vizie della povera imperatrice aveva fatto tali progressi che i capelli 
superstiti nemmeno bastavano per le anzidette strisce. Perciö Livia 
si decise ad un cambiamento radicale. Faceva cioe pettinare avanti i 
pochi capelli che le erano rastati ed arricciarne le punte, ed imponeva 
sopra i capelli natm-ali, acconciati in tale maniera, una parrucca di 
capelli ondulati, raccolti sopra la nuca in una coda. I mouumenti c' in- 
formano sopra l'origine anche di questa moda. Essa cioe si svolge 
da un' acconciatura che incontriamo per la prima voltä nei ritratti 
d'Antonia moglie di Druso maggiore. I capelli ondulati vi sono 
pettinati indietro, divisi nel mezzo e sopra la nuca riuniti in ima 
coda. Nella generazione susseguente diventö moda d'arricciare i 
capelli contigui alla fronte, i quali cosi formavano una specie di 
toupet circondante la parte superiore del volto - acconciatura che 

(1) Bernoulli 11 1 p. 127-131. 

(2) m 139. 

(^) E possibilo ma non certo che anche 1' incisore del cameo fiorentino, 
sopra il quäle sono riuniti i ritratti di Tiberio e di Livia (sopra p. 5 not. 1), 
abbia voluto esprimere il nodo frontale. Se fosse cos'i, Livia avrebbe conf-cr- 
vato queiracconciatura ancora qualcho tempo dojin la morto d'Augusto, 



SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA 9 

si osserva per la prima volta nei ritratti di Agrippina, moglie di 
Germanico. La testa di marmo prova che questa moda fii adottata 
anche da Livia, la quäle perö, noii bastaiido i propri capelli, vi 
suppli con iina parmcca. 

La uostra testa marraorea peraltro non e l'unico esemplare 
clie ci mostra rimperatrice con tale capellatiira. Mentre cloe quest'ar- 
ticolo si trovava gia sotto torchio, il sig. Torquato Castellani gentil- 
mente mi fece osservare un bustino di bronzo recentemente da lui 
acquistato, bustiuo che ho fatto riprodurre sulla nostra tavola II ('). 
Che questo bustino sia di Livia, mi pare indubitabile. Esso occupa 
per cosi dire un posto di mezzo tra il tipo espresso sopra le mo- 
nete coniate nell'anno 22 d. C. e quello rappresentato dalla testa 
marmorea. II volto apparisce piü analogo al primo, giacche e rin- 
giovanito e vi manca la caratteristica individuale propria alla testa 
di marmo. Dali' altro canto il bustiuo posseduto dal sig. Castellani 
corrisponde con quest' ultima in quanto mostra la medesima ca- 
pellatm'a. 

Con intenzione finora ho escluso dal mio ragionamento un ri- 
tratto di Livia che occupa im posto da se, cioe un bustino di bronzo 
trovato presso Neuilly-le-Keal nella Gallia lugdunense insieme con 
un bustino d'Augusto che fa riscontro a quello delV imperatrice (-). 
Ambedue i bustini secondo iscrizioni incise suUe basi erano dedi- 
cati da un certo Atespato figlio di Criio, dunque da un Gallo ro- 
manizzato. L'epigrafe aggiunta al bustino di Livia dice: Liviae 
Augustae Atesimtus Crixi fll. v. s. l. m., dove riesce strano 11 titolo 
d'Augusta. Livia ricevette questo titolo soltanto quando fu adot- 
tata nella gens htlia , vale a dire in conseguenza del testameuto 
e depo la morte d'Augusto, e perciö nei documenti italici essa non 
e mai chiamata Liina Äugiista, ma dm-ante la vita del marito 



(1) Secondo la particolare qualita delFossido questo bustino sembra tro- 
vato nei Tevere. I tentativi di riprodurre roriginale colla fototipia non riu- 
scirono per cagione delle macchie d'ossido ehe lo cuoprono. La nostra tav. II 
riproduce un disegno eseguito dal sig. Eichler secondo Toriginale. 

(2) Il bustino d'Augusto e pubblicato da Fröhner Musöes de France pl. I, 
Rayet Monuments de Vart antique II livr. VI pl. II, Duruy Histoire de Borne 
IV p. 20, 21, BernouUi römische Ikonofjraphie II 1 p. 38 fig. 7, quello di 
Livia da Fröhner 1. c. pl. II , Rayet 1. c. II livr. VI pl. II, Bernoulli 1. c. 
p. 89 fig. 10. 



10 SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA 

Livia Aiujusti, cioe iixor, e dopo la morie di esso lalla Äugusla ('). 
Sbaglierebbe perö chi volesse per tal motivo sospettare dell'aiiteu- 
ticita del bustino e delV epigrafe ; giacche le circostanze esattamente 
conosciute del ritrovameuto, il carattere deireseciizione e la patina 
escludono ogni dubbio (-). Invece qiiölla straua deuomiuazione deve 
spiegarsi dal carattere private e provinciale del monumentino. Sic- 
come il ritratto d'Aiigiisto trovato iiisieme non mostra alcim attri- 
buto relative airapoteosi, e l'imperatore nell' epigrafe e chiamato 
Caesar Augustus Don diviis Äugustus, cosi pare che qiiesto ritratto, 
e per consegiienza anche quelle corrispoudente di Livia, fosse de- 
dicato prima della morte deH'imperatore, con la quäle siipposizione 
combina il fatto che la capellatura dell' imperatrice mostra iin'ac- 
conciatm-a simile a qiiella che si iisava all'epoca augustea (•^). Ora 
sappiamo che Livia in diverse province, contrariamente alle dispo- 
sizioni vigenti nell' Italia, giä mentre visse riceveva onori divini (^). 
Perciö non sembrerä strano che un Gallo, dedicando uel sno larario 
im bustino di Aiigusto e della sposa di lui, abbia dato anticipata- 
menfce a qnest'ultima il titolo d'Augusta. Siccome dunque anche il 
bustino scoperto presso Neuilly-le-Eeal deve contarsi fra i ritratti 
che con certezza possono riferirsi a Livia, cosi sorge la quistioue, 
quäle relazione esista tra esso e gli esemplari sopra i quali mi 
sono fondato attribuendo a Livia la testa di marmo. Confrontan- 
dolo con questi esemplari troviamo una rassomiglianza generale, 
ma anche parecchie divergenze, e specialmente queste, che uel bu- 
stino il profilo apparisce meuo fino e meno marcato e la fronte piii 
erfca, e che vi manca la rassomiglianza a Tiberio. Credo che nessuno 
perciö sosterrä che la mia ricerca sia stata fondata sopra una base 
falsa e che avrei dovuto servirmi come punto di parteuza del bustino 
di Neuilly. I ritratti espressi sopra il cameo viennese, sopra quelle 
di Firenze e sopra la moneta coniata nell' anno 22 d. Cr. possono 
attribuirsi col medesimo diritto a Livia che il bustino, e molto me- 

(1) Liviae Aug. ser. nelle Inscr. regni neapol. G851 (Orclli 41, 2437) 
nni significa, come suppone il Fröhner 1. c. p. 8, Liviae Augustae servae, 
ma piuttosto Liviae Augusti servae. 

(-) I (locuinenti relativ! alla scoperta sono pubblicaü <la Fi-nhiior 1. c. 
p. 2-3, p. 11-12. 

(3) Cf. sopra pag. 7-8 

(') Eckhel Doctrina num. VI p. 156 ss. 



SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA 11 

glio corrispondono con 1' idea che secoudo la tradizione storica dob- 
biamo formarci di Livia; giacche il bustino mostra im tipo insignifi- 
cante e nel quäle non si trova traccia della bellezza, dell'alta intelli- 
genza e dell" energia che distiuguevano la raoglie d'Augusto. Per 
essere breve, la divergenza fra il bustino e gli altri esemplari si 
spiega da ciö, che il primo e lavorato da un artista mediocre residente 
probabilmente nella Gallia lugduneiise, il quäle non aveva un' idea 
uetta ne delle forme ne delle qualitä morali ed iutellettuali della 
persona da raflfigurarsi e perciö si limitö a produrre un tipo che 
presentasse una rassoraiglianza generale. Tale giudizio vien con- 
fermato dal bustino d'Augusto trovato insieme. II quäle, non meno 
di quello di Livia, diversifica dai ritratti del medesimo personaggio 
lavorati nell'Italia. Come questa diversitä non giustificherebbe la 
supposizioue che la statua trovata nella villa ad Gallinas rappre- 
senti un'altra persona diversa da Augusto, cosi nemmeno il bustino 
di Livia distrugge i criterii mediante i quali il ritratto della me- 
desima imperatrice si e riconosciuto sopra le anticaglie che ci hanno 
servito per attribuire ad essa la testa di marmo. 

Siccome lo scopo di quest' articolo non e di scrivere un'icono- 
grafia completa di Livia, ma soltanto di provare che la testa di 
marmo pubblicata suUa nostra tav. I rappresenti questa impe- 
peratrice, cosi lascio ad altri il ricercare quali statue e teste finora 
attribuite a Livia, depo il risultato da me ottenuto, debbano ancora 
conservare questo nome. 

Mi resta di esaminare, in quanto la testa di marmo combini 
con la tradizione storica. In primo luogo essa ci fa capire la pas- 
sione che Livia ventenne inspirö ad Augusto. Se c' immaginiamo 
questo volto fornito di splendida freschezza giovanile, risulta un 
tipo non soltanto hello ma anche alquanto piccante, il quäle do- 
veva prodm-re una grande impressione sopra gli uomini. II cranio 
profondo poi, la fronte ben conformata, i grandi occhi osservatori 
rivelano quell' alta intelligenza che fece si, che Livia esercitasse 
molta influenza sopra Augusto e negli ultimi anni della vita di 
Uli decisamente lo dominasse. Dal profllo marcato spicca un' ener- 
gia piii che femminile. Questa donna certamente sapeva ciö che 
voleva con una tenacitä incomparabile , senza troppo badare ai 
mezzi, cercava di raggiiingere gli scopi che si era prefissi. Tale 
energia perö non era impetuosa, ma eqiiilibrata dal calcolo. L'espres- 



12 SOPRA ÜN RITRATTO DI LIVIA 

sione degli occhi e fredda. Come il volto generalmente rassomiglia 
a quello di Tiberio, cosi Livia ha coinuni col figlio anche le lab- 
Itra fine, socchiiise ed al lato destro tirate alquanto ingiü - confor- 
mazione che accenna ad \m indole capace di dominare le passioni 
e di nascondere i pensieri. 

Tacito (9 caratterizza Livia colle parole segiienti : « Sanctitate 
domus priscum ad morem, comis ultra quam aiitlquis feminis pro- 
hatum, uxor facilis (-) et cum artibus mariti, simiUatione filii 
bene composita " . 

La testa di marmo puhblicata suUa nostra tav. I non soltanto 
combina magniflcamente con taie caratteristica, ma anche supplisce 
ad essa, palesandoci la base fisica suUa quäle si svolse il carattere di 
Livia. E se teniamo conto di qiiesta base, parecchie qiialitä rilevate da 
Tacito si preseutano sotto iina liice particolare. Se cioe lo storico le 
attribuisce una condotta illibata corrispondente coi costmni antichi, 
qiiesta qualitä infatti suscita maraviglia in una societä leggiera come 
era quella dell' epoca augustea. Ma forma uno strano contrasto con 
essa la facilitä con la quäle Livia si separö dal primo marito, e l'in- 
dilferenza in cui si teneva dirimpetto alle infedeltä d'Augusto (^). 
La quäle contraddizione trova sufficiente spiegazione nel ritratto. 
La freddezza di cuore e di temperamento ch'esso palesa fa sup- 
porre ch'era molto facile per Livia di resistere alle teutazioni e di 
concentrare tutte le forze sopra i suoi progetti ambiziosi, cioe di 
dominare Augusto e di assicurare al proprio figlio la successione 
all' impero. Esaminata da questo punto di vista anche la troppa 
affabilitä attribuitale da Tacito dovrä derivarsi non tanto dall' in- 
dole naturale quauto dalla ritlessione. Le maniere austere e riser- 
vate, che l'antica tradizione prescriveva alle matrone delle grandi 
famiglie romane , rovesciato il regime aristocratico e fondata la 
monarchia, non avevano piü ragione d'esistere e sarebbero state 



(1) Ann. V 1. 

(*) Uxor facilis si spiega da Cassio Dione LVIII 2 : nvOo^irov rirog 
avtrjg nwg y.ul ri dQwacc ovrw tov Avyovatox^ x(CT6XQciT7]a6y. untxQii'uro ort 
(ivx'i TS (cxotßojg aiücfQoi'oi'au xul nüuxa ric Soxovi'TU «vtio tjiHiog noiovacc xal 
fxrjiE u'/ih) TL Tojy ixelyov nolimQuyuovovaa xul tu MfQod'latu uvtov ulhQuuiu 
^tjre diiöxovau uijts uia!h(<vta(i^ai TiQognoioi'utt')]. In Toscana ancor oggi " mo- 
glie facile » si usa nel medesimo senso. 

(^) Cf. la nota Drecedente. 



SOPRA UN RITRATTO DI LIVIA 13 

stranissime nella moglie (VxVii,i,nisto , il quäle appunto segiiiva il 
principio di non far apparire socialmente il potere acquistato. Si 
vede dimque che Livia, atfettando modi aifabili, sapeva adattarsi 
alle coudizioni impostele dalla situazione, e che auche sotto questo 
rigiiardo giiistiflcava il nome, spiritosamente datole dal suo proni- 
pote Caligula, d'un ülisse nella stola (•). 

W. Helbig 



(') Svotuu. Caligula 23: Liviam Aufjustam proaviam, Viixem stolatum 
iicntidem appellans. 



ISCRIZIONE 
TROVATA PRESSO LA GALLERIA DEL FURLO 



Fra le iscrizioni pubblicate di recente nelle Notisle degli scavi 
del senatore Fiorelli occupa im posto primario una lapide di 
calcare ritrovata siüla Flamiuia sul piano della via antica presse 
la galleria del Fiiiio , ora esposta nel museo di Pesaro. Essa e 
cosi coucepita : 

VICTORIAEöSACRVMc« 
PRO SALVTEM öIMPö 
MC6IVLIO-PHILIPPO FELICIC5 
AVGöPONTöMAXöTRIBöPOTIII 
5 COS P PETc6M^I//I/0///LIPP0 

NOBILISSIMO CAEScsPRINCIPI 
IVVENTVTISöET MOTACILIAESE 

VERE AVG0MATRI CASTRORVM 

MAIESTATIQVE EORVM 

AV»R E L I V S • MVNATIANVS EVO 
CATVS-EX COHORTE • VI • PRETO 
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LATRVNCVLVM • CVM MILITI 
BVS-N-XX-CLASSIS -PPR-R-RAVE 
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ISCRIZIONE TROVATA PRESSO LA GALLERIA DEL FüRLO 15 

Dedicata sotto il consolato di Presente ed Albino, ossia nel- 
l'anno 246, alla dea Vittoria per la saliite dell' Imperator M. Giiilio 
Filippo, del figlio M. Giiüio Filippo, Cesare e principe della Gio- 
ventü, e della mogiie Marcia Otacilia Severa, da im Anrelio Mii- 
naziano evocato dalla sesta coorte pretoria pia vindice Filippiaua, 
e da venti soidati della iiotta raveunate, posti sotto gli ordiui siioi 
per sopprimere il brigantaggio vigente, come pare, in qiiella parte 
deirApennino, essa lapide e di qiialche Interesse tanto per le an- 
tichita militari, qiianto per la storia di qiiei tempi. 

Ed in primo luogo si uotiV eüocatus, che dedicailmoniimento. 

Degli evocati, dope lo Schmidt (Hermes 1879 p. 321 segg.) ha 
ampiamente trattato il Mommsen {Fph. epigr. 5 p. 142 segg.), 
rilevando la diäerenza ovvia fra gli evocati della repiibblica e qiiei 
militi che nel tempo dell'impero veugono qualificati come evocati 
Augusli. I primi, soidati, per lo piii dimessi , ripresero le armi 
invitati da qiialche capo politico nou per causa pnbblica , ma in 
nome proprio. Di essi consistevano quasi interamente gli eserciti 
di tutti i partiti nelle guerre civili alla fine della repubblica. 
Dopo r istituzione del principato non se ne trovano che al- 
cuni esempi tanto nella guerra pannonica di Tiberio, che fra le 
truppe sue avea dieci mila veterani, quanto nella spedizione britan- 
nica di Claudio, il quäle chiamö a quella guerra un tribuno mi- 
litara, la cui memoria ci ha conservata una lapide aventicense (^). 
Non prendono adunque le armi che per una guerra certa e definita, 
terminata la quäle vengono sciolti. AI contrario quei dell' impero 
sono una milizia ordinaria e formano un corpo stabile. Per entrare 
in esso un milite deve aver compiuto gli stipendii legittimi in un 
corpo urbano o suburl)ano, vuo' dire nelle coorti pretorie, meno di 
frequente nelle urbane, rare volte fra i classiarii accampati in Roma 
nella legione seconda partica, dopoche Settimio Severo le avea 
assegnato il campo d'Albano. Ne restano esclusi i vigili come mi- 
liti meno onorati e gli equiti siugolari (-), nonche tutte le milizie 



(•) Mommsen Inscr. Ilelvet. 179. Si confrontino inoltre gli eserapi dal 
medesirao riportati nell' Epli. epigr. 1. c. p. 143, 2. 

(2) Cf. Schmidt 1. c. p. 335. 836, e dopo di lui Mommsen Eph. epigr. 
1. c. p. 144 segg. 



16 ISCRIZIONE TROVATA PRESSO LA GALLERIA DEL FüRLO 

provinciali, i soldati legionarii non meno che quei delle ale e coorti 
ausiliari. I pretoriani ed urbaniciani, terminato il legittimo niimero 
di stipendii, o fiirouo dimessi conie veterani, oppiire, invitati dal- 
rimperatore, restarono nel servizio, entrando nel corpo degli evo- 
cati August L S'intende, se si presceglievano quei che s' erano di- 
stinti fra i gregali ed aveano otteniito im posto fra i hottiifficiali {pia- 
cipales); ed infatti spesso rinveniamo evocati che prima erano 
stati beneficiarii de* prefetti del pretorio, oppure signiferi. Di rango 
qiiindi Tevocato era superiore al milite gregale, ma inferiore al 
centiirione, benche prossimo a liii. Ne reca la prova uua lapide 
dedicata a M. Aurelio Cesare da quelle truppe dell'esercito urbano 
che godevano del diritto di cittadinanza romana {G. I. L. 6, 1009): 
dopo i prefetti del pretorio ed i tribuni delle coorti pretorie ed 
urbano vi si nominano i centurioni delle medesime e degli statori, 
poi gli evocati, e finalmente le stesse coorti summentovate e le 
centurie degli statori. Gli evocati erano posti sotto gli ordini dei 
prefetti del pretorio, ma non aveano ne un comaudante loro proprio, 
neppm-e altri ufficiali particolari (i). Spesso venivano promossi al 
centurionato, l'insegna del quäle, ossia la vite, competeva puranche 
a loro. Non era peraltro il loro corpo un seminario del centurio- 
nato, come altra volta si e creduto; al contrario, il confronto isti- 
tuito dal Mommsen (1. c. p. 149 segg.) delle lapidi che sole pos- 
sono darci qualche luce relativa , li mostra sempre caricati d' im- 
pieghi civili: abbiamo evocati ab actis fori {C. L L. 9,5839. 5840) 
in foro ab actis (10, 3733) ; a commentariis cuslodiarum (11, 19); 
a quaestiotiibus iwaefectorum irractoHo (6, 2755), o semplicemente 
a quaestionibus (Or. 3503); arcitectus annamentarii imiwratoris 
(6, 2725); un evocatiis Palatinus (7, 257); un {arjri) memor (3, 586) ; 
un maioriarius memorum (6, 3445), altri impiegati nell' ammini- 
strazione degli affari delle legioni. 

L'evocato che dedica la nostra lapide chiamasi agem ad la- 
truMulum. 



(') La sola eccezione d'un salariorum curator ab indicibus (C I. L. 11, 
Id) oppure evocatus Aug. ab indicibus (1. c. G, 3411) vicn dal Moinmsen 
{Eph. 5 p. 148) paragonata al fiscÄ curator e spicgata come riferibile ad un 
cvocato eletto per pagar il salario a'colleglü. 



ISCRIZIONE TROVATA PRESSO LA GALLERIA DEL FURLO 17 

Siil brigantaggio nell'Italiaauticanon ci maiicano notizie. Crebbe 
dopo le giieiTö civili ('). Cercö di reprimeiio Cesare Augiisto, col- 
locando stazioni militari in siti opportuni (Siiet. Aug. 32), ed auche 
Tiberio (Siiet. 37) i/i prlmis tuenclae pacis a grassaturis ac la- 
trociiiiis.... curam habiät; statloms militum per Italiam solito 
frequentiores dlsjjosmf. A stazioni simili riferisce il Mommsen 
(Slaalsr. 2^ p. 1027, 1) i militi africaui in Alba Fucente {C. I. L. 
1, 1172) e gli auxsiliariei lUspaiiel negli Abruzzi (1. c. 1295), 
ambedue d'epoca aiigiistea, e con probabilitä riconosce uel prefetto 
Sabino, da qiiesti nltimi onorato , qnello stesäo personaggio che 
Cesare AugusLo aJoprö per ristabilir l'ordine in Italia (App. b. c. 

5, 132). Ma anche ne'tempi piü tranquilli non vi erano sempre 
sicure le strade. Ne parlano i due Plinii, Giovenale., Frontone (-). 
Era famoso al tempo di Commodo Materno (^), sotto Settimio Se- 
vero Bulla (^), del quäle im tribnno della guardia, mandato contro 
di liii con im forte distaccamento di cavalleria, s' impadi'oui per tra- 
dimento. Uno stato simile di cose non poteva migliorare nel terzo 
secolo, qiiando le rivoluzioni militari si seguirono a brevi intervalli. 
A quel tempo incirca o ad epoca anche piü recente credo potersi 
riferii-e iiua lapide ritrovata ne' nostri scayi del luco arvalico, 
posta ad im Giulio Timoteo decepto a latronibios cum alumnis 
n. VII {C. I. L. 6, 20307). 

Peggiori ancora erano le condizioni delle province, in ispecie 
su' confini dcll'impero. Le menzioni di persone iiccise da briganti 
sono freqiienti nelle lapidi tanto dell' Africa qiianto della Dacia , 
della Dalmazia , della Germania , e fino della Spagna. Commodo 
fortiflcö per mezzo di castelli e presidii le rive del Dauubio con- 
tro le loro clandestine trasgressioni [C. I. L. 3, 3385). Circa l'anno 
200, secondo nota TertuUiano {Apol. 2), trovavansi in tiitte le pro- 
vince posti militari per investigare i briganti. Riguardo all'ltalia 
non diibito che anche la stazioue ^\i peregrim ossia fnmentarii 
mentovata siüla via Appia in p.ossimitä della stessa capitale (C. /. L. 

6, 230. 3329) non sia stata istituita per tutelarne la sicurezza 



(M App. b. c. 5, 132. Propert. 3, 16. 

(2) Pliii. cp.Q,2h; n. h. 8,144; luven. 3,305. Fronto ad M. Cacs 2,13. 

(3) Herod. 1,10. 

(•*) Dio 76, 10; cf. 74, 2. 



18 ISCRIZIONE TROVATA PRESSO LA GALLERIA DEL FURLO 

(cf. Bull. 1884 p. 25). Se poi rinveniamo a Porto Ostiense im 
monumento eretto al genio delle caslra 'ßeregrimriim {C. T.L. 14, 
7) ed altro a Severo Alessandro dalla statio mimeri friimentario- 
rum (1. c. 125), credo poterne couchiiidere che anclie in Ostia la 
polizia sia stata aifidata a quello stesso corpo che almeno in parte 
ne avea cura uella cittä di Roma. Ma non bastavano sempre le 
stazioni stabili : contro bände numerose, come quelle di Materno , 
Bulla, Proculo, abbisognavano distaccamenti piü forti ed ufficiali 
piü alti, come quel tribuno della guardia inviato contro Bulla. E 
vuol ricordarsi il monumento rinvenuto vicino all'arco di Severo, 
eretto genio exercitus, qui extitiguendls saevissimis lalroiübus 
fldeli devotione Romanae expeclatloni et votis omnüim satls fecü 
{C. /. Z. 6, 234); la quäle iscrizione non sembra poter riferirsi ad 
una spedizioue contro nazione estera, sebbene forse le invasioni di 
tribü barbare nel territorio dell'impero potrebbero auch' esse desi- 
gnarsi come scorrerie di briganti. 

Tornando alla nuova lapide, abbiamo veduto trovarvisi men- 
zionato un evocato designato come agens ad latrimculiim. E noto 
abbastanza che nell'indicare i yari impieghi in luogo della prepo- 
sizione a non di rado s'adopri la particola ad: prescindendo dai 
procuratores ad alimenla, ad amionam^ ad bona damnatonim , 
ad capitidarla ludaeorum, cito Xadmtor ad census^ il dispeti- 
sator ad frumentuni ^ altri detti semplicomente ad auctoritatem 
(sc. Caesaris), ad census, ad valetiiduiarium. Non presenterebbe 
quindi difficoltä nemmeno un ad latruiiciditm detto invece di latrim- 
culator {Big. 5, 1, 61, 1), sebbene vi si asputterebbe piuttosto 
ad latrunctdos, se si tratti veramente di un posto stabile, e non 
d' incarico istituito contro un brigante speciale. Nuova peraltro 
riesce la qualifica di agens aggiuntavi. Potremmo credere trattarsi 
d'un semplice participio, interpretando « evocato che agisce contro 
il brigante » ; raa sembra piii probabile di veder noW^ agens un vero 
titolo d'ufficio. Occorre appena ricordare gli agentes in rebus dei 
tempi piü receuti dell' impero, tante volte mentovati nella Noütia 
e ne' libri giuridici, anch'essi agenti governativi, a cui si danno i 
piii variati incarichi amministrativi, ed i quali, desunti dalla schola 
comune, si rinvengono negli uflilci di moltissimi magistrati. Sarcbba. 
mai possibile che la nuova lapide ci fornisse un primo vestigio 
di quella classe posteriormente tauto numcrosa d' impiegati ? che 



ISCRIZIONE TROVATA PRESSO LA GALLERIA DEL FURLO 10 

cioe Vagem ad latnmculum sia im agcnte di polizia equivalente 
ad im dipresöo allo stesso latnmcidator ? In tal caso egli sarebbe 
lo stationär ins [Cod. Imt. 9, 2, 8), os&ia comandanto d'uua sta- 
zione di polizia coUocata presso il passo del Fiuio, dove sappiamo 
essere stato ima volta il fortilizio di Petra Pertasa ricordato nelle 
giierre gotiche (Procop. b. Cr. 4, 28). 

I soldati posti sotto gli ordini siioi sono im distaccamento 
della flotta ravennate comaudato da im tenente (optlo). Se non 
sembra molto probabile che militi classiarii abbiano occiipato im 
posto stabile nelle montague apennine, dall'altro lato puö ben im- 
magiuarsi che per dar la caccia ad im brigante si siano inviati 
soldati della flotta stanziante nella non lontana Ravenna. Ma bi- 
sogna ricordarsi puranche che nei primi secoli dell' impero 1' Italia 
non avea per giiarnigione che le giiardie imperiali ed iirbane, il 
corpo politico de' vigili e le flotte misenate e ravennate; ed ancora 
quando Severe vi stabili la legione seconda partica, qiiesta avea 
i siioi qnartieri nelle castra d'Albauo nella vicinanza della capi- 
tale. II Piceno e la Flamin ia non aveano certamente altri presidii 
fiiorche le triippe classiarie di Ravenna, che possono ben credersi 
aver occupato posti stabili per tutelare il paese, ma non meno bene 
possono supporsi inviate in nna data occasione per rinforzare l'nf- 
ficiale che d'ordinario vi invigilava. Che esse in parte servissero 
anche a terra, ce lo provano non solo le castra Misenatium e Ra- 
vemiatium nella cittä di Roma, ma l'attesta anche Igino {de nmn. 
castr. § 30), assegnando nel campo imperiale posti a 500 classici 
Misenates ed 800 Ravennates. 

In memoria della spedizione in discorso Mnnaziano ed i siioi 
soldati eressero alla dea Vittoria il monumento di ciii trattiamo, 
facendo voti per la saliite dell'imperatore regnante e della sua fami- 
glia. Si potrebbe creder la lapide riferirsi pinttos'o allaguerra carpica, 
ch' ebbe liiogo nello stesso anno 246, ma di tal fatto parmi non 
potrebbe mancar im iuüizio piü preciso. 

S'osservi Y abrasione de' nomi cosi dell'imperatore come del 
figlio Cesare e dell'imperatrice Otacilia Severa, segno di dannata 
memoria che rade volte si rinviene nelle epigrafi de' Filippi, una 
sola volta , per quanto mi sappia , in quelle della sua cousorte 
{C. L L. 8, 8809). Ne so, se sia per mero caso che, oltre in poche 
lapidi africane, l'abrasione apparisca in iscrizioni della Dalmazia 



20 ISCRIZIONE TROVATA PRESSO LA GALLERIA DEL FURLO 

e della Mesia inferiore (1. c. 3, 2706. 3161. 6172), mentre nella 
Pannonia e nella stessa Mesia scoppiö la rivolta di Carvilio Ma- 
rino che condusse alla caduta de' Filippi. In ogni modo pare che 
non abbia avuto hiogo iina pubblica condauna della loro niemoiia, 
se e vero quel che nana Eiitropio (9, 3), che cioe ambediie i Filippi 
furono ricevuti nel niimero de'Divi. 

G. Henzen 



DELLE ANTICHITA FALLSCHE VENUTE ALLA LÜCE 

IN CIVITA CASTELLANA E IN CORCHIANO 

E DELLA ÜBICAZIONE DL FESCENNIA. 

(Tav. III) 

Letter a di A. Biiglione coute di Monale a W. Ilelbig. 



Tiitto ciö che tocca le vicende di Faleria, l'antica e potente 
cittä, che osö piii volte e con varia forfciina sfidare la potenza ro- 
mana, ha iina grande importanza per la storia. 

Ne meno importanti sodo i mouumenti di qualsivoglia na- 
tura che riflettono le origiui del popolo falisco e possono portare 
anche un barlume di luce neU'antica controversia, ancora insoluta, 
se cioe i Falisci apparienessero alla nazione etrasca, ovvero se, pur 
facendo parte della federaziona, costituissero un popolo a parte , 
con leggi, costumi e fa^ella diversi. 

Accenuerö soltanto che dalle prirae indagini praticate nel 
territorio falisco da me visitato palmo a palmo e daH'esame delle 
suppellettili che vi si rinvengono , come dalle osservazioni antro- 
pologiche, fisiologiche e lingaistiche sonibrami che ancora al pre- 
sente ne venga corroborata la opiuione di Dionigi d'Alicarnasso (') 
e di Catone (-), i quali propeudono per questa secouda ipotesi. — 
Dionigi particolarmente accettava 1' antica tradizione che faceva 
derivare i Falisci dai Pelasghi o Argivi, e affermava che ancora ai 
suoi tempi essi conservavano tracce della loro discendenza. Ovidio 
medesimo conferma dubbiosamente la origine argiva quando scrive : 

Venerat Atridae fatis agitatus Ilalaesus, 
A quo se dlctam terra Fallsca putat (■^). 

(1) Dionys. 1, 21; Solin. 2 § 7. 

(2) Cato ap. Plin. HI 51. 

(3) Ovicl. Fast. IV 73. 



22 DELLE ANTICHITA FALISCHE 

lo oserei soggiungere che tali tracce dopo si lunglii secoli 
non sono aucora del tiitto scomparse, e che in generale il tipo 
sabiuo presenta una sufficiente differenza con qiiello degli abitanti 
del territorio giä falisco, escliisa perö qnella parte che coufiua col 
Soratte. E anzi questa eccezione , iionche combattere la mia tesi, 
confermerebbe la indicazione fovnitaci da Strabone (V p. 226) di una 
invasioue dei Sabin! uei dintorni del Soratte, e del loro mischiarsi 
alle famiglie falisehe del liiogo. 

E sijfatta indagine acqiiista eziandio maggior Interesse, qiiando 
si consideri che essa si coUega con la disputa tuttora ardente e 
sopra ogni altra rilevante intorno alle origini italiche e del primo 
incivilimento iimano, e alla quäle Ella, signor professore, ha tanta 
luce portato con le Sue dotte investigazioni. 

Non essendomi conseutito di esaminare tale grave questione 
nel breve spazio di una lettera , mi limito per ora a richiamare 
la sua atteuzione e qnella degli studiosi delle antiche memorie, 
come giä ho richiamato quella del governo che dei patrii monu- 
menti e vindice e tutore , sopra le importanti scoperte fatte nel- 
Tagro falisco ed in ispecial modo nelle adiacenze di Civita Ca- 
stellana in un terreno di proprietä del sig. Gemma e in altra vi- 
cina localitä. 

E infatti, fiuo dallo scorso anno, recatomi al Ministero della 
pubblica istruzione, ebbi a segnalare alla solerte Direzione gene- 
rale delle Antichitä e belle arti l'importanza di ritrovamenti che 
accennavano alla esistenza di un notevole ediiicio o tempio falisco. 

E invero della esistenza di una stipe sacra facevano testi- 
monianza i numerosi e ben conservati doni votivi in argilla, come 
teste^ mani, piedi, mammelle, gambe, torsi, falli etc., e della pre- 
senza di un vasto tempio belli e variati antefissi e scorniciature 
e pezzi di statue fittili colorate, e vaghi cornicioni, e rivestimeuti 
di pilastri in terra cotta e finalmente le vaste fondazioni di paral- 
lelepipedi tufacei senza cemento vc::ute alla luce. 

Non pose tempo in mezzo la solerte Direzione delle antichitä, e 
acquistato dal signor Gemma, proprietario, il terreno da me indicato, 
ove quei preziosi resti erano apparsi, si diede tosto principio sotto 
la sorveglianza del conte Cozza e del comm. Gamurrini alle esca- 
vazioni che hanno portato alla luce la intiera pianta di un tempio 
che rimonta indubbiamente all' epoca falisca , e si ha tntta la ra- 



VENÜTE ALLA LUCE IN CIVITA CASTELLANA ECC. 23 

gione di siipporre sia quello istesso di Giunone Ciirite, al quäle, 
anche dopo la dtstruzione della cittä e la fondazione della Faleria 
romana {Coloma Jimonia Falisconun) i Falisci seguitavano a recarsi 
in processione a portarvi, a detta di Ovidio, i loro doni votivi ('). 

II tempio siiddetto dista circa mille passi dalle mura del- 
Vautica Faleria ed e situato al nord della citta iu una valle lam- 
bita dal torrente Eio-maggiore, che i nativi chiamano ßemajou e 
in im terreno in vocabolo Celle. 

La fronte del tempio e esposta a sud-est, e, se debbo gindi- 
care dalle sostruzioni vennte alla luce, doveva essere ornata da 
otto colonne di fronte e quattro di fianco. 

Senonche io non mi dilimgo piü o'.tre a descrivere le impor- 
tanti scoperte sopra accennate , essendo a ir.ia ccgnizione che as- 
sieme al rilevaraento dell'antica Faleria con ''e sue rnmerose abita- 
zioni incavate nella roccia, sarä di questi preziosi avanzi, per cm'a del 
governo, data piü competente e dettagliata spiegazione e descrizione. 

Mi limitero a olt'rire im cenno delle cose piü notevoli che ho 
potuto rilevare dopo ripetuti accessi sul luogo. 

Quando mi recai a visitare i primi oggetti raccolti dal signor 
Gemma, innanzi che questi li vendesse al R. Governo , ebbi a 
rimarcare alcimi frammenti di terra cotta dipinta bianca e rossa, 
e riconobbi che si trattava del rivestimento delle colonne di nn 
tempio, e giudicai che dette colonne dovessero essere state in legno, 
non essendosi rinvenuta veruna traccia di colonne in pietra o tufo. 

Oltre a ciö ammirai alcuni bellissimi residui di statue pari- 
menti in terra cotta, che dovevano probabilmente decorare il fasti- 
gio del tempio, e cosi pure molti ornati di stupendo lavoro e di 
egual materia. 

Esaminati detti avanzi conobbi che erano fatti a stampa, 
ma corretti e ritoccati con la stecca. 

Non e agevole stabilire il tipo del tempio, o dei templi ; 
perche le escavazioni hanno rivelato la esistenza di mura appar- 
teneuti a piü editizi. Io credo perö non andar errato constataudo 
la esistenza di tre distinte costruzioni cioe : 

1. Di un tempictto o edicola posto al nord delle sostruzioni, 
il piü antico di tutti. 

(•) Ovid. Amor. HI 13. 31. 



24 DELLE ANTICHITA FALLSCHE 

2. Di im tempio dedicato ad Oreste, e ciö per i bassorilievi 
i-invonuti, che accennano alle gesta di quell' eroe. 

3. Di im edificio di stile meno corretto, che rapprcsenta forse 
la ricostnizioue del tempio primitivo. 

In ogni modo, sia che si tratti di imo o piü templi, e certo 
che fra le sostmzioni veuute in luce si presenta visibilissimo l'al- 
tare, delV altezza di m. 1, 30, nella parte posteriore del quäle si 
pu5 osservare la stipe sacra perfettamente rieonoscihile e ben cou- 
servata. 

Due cunicoli di cost;uzione antichissima, a soffitto, con paral- 
lelepipedi di tiifo raccoglio^auo le acque di due uon lontane pu- 
rissime sorgenti e le immeti^evano in im caiiale che ancora si vede, 
il quäle alla sua volta, penetrando nella parte postica del tempio, 
shoccava nel baciuo della stipe e ne usciva per raggiimgere il 
letio del Kio-maggiore. 

La rovina del tempio ha fatto probabilmente deviare il corso 
deir acqua che zampilla ora fresca e purissima poco lungi dallo 
antiche sostruzioni sotto ad un grande masso caduto dall'alto. 

AU'esfcremo limite (sud) dell'altare si scorgono 1 residui della 
base suUa quäle doveva posare il simulacro della divinitä. Seppi 
dal sig. Gemma istesso, che durante gli scavi ulteriori si era rin- 
venuto accanto all" altare una testa molto piü grande del vero, 
arcaica, di neufro, con forme fenicie, avente la cliioma a guisa di 
lunghi ricci attorcigliati e simmetrici che fanno Corona al capo. 
Mi si soggiimse clie detta testa era tutta traforata e presentava 
tracce di un serto di bronzo con foglie di alloro. II luogo del 
rinvenimento, cioe l'altare, la materia di cui e composta, la Corona 
che r adorna , la figura arcaica , tutto insomma induce a credere 
che si tratti precisamente della testa dell'idolo. Nella guisa istessa 
viene assodato dalla stratificazione storica e dal rinvenimento di 
alcuni Sileni di arte antichissima, che il tempio ha esistito fia 
dalla piii remota autichita e che, per le testimonianze storiche 
giä accennate, esso ha durato fino alla completa prevalenza della 
religione cristiana. 

E infatti accanto al descritto tempio esistono le rovino di altuo 
ediücio antico ma molto piü piccolo, che presenta pure le tracce 
di una stipe, convercita forse dai primi cristiani in im lavacro bat- 
tesimale. 



VENÜTE ALLA LUCE IN CIVITA CASTELLANA ECC. 25 

Qiiesta localita era posta in cliretta comunicazione tanto coü 
la strada latina-falisca corretta dal console Flaminio, quanto con 
qiiella che conduce a Santa Maria di Falleri non meno che con 
la Flaminia. lo ho anzi visitato una strada parallela alla Flaminia 
istessa e vi ho scorto per lungo tratto i caratteri delle strade 
etrusche antiche, e lo stesso dicasi di qiiella che mette a S. Agata, 
liiugo la quäle sono venuti alla hice in qiiesti giorni niimerosi se- 
polcri con preziosi ed importanti vasi greci. 

Se deir antica capitale dei Falisci andö talmente perduta la 
memoria, che alla cittä di Civ.ita Castellana, sorta nel medio ovo 
siüle rovine della prisca Faleria, si attribui il nome di Veio , e 
tale fu dai dotti uuiversalmente creduta, non sarä a meravi- 
gliare, se anche venisse spostata e completamente ignorata la ubi- 
cazione di Fescennia.. che si crede abbia aviito comuni con Faleria 
le sorti e di cui ima particolar forma di latina poesia ha unica- 
mente tramandato al mondo la fama. 

Attirato dal desiderio di stabilire con certezza il luoofo ove 
sorger potesse l'antica famosa cittä, io mi diedi a investigare tutto 
il territorio falisco, e dopo Innghe, costose, pazienti indagini parmi 
per avventura essere riiiscito ad identificarne il sito preciso con 
quella maggior certezza che in ricerche di tale natura si puö con- 
seguire la dove manchi l'attestazione specifica di una iscrizione o 
di un locale monumento. 

il Cluverio ('), seguendo le tracce del Massa , che ebbe i 
natali in Gallese , poneva in quella terra , che dista un' ora di 
cammino da Corchiano, l'antica Fescennia: indotti l'uno e 1' altro 
in errore dal rinvenimeuto di alcuni avanzi etruschi. 

II Dennis (-), non accecato da amore di campauile, si accostö 
maggiormeute alla veritä , additando la localita di S. Silvestro 
assai piü vicina a Corchiano, ove, accanto agli avanzi della diruta 
chiesa, si scorgono non dubbie vestigia di mura falische. 

Io ho visitato quei luoghi, ma non posso accettare l'opiniono 
degli autori sopra citati, avendo prove piü che sufficienti psr sta- 
bilire che nel territorio di Corchiano, e precisamente nello alti- 
piano che viene in catasto designato col nome di Vallone, abbia 

(1) Ital. pag. 551. 

{-) Etruria Yol. I pag. 152. 



26 DELLE ANTICHITA FALISCHE 

esistito iina grande cittä, e che questa citta, sita quasi in identica 
postura di Faleria e al par di essa munita da natiirali difese che 
la rendevano inespugnabile, non possa essere stata che Fescennia. 

E par veritä io ho rintracciato la grande strada di circon- 
vallazioue che faceva il giro delle rupi altissime ed a picco, le 
qiiali formavano i saldi propugnacoli della cittä. Io ho coutati e 
misurati i niimerosi cimicoli o fogne per le acque, disposti a rego- 
lari intervalli e che scaricavano le immondezze della cittä in diversi 
collettori, alcuno dei qnali tuttora esiste, e che alla loro volta 
dovevano sfogare la massa delle acque nella sottoposta fossa. Ho 
esaminato le strade di accesso numerose e ancora visibili, ho visi- 
tato le rovine dei ponti che collegavano la cittä, ed in special modo 
il maestoso avanzo di un acquedotto viadotto gittato a traverso la 
valle detta dei Pontone, ho insomma potuto acquistare la certezza 
che lä e non altrove potesse sorgere Fescennia. 

Di Fescennia assai di rado fa menzione la storia. Dionigi di 
Alicarnasso (^) scrive che i Falisci avevano due cittä, Faleria e Fe- 
scennia, e che quest'ultima era posta di fronte a Faleria. Strabone 
afferma che le due cittä avevano origine argiva pelasgica. Yirgilio 
nel passare in rassegna le schiere dei re Turno nomina congiuuta 
mente i Fescenniui, i Falisci e i Sorattini 



Fescenninas acies^ aeqiiosqiie Faliscos 
Ili Soractis liaheni arces (-). 

Ma entrambi questi importanti argomenti della ubicazione di 
Fescennia e delle origini falische forniranno argomento ad un'altra 
mia relazione, che sarä corredata da una esatta pianta topografica 
della localitä, e che procui'erö riesca quauto piü e possibile com- 
pleta sotto l'aspetto storico, etnografico e topografico. 

Mi limitero ora ad offrirle una succinta descrizione delle 
importanti scoperte fatte a Corchiano, che di per se sole prove- 
rebbero l'esisteuza di un grande centro abitato e la yicinanza di una 
cittä importante. La piautina, disegnata da me e pubblicata sulla 
tavola III, renderä vieppiu chiara la mia descrizione. 

Corchiano, giä feudo dei Farnesi, siede quasi a cavaliere di 

C) I 21. 

(2) Virg. Aen. VIT 095. 



VENUTE ALLA LUCE IN CIVITA C ASTELLANA ECC. 



27 



un torrente che preude il nome di Rio della Fratta ed anche di lUo 
Ritello, ed e sitiiata in una posizione assai forte, alla quäle si ha 
imicamente accesso mediaute parecchie cave scavate uel masso fiiio 
dalla piii reuiota antichitä, una delle quali lunga ben trecento passi. 
E fondata sopra una roccia di tufo vulcauico e presenta numerose 
tracce di costruzioni falische con grandi massi tufacei senza ceinento. 

Essa dovette con tutta probabilitk essere Yara^ o rocca della 
vicina Fescennia, e invero Tedificio che servi nel medio evo di 
castello e che conserva tracce della sua origine etrusco-falisca, ha 
tutti i caratteri deH'rtni', sia per la posizione in cui e situato, sia 
pol modo con il quäle e costrutto. 

Ho detto che le cave che conducouo a Corchiano sono anti- 
chissime, e la mia asserzione viene provata dalla seguente iscri- 
zione, che fedelmeute riproduco e che trovasi graffita in una delle 
pareti al principiare di una di dette cave e precisamente sulla 
strada detta Cannara alla distanza di 1013 metri da Corchiano : 

La suddetta iscrizione('), di notevoli dimensioni (-) e di ottima 
conservazione, ricorre in una tazza italica che io ebbi l'onore di 




(1) (Pubblicata dal Dennis Cities and cemetieres of Etruria, 2. ed. 1878, 
I p. 119. La Direzione). 

('-) L'altezza delle lottere in media arriva a m. 0,42. 



28 DELLE ANTICHITA FALISCHE 

presentare airistituto germanico, proveuiente da recentissimi scavi 
di Civita Castellana. La singulare coincidenza non e priva di impor- 
tanza, poiche serve a stabilire il nesso che esisteva fra le diie loca- 
litä falische nella persona di \m medesimo Lart. 

Altre due iscrizioni vennero da me rinvenute, e cioe l'una a 
diie chilometri da Corchiano alla sinistra del Rio Meiiese nella 
regione Pontone del Ponte, e l'alfci-a alla sinistra del Rio Ruzzi 
nella proprietä Sciardiglia, che dista circa 3 chilometri dal paese. 
La prima (') dice : 

llilXXYON-:!>IR>l3)-3KR'1 

La lontananza, la disagevolezza del liiogo, ma sopratiitto l'ecce- 
zionale inclemenza della stagione mi hanno impedito di trasmet- 
terle, come desideravo, il calco dell'altra iscrizione, che spero ella 
poträ illiistrare nel prossimo Bullettino. 

I dintorni di Corchiano presentano in ogni luogo evidentissime 
tracce di ricchi e importanti sepolcri e di bellissime abitazioni 
scavate nel tiifo. Sonvene anche a due piani con colonnette di 
sostegno, che mi riservo di riprodurre con fedele disegno e con le 
necessarie illiistrazioni. Le abitazioni alle quali ho accennato sono 
tutte orientate a perfetto mezzodi, e in ciascuna di esse nell'angolo 
di fondo ho riscontrato la esistenza di im piccolo foro perpendico- 
lare del diametro di 8 cent. circa, che metteva evidentemente in 
comunicazione le camere con l'aria esterna e fimzionava probabil- 
meute come cappa da Camino. La maggior parte di siffatte abita- 
zioni vennero in tempi recenti guastate e ridotte ad iiso di stalla, 
ma e facile, seguendo le tracce del piccone moderno e del martello 
falisco, riconoscere quanto piii pörfetta riuscisse l'opera dei primi 
escavatori, e stabilire quäle parte di esse sia antica e quäle mo- 
derna. Le volte sono piuttosto basse e a sofiitto. lo ne ho misu- 
rate alcune nei punti che presentavano chiare tracce della loro 
antichitä, e ho potuto constatare che l'altezza massima e di m. 1,80. 

Quanto ai sepolcri corchianesi, per il modo con cui sono 
disposti, nella parte piü prossima al paese, e dei quali verrö tosto 
ragionando, sono al tutto simili a quelli scoperti un tempo a 
Castel d'Asso. Essi fianchcggiauo da ambo i lati una strada della 

(1) L'altezza media dcllc letterc o di m. 0,22. 



VENUTE ALLA LUCE IN CIVITA CASTELLANA ECC. 29 

largliezza di metri 14 a 15 scavata ncl tufo dalla mano deiruomo 
che serviva probabilmente di controfossa alla cittä nel piinto 
dove, venendo meno le natm-ali difese, o essendo esse meno for- 
midabili, si sentiva ü bisogno di sopperire con l'arte. Sopra la 
detta controfossa doveva probabilmente sorgere im miiro o aggere, 
del quäle fa ancora testimonianza la copia di grossi massi squa- 
drati sparsi in qiiei dintorni, evidentemente tolti in tempi a noi 
vicini per farli servire di muri divisori, di sostegno ecc. 

La somiglianza del piano di Yallone con quelli di Faleria e 
grandissima. Infatti a Fescennia come a Faleria le mura dove- 
vano correre, se pur di mura v'era d'uopo, ciö che io non credo, 
tutto attorno sulla cresta di altissimi inaccessibili burroni tagliati 
a picco, in fondo ai quali spumeggiano a Faleria le acque della 
Treja, del Rio Filetto e del Rio Maggiore, e a Fescennia quelle 
del Rio della Fratta o Ritello. Entrambe le cittä erano soltanto 
u-nite alla circostante campagna da alcuni pouti colossali, di cui 
nell'una e nell'altra si scorgono ancora le vestigia. 

Vengo ora senz'altro agli scavi intrapresi nella vicina necropoli. 

A pochi passi dal paese un mio ottimo amico, il sig. Feli- 
ciano Crescenzi, nel mentre era iutento a far scavare una grotta 
in un terreno di sua spettanza, ebbe avviso che il piccone risuo- 
nava nel masso come se dietro di esso esistesse il vuoto. Prose- 
guito con maggior lena lo scavo egli pote finalminte introdursi 
in una prima camera sepoicrale. Tutto attorno chiuse da tre 
grandi tegoloni erano le bauchine o letti funerari sui quali dove- 
vano riposare i cadaveri. L'ambiente constava di una piccola came- 
retta, specie di vestibolo, e di una camera sepoicrale. L'ingresso 
era otturato ermeticamente da alcuni massi di tufo. 

Sul davanti, sostenuti da chiodi di bronzo, pendevano i se- 
guenti oggetti : 

1, 2) Due vasi (tipo: Furtwängler Berliner Vaseiisammlimg 
tav. XI 215), sopra ognuno dei quali e dipiuta una civetta circon- 
data da due rami di ulivo in colore bianco imposto a fondo nero 
con i contorni grafRti. I quali vasi fuor di dubbio sono imitazioni 
italiche di corrispondenti vasi attici. 

3) Patera del diameti-o di m. 0,28, di üibbrica locale, avente 
ueir interno una quadriga con guerriero elniato e sotto i cavalli un 
cane che corre, e neH'esterno, in ogni lato, un giovane ignudo con 



30 DELLE ANTICHITA FALISCHE 

giovanetta ammantata ; figure color argilla sopra foudo nero : roz- 
zissima fabbrica italica. Di tecnica simile e : 

4) Patera : diametro m. 0,32; neirinterno e siii diie lati esterni 
im giovane ignudo dirimpetto ad una giovane ammantata. 

5) Detta : piü piccola , simile per tecnica e rappresentanza 
al n. 4. 

6) Detta: diametro 0,27, simile per tecnica ai n. 1, 2. Nel- 
Tinterno e effigiato im giovane che procede tenendo nella destra 
im ramo e nella sinistra una Corona. 

7) Detta: diametro 0,26, tecnica come ai n. 1, 2. Interno ed 
esterno : diie donne ammantate che discorrono. 

8) Detta: diametro 0,28, tecnica come sopra. Interno: im gio- 
vane ignudo, con la strigile nella destra, davanti ad ima giovane am- 
mantata. Esterno: giovane ignudo fra diie giovani ammantate. 

9) Detta: diametro 0,27, tecnica come sopra. Interno: un 
giovane ignudo, che impugna con la sinistra una tazza, davanti ad 
una giovane ammantata che tiene nella destra una Corona. Esterno : 
due figiire ammantate l'una dirimpetto all' altra. 

10) Detta : diametro e tecnica come sopra. Eappresentanze 
sconosciute per essere state distrutte dall'umiditä. 

Oltre alle patere erano pure appese due brocche di bronzo 
ossidato, a becco limgo, con entro piccoli bicchieri di bronzo (cou 
manico) e in mezzo alle suddette una catiuella liscia di bronzo. 

Sul pavimento erano disposti alcuni vasi di terra di svariate 
forme e dimensioni e, fra gli altri, due in forma di campana. 
L'uno dell'altezza di m. 0,26 (simile a FurtAvängler tav. IV n. 48) 
a figure nere dipinte trasciuatamente in fondo rosso, ha da una 
parte tre giovani clamidati che discorrono , dall' altra due giovani 
clamidati ed una giovane ammantata parimenti in atto di discor- 
rere. Questo vaso e un cattivo prodotto di fabbrica italica, il quäle 
prova che l'imitazione delle stoviglie attiche a figure nere, in certe 
parti deU'Italia, ha durato piii lungo tempo che generabuente si 
suppone. L'altro esemplare, dell' altezza di m. 0,28, ha una forma 
simile, ma consiste di argilla grezza rossastra. Entrambi questi 
vasi erano pieni di minute ossa, parte bianche e parte nere, come 
se fossero state carbonizzate. 

Tolte le tegole che erano incassate nellc quattro banchine, non 
apparve traccia di scheletri, mentre vi si rinvennero parecchi vasi. 



VENUTE ALLA IJJCE IN CIVITA CASTELLANA ECC. 31 

Nel loculo banchina a sinistra esisteva im vaso alto m. 0,295 
(simile a Fiu'twängler, tav. IV n. 40, ma col coUo piü stretto c 
snello) a diie maniclii orizzontali obbliqiii, di tecnica simile ai 
u. 1, 2. Qiiesto iittile ha da im lato ima figiira ignuda coii la 
strigile nella destra e ima lekythos nella sinistra, dall' altro ima 
figura ammantata. 

Eravi eziandio im' anfora in forma di campana ( simile a 
Fiirtwängler tav. IV n, 48 ma priva di piedistallo); tecnica come 
ai n. 1, 2, con due tigm-e raggruppate attorno ad im bacino. La 
figura a mauca sostiene con la destra ima corona e con la sinistra 
alzata iino specchio. La rappresentanza nella parte opposta non e 
i'iconoscibile. 

In mezzo alla banchina esisteva un pezzo rozzamente tagliato 
di j)ietra viücanica, e due cosi detti pesi da telaio, larghezza mas- 
sima m. 0,11, altezza 0,15, profonditä 0,07, del peso di chilo- 
grammi due. 

Nella banchina a destra si rinvennero molti vasi, fra i quali 
i seguenti: Una brocca con becco limgo, alta m. 0,20 (simile a 
Fm-twängler tav. IV n. 63) con pittura rossa imposta a fondo 
nero: figura ammantata tra foglie di iilivo. Un vaso con civetta 
identico ai giä descritti n. 1, 2. Diverse stoviglie e una coppa, alta 
m. 0,20, con una figura ammantata di profilo circondata da rabeschi. 
Le figure sono in colore argilla sopra fondo nero ; fabbrica italica. 

Incoraggiato dal felice risultato, il proprietario sig. Crescenzi 
fece praticare dei tasti nelle pareti della cella mortuaria, mediante 
una sonda da minatore, e, alla profonditä di due metri circa, la 
sonda stessa penet:ö in cavitä. Atterrato il muro divisorio, ossia 
praticata una galleria di comunicazione, si penetrö in altro sepolcro 
in tutto simile al primo, cioe con la volta piatta e con nove ban- 
chine perfettamente intatte, delle quali cinque esposte a mezzodi 
e tre perpendicolari alle prime, oltre im piccolo loculetto in un 
angolo. 

In questo secondo sepolcro, oltre a numerosi vasi trovati nelle 
banchine, simili per tecnica e rappresentanza ai giä descritti, si 
rinvennero per terra due cottabi di bronzo, l'uno dei quali munito 
di Manes ed accompagnato dalla nXcianyi^, sopra i quali monu- 
menti non entrerö in discorso, giacche la S. V. li pubblicherä in 
una tavola aggiunta a questo Bullettino. 



32 DELLE ANTICHITA FALISCHE 

Appese alla volta davanti ai tegoloni si rinvennero pure iina 
brocca di bronzo con venire ampio, bocca tonda e manico inchio- 
dato, e im vaso forma kcmtharos^ con ornati neri sn fondo giallo, e, 
piantata nella parete, una patera di bronzo con due manichi di 
brocca infilati nel suo manico istesso. 

Nel lociüetto del quäle ho parlato, si rinvenne una piccola 
coppa di argilla, fatta col tornio, se non con un surrogato primi- 
tive del tornio istesso, di colore uero alla superficie, con un X 
graffito dopo la cottm'a su la parete esterna, con entrovi alcune 
sfoglie di metallo ossidato e un piccolo cippo di silice rozzamente 
lavorato. 

Le camere sepolcrali messe in luce dal sig. Crescenzi sono 
nove e pressoclie tutte della stessa forma e dimensione ed egualmente 
inviolate. In alcune di esse si rinvennero perö degli scheletri assieme 
a residui di casse di legno foderate di lamine di bronzo, ma il legno era 
talmente consunto, e le lamine per modo ossidate, che riducevansi 
poco meno che in polvere al solo contatto. La maggior parte delle 
tombe era invasa da una fitta melma penetrata nel sepolcreto, 
per filtrazione, dal terreno di trasporto soprastante alle apertm^e. 
Avendo esportato un piccolo blocco di quella melma essiccata al 
sole, vi ho potuto scorgere gli strati delle filtrazioni e dei succes- 
sivi disseccamenti, essendo probabile che l'acqua melmosa entrasse 
nel sepolcro durante l'autunno all'epoca delle piogge e poscia len- 
tamente si evaporasse nella stagione estiva. 

Evidentemente gli oggetti rinvenuti, dei quali do, in fine, par- 
ticolareggiata descrizione, appartengono a diverse epoche. I vasi 
di terra cotta ripieui di miuute ossa rinvenuti nei loculi accanto 
agli scheletri, provano che quei sepolcri accolsero i cadaveri di 
parecchie generazioni. 

Molti oggetti di bronzo, molti fittili, alcune selci, parecchi pezzi 
di aes rüde, paste vitree, pietre dure, oro, argento, si rinvennero 
nella necropoli corchianese, ma pochissimi oggetti di ferro, nessuna 
moneta stampata, non un lume, ne fittile ne in metallo e nessuna 
traccia di candelabri , cosi frequenti nelle necropoli latine ed 
etrusche. 

Non si rinvennero neppure iscrizioni, ma soltanto alcuni segni 
graffiti nelle stoviglie. 

Dappoiche le monete coniate cominciarono ad aver corso 



VENUTE ALLA LUCE IN CIVITA CASTELLANA ECC. 33 

in Italia all'epoca dei Decemviri a Koma, siccome l'illustre Momm- 
seu {Gesch. d. röm. Münsiüesens p. 174 ss.) ha luminosamente 
dimostrato, sarebbe natiu-ale la siipposizione che le tombe cor- 
chianesi, nelle qiiali nou si rinvengono monete stampate e si trovano 
invece molti aes rüde, dovessero rimontare ad im'epoca anteriore, 
se il fatto giä accertato che gli aes rüde continuarono a deposi- 
tarsi nelle tombe anche qualche tempo depo la generalizzazione 
dal conio, e se il carattere dei vasi rinveniiti non tendessero a 
mettere in diibbio la maggiore antichitä delle tombe istesse. 

Eccole intanto l'elenco degli oggetti rinveniiti con le princi- 
pali osservazioni ad essi relative , divisi in categorie secondo la 
materia della quäle sono composti : 

Oro ed argento. 

1. Un paio d'orecchini d' oro con fascia centrale ornata nella 
parte siiperiore da sette piccoli rosoni contomati alla loro volta 
da im triplice giro di palline, e nella parte inferiore da sette glo- 
betti in rilievo con tre palline sottoposte per ciasciino. II tipo e 
simile a quello pubblicato p. e. nel 3Iiiseo gregoriam 1. 1. LXXIII b. 
Questi orecchini vennero rinveniiti fra la melma estratta dai se- 
polcri. 

II sindaco di Corchiano sig. Foglia, che esplorö esso pure 
alcuni sepolcri sitiiati in contiuuazione della proprietä Crescenzi, 
trovö un'altro paio di pendenti, perö di stnittiira alquanto di- 
versa. 

2. Anello semplice d'oro in forma di staifa. 

3. Anello rozzo d' argento, cilindiico, simile ad im anello da 
tenda. 

4. Piccolo cerchietto d'oro a tortiglioue. 

5. Anello di argento coperto di ima foglia d'oro. 

Pietre dure. 

6. Scarabeo di onice nera, con vena e cerchi bianchi, liingo 
0,015 alla base, rappresentante im giovine ignudo intento a ripii- 
lirsi con uno strigile la hinga chioma sopra un bacino. 

7. Altro scarabeo di onice rossa, limgo 0,013. Vi e rappre- 

3 



34 DELLE ANTICHITÄ FALISCHE 

sentato a globolo tondo un quadrupede (coniglio o capriiiolo) nel- 
l'atto di alzar la gamba sinistra davanti verso il muso. 

8. Altro piccolo scarabeo di onice color rosso, limgo 0,01, con 
rappresentanza di un giieniero ignndo con celata, che impiigna 
uno sciido. 

9. Altro scarabeo di onice color rosso, lungo 0,01, nel qnale e 
effigiato un cavallo rovesciato in atto di distendeusi e tirar calci. 

Rame e bronso. 

10. Trentacinque pezzi di aes rüde. 

11. Due pezzi di sandali tirrenici con doppie lamine in bronzo 
sorrette da perni inchiodati, che racchiudono uno strato di legno 

alto 0,029. 

12. Tre fibiüe di bronzo: una ad arco serpeggiante, le altre ad 

arco semplice. 

13. Due aste e due piedi in forma di zampa leonina, che ap- 
partenevano probabilmente ad un cottabo, e due manichi di brocca. 

14. Due anelli di bronzo e un chiodo di bronzo con testa piatta 
forata. 

15. Kottabos. V. p. 31. 

16. Altro Kottabos come sopra. 

17. Due brocche di bronzo; V. p. 30. 

18. Piccola brocca e catino, entrambe profondamente ossidate. 

19. Patera di bronzo, con manico liscio avente all' estremitä 
un occhio, con semplici ornati. 

Seid. 

20. Sette piccoli cippi mortuari di diverse dimensioni, rinve- 
nuti nei loculi assieme ad altri quattro cippi di terra cotta giä 

descritti. 

Vetri, smcdti e collane. 

21. Quarantacinque chicchi da collana, d'argilla nera e naturale, 
in parte scannellati : trovati fra la terra e la melma. 

22. Cinque diverse qualitä di chicchi da collana, di smalto, 
alcuno dei quali a fondo turchino con ornato serpeggiante bianco. 



VENUTE ALLA LUCE IN CIVITA CASTELLANA ECC. 35 

23. Tre dischetti di collana in smalto bianco con palle tiir- 
chiüe. 

Fittili. 

Oltre ai vasi giä descritti ne vennero in liice molti altri, che 
io, per cliiarezza, dividerö in tre categorie, cioe : la prima di stoviglie 
greche , la seconda di stoviglie italiche , e la terza di stoviglie 
campane. 

Stoviglie greche. 

1. Orcioletto snello, dell'altezza di m. 0,145, attico, a figure 
nere, di stile scomposto, rappresentanti Bacco a cavallo tra diie 
Satiri che ballano. Qiiesto vaso venne trovato in im piccolo loculo 
assieme ad ima coppa con manico verticale di terra bigia e di 
microscopiche proporzioni. 

2. Balsamario snello dell' altezza di m. 0,12 con ornati neri 
ad intreccio, probabilmente di fabbrica greca. 



Stoviglie italiche. 

3. Sei vasi grezzi di diversa altezza, in forma di m'na e con 
coperchio. Nel piü alto di essi, che misnra m. 0,24, si rinven- 
nero ossa conibuste. 

4. Cinerario dell'altezza di 0,40, in forma di anfora con largo 
coUo e base piatta. E verniciato color rossastro e va mimito di 
due manichi. Anche questo vaso conteneva residui di ossa. 

5. Tre vasi con manico , contenenti ossa umane , con decora- 
zione identica a quella del vaso giä descritto a pag. 31. In uno 
di essi perö la figm-a apparisce vestita di una toga di particolare 
foggia. 

6. Bicchiere a diie manichi con vernice nera-verdastra. La 
parte superiore del recipiente e decorata con fogliami e con iina 
piccola figura ammantata posta tra gli ornati. 

7. Diversi vasi di variate forme e diraensioni, con riprodu- 
zione della suddetta figiira. 

8. Guttus in forma di cerchio , del diametro di 0,28, con 
falle eretto e tesiicoli e due buchi per infondere il liquido. II 



36 DELLE ANTICHITA FALLSCHE ECC. 

cerchio e decorato con una ghirlanda di edera riportata in bianco 
SU fondo nei'O (^). 

9. CFn filtro di terra grezza. 

10. Molti gittti parte d'argilla grezza e parte verniciati in 
nero. 

11. Vaso a diie manichi orizzontali (Fui'twänglertav. VI n. 213) 
con figure ammantate in colori sovrapposti al nero, che sono spariti. 

12. Piccola anfora simile, con diie figure ammantate dipinte 
con colore rosso sovrapposto. 

13. Diverse piccole patere, ognuna con una testa di donua 
(di profllo) rossa in fondo nero, di cattiva fabbrica italica. 

14. Tazza, sopra la quäle e rozzaraente dipinto un Tritone di 
colore rosso-chiaro e bianco sovrapposto al nero. 

Stoviglie camiiane. 

Due orciuoli a bocca tonda e con fondo nero ornato di ra- 
bescM bianchi. 

Le ho accennati, chiarissimo signor professore, i principali 
fittili rinvenuti , che ammontano a parecchie centinaia, ne mi di- 
lungo a parlare degli altri molti, perche mi offriranno abbon- 
dante materia di descrizione le preziosissime antichitä venute alla 
luce in altri sepolcri corchianesi, e tali da superare per la raritä 
e il pregio quelli che ho teste con le mie deboli forze illustrati. 

(1) Questo vaso appartionc ad una simile categoria con quelle pubblicato 
Phüologus XVII (18G1) p. 5G5. 



SOPEA UNA FIBULA D'ORO 
TROVATA PRESSO PALESTRINA 



Un mio amico mi moströ recentemente una fibiila d'oro acqui- 
stata da liii neiranno 1871 a Palestrina e mimita siil canale d'una 
iscrizione latina grafflta. Tale fibiüa, riprodotta in zincografia, siiUa 
pag. 40 e inserita nel nostro testo. Essa appartiene alla classe gene- 
ralmente chiamata « ad arco serpeggiante « . L'arco ha in ogni lato 
tre corti bastoncini trasversali. Le due coppie di bastonciui che si 
trovano piü vicine al canale sono solide, mentre la terza, qiiella cioe 
piü discosta dal canale, consiste di bastoncini perforati. Non ardisco 
decidere, se le aperture di qiiest' Ultimi anticamente siano state chiiise 
con qualche ornato in ambra o in ismalto, o se il foro abbia servito 
per passarvi im filo che fissava la fibiüa sulla veste. 

Benche non si sappia, in quäle tomba sia stata rinvenuta questa 
fibula, uondimeno possiamo stabilire lo strato donde proviene. Si- 
mili fibule d'oro finora si sono trovate soltanto in sepolcri, il con- 
tenuto dei quali si raffronta con quello della tomba ceretana sco- 
perta dai signori Regulini e Galassi ('), sepolcri che con perfetta 
sicm-ezza possono attribiiirsi al VI secolo a. Cr. (-). Mi limiterö a 
citare soltanto alcuni esemplari, la cui provenienza dall'anzidetto 
strato e testificata in maniera indubitabile. 

Nell'anno 1855 il sig. Principe Barberini fece scavare sotto 
Palestrina un gruppo di tombe appartenenti al medesimo strato {^). 

(0 Grifi Monimenti di Cere antica, Roma 1841 ; Museo gregoriano I 
t. XI, XV-XX, LXII-LXVII, LXXV-LXXVII, LXXXII-LXXXV. 

(2) Heibig das homerische Epos aus den Denkmälern erläutert 2. ed. 
p. 91-93. * 

(3) Mon. Ann. Bull. delVInst. 1885 p. XLV-XLVII. Archaeologia 41 I 
(London 1867) pl. V 1, 2 ; pl. VI 1 ; pl. VII-XIII p. 199-206. Mon. deivkst. VIII 
t. XXVI, Ann. 1866 tav. d'agg. G H p. 186-189. 



38 SOPRA UNA FIBULA d'oRO 

Gli oggetti rinveniiti iu questo scavo ora sono esposti nella biblio- 
teca Barberiniana. Notai tra essi tre fibule d'oro, le quali mostrano 
il medesimo tipo deH'eseinplare trovato nell'anno 1871 e ne diver- 
sificano soltanto in cose accessorie. In una cioe mancano i bastou- 
cini trasversali e la parte davanti all'arco e ornata di qnattro figurine 
di piccioni imposte, mentre nelle altre due i bastoucini appariscono 
incurvati ed all'estremitä mnniti di bottoni. 

Fra i sepolcri appartenenti allo strato in discorso si distingiie 
per la ricchezza del contemito una grande tomba preuestina sco- 
perta uell'anno 1876 dai signori Bernardini ('). Essa ci diede una 
fibula d'oro di tipo quasi identico all'esemplare riprodotto nella 
nostra zincografia (-). 

Lo stesso deve dirsi d'una fibula d'oro pallido rinvenuta in 
una delle piii anticlie tombe a camera cliiusine che ?onosciamo (3), 
il quäle esemplare diversifica dal nostro soltanto in ciö, che l'arco 
ed il canale sono decorati con un ricco ornato a grauaglia. 

Alla fine faccio ancora menzione d'una fibula analoga d'oro 
trovata anche essa presso Chiusi ('^). E vero che le circostanze del 
ritrovamento sono sconosciute, ma gli ornati a granaglia che cuoprono 
l'arco ed il canale corrispondono tanto esattamente coUa decora- 
zione d'oggetti d'oreficeria riuvenuti nella tomba ceretana Kegulini- 
Galassi ed in sepolcri di contenuto simile, che questa fibula deve 
attribuirsi al medesimo stadio. Si raffronta coli' esemplare da noi 
pubblicato in ciö, che il canale e munito di un'epigrafe riferibile 
al possessore, epigrafe la quäle, in corrispondenza con la regione 
donde proviene la fibula, non e latina ma etrusca. 

Dall'altro canto non si e mai verificato il caso che un simile 
esemplare sia stato trovato in una tomba la quäle contenesse vasi at- 
tici a figm-e nere o rosse o altri oggetti accenuanti alla fine del VI o 
al V secolo a. Cr. Essendo cosi sembra certo che la fibula preue- 
stina risalga al VI secolo a. Cr. e che 1' epigrafe latina graßita sopra 
di essa sia la piü antica tra tutte quelle a noi note. Tale fatto 
e importante per diversi riguardi. 

(1) Jfon. deirinst. X t. XXXI-XXXIH, Ann. 187G p. 248-254; 3fon. XI 
t. II, Ann. 1879 tav. d'agg. C p. 5-18. 

(2) Mon. cleirinst. X t. XXXI^ 7. 

(3) Mon. deWInst.X t. XXXIX» 7. Gl Ann. 1877 p. 405. 
(*) Mon. Ann. dclVInst. 1855 t. X p. 52. 



TROVATA PRESSO PALESTRINA 39 

Fra gli oggetti di metallo trovati in tombe etrusche ed ita- 
liclie di epoca cosi antica e molto difficile distingiiere, quali siano 
importati, qiiali lavorati iieU'Italia. Come si vedi'ä nellarticolo sus- 
segueute, riscrizione graffita sopra la fibula prenestina nomina \m 
fabbricaute latino. ßisulta diinqiie che quest'esemplare e lavorato 
uel Lazio. 

Oltre a ciö deve tenersi conto di tale fibula nella questione, 
se il trattato commerciale tra Romani e Cartasfinesi attribiiito da Po- 
libio airanno 509 a. Cr. appartenga infatti a quest'anno o ad epoca 
posteriore. Parecclii dotti hanno dubitato della data indicata dallo 
storico greco, e tra altre ragioni hanno fatto valere anche questa, 
essere impossibile di siipporre che la scrittiira in quell' epoca sia 
stata abbastanza conosciiita ai Eomani per poter stendere un con- 
tratto tauto circostanziato. Qiiest'obbiezione e confiitata dalla fibula 
prenestina, la cui iscrizione prova che durante il VI secolo la scrit- 
tura era giä usata nella vita priyata dei Prenestini. E non sembra 
casuale che nelle tombe etrusche ed italiche, le quali contengono 
fibule del tipo in discorso, abbondano prodotti fabbricati da Fenicii 
Orientali od occidentali {^). 

Ma r Interesse maggiore e offerto dalle particolaritä linguistiche 
ed alfabetiche di quell" iscrizione, sopra la quäle lascio la parola 
al sig. Dümmler che la lesse e l'interpetrö giustamente. 

W. Helbig 



(1) Helbig 1. c. p. 30-31, p. 91-93. 



ISCRIZIONE DELLA FIBULA PRENESTINA 




L'iscrizione dice: Manios: med: fhe- fhaked: Nmiasioi. 

Cioe : « Manios mi lia fatto per Numasios « . Nella parola Fhe : 

Fhaked tra 1' h e \a era ancora incisa im'asta verticale, che in grau 

parte e stata cancellata dallo scrittore stesso. Se confrontiamo 

auzitutto r alfabeto della nostra iscrizione con quella del vaso di 

Diienos, la piü antica che fin qiii si conoscesse, scoperta ed illustrata 

dal Dressel {Ann. d. List. 1880 p. 158 segg. tav. d'agg. L) ('), 

la nostra ci mostra un carattere considerevolinente piü arcaico. 

Veramente la forma delle lettere e appena diversa, perö ci si 

scorgono ancora certe differenze nel modo come i segni s'adoperano 

per esprimere i suoni , le quali gettano nuova luce siüla storia 

degli alfabeti italici in generale. L' opinione sinora accettata , e 

di cui il Mommsen {^) e l'autore, e compendiata da A. Kirchhoff 

Studien zur Geschichte des griechischeii Alphabets ^ p. 115: « Gli 

« alfabeti italici si diyidono in diie griippi , che chiaramente si 

« distinguono fra loro , e di cui il primo, al quäle apparteugono 

« l'etrusco, l'umhro e l'osco, e caratterizzato dal segno 8, comune 

« a tutti questi alfabeti, inventato espressamente, rigettando il greco 



(1) La letteratura sopra questa iscrizione si trova presso Pauli Altit. 
Stud. I p. 3 segg. 

(2) UiiteriKd. Dialekte p. 3. segg. 



ISCRIZIONE DELLA FIBULA PRENESTINA 41 

« per indicare il suono dell'/", ed aggiimto ai segni accettati 
« dell'alfabeto gi-eco. L' altro gruppo, composto del latino e del 
« falisco non conosce questo segno, ma, rigettando egiialmente il 
« greco 0, adopera per indicare il suono /, il segno del vcm^ ed 
« in seguito a ciö ha perduto la possibilitä, rimasta agli alfabeti 
« del primo gruppo , di distinguere u consonante ed ii vocale ; il 
« segno della vocale v deve servire ad indicare ambediie •» . 

Quest'opinione viene modificata dalla nostra iscrizione. Usando 
essa il segno composto FB per indicare il semplice suono /", dob- 
biamo supporre, che nel latino antichissimo il semplice segno F 
conservasse il valore del greco vaa. Ammettendo F B come la 
forma originaria italica, si spiega anche il nuovo segno dell' altro 
gruppo, 8 S, come differenziato dalla seconda parte del segno com- 
posto, come aveva gia sospettato Deecke (^). Si puö fare ancora 
la domanda, se il falisco il piü arcaico, nel segnare 1' / ed il vau 
non abbia coinciso con l'alfabeto euganeo (-) , giacche e difficile 
l'immaginare perche ^ venisse differenziato da F, se F non era 
rimasto in uso. Grli alfabeti italici verrebbero perciö divisi in tre 
gruppi, secondo il modo come rimpiazzarono non giä il rifiutato segno 
calcidico (t), ma il segno composto F B per f. Quäle sia stato il 
motivo per non accettare il segno (t), e difficile il dirlo; si potrebbe 
spiegare con ciö, che nelle lingue italiche foueticamente nessun 
suono esattamente gli corrispondeva. Ma non e neanche impossi- 
bile che l'alfabeto calcidese, quando venne assunto dagli Italici , 
non conoscesse ancora il segno (J), ma similmente, come le piu an- 
tiche iscrizioni di Greta , Melo e Tera usasse per il suono / un 
segno composto; F B starebbe allora a P B come B $ dell'alfabeto 
di Nasso a K M del cretese. 

La forma del W a cinque aste non deve far meraviglia, come 
neanche 1' uso ancora conservato del K. Tanto 1' uno che 1' altro 
appariscono ancora sull' iscrizione di Buenos, il cui carattere per- 
fettamente latino a torto fu messo in dubbio dal Jordan nell' Hermes 
XVI (1881) p. 225. Ne viene di conseguenza che C aveva allora 
il valore del suono g. 



{}) Baumeister Denkmäler des Mass. Altertums I p. 54. 
(2) Cf. Moninisen Mitheil, der antiquar. Gesellschaft in Zürich "VII 
199 scgg. Doecke 1. c. p. 5.3 e 54. 



42 ISCRIZIONE DELLA FIBULA PRENESTINA 

Altrettanto antica qiianto la scrittura e anclie la lingua del- 
riscrizione. La rediiplicazione del perfetto di facio era nota sinora 
solo nell'osco per la tayola bantina 10, 11 e 17. II triplice piinto 
tra la rediiplicazione e la radice indica che non s'era ancora per- 
diito del tiitto il seutimento dell' essere qiiella in origine un ele- 
mento separato. L' allungamento della sillaba radicale subentrö 
soltanto dopo che era perduta la reduplicazione e precisamente nel 
tempo trascorso tra la nostra iscrizione e quella di Diieuos. — L'am- 
mollimento del suono t finale la nostra iscrizione 1' ha comune con 
quella di Diienos, con la cista Ficoroni e con l'osco (cf. Bücheier 
Rhein. Museum XXXVI (1881) p. 242). — L' i del dativo sin- 
golare della declinazione in o era nota finora solo da Mario Vit- 
torino p. 2458, il quäle si riferisce ad antichi documenti di trat- 
tati e leggi. — La 5 nel mezzo del nome non deve sorprenderci, 
essendo un fatto bene accertato la sanzione data in epoca relati- 
vamente tarda dal censore Appio Claudio al rotacismo che sorgeva 
in Roma (Cic. ad familiäres IX 21, Pomponio Big. l, 2, 2, 36). 
E vero che Jordan, Kritische Beiträge zur Geschichte der La- 
teinschen Sprache p. 104 segg. cerca di toglier di mezzo queste 
testimonianze per il mutamento dei suoni in Roma; ma ciö dipende 
dalla sua tendenza di stabilire una certa diversitä tra il latiuo il 
piü arcaico ed i dialetti affini, tendenza alla quäle non possiamo 
associarci. Le prove per la forma del nome Numisius v. in Jordan 
1. c. p. III. Da Nwmeriiis non si puö separare Nitmasios. 

Se in Festo p. 170 (cf. de praenomirie c. 6.) e detto, che il 
nome Nmnerius non s'incontrava in alcima famiglia patrizia prima 
che Q. Fabio sposando la figlia di un ricco Maleventano N. Ota- 
cilio, si obbligasse a dare al suo figlio il nome del nonno matemo, 
non posso da ciö trarre col Mommseu (') la conclusione generale, 
che questo sia venuto a Roma dagli Irpini. Plebei romani pote- 
vano servirsene anche prima ; e quanto a quel racconto della sua 
introduzione nella famiglia dei Fabii, non posso sopprimere il so- 
spetto che esso dipenda da una falsa o maligna etimologia , la 
quäle lo riferiva ai niimmi^ che Q. Fabio acquistö col matrimonio. 
Festo non dice punto, che gl' Irpini Otacilii fossero una famiglia 
nobile; anzi le sue parole indiictus magnitudine divitiariirii fanno 

(1) Römische Forschungen I p. 10. 



ISCRIZIONE DELLA FIBULA PRENESTINA 43 

piiittosto siipporre il contrario. A Roma certo gli Otacilii erano 
plebei. 

Uu ricco plebeo sarä stato anche quel Namasios, ciii appar- 
teneva la uostra fibiila. II costiime di servirsi di im solo nome — 
almeno nei documenti privati — lo riscontriamo qiii per la prima 
volta. A ragione il Mommseu 1. c. p. 5 rigetta alle ■ concliisioui , 
che Varrone {de praeii. in.) trae dai nomi della leggenda di Ro- 
molo. Dall'iscrizione della fibula natm-almente non consegue , che 
all'epoca istessa non fossero usati in documenti iifficiali diie nomi 
nelle famiglie nobili, o pertino fra i plebei, e nemmeuo che allora 
venissero scritti per intero tutti i prenomi. üsandosi im solo pre- 
nome, e natm-ale, che non viene abbreviato. 

La nostra iscrizione e difficilmente nn atto di donazione, ma 
insieme ima raccomaudazione dell'abile orefice ed ima assicurazione 
del possessore contro i ladri. 

GIUNTA 

Ho dato qui sopra press' a poco ciö che pronunciai neH'adu- 
nanza del 7 genuaio. Finita la stampa venni a conoscere le relative 
osservazioni del Deecke Wochemchr. f. klass. Philol. 16 febr. 1887 
col. 220. L'estratto del mio discorso ibid. col. 121 (del resto non 
fatto da me) a bella posta ommette ogni citazione di letteratiira. 
non volendo altro che rendere accessibile 1' iscrizione stessa. Ora 
ognimo Yede che io conoscendo l'ipotesi del Deecke, era ben lon- 
tauo dal volermela appropriare. 
Roma, 2 febbraio 1887. 

Ferdinand Dümmler 



LE FKECCE AMOROSE DI EROS 



L'amore considerato come una freccia scagliata dalla divinitä 
sugli uomini, si trova nella poesia greca, per quanto si puö rico- 
noscere, la prima volta iu Euripide (i), ed e sempre Eros che ma- 
neggia e scaglia le frecce d'amore : Cupido senijjer ardentis acuens 
sagitias cote crueuta 1 Solo una volta si attribuisce quel fatto ad 
Afrodite nella Medea (Ol. 87, 1 = 432), dove il coro prega (629) : 

liriTioT\ (o däöTioiv' in' ijiol 

Per lo contrario nel secondo IppoUto (Ol. 87, 4 = 429) Eros (-) 
e quello che scaglia « il dardo di Afrodite « (534 seg.), ed egual- 
mente nell' Ifigeriia in Aulide (543 seg.) : 

t6^ ' svTSivsTai Y^aQizMV , 

t6 S ' inl oTy/t'CTf/ ßioxctq (3). 

Nessnna meraviglia, che l'epoca ellenistica abbia esteso qiiest'im- 
magine! Mosco (II 18 seg.) scherzaudo descrive il piccolo arco e 
la piccola faretra dalle amare frecce, con cui cosi spesso ferisce; 

(1) In Eschilo Prom. 649 Imero non e ancora personificato : lev? yuQ 
iuEQOv ßiXsi yiQog aov riO^aXnrca xiX. 

(2) Eurip. Medea 528 devesi leggere: "Epw? a'i^t^dyxnae növwv ncpvxriav 
(vulg. rö'^oig u(pvxrotg) roi\udf ixacSaac de /nag ; dunque qui non c'entra. 

(3) Per errore Ateneo p. 562 F attribuisce qucsti versi al tragico Che- 
rcmone. 



LE FRECCE AMOROSE DI EROS 45 

Apollonio Kodio (III 26 seg. ; cf. anclie Uracont. X 49 seg.), pro- 
babilmente imitando un modello di Callimaco (0 , descrive molto 
minutamente, come Afrodita spinta da Hera e Atena cerca ed ec- 
cita il figliiiolo a ferire Giasone e Medea con frecce amorose 
(v. 156 seg.), come Eros poi senz'esser yediito entra in fretta nel 
palazzo nella Colchide e scaglia la siia freccia efficace (v. 375 seg.). 
Bione poi da al dio alato l'epiteto di "ExaßoXog, ricordando l'ome- 
rico Apollo, che colpisce lontano (e cosi pure Nonno Bion. XVI 8). 

Ancor piü spesso e piü generalmente l'epoca greco-romana usa 
r immagine di Eros che manda con la freccia l'amore nel euere 
deir uomo. Piii caratteristico di tutti e il passo di Ovidio nelle 
Metamorfosi I 466 seg. : ad Apollo ispira Eros l'amore per Dafne 
con un' acuta ed aurea freccia, la giovane invece viene colpita da 
un dardo ottuso di piombo, che in certo modo ne discaccia l'amore : 
fugat hoc, faeit üliul amorem. Numerosi epigrammi infine del- 
l'Antologia greca (p. es. Pal. V 58. 86. 179. 180. 2lh\ Plan. 199. 
204. 213 ecc), le cosidette poesie anacreontiche (p. es. Rose 13. 
25. 33 ecc.) ed altri scrittori (cf. p. es. ancora Ovidio Met. V 383 ; 
Apul. Met. IV 31 e V 30 -ecc.) (-) formano il passaggio tanto ai 
poeti quanto agli artisti della rinascenza e dell' epoca nostra. 

Di fronte a questa quantitä di menzioni e descrizioni e re- 
lativamente molto piccolo il num.ero di immagini nell'arte, che 
espressamente (3) mostrino la freccia amorosa, scagliata dal piccolo 
ed onnipotente dio nei cuori degli dei e degli uomini — xarvu Je 
xal fiE TVTtTsi i^isaov fjTtccQ, MüneQ oiatQoq\ 

Le piü antiche rappresentazioni di questo genere sono alcune 
immagini di vasi dalle figure rosse di epoca ellenistica, di cui uno 
e giä stato pubblicato da Tischbein: Vases Hamilton III 39. Di- 
nanzi ad una donna, che commossa alza ambedue le mani, sta 
appoggiato ad im bastone un giovane con benda al capo e man- 
tello : nel discorso stende la mano destra. Dietro a lui quäle indi- 
cazione della casa o del suo ingresso vedesi una colonna ionica, 

(1) Cf. Dilthey Callim. Cyd. p. 44 VI. VII e Aristen. I 10. 

(2) Pill V. in Eohde Gricch. Rom. p. 149, 4. 

(3) Perciu di rappresentazioni di gemme come Müller- Wieseler 11 51, 
633. 634 ecc, o di rilievi come Clarac 181, 158 non si tiene conto, qiian- 
tunque benissimo possano essere spiegati in questo senso, e anche lo debbauo. 
Cf. ancora Müller-Wieseler II 53, 668. 



46 LE FRECCE AMOROSE DI EROS 

alla cui base sta inginoccliiato un piccolo Eros che scocca una 
freccia ('), cioe le ispira Tamore pel giovane — appunto come vien 
narrato in Apollonio Eodio nella descrizione giä citata (III 278): 

(oxa J' vno (fXir<v TTQoööfUo sri ro^a ravvöüag 

iodoxrjg dßXijrcc ttoXvCtovov e^s'Xst' iov. 

8x ö' oys xaQTtaXifioKTi Xud-Mv TToalv ovdov aiieixpsv 

o^ea dsvSiXXbn' ' avTM 6' vno ßaiog iXvffO-eig 

AidoviSii yXv(f(daq [i,e(t<Srj srixarS^sro vsvQr^ , 

Id-vg 6' aiKfOTeqriai di<xcixöfi€Vog naXäiirjaiv 

rjx' sTil Mrid^iiß' TrjV 6' dficpaüirj Xäßs ^Vfxov. 

(xvTog S' vi^ioquifoio naXiiinsrig ix iifyäqoio 

xayyaXbMV rji^s . ßs'Xog d' ivsSaiero xovqrj 

vs'qO'SV v7t6 xQadiij (fXoyl si'xfXov ' xrX. 

Una simile immagine (-) descrive Stephan! sulla parte ante- 
riore d'im cratere dell' Ermitage di Pietroburgo n. 1181, anzi tanto 
simile (3), che non esito a riconoscervi l'originale del disegno di 
Tischbein: se Tischbein, relativamente Italinsky, riferiscono nel 
teste, che qiiesta scena d'amore si trovi insieme all' immagine di 
Bellerofonte Vases Eamüton III 38 (^) sii imo stesso vaso, ciö 
non devesi ascrivere che ad im errore: la parte postica del vaso 
di Pietroburgo mostra semplicemente tre giovani in mantello. Se 
la mia opinione, come io non dubito, e' esatta (•''), non abbiamo una 



(1) Cf. Friederichs Philostr. Bilder p. 245, 1. 

(2) Cf. anche Furtwängler Fros p. 37. 

(3) La diiferenza principalc si h, che la donna nella destra tiene un pic- 
colo pomo. Se questo frutto, che del resto converrebbe moltissimo alla scena 
erotica, non e un' aggiunta moderna, al tempo di Tischbein il suo color bianco 
s'era appunto staccato, come dall' ornamento della donna (alla testa, al collo 
ed alle braccia) e di Eros (alla testa, al petto ed ai piedi), che perciu e om- 
messo nella pubblicazione. 

(4) Copiato anche in Miliin Gal myth. 97, 392 e Thorlacius Prot. Opp. 
IV tav. n. 5 ; cf. anche Böttiger Kl. Sehr. H p. 256 ; Welcker neWIIandb. di 
Müller § 414, 1, p. 701, 1 e 702, 5; Fischer Bellerophon p. 64 sg.; Engel- 
mann Ännali dclVInst. 1874 p. 12, 18. 

(•''j Kiescritzky, cui comunicai il mio sospetto , ebbe la bonta di esa- 
minare il vaso di Pietroburgo e mi scrivc : " anche a nie parc il vaso di 
Tischbein III 39 identico al nostro n. 1181. Senonche il nostro vaso proviene 
dalla raccülta Laval, e come la maggior parte dei vasi di questa collczione 



LE FRECCE AMOROSE DI EROS 



47 



sitiiazione mitologica (Bellerofonte e Stenebea), raa solo ima sem- 
plice scena di genere, iu ciii Eros ispira nel euere ad ima faiiciiilla 
amore pel giovane che le sta inuanzi; potrebbe darsi anche che 
una sola freccia dovesse valere per tiitti e due insieme, come e il 
caso in Miiseo (17 seg.) e Longo (I 7). Egualmente ima scena di 
genere ci öftre la seconda di tali immagiui, che si trova sii im 
piccolo vaso della bella raccolta latta in ßuvo e che qiii appresso 
viene piibblicata per la prima volta (•) ; il disegno e siciiro e fatto 




con abilitä, ma siiperficialmente. Eros lancia la freccia contro una 
gioyane che in fretta fiigge innanzi a lui e spaventata alza la 
destra per difendersi. II dio s' inginocchia nell' inseguirla per col- 
pire piü sicuramente ; nella sinistra essa tiene lo specchio , dim- 
que Eros l'ha sorpresa alla loilette. Un terzo esempio finalmente 
ci viene offerto dal famoso e grande vaso d'Ebe del miiseo di Ber- 
lino n. 3257 (Gerhard Apul. Vasenb. tav. D). Qiiivi sotto ambe- 
due le anse e raffigurato quäle centro di im bell'arabesco im me- 



e tanto fortemente ritoccato, che della figura originaria nulla si puu vedero. 
Forse la stessa immagine sta nascosta sotto il ritocco ; ma non o impossibile 
che si abbia coperto un' immagine meno interessante con quella graziosa di 
Tischbein. Anche la parte posteriore sembra alterata ». Comunque sia, ab- 
biamo ad ogni modo una sula immagine , non due ripetizioni affatto simili 
di un istesso modello. 

(1) Catal. latta n. 1417; forma del vaso tav. III 33 = Jahn Mänc'K 
Vas:ns. II 68 == Heydemann Ncap. Vas. III 130; altczza 0,11; diam. 0,12. 



48 LE FRECCE AMOROSE DI EROS 

daglione in cui Eros sta accoYolato e scocca ima freccia (i), dall'una 
parte volto verso rimmagine nuziale d'Ebe, dall'altra verso la scena 
della parte posteriore per la massima parte perduta, che si con- 
gettiirö ora alliidere a Amimone (Gerhard) ora a Ippolito (Kalk- 
mann Arch. Ztg. 1883 p. 47 segg.) ovvero a Cefalo (Furtwängler). 
In qiialsivoglia modo si sia, ambediie le volte Eros scaglia la freccia 
d'amore, qiii contro ad Ebe ed Ercole, lä ad im dio (Poseidone) 
ad una dea (Eos), che soggiacciono alla sua potenza. Certamente 
meno o anzi punto converrebbe qiiesto scoccar della freccia da parte 
del dio dirimpetto ad Ippolito, poiche la sua potenza di fronte a 
qiiesto Teseide diviene nulla, ed Eros difficilmente avrebbe potiito 
essere cosi rappresentato ; senonche (voglio osservarlo chiaramente) 
questo a parer mio non varrebbe a decidere diffinitamente in senso 
sfavorevole all' ipotesi di Kalkmann , dappoiche il pittore puö aver 
ripetuto la figiira del dio in tale siio atto o per distrazione o per 
pedante simmetria. 

Finalmente va pure qui riferito il vaso di Meleagro della rac- 
colta Santangelo (n, 11), la cui retta interpretazione dobbiamo a 
Forchhammer e Kekule. Ma avendo il dardo di Eros un triste 
eTetto presso Meleagro ed Atalanta , cagionando infine la morte 
dell'eroe - per la quäl cosa il pittore da ad Eros nelV iscrizione 
esplicativa l'epiteto di « invidioso » {^^öroo) - Afrodite quasi per 
biasimo e per castigo ha tolto al figliuolo arco e frecce, siccome il 
comico Aristofon narrava che per un psephisma dei dodici dei ad 
Eros vennero tagliate le ali: 

Iva (lij TTSTYjTai nqog tov ovqavov näXiv xrA (-). 

A questi vasi dell' epoca ellenistica tengono dietro anzitutto 
due rilievi, che, lavorati bensi in tempo posteriore, cioe all'epoca 
imperiale romana, pure hanno completamente le loro radici nell'arte 

(1) Presso il signor Augusto Castellani mi notai nel 1877 una cosidetta 
pelike (alt. 0;335) di epoca tarda, che su una vernice nera con colore bianco, 
giallo c violetto niostrava un Eros, con pettinatura femminile, seduto sulla 
sua clainide e scoccando una freccia; innanzi al dio una Stella; in ogni latu 
un arbusto di fiori ed arabesclii ; la linca del piede puntata. 

(2) Appena fa d'uopo di osservare, come sia modcrna la gemma di Vi- 
venzio, che a questo scherzo di Aristofon si riferiscc ed ö copiata in Müller- 
Wieseler II 55, 699. 



LE FRECCE AMOROSE DI EEOS 49 

ellenistica. Sur una corniola Martinetti {Impr. gemm. delVImt. VII 
44) siede sopra una nipc pensoso e concentrato im giovane, col man- 
tello, clie gli sta intorno e sopra alle cosce ; innanzi a Im sta in 
piedi accanto ad im lauro iin piccolo Eros e contro lui scocca la 
freccia. Chi sia o debba essere quell' nemo, oggidi non si puö dire ; 
l'Helbig, Olli non isfiiggi la somiglianza della siia posizione col- 
l'Ares Liidovisi, pensa al dio della guerra, mentre all' incontro la 
totale mancanza delle armi parmi vi si opponga ; meglio quindi e 
piü sicuramente quell' iiomo , contro ciii scaglia Eros la freccia, 
resta innominato. Per lo contrario siil rilievo di im sarcofago di 
Salonicco {Arch. Ztg. 1857 tav. 100 cf. 1871 p. 157) e Fedra la 
vittima della sua freccia. Sur un'alta ara sta inginocchiato il pic- 
colo Eros e scocca la freccia ; dietro a lui Afrodite in piedi indica 
coUa sinistra quäle meta del tiro Fedra, che le siede di contro; 
la regina colpita, circondata da due ancelle, alza le mani lamen- 
tandosi e gemendo 

ovTs yccQ TiVQog ovt' 
adTQwv imsQTeQov ßsXog 
oiov 10 rctq ^AcfQoSirag 
l'ri(Siv ex %sQ(ov 
"Eqo)c, Jioq nmg (Eur. Ilqipol. 532). 

Se la piccolezza (') di Eros, che scocca la freccia, involonta- 
riamente ci rammenta le Anacreontica, al loro tempo apparteneva 
un quadro oggi perduto, che egualmente rapp:esentava l'amore di 
Fedra per Ippolito, amore pur qui indicato con le frecce amorose 
di Eros. Per quanto confusa ed esagerata dalla rettorica sia la 
descrizione che il sofista Coricio — rjxttaas ö't er roTg 'lovartnarov 
XQÖvoig (527-565 d. Cr.: Phot. Bibl. 160) — fa di questo quadro, 
allora esistente a Gaza (-) pure non si avrä a dubitare della reale 
esistenza di questo quadro, il cui pittore o copista aveva t(o Traidi 
Tov Korwvog rrjv avrrjv nQogijyoQtav, cioe cra stato un certo Timo- 
teo , per altra parte non noto. Ne piü ragione avremmo di sospet- 

(1) Afrodite tiene forse fermo con la sua destra il fanciiülo per un'ala, 
affinche non cada dall'altare ? 

(2) Mai Spicil. rom. V p. 428 scg. = Boissonade Chor. orat. p. 156 
seg. Cf. inoltre Brunn Bull. delV Inst. 1849 p. 61 seg. ; Matz de Philostr. 
fide p. 17; Herclier Hermes V p. 290 scg. 

4 



50 LE FRECCE AMOROSE DI EROS 

tare che le parole di Coricio: ovtoi St ('EQMTsg) xal xcad Om'- 
Sgav, doc oQag, dvixeivavro tu lo^eviiiaTa , non siano che ü pro- 
dotto d'im adornamento rettorico, e in realtä non siano stati rap- 
presentati nell'una parte del qiiadro : mentre un Eros tiene a Fedra 
calamaio e calamo, altri Eroti sono piue presenti, di cui forse uno 
appunto ha mirato la freccia contro Fedra, un altro appimto scocca 
e cosi via. 

Fra le pittiire pompeiane (i) ci entra il quadro descritto dal 
Sogliano n. 110, dove mirasi im eroe (Ciparisso?), sul cui petto un 
Amore sta tiraudo la freccia amorosa. A questo dipinto aggiungo 
ancora un'altra tavola parietale, su cui Eros non e veramente dipinto 
nell'atto di scoccar la freccia, ma pure queste frecce amorose sono 
chiaramente indicate. Anzitutto l'attraente immagine del ciclo di 
Artemide (-'), conservata a Pompei in parecchie ripetizioni, e che 
ora si spiega come Atteone (Heibig), ora come Orione (Dilthej^ e 
Maass), ora come Ippolito (Kalkmann). Nessuna di queste spiega- 
zioni e ottenuta senza sforzo ed e affatto soddisfacente. Solo questo 
e certo, che mentre cacciatore e cacciatrice stanno immersi in un 
vivo discorso, quel briccone di Eros, che con contidenza ed impu- 
denza s'appoggia alla coscia della donua seduta, con ambedue 
le maui mira contro il suo cuore un' acuta freccia. La situazione 
parmi chiara : il discorso verte suU' amore ; ancor piü : la fan- 
ciulla e sdegnosetta e rifiuta di corrispondere all'amore del gio- 
vane, sieche questi si vuo' allontanare ; ma Eros ha giä afferrato 
una freccia — de mille sagittis Uiiam reposuit, sed qua nee 
aciUior ulla, Nee minus incerta est (Ovid. Met. V 380) — e 
cambierä a lei il sentimento. A me non pare la rappresentazione 
ne mitologica, ne eroica, bensi soltanto una scena di genere, appunto 
come il ritrovamento di un nido di Eroti per opera di una fan- 
ciuUa e d'un giovane, dipinto tre volte (3) come i)emlant di quello, 
non e che una scena di genere {^) : all' immagine d'un amore sde- 

(^) A bello stiuliu hisciu da banda i dipiidi So£,diano n. 252 e 376. 

(2) Hclbig n. 253-255 o Sogliano ii. 119. Cf. DiUlioy Bull cldVInst. 1868 
p. 151 ; Maass ibid. 1882 p. 156 sejyg. ; Kalkmann Arrh. Ztg. 1883 p. 132 se;?p.). 

(3) Heibig n. 253 c 823; 254 e 821; 255 c Trondelenburg Arch. Zfu. 
1870 p. 5 i. 

(■*) La s])iegazionc di l)iH]ic'y per Afrodite ed Adone non culpisco il 
giusto, a quanto rai senibra {Bull. delVInst. 1869 p. 152 n. 821). 



LE FRECCE AMOROSE DI EROS 51 

gnoso ancor da superare sta qui di fronte quella dell'amore nella 
siia pieuezza ; conie terza iinmagine due volte venne scelta Arianna 
abbandouata ('), iina volta Admeto ed Alceste che ascoltano la dura 
sentenza dell' oracolo relative alla malattia ed alla morte d' Admeto, 
adunqiie rappresentazioni mitologiclie di un amore pel momento 
infelice (-). Un altro quadro parietale dei dintorni di Roma, c cui 
qui devesi accennare, venne pubblicato e trattato da Winckelmann (^), 
dietro un disegno di Bartoli. Paride ed Elena eccitano a vicenda 
il piccolo Eros , che sta in piedi tra loro , a mettere in opera le 
sue armi — arco e freccia — contro l'altro, mentre Afrodite (cosi 
a ragione l'Overbeck) assiste allo scherzevole giuoco. 

Le figure fin qui trattate mostravano sempre eroi ed uomini 
contro cui Eros dirige i suoi dardi ; alcuni altri all' incontro si 
limitano ad Afrodite ed a suo figlio , che per comando della ma- 
dre, come spesso viene narrato dai poeti (''), scaglia qui e lä la sna 
freccia, per destare amore. Cosi lo vedemmo giä rappresentato 
sul sarcofago di Eedra di Salonicco; cosi lo troviamo ancora su 
due altre immagini che a lor vantaggio si distinguono merce par- 
ticolari bellezze. L'una d'esse. che adornava la pietra d'un sigillo 
e assomiglia molto alla figura di Salonicco, e conservata in parecchie 
copie tra quella quantitä d'impronte di sigilli, che, trovate nelle 
vicinanze del tempio C di Selinunte, ora si conservano nel museo 
di Palermo (copiate e trattate da Salinas nelle Noüzie degli scavi 
1883 tav. VII 402 e IX 80 p. 288 seg.; cf. Ztschr. für bild. 
Kunst XII p. 176 seg.) : accanto ad Afrodite seduta sta su un 
tavolo, a quanto sembra , il piccolo Eros , in procinto di scoccare 
la freccia ; egli la dirige verso l'alto, adunque forse contro uno 
degli Olimpii ; la destra di Afrodite tocca la spalla destra del dio, 
non per altro, credo, che per insegnargli la direzione della freccia (^). 

(1) Anche a questa rappresentanza sui quadri di Pompei non di rado h ag- 
giunto im Eros con arco e freccia in mano: Heibig 1224. 1228. 1231; cf. an- 
che 1223; Sogliano 535. 536 ecc. 

(2) Heibig n. 1231. 1218. 1161. 

(3) Winckelmann Mon. ined. 114 p. 157 (due figure adoperate sul fron- 
tispizio di Mai Iliad. pict. Eomae 1835); cf. Overbeck Sagenkr. p. 271, 11. 

(4) Cf. p. e. Apoll. Kodio III 26 segg. ; Ovid. iMet. V 365 segg. ; Nonno 
Dion. XXXIII 143 seg.; Ach. Tat. YIII 12; ecc. 

(5) Cf. tutta la rappresentanza sopra un sardonice pubblicata da King 
Ant. gems und rings tav. V 4. 



52 LE FRECCE AMOROSE DI EROS 

L' immagine e disegnata in modo attraente e graziöse. AU'istessa 
epoca dei veri Diadochi, in cui fu fatto qnesto sigillo, appartiene 
anclie l'altra rappresentazione, non meno bella nella composizione, 
ed ancor piü bella nel lavoro. E \m rilievo piano in bronzo di 
Corneto, ora nel Museo del LouYre, purtroppo danneggiato nelle 
teste, destinato a venir posto come ornamento su qualclie oggetto 
rotondo, come sm- ima teca per lo specchio, o su una pi/a^ls (pub- 
blicato e trattato da Bnmn 3Ion. clelV List. VI e VII 47, 6 e 
Annali 1860 p. 490 segg.). Sopra una riipe siede la dea dell'amore; 
accanto dal lato destro le sta suo figlio , senz' ali , e adiilto ('); 
qnesti ha appunto scagliato la freccia, la cui corsa certo ambedue 
gli dei seguiyano coi loro occhi. Con famigliaritä la madre tiene la 
destra suUa nuca del figlio, mentre con la sinistra solleva un po' 
con grazia e leggiadria il mantello suUa spalla. All'opinione di 
Brunn, che originariamente alla sinistra della dea sia stata pure 
quella persona contro cui era stata diretta la freccia, contradice 
anzitutto il fatto, che le due figure esistenti empiono completamente 
una superficie circolare di 0,18 di diametro, e nou lasciano pimto 
posto per una terza persona. Certamente con ciö resta in dubbio 
e lasciato a nostra fantasia, chi sia l'uomo o relativamente la 
donna colpita dalla freccia d'Eros ; ma l'artista voleva in generale 
solo mostrare la forza d'amore: Afrodite comanda di ferire ed 
Eros obbediente tira. 

Ad ambedue queste immagini si aggiungerebbe un rilievo in 
marmo del museo di Napoli (-), che vuolsi trovato a Napoli, ed e di 
layoro molto mediocre ; ma e a mio parere moderno, o almeno molto 
dubbio, cosi che mi posso accontentare di accennarvi semplicemente. 
Altre rappresentanze artistiche di Eros che scaglia le sue frecce 
nel cuore degli dei e degli uomini, non mi sono adesso uote. 

H. Heydemann 



(1) Si potrobbo pcrciu aiiclic pensare ad Apollo e Leto contro i Niobidi; 
iria ad Afrodite accenna docisamente, cosi credo, il petto ignudo della donna. 

(2) Cf. Gerhard Neap. ant. Bild. p. 133, 501 ; Finati Regal Mus. Borh. 
(altra ediz. 1816) I p. 256, 68. 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 



Festsitzung am lOten December zur Geburtsfcier Wiuckel- 
manns : Helbig : über einen Portraitkopf der Livia (s. Mittheiluu- 
gen II S. 3-13). — Studniczka : über Stil und Ursprung der Gie- 
belsculpturen des Zeustempels in Olympia. — Henzen : Ueber eine 
beim Furlopass gefundene Inschrift (s. Mittheilungen 11 S. 14-20). 

Studniczka : air indicazione di Pausania, essere i frontoni del tempio 
di Giove in Olimpia opere di Peonio e di Alcamene, contradicono i monu- 
menti ritrovati. Non solo tutte le figure del tempio sono fatte in uno stilo 
ancora arcaico, non piü concepibile dopo terminato il Partenone, ma h anclie 
dimostrato da argomenti tecnici cd epigrafici, che il tempio poco tempo dopo 
il 460 era compiuto. Ed a proposito sopravvenne la dimostrazione di Löschcke, 
che anche il Giove di Fidia dehba essere stato creato prima che s' iniziasse il 
Partenone. Dall'altro canto l'unica data sicura della vita di Alcamene esclude 
affalto ch' egli abbia potuto irrender parte al lavoro delle scultiire di Olimpia; 
e quanto a Peonio, la su.a Nike lo fa apparire, se non scolare, almeno certa- 
mente successore di Fidia. Per quella tradizione non aveva nemmeno l'anti- 
chitä alcuna testimonianza autentica: frontoni di templi non portavano iscri- 
zioni d'artisti ; al bisogno di un' epoca posteriore i ciceroni hanno soddisfatto 
con una congettura fondata sopra un malinteso dell' iscrizione della Nike di 
Peonio (cf. in generale Wolters nella 2^ ediz. dei Bausteine del Friederichs 
p. 134 sg.). Se percio T indicazione di Pausania con tutte le ipotesi che ne 
furono derivate deve abbandonarsi, ei troviamo liberati da una grande anomalia 
storica. AU' epoca quando il tempio venne costrutto, al bisogno dell' arte in 
Olimpia provvedeva precipuamente la scuola di Sicione cd Argo, poi quella 
di Egina. E se si puo intendere, che per fare la flgura di Giove venisse chia- 
inato un Ateniese, giä allora considerato come il piü grande scultore del suo 
tempo, pure non si potra concepire, che si sia affidata la decorazione figurale 
del tempio, costruito da Libone, architetto del paese, a giovani stranieri e 
poco conosciuti, non alla grande scuola patria. A questa tra altri Giorgio Treu 
e Corrado Lange {Mitth. d. arch. Inst. Athen. VII p. 206 sg.) attribuiscono 
le nostre sculture ; auch' io sono venuto a simile convinciraento, ed in altro 
luogo ne esporrö piü estesamente le ragioni. 

Con una sola eccezione, di cui parlerö piü tardi, lo stile di tutto il mo- 
numento anche a me pare identico, cii^ che naturalmente non esclude certe 



54 SITZÜNGSPROTOCOLLE 

diversitä speciali, che si spiegano con la partecipazione di scultori divorsi, 
iiiolto diversi nella loro capacitä artistica. Incominccremo V analisi delle sin- 
gole parti dalla fog-gia del vestire. II naturalismo del semplice panneggia- 
iiiento degli uomini, considerato dal Brunn come un eminente criterio della 
sua arte greca settentrionale, a me non sembra che un criterio di queH'epoca 
che comincia ad imitare in ogni cosa strettamente la veritä. Un po' di questo 
naturalismo ce lo mostra pure rahhigliamcnto muliebre, che mi convinse an- 
zitutto, provenire le iiostre sculture da artisti peloponnesiaci. In origine tutte 
le Greche portavano il peplo, che noi siamo soliti a chiamare chitone dorico 
(cf. Studniczka Beiträge zur Gesch. d. altgr. Tracht, p. VI sgg.; 6 sgg. ; 
92 sgg.). A questo s'aggiunge, anzitutto presse grioni, il chitone di lino, tolto 
dai Semiti [Beiträge p. 13 segg.)> che durante il settimo e sesto secolo si dif- 
fonde non solo sulle coste asiatiche e sulle isole, ma pure nella Magna Gre- 
cia, in Atene, ed in parte anche nel Peloponneso. Predomina nei monumenti 
della scultura arcaica, e cpi facilmente si riconosce per le pieghette spesse e 
per lo piü ondulate. L'antico peplo non cade affatto in disuso, ma viene por- 
tato sopra il chitone, benche rappresentato anch' esso in pieghe convenzio- 
nali. Esempi notissimi di questo abbigliamento ionico sono provenuti dagli 
scavi di Delos e di Atene. Bentosto pero depo le guerre persiane ritorna in 
uso il peplo nell'originaria sua foggia, ora detto anche chitone dorico o pe- 
loponnesiaco, da quella stirpe che lo mantenne piii saldamente. Ma il vestito 
ionico non sparisce del tutto ; continua a venir usato accanto al dorico in una 
forma piü libera. Questo stadio e rappresentato dall'arte di Fidia, cui anche 
qui avrä preceduto Polignoto. AIP incontro nello stile piü antico della pittura 
di vasi a figure rosse, il cui fiorire cade circa tra il 510 ed il 460, predo- 
mina ancora l'arcaico abbigliamento ionico (cf. Bühlau Quaest. de re vest. 
Graecor. p. 35 segg.) , il vestito dorico essendo ancora quasi sconosciuto. 
Percio e stranissima l'asserzione sostenuta da Curtius e Furtwängler, che cioe 
la foggia del vestire rappresentata nelle sculture di Olimpia sia prossima a 
quella delle pitture sopramentovate : qui tra undici figure di donne vestite una 
soltanto mostra il chitone ionico colle fine pieghe ondulanti, le altre sono tutte 
vestite alla dorica. Ed anche queireccezione ha il suo motivo speciale: nella sposa 
di Piritoo il chitone di lino deve evidentemente ritenersi come un solenne ve- 
stito di nozze. Non posso parlare di tutti i singoli vestiti delle altre donne; 
osservo soltanto che le giovani, Ippodamia nel frontone Orientale {Arch. Ztg. 
1884 p. 281 sgg.; Winter die jüngeren att. Vasen p. 28 sg.) e l'Esperide nella 
metopa di Atlante, portano il vestito primitive delle ragazze doriche. — Dallc 
osservazioni fatte prima risulta chiaramente, come l'uso quasi esclusivo del 
costume dorico in quel tempo sia prova dell' origine peloponnesiaca del mo- 
nuinento. E ciö basta, a parer mio, per escludere con le altre opinioni anche 
quella di Kekuld e Wolters , appartenere cioö le nostre sculture alla stessa 
scuola delle piü rccenti metopi di Selinunte. Da])poiche ivi pure il vestito 
ionico e usato accanto al dorico ed in generale vi si osservano molte tracce 
d' influenza ionica. A que.st' incrociamento di carattere ionico e dorico polrebbc 
corrispondere il nome di Clearco di Reggio, Saniiu d'^riginc e scolare di 



SITZUNGSPROTOCOLLE 55 

Eucheiros Corinzio. Con ci6 pero s'esclude soltanto Ticlentitä, non la prossima 
afSnitä dell' arte degli uni e degli altri monumenti. In fatti la maggior parte 
delle figure muliebri che nella prima meta del V secolo mostrano il costumc 
dorico nello stilo semplice c naturalistico delle statuc d'Olimpia, provengono 
dal Peloponneso. Cito comc escmpi l'Era scduta dell'Ereo di Argos c le Sta- 
tuette in bronzo provenienti da Calavrita e da Tegea in Arcadia; inoltre una 
Serie di Statuette di Afrodite usate conio sostegni di specclii, in parte tro- 
vate in Corinto, luogo originario della loro fabbricazione. Di opere statuaric 
eminenti di tale tipo , nia di originc sconosciuta, non nomino che le danza- 
trici d'Ercolano, alquanto piii recenti, e Toriginale della cosidetta Vesta Giu- 
stiniani. Specialmente quest' ultima statua h affine alla Sterope (detta prima 
Ippodamia). II carattere peloponnesiaco della Sterope riconobbe anche il Brunn, 
prima, h vero, di sapere che appartenesse al frontone supposto da lui d'arte 
greca settentrionale. Lo stesso egii disse per l'Atena e per l'Esperide di due 
metopi orientali. Ma ambedue queste figure hanno di comune con Tlppodamia 
dello stesso frontone e, per quanto si puö esaminare, anche con la maggior 
parte delle figure dell' altro frontone una singolaritä poco appariscente, ma 
appunto perciö molto significante per l'unitä di tutto il monumento. II vestito 
dorico si chiude di solito sulle spalle in maniera che il lembo di dietro venga 
sovrapposto sulFanteriore ed allacciato con questo (esempi v. Studniczka Bei- 
träge p. 98 sg.) ; naturalmente e possibile anche Topposto, che cioe il lembo 
anteriore sia posto sopra il posteriore. Senonchfe qui sull'una spalla si trova 
r uno, suir altra V altro (lo stesso si osserva nella statua descritta Beschr. 
Roms ni 3 p. 254 n. 14, che e di uno stile quasi identico a quello 
delle nostre figure). Anche nella formazione delle pieghe non posso rico- 
noscere diversitä essenziali, mentre Brunn contrappone anche in questo ri- 
guardo le metope orientali come peloponnesiache alle occidentali supposte 
dell'arte greca del nord, fondandosi sul confronto di due cose, che non si pos- 
sono confrontare, cioe delFEsperide in piedi con TAtena seduta. Anche in que- 
sto rispetto lo stile delle nostre figure parla chiaramente di origine pelopon- 
nesiaca. Come hanno osservato colleghi che senza preconcetti studiarono la 
questione, le pieghe sono come battute di lamina, adunque ideate nella tec- 
nica del acpvQi'jXaxoi', che i Dedalidi del Peloponneso hanno praticato per 
secoli, prima che si introducesse l'arte di fondere il bronzo. Tracce di questa 
tecnica si riconoscono anche nel modo di rappresentare i capelli, i quali in 
parte non sono che sbozzati in superfici affatto inarticolate, quasi battuti di 
lamina auch' essi, in parte rappresentati come ricci di bronzo lavorati sepa- 
ratamente e saldati alla testa: tecnica di cui l'esempio notissimo e una testa 
arcaica di Ercolano. Certamente non puo negarsi che vi si trovino anche ca- 
pelli di lavoro piü naturalistico in marmo. — In quanto alla rappresentazione 
delle forme del corpo stesso il Brunn osserva nelle figure ignude dei frontoni 
la mancanza di conoscenza esatta deirorganismo e della tensione elastica dei 
muscoli, che p. e. ammiriarao nelle figure di Egina. Ma se si prescinde da 
lavori molto imperfetti, come quello del giovanetto seduto, o da una voluta 
imitazione delle forme rilasciatc della vecchiaia, c si prendono ]u'r norma le 



56 SITZUNGSPROTOCOLLE 

figure quiete, come Giove, Pelope, Enomao ed il cosidetto Apollo, a parer 
mio non negheremo agli artisti la certa intelligenza delle forme principali e 
della loro connessione. E vero che le forme nelle statue dei frontoni sono 
sbozzate piü sommariamente che nelle metopi , ed ancora molto piü che 
nelle figure di Egina. Ma anche nello stile quadrato del Doriforo policleteo 
manca qucsta cura dei particolari, che la scuola di Sicione ed Argos anche 
nella generazione precedente non avrä ricercata, come infatfo deve essere stata 
estranea allo acfVQi]haot'. Pero in statue di frontoni, esposti in luogo alto 
alla piena luce, quel lavoro per cosi dire abbozzato, che sopprimendo i par- 
iicolari fa risalire piü chiaramente le forme principali, h anche piü vantag- 
gioso della y.uxdryfiig, della troppa raffinatezza degli Egineti. — Delle teste finora 
non si e nerameiio principiato :i separare i tipi diversi. Anche qui si e voluto 
trovare la piü stretta affiaitä con le figure dei vasi attici di stile severe, ed 
infatti non si possono negare certe somiglianze. Ma non si deve dimenticare che 
l'arte attica prima di Polignoto e Fidia fu influenzata anche dal Peloponneso, 
p. es. da Cimone Cleoneo e da Agelada, maestro di Mirone. Ed e appunto il 
Peloponneso, cui accennano le teste piü distinte del tempio di Giove. Quella di 
uua Lapita con fazzoletto annodato intorno alla testa, ha in generale il tipo della 
vergine vincitrice del Vaticano ; quella dell'Esperide e quasi identica ad una 
testa di Madrid molto somigliante ai tipi policletei di Giunone ; anche con 
l'Amazone policletea l'Esperide ha grande affinitä. La testa del cosidetto 
Apollo del frontone occidentale, che C. Lange ha detto precursore del Dori- 
foro, mostra grandissima somiglianza con la testa del Museo britannico che 
0. Müller non senza qualche probabilitä considero come copiata dair Apollo 
di Canaco Sicionio ; almeno in tutta Tarchitettura del viso e nelF espressione 
di severitä maestosa l'analogia ö manifesta. Anche la statua d'Olimpia, a causa 
del suo tipo, vien chiamata generalmente Apollo ; ma come e divenuto Apollo 
protettore dei Greci nella lotta dei Centauri nel frontone del tempio di Giove? 
A me come ad altri pare piü probabile che questa figura, corrispondente al 
Giove della parte anteriore, sia piuttosto Ercole, Teroe nazionale del Pelo- 
ponneso, che specialmente in Olirapia veneravasi come fondatore dei giuochi, 
L'azioiie di qucsta forte divinita, che con la destra stesa protegge i Lapiti, 
non puo deflnirsi meglio che con Tepiteto (VAs'iiyMy.og. Ora un Ercole Alessicaco 
venne fatto da Agelada, che inoltre nella vicina Achaia rappresentö Teroe 
imberbe. Ed h appunto Agelada che allora con la sua scuola dominava Parte 
del Peloponneso. Cito p. es. gli artisti che riunisce la nota base del donario 
di Prassitele, e tengo per probabile che essi, o artisti di simil classe, abbiano 
eseguito le sculture del tempio di Giove, sotto la guida di Agelada ovvero 
almeno della tradizione della sua scuola. — Soltanto un piccolo gruppo di figure 
si distingue dalla massa, come in parte hanno riconosciuto Curtius, Petersen 
c Furtwänglcr {Athen. Mltth. V p. 41 sg.). Sono le quattro ultime figure nei 
due angoli del frontone occidentale, le due ninfe giacenti e due vecchie ca- 
dute. Piü evidente e la diflferenza nella bella testa di una delle ninfe, pre- 
cursore immediato della Partenos di Fidia. Per V arte piü progredita e in 
ispccic significante la formazione delPangolo estcrim dciroccliio. Mentre quo- 



SITZUNGSPROTOCOLLE 57 

st'angolo in tutte le altre teste e chiuso nella maniera arcaica, le teste della 
ninfa e dcUe due voccliie haiino Torlo della palpebra superiore continuato un 
po' all' infuori delF inferiore. La stessa piu sottile osservazione della natura 
mostrano anche nel resto le toste delle vecchie col loro orribile verismo, cd 
i vestiti di queste figure, i quali, per quanto si puo vedere, anche nella ma- 
niera di allacciare sulle spalle il costume dorico differiscono dalle altre c mo- 
strano lo Schema ordinario. Tutto cio accenna a quel grado di sviluppo 
dell'arte attica che Polignoto inizio e Fidia portö alla perfezione. La quäle 
opinione vien confermata ''anche dal materiale di quelle quattro figure ; 
mentre cioö tutto il resto e fatto di marmo pario , queste sono di pentelico. 
Ora sappiamo che Fidia con Colote e Paneno venne in Olimpia, per fare l'im- 
magine da venerarsi nel tempio quasi finito. Essendo stato il frontone Orien- 
tale finito senza dubbio prima dell'occidentale, e in ciascun frontone dovendosi 
cominciare il lavoro nel mezzo, le figure e gli angoli del frontone occidentalc 
furono evidentemente gli ultimi lavori fra gli ornamenti dell'edifizio; per essi 
almcno i maestri attici hanno prestato 11 loro aiuto. 

Bei Gelegenheit der Winckelmannsfeier wurden zu Correspon- 
denten ernannt: 

Herr Alfonso Buglione conte di Monale in Korn 
» Ernst Eicliler in Rom 
» Dr. Isidoro Falchi in Montopoli Valdaruo 
» Angelo Lupattelli in Perugia 
» Ludwig Otto in Dresden 
» Pietro Stettiner in Rom 

Sitzung am 17ten December: Di Monale: Entdeckungen falis- 
kischer Altertliümer bei Corchiano (s. Mittheiluugen II p. 21-36). — 
Helbig : lieber bei Corcliiano gefundene Kottabosgeräthe (s. Mit- 
theilungen II unten). 

Sitzung am 7ten Januar : Le Blant : Zwei Bronzeagraffen 
aus dem 6. oder 7. Jahrhundert. — Stettiner : Bei Tivoli ge- 
fundenes römisches Tripondium. Bei Mantua gefundenes aes signa- 
tum. — Gatti und De Rossi : Fragment einer Inschrift des Königs 
Ariobarzanes I, gefunden auf Piazza della Consolazione. Grabinschrift 
von der Via Portueusis. — Helbig und Dümmler: Goldene Fi- 
bula mit altlateinischer Inschrift aus Palestrina (s. Mittheilun- 
gen II p. 37-43). 

Le Blant: Les deux bijoux de bronze que jai Thonneur de prdsenter 
ä la compagnie ont ete, me dit on, trouves ä Rome, sans que Ton puisso nie 
ddsigner exactement le lieu d'nü ils provicniiont. Ce sunt dcnx agrafes autrc- 



58 SITZÜNGSPROTOCOLLE 

fois fixe'es sur des ceintures de cuir. Leur forme, peu commune ä Rome, ne 
se rapproclie en rien de Celle des fibules antiques; eile se rapproclie du type 
com-ant aux temps merovingiens et byzantins. Toutes deux sont de l'e'poque 
chretieune. Sur la plaque de la premi^re est grossierement trace un oiseau pose 
sur unc brauche charge'e de fruits et devant lequel se trouve une palme. Le 
Corps de cet oiseau est moucliete de points indiquant les couleurs variees de 
son plumage. — La seconde agrafe, qui a ete lortemeut doree, montrc sur sa 
plaque uue croix dont chaque bras porte ä son extremite une lettre : 



H- 



-N 



Le nora propre que representent ces lettres est-il grec ou latin ? S'agit-il 
pour les deux preraieres d'un C ou d'un sigma- lunaire, d'un H romain ou 
d'un ijTcc ? je ne saurais le dire, bien que Tobjet paraisse plutot etre by- 
zantin. La disposition particuliere du monogramme et la forme des caracteres 
permettent de classer les deux agrafes au VP ou au VIP siöcle. — La croix 
grav^e sur la seconde d'entre elles la faisait peut-etre considerer par son pos- 
sesseur comme un phylactere. Se croire, se faire garder de tout malheur par 
les objets que Ton portait sur soi, parait avoir ete souvent dans l'esprit des 
anciens. II en est, entre plusieurs autres, une preuve dans Tagrafe d'or d'un 
baudrier trouve en Grece que possede maintenant notre beau musee d'ai-tillerie 
de Paris. Au milieu de Tagrafe est enchässee une monnaie d' Alexandre, et je 
n'ai pas besoin de dire ici qu'on attribuait autrefois ä cette medaille une haute 
vertu preservatrice. Comme les pai'eus, les fideles partageaient une teile cro- 
yance que leur reprochent les Peres, et je signalerai ä ce propos une autre 
figure incessamment reproduite sur les agrafes d'un peuple guerrier, les Bur- 
gondes, au sixiöme et au septii^me siecle. C'est l'image de Tun des emblemes 
les plus clairs de la preservation dans un torrible danger, celle de Daniel 
debout entre les lions rendus inoffensifs par la puissance de Dieu. Placke 
comme la mödaille d' Alexandre sur un objet de meme nature, la scene de 
Daniel, ä peu pres exclusivement choisie pour figurer en cet endroit par les 
Burgondes de la Gaule, peut avoir eu dans leur pensee le meme role que 
cclui des monnaies dont je parle, je veux dire le role de phylactere. 

Stettiner: II tripondio, trovato a Tivoli nel settembre 1886, pesa 
grammi 285 ed appartiene percit) alla riduzione dell' asse a 4 once. Vaes 
signatum, rinvenuto presso Mantova, e simile a quelli rinvenuti a Marzabotto, 
Parma, Peggio Emilia, Teramo, Fiesole, Orvieto e Cerveteri e descritti dal 
P. Garrucci nella ultima sua opera (tavv. VII, Vm, IX e LXVII). Porta sulle 
due facce un tronco bracciato della gramigna, pesa grammi 2240, equiva- 
lente a circa sette libbre, per cui pu^ supporsi che -il pezzo intero pesasse 
12 libbre. 



SITZUNGSPROTOCOLLE 50 

Gatti : Nei lavori di foudazionc di uii uuovo fabbricato sulla piazza 
della Consolazione si c rinvenuto im frammento di grande blocco rettango- 
lare di travertino, il quäle coiiserva questo avanzo di antica iscrizione: 




Nello stesso luogo fu trovato, nello scorso mese, un simile parallclepipedo di 
travertino, su cui rimaiie un notevole frammento epigrafico, greco e latino, 
che sarä pubblicato e dichiarato dal Mommsen (s. Mittlieilungen II untenj. 
L'uno e l'altro masso, identici nella forma e nella struttura architettonica, 
appartenevano certamente alla costruzione di un vetusto edificio, che dovea 
trovarsi sull' altura del Capitolium; donde poi rovinarono nel piano sottopo- 
sto, che e appuuto Todierna piazza della Consolazione. Le epigrafi che vi 
sono incise, appartengoiio alla serie di quelle che il Mommsen ha dimo- 
strato essere state dedicate al popolo romano, dopo la prima guerra mitrida- 
tica, da re e popoli diversi dell'Asia ; e si trovano tutte scritte sopra massi 
rettangolari di travertino, aventi fra loro una medesima diraensione. II fram- 
mento sopra riferito puu attribuirsi probabilmente al re Ariobarzaue, primo 
di questo nome, al quäle da Silla fu restituito il regno di Cappadocia usur- 
pato da Mitridate. L' iscrizione era dedicata Junonjei Regina[e ; e puö con- 
frontarsi con altre due della medesima serie, le quali nominano Giove Capi- 
tolino. Laonde se queste ultime, secondo la opinione del Mommsen, erano 
poste nel tempio di Giove Ottimo Massimo, il frammento teste rinvenuto pur. 
benissimo spettare al medesimo santuario, nel quäle anche Giunone regina 
aveva pubblico culto. 

De Eossi : r enunciata scoperta giova a confermare la sentenza, ac- 
cettata oramai da tutti i topografi di Eoma, che cioe il Capitolium e il 
tempio di Giove sorgessero sull'altura meridionale del colle capitolino, e non 
su quella opposta ov' e ora la chiesa d'Aracoeli. 

Gatti : un' iscrizione in marmo , trovata circa il primo miglio della 
via Portuense, in una vigna della collina di Monte Verde, dice cosi: 

D M 

AVRELIVS • NICE 
TA • AVRELIAE • AELI 
A-NETI-FILI-AE-BENE 
MERENTI • FECIT • 
FOS • SOR • VIDE • NE 
FODIAS • DEVS • MA 
GNVOCLV • ABET • VI sie 
DE-ETTV-FILIOABES 



60 SITZUNGSPROTOCOLLE 

La formola : Fossor , vide ne fodias, puo confrontarsi con altre simili che 
s' incoutrano neH'epigi'afia sepolcrale, e che qualificano come sacrilegium lo 
scavare in terreno religioso. Perciö Tistitutore del sepolcro ammonisce chiun- 
que tentasse violarlo, che il nume supremo ha gli occhi aperti, vede ogni 
cosa, e potrebbe punire l'offesa recata alLa religione del sepolcro della pro- 
pria figlia, nella persona dei figli di lui. 

De KosSI '. la formola fino ad ora unica nei monumenti cpigrafici 
Deus magnu{s) oclu {h)ahet dee essere confrontata con la dottrina dal rif. 
esposta nel Bull, crist. 1863 p. 59, 60, circa la diffusione divenuta, raassime 
nel secolo terzo, ogni di maggiorc tra i pagani nel mondo romano, della cre- 
denza nell' unitä del sommo Dio, e delle formole ad essa alludenii; le quali 
sono talvolta uno dei problemi piü difScili nel discernere le iscrizioni pagane 
dalle cristiane. Sono notissinie le conlroversie circa la cristianitä. pretesa dal 
Maffei, di un'ara veronese dedicata Deo magno aeterno (v. Orelli n. 2140. 21-41). 
La medesima formola e teste apparsa in ini' ara africana {Epliem. epigr. V 
p. 414 n. 787); ed in un' epigrafe votiva bilingue di Miseno si legge congiun- 
tamente : Deo magno et fato hono {C. I. L. X n. 3336). Lo scongiuro per 
r inviolabilitä del sepolcro, appellando alla Vendetta di Dio grande insiemo 
a quella dei Manes, appellati öcdfxofsg xccrce/O^öyiot h formolato in un'epigrafe 
greca della Frigia nelle parole seguenti : 'Eroqxi^öusSa 6e xo /nsysi^os rov 
d^eov xcd Tovg xarci^d^oriovs (^iduovcig fjij&s't'cc ddiy.i-aat to ^ri]ueTov x. r. '/.. 
[Bull, de corresp. hellen. 1882 p. 516). Lioltre la formola Deus magnus oclu 
habet e illustrata da esplicita testimonianza di Cipriano ; il quäle nel secolo 
terzo parlando dei pagani scrisse : « dici frequenter audimus « Deus » et « Deus 
videt '» {}). Finalmente il rif. ricordö un' iscrizione pagana sepolcrale da lui 
medesimo collocata nel grande corridore lapidario vaticano, la quäle tennina 
con la singolare formola chiedeute una preghiera pel defonto : Tu qui leges 
et non horaberis (sie) erit tibi Deus testimonio. 

Sitzung am 14teii Januar: Tommasi-Crudeli : Bemerkungen 
über das Klima von Kom. Antike Entv/ässerungsanlagen in der 
römischen Campagna (s. Mittlre ilungen II unten). — Conze : Aus- 
grabungen von Pergamon. 

Conze : Lesse un breve rapporto intorno i scavi di Pergamo eseguiti 
per ordine del E. governo prussiano (-). Disse che, se nel cominciare quegli 
scavi davano resultati principalmente per la storia delle belle arti, ultima- 
mente appartenevano piü gencralmente alla storia della coltura greca, essen- 
dosi sostituito, come oggetto delle ricerche, ad un singolo monumeuto piut- 
tosto l'intiera cittä di Pergamo. — Essendosene messa a luce la parte la piü 
importante, si e compiuta una rivoluzione totale nella topogratia di Pergamo. 

(1) Quod idola dii non sM cap. 9 ; Opp. ed. Hartel I p. 26. 

(•) Cf. Die Ergehiiisse der Ausgrabiaif/en su Pergamoiij vorläufiger Bericht von Conze^ 
Humann, Bohn, Stiller, LoUing und RaschdorfF. Burlin 1880. Die Ergebnisse der Ausgrabungen su 
I'ergamon 1880-1881, Vorläufiger Bericht von Conze, Ilumann, Bohn. Berlin 1882. 



SITZUNGSPROTOCOLLE 61 

Prima degli scavi si riteneva che la capitale degli Attalicli si stendcsse dalla 
montagna fin nella pianura al di lä del fiumc Selinus; adesso si sa clie occu- 
pava solamcnte il montc e die quasi tutti gli avanzi di costruzioni situati 
faori del recinto di Eumene 11 non appartengono che all' epoca romana. Fu 
compiuto cotale cambiamcnto delle idee intorno la topografia, quando quasi 
in cima alla montagna si scopri il foro cd il teatro del tempi dei re ('). — 
Fatte c terminate queste due scoperte , i lavori furono diretti verso la 
sommitä della montagaa, che formava il germe e nucleo di tutta la citta. 
Come risultato degli scavi condotti ivi al fine si pu6 stahilire che questa 
parte antichissima della cittä nei tempi dei successori di Filetero era dive- 
nuta la reggia, come per esempio l'acropoli dell'antica Bisanzio sotto gli Otto- 
mani divenne il serraglio, recinto fortificato, nel quäle stavano non un solo pa- 
lazzo, ma diverse abitazioni dei sovrani e delle loro famiglie.La reggia aPerganio 
conteneva, oltre l'antichissimo santuario di Minerva con la bibliotcca fondata 
nei tempi dei re (-), altri cinque complessi di edifizi, dei quali e conservata 
almeno la configurazione della pianta nei fondamenti. Non mancano alcuni 
trovamcnti di singoli oggetti, che aiuteranno la spiegazione di siffatti avanzi. — 
Dove nel nord , a ponente di quei palazzi reali , si stendeva una terrazza 
con un' esedra edificata da Attalo 11, il terreno fu nei tempi imperiali romani 
considerevolmente ampliato mediante una serie di fondazioni a volta e vi fu eretto 
sopra un tempio grandiose di stile corinzio con un'area circondata da colon- 
nati. Questo santuario prima fu dichiarato per 1' Augusteo, ma adesso si sa, 
principalmente da una iscrizione bilingue, che era il tempio dedicato a Giove 
amicale e Traiano. Concorrono altri indizi che l'insieme non fu terminato 
che sotto Adriane e probabilmente destinato allora al culto di ambedue quegli 
imperatori. — II rif. menzionfj in fine la scoperta di un acquedotto dai tempi dei 
re, il quäle conduceva l'acqua di sorgente quasi fino al puuto piu alto della cittä. 
Era un acquedotto sotterraneo co.struito con tubi di piombo; l'acqua vi saliva 
mediante la pressione, passando dal livello piü basso della valle, che traver- 
sava, fino al punto piü alto non meno di 150 metri di altezza. Questa ricerca 
e scoperta fu fatta dal signor Graeber, architetto, incaricatone dall'accademia 
delle scienze di Berlino. 

Sitzung am 21ten Januar: Gamurrini: Schale mit faliskischer 
Inschrift aus Civitacastellana. Lateinische Inschrift bei Corchiano. 
Strzygowski , G. B. Eossi und Gatti: Ansicht Roms in einem 
Gemälde Cimabue's in der Oberkirche von S. Francesco in Assisi 
(s. Mittheilungen II unten). Dümmler : lieber Vasen von Naukratis. 

GamURRINI: Present6 una tazza arcaica di bucchero nero trovata nella 
necropoli che si esplora a sud di Civita Castellana ; era in una tomba da 

(1) Cf. Conze^^?«' Topographievon Pergamon^ Sitsungsber. d. K.Ak. d. W.su Berlin 1884 p. 7. 

(2) Tutto ciö che conceme il santuario di Minerva e la biblioteca fu pubblicato nel II vo- 
lume degli Alterthiimer von rergamon: Der Tempel der Athena Polias Nikephoros von R. Boliu 
mit einem Beitrage von II. Droysen. Atlas in folio, Text in 4. Berlin 1885. 



62 SITZÜXGSPROTOCOLLE 

ciü si cstrassero vasi italici graffiti a flgure aiiimalesche, che rimontano ad 
un' etä non inferiore al sesto secolo av. Cr. Nella tazza si vcggono (lue epi- 
grafi graffite esternamente : nell'una, che e accomiiagnata dal segno di una 
testina uraana, si legge : 

I O t q A >i O >l = ^Äo lartos. 

uciraltra, scritta a rovescio rispetto alla prima : 

O I I <3> I I I A >l O >l 3 =^A-o kaisidsio. 

Fece rilevare che questa forma di lettere deriva dall'alfaheto greco calcidico, 
che s' introdusse nella regione falisca dalla ])arte del Lazio, e paragonö Tepi- 
grafe a quella di Ardea, che reca : ^OOKANAIO^. non solo mostrando 
la confurmazione alfabetica, come la eko falisca risponda alla echo od ego 
ardcatina, sostenendo che la parola ha la significazione di ego, e ricordando 
a tal proposito VEgo G. Antonios del puticolo dell' Esquilino. Dalle iscri- 
zioni trovate fln qui nel territorio falisco si puö legittimamente distinguere 
la scrittura falisca in tre periodi : nel primo i Falisci ricevettero Talfabeto 
greco calcidico diffuso nel Lazio ; nel secondo accolsero le forme (ma sembra 
non tutte) dell'etrusco ; nel terzo sotto il romano dominio modificarono alcune 
lettere, da renderle reculiari alla loro regione. Queste fasi vengono sempre 
piü comprovate da nuove epigrafi, che nello scorso mese di gennaio suno av- 
venute a Civita Castellana. — Ad un miglio dal paese di Corchiano, presse 
Tantica via che conduce a Falleri, sta incisa in rupe a gi'andi e profonde let- 
tere l'epigrafc seguente dal rif. copiata sul luogo 

C-nONATIVS-S///F-PRATA 
FACIVNDACOIRAVIT 

Si appalesa del secondo secolo av. Cr. e ricorda un' opera pubblica eseguita da 
C Ponatio in quel territorio, la quäle non ci era ancora trasmossa nella latina 
epigrafia. Consistette quella nel prosciugare gli acquastrini, nel raccogliere le 
acque, e nell' inigazione dei prati : i quali lavori si potrebbero forse studiare 
ancora quali furono nella contrada stessa, che serba tante vestigia delle opere 
antiche. 

StRZYGOWSKI : ha disegnato sulla tavola una vcduta di Roma, la qualc 
trovo fra gli afifreschi nella chiesa superiorc di s. Francesco in Assisi. Tale 
pittura h d'importanza per la storia del rinascimento dell'arte in Italia, comc 
])er la topografia di Roma, perchö h stata eseguita circa nclF anno 1275 dal 
Cimabue neH'angolo accanto all' evangelista s. Marco che si vede nella volta 
sopra l'altar maggiore. Vediamo una cittä circondata di mura e nella parte 
anteriore una porta con due torri al fianco. Entrati abbiamo a d. il castel 
8. Angelo, il quäle contro l'opinione del Bunsen giä in quel tempo era senza 
la parte superiore e portava una torre medioevale, eretta forse da Innocenzo III. 
A sin. evvi una basilica, la identificazione della quäle h incerta. In dietro si 
vedc una delle torri costruite da Innocenzo III : la cos'i detta t^rre di Nerone 



SITZUNGSPROTOCOLLE (jo 

la sua coinpagna, la torre dci Conti. Passando fra qucsti monumcnti stiaiiKj 
avanti il Pantheon, che si riconosce indubitabihnente dal portico e dalla ou- 
pola aperta. Rivolsrendoci a d. vedianio la piramide di Gestio. Nel fondo 
vi sono due basiliche, quella a sin. con un frontone gradinato, al quäle .si 
vedono armi. A d. sorge la basilica di s. Giovanni in Tiaterano, come l'aveva 
fabbricata Sergio III c come fu bruciata nel 1308. Tale denominazione e fuor 
di dubbio, riconoscendosi il musaico della facciata (Cristo con la Madonna e 
s. Giov. Battista) ed il noto campanilo. Neil' angolo destro si vede un altro 
campanile. H dott. Strzygowski crcde, stanto la fedeltä con la quäle sono 
riprodotti questi moiuimenti, di poter conchiudere che l'autore di questa ve- 
duta, il Cimabue, debba essere stato a Roma ed aver studiato i monumenti 
stessi. 

De Rossi : contradice a tale opiniono, riferendosi alla scrie di vcdutc 
di Eoraa, della quäle finora era la piü antica quella della bolla delFimperatore 
Ludovico di Baviera dell'anno 1328. Tutte queste vedute mostrano lo stesso 
Schema : il Pantheon , il palazzo del Campidoglio ed il Colosseo nclla linea 
di mezzo, la Porta del pop(do nella parte anteriore. kWa, ä.]a moles Ilculriana^ 
meta Romuli e s. Pieti-o. Alla sin. s. Lorenzo in Lucina, la colonna Traiana. 
una torre d'Innocenzo III e s. Giovanni in Laterano. La pianta in discorso appar- 
tiene a questa serie, la quäle aramonta tin alle piante autiche, la forma Urhis 
capitolina, ed alla vespasiana cd agrippiana-augustea. Peru la pianta in di- 
scorso h d' un' importanza singolare, perclie h adesso 11 piü antico esempio 
del medioevo con una data certa. La chiesa alla sinistra e s. Lorenzo in Lu- 
cina, la piramide a destra la meta Romuli, dietro alla quäle sorge un cam- 
panile di s. Pietro. La chiesa nel fondo a sinistra h Aracoeli. 

StrzyGOW.SKI: risponde che la chiesa a sin. non puö essere s. Lo- 
renzo in Lucina avendo questa basilica la torre a d. mentre quella della pit- 
tura l'ha a sin. Poi insiste sulla piramide di Gestio contro quella cosi detta 
di Eomolo, distrutta nel 1499, perchö Gimabue conosceva benissimo la forma 
strana della meta Romuli, come si vede nel suo aflfresco che lappresenta il 
martirio di s. Pietro , dove si ha a sin. la piramide di Gestio, a d. la meta 
Romuli. II rif. ammette il campanile di s. Pietro e riconosce nella facciata 
d'Aracoeli le armi dei Savelli. 

Gatti : cerca di dar la soluzione, ma le opinioni contrario restano in 
questione. 

De Rossi : annunzia un discorso sopra questa serie di piante topo- 
grafiche di Eoma. 

Strzygowski: dice che sta lavorando alla pubblicazionc di questa 
pianta del Gimabue. 

DümmlER: presenta due vasi trovati nclla medesima parte della ne- 
cropoli ceretana. L'uno, di fabbrica ateniese della metä del VI secolo, serve a 
determinar V etä dell'altro, di un gencrc del quäle il piü celebre csempiu e 
il vaso di Busiri a Vienna. Dimostr5 che la tecnica e lo stile dell'idria con 
questi altri vasi concordano, mentreche la rappresentazione ö comunissima : 
"pliti combattenti e giovani a cavallo. — Essendo impossibile di sostenerc 



64 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 



per questo gruppo di vasi uu' origine etrusca, ciu che proibisce aiiclie la sola 
cronologia, egli accernio che la intiraa domestichezza coi tipi nazionali afri- 
cani e col vestiario egizio, ne ineno TaiBnitä della decorazione coi vasi di Eodi, 
rcndono assai probabile la provenienza da una fabbrica ionica sitiiata in Africa. 
Prima di esternare un' opinione precisa bisognerobbe peru aspettar la conti- 
iiuazioiie dell'opera di Flinders-Petrie sugli scavi di Naucrati, esseiido incom- 
pleta la priraa parte principalmente riguardo agli avanzi di ceramica. 



Den schmerzlichen Veiinst, welchen das Institut durch den 
nach kurzer Krankheit am 27ten Januar erfolgten Tod seines 
hochverdienten ersten Secretars , Professor Willieliu Heiizen, 
erlitten hat, bringen wii' hierdurch zur Keuntniss der Leser der 
Mittheilungen. Die bei der Erinuerungsfeier zu Ehren des Verstor- 
benen am Uten Februar gehaltenen Reden erscheinen im nächsten 
Hefte. 



ADÜNANZA SOLENNE 
IN COMMEMOKAZIONE DI GUGLIELMO HENZEN. 

DISCORSO DI G. B. DE ROSSI 



CoE ciiore trafltfco da spina aciitissiina, animo desolato, voce 
tremante m'accingo a compiere il Uigubre ufficio, al qiiale gli 
onorandi coUeghi della dii-ezione di cotesto Istitiito haniio voliito 
prascegliermi ; ne alla loro cortese insistenza potei fermamente 
opporre ostiuato diniego. Perche mi sia meno difficile il frenare 
rimpeto degli affetti, che prorompeudo soffoclierebbe la dolente 
parola, comincerö dal dire in modo breve, pacato e quasi didat- 
tico della vita scientifica del graude maestro, il cui iiome in 
quest'aiüa, in qiicsto liiogo medesimo, ove egli sedeva, non so 
come avrö cuore di pronimciare. Poi preso abito al discorrere di 
lodi si care, mi farö animo a toccare le corde piü delicate del 
nostro compianto. 

Nel 1841 veniva da Brema a Roma, e poi visitata coll'illustre 
Welcker la Grecia fermava stabile dimora fra noi sii qiiesto clas- 
sico colle il dotto, modesto, a tutti accettissimo iiweiüs Ccqnlo- 
tliiits (^). che doveva per quarantacinque anni essere ornamento 
e colonna del nostro Istituto. Fece le prime prove nella palestra 
archeologica trattaudo soggetti assai diversi anche di iconogratia 
c di arte eUenica e romana ; ed ebbe dall' accademia pontificia di 
archeologia la medaglia d'oro di premio a concorso per Tillustra- 
zione del musaico borghesiano ritraente scene gladiatorie (-). Ma 

(') luvenes CapitoUni con appellazione classica sogliono essere fami- 
gliariiiente detti i giovani Tedeschi, che attendono agli studii neiristitutu 
arclieologico Germanico sulla rupe Tarpea. 

(2) KcpUcatio musivi in villa Burghesiam asservati, quo certamina 
amphitheatri rejiraesentata extant, auctore G. Ilenzenio Bremano, n.'llo 
Dissertazioni della pont. accad. roniana di archeologia, tomo XII p. 73-158. 



ßC) COMMEMORAZIONE 

alla futura grandezza di lui il piü saldo foudamciito fii g:t!;aio 
r anno 1844 nel viaggio a San Marino e nella ccnsultaziono 
dell'oracolo, Bartolomeo Borghesi, che da quella vetta dava i 
responsi ad ogni quesito circa le monete e le iscrizioni concer- 
nenti cronologia, genealogia, storia, diritto pubblico, istituti poli- 
tici e privati della repiibblica e dell'impero romano. II provetto 
Italiauo dittatore della scienza epigrafica ed il giovane archco- 
logo Tedesco tosto si conobbero fatti l'uno per l'altro: ed il 
Borghesi, che piangeva la perdita dell'esimio discepolo Danese 
Olao Kellermann, adottö nel luogo di Ini Giiglielmo Henzen. II 
quäle con savio consiglio non volle piii lasciarsi allettare dalla 
varieta degli argomenti, che la molteplice e feconda siia cnltura 
iilologica ed antiquaria gli dava facolta di delibare; ma tutta 
ristrinse la scientifica operositä entro il campo dell" epigralia 
greco-latina. Del modesto e costante proposito colse il frutto di 
quella soliditä di dottrina e sicurezza di giudizi, che in lui tutti 
ammirammo ; ed il cui lento ne mai interrotto progresso mi sara 
troppo difficile descrivere in succinto e nella commozione del 
funebre elogio. 

La dottrina epigrafica dei monumenti antichi greci e latini 
del mondo romano era venuta alle mani del Borgliesi quäle 
l'aveva poco meno che creata il concittadino di lui Gaetano Marini. 
II quäle sulla salda base di grande nuraero di testi esattamente 
trascritti dalle lapidi originali fondö il sistema critico di ampli 
confronti dei dati raccolti da quelli testi editi ed inediti con i 
simili dati tratti da ogni altro genere di antichi d)cumenti e 
dalla storia. Indi o scaturiscono spontanee o con industre razio- 
cinio si vengono scoprendo e formolando nozioni certe e fonda- 
mentali circa le magistrature maggiori e minori, gli ordini poli- 
tici ed amministrativi, le cose pubbliche e private dello stato, 
dei municipii, delle colonie di Eoma repubblicana ed imperiale ; e si 
ritesse la tela scompigliata ed in gran parte distrutta dei suoi 
fasti civili e militari, urbani o provinciali. Questa e vera scienza 
di storia politica e di precisione cronologica: alla quäle non dee 
bastare il racconto della perpetua vicenda di guerre e paci, 
delle piü notc succe^ioni di imperanti, e dei precipui mutaraenti 
djUo stato, senza la conoscenza intima delle istituzioni, del loro 
continuo c quasi inosservato svolgimcnto e trasformazione, senza 



1)1 U. IIEXZEN ()7 

il quadro csatto doUa cronologia, nel qnalo disporre e fissare la 
Serie degli avvenimeiiti. II Mariiii perö iicl raccogliere, registrarc 
e darc in Ince il frutto di silTatti stiidii non volle adottare foniio 
metodiche. Nel voliime dellc lapidi del miiseo Albani e special- 
meute nell'opera immortale iutorno ai fi-ammenti degli atti dei 
fi-at^lli Arvali die' fondo a quanto aveva segnato in miscellanee 
di osservazioni {adversaria) {^); e riversö nei coraraenti ai testi 
lapidari da liü piibblicati ed in prolisse note ai commenti, senz'or- 
dine veruuo, il vario raccolto e spicilegio fatto nel campo del- 
l'antica epigraüa. 

Non cosi procedette il Borghesi; i cui passi furono gigantesclii 
uella via aperta e tracciata dal Marini. Egli si propose comc 
lavoro principale, metodico, costante di tiitta la vita il rifarc od 
ordinäre i fasti e la cronologia dei consoli, dei magistrati mag- 
giori, dei governatori delle province, dal consolato di Briito e 
Collatino all' impero di Giiistiniano. I singoli capi dell' immen- 
surabile dottrina acqiüstata nel grande apparecchio di si ardua 
impresa egli venne a quando a quando esponeudo e svolgendo 
nel rispondere ai qiiesiti, e nell' illustrare ora l'iina ora l'altra 
delle piü insigni iscrizioni, che tornavano alla luce. Talche ogniina 
delle dissertazioni del Borghesi e sovente anche le sue dottissime 
epistole erano quasi trattati sintatici, che raccoglievano tiitti i 
dati, definivano lo stato della scienza e ne formolavano i canoni 
per ciascuno dei capi od argomenti, che al sommo maestro occor- 
reva dichiarare; senza mai divagamento dal pimto pretisso, ne 
sfoggio d'erudizione e di inedite novitä, se queste non servivano 
direttamente al tema ei al raziocinio. II Borghesi disseminando 
cosi senza preconcetto disegno l'altissimo insegnamento, secondo 
che le opportimitä ed i quesiti lo richiedevano, non s'accinse ne 
forse credette matiu'o il tempo alla sintesi generale ed ordinata 
della dottriia epigratica e dei siioi canoni. 

Fedele al metodo del maestro e continuandone la tradizioue, 
THenzen dapprima imprese ad illustrare i piü insigni monumenti 

(1) Düi zibald )ni epis^rafici del Mariiii da lui medesimo iiititolati Adi'cr- 
saria maiora e miuora \\o dato notiziaairaccadeinia romana pontiticia di arcliou- 
lugia iiclla sossione del 28 a])rile 1881 : si veggano gli Atti dell'accadeinia 
sutto la jiredetta data nel toino II della iiuova serie delle sue Disserta- 
zioni, che e stanipato e fra poco vedrä la luce. 



68 



COMMEMORAZIONE 



epigrafici, che la terra d'anno in anno rendeva; SYolgendo con 
esame complessivo ed intera e sicura cognizione della materia 
l'analisi di tutti i dati, e facendo che quasi da se indi scaturisse la 
sintesi di ciascun argomento. Cosi cominciö fiuo dal 1844 trat- 
tando a pleno della grande istituzione alimentaria di Traiano e 
dei successori, per porre riparo allo spopolamento dell' Italia (0- 
E poi continuö dichiarando l'editto di Aiigusto per Tacquedotto 
di Venafro (-); le antichissime magistratiil'e dei municipii ser- 
banti traccia e memoria della loro costituzione primitiva (3); 
il collegio e sacerdozio degli Augustali C); la milizia degli 
equües siiigulares (•^); dei pcregHiü e frumentarü (guardie di 
polizia urhana) C^') ; i citratores delle cittä sotto gli imperatori {^) ; 
i tribuni militari coniandanti le coorti ausiliari (^); le leggi ed 
i magistrati municipali delVetä dell' impero ("); i diplomi impe- 
riali di congedo dalla milizia C*^); i doni militari ('"); i monu- 
menti dei pretoriani (i^); la coorte settima dei vigili (^s); la le- 
gione partica stanziata negli alloggiamenti di Albano (>'); le so- 



(1) De tabula alimentaria Baehianorum negli Annali dell' Istitutu 
1844 p. 5 e segg. Cfr. Bull. 1845 p. 88, 233 e seg.; 1847 p. 8 e scg. ; 1863 
p. 140, 221 ; Ann. 1840 p. 220 e seg. 

(2) Bull. 1848 p. 95; Rheinisches Museum IX (1854) p. 530 e segg. 
Ann. deirist. 1854 p. 5 e segg. 

(3) Ann. 1846 p. 253 e segg.; Bull. 1851 p. 186 e segg.; id. 1865 
p. 217 c seg. 

(I) Ueber die Augustalen in Zeitschr. f. d. Alterthumsw. VI (1818) n. 25, 
26, 27, 37, 38, 39, 40 : Bull, arcli. napol. 1858 p. 90 e segg. 

(•^) Ann. 1850 p. 5 e segg., 367 ; 1885 p. 235 e segg. 

(«) Bull. 1851 p. 113 e segg.; 1884 p. 21 e seg. 

(^) Ann. 1851 p. 186 e segg. 

(«) Ann. 1858 p. 17 e segg. 

(■') Ann. 1859 p. 193 e segg.; Bull. 1855 p. 37 c sgg ; Bull. 1856 p. 

31 e segg. 

(1") Bull. 1848 p. 24 e segg.; Jahrb. d. Vereins v. Alterthumsfr. im 
Rheinl. XIII (1848) p. 26 e segg.; Ann. 1855 p. 22 e segg. Bull. 1859 p. 117 e 
seg.; 1871 p. 45 e seg.; 1872 p. 48 e seg.; 1881 p. 97 e seg. ; 1883 p. 133 

c seg. 

(II) Ann. 1860 p. 205 e segg. 
(12) Ann. 1861 p. 5 e segg. 

(i:') Bull. 1867 p. 8 e segg.: Ann. 1874 p. 111 e segg. 
(11) Ann. 1867 p. 73 e segg. 



DI G. HENZEN 69 

cietä degli utenti di colombarii e sepolcreti communi (');edaltri 
svariatissimi temi, sia di monografie sia di pimti speciali storici, 
fastografici, topografici {-). In cotanti scritti niuna pompa di parole, 
niuno studio di porre iu rilievo la novitä o Timportauza dei dati 
analitici e dei canoni sintetici, clie l'autore veniva esponendo. II 
siio dettato correva sempre dimesso, semplice , caiito, preciso ; 
come l'indole dell'ingegno e deH'animo di lui scliietta ed aliena 
da qualsivoglia modo non dico di ostentazione, ma eziandio di 
mostra dei pregi peregrini di tanto sustanziosa dottrina. Talclie 
dei merito e dei progressi grandi e siciiri di silfatto magistero 
egli sembrava quasi inconsciente : e noi, che di quel magistero 
sperimentavamo e sperimentiamo il beneficio, non sapremmo forse 
perö a prima giunta coucepirne idea bene concreta e definita. Della 
dottrina epigrafica tuttodi coltivata e perfezionata dall'Henzen, 
come giä lo era stata dal Borghesi, parmi che si potesse dire: 
crescit occidto veliit arbor aevo. 

Ma di ciö egli non fu contento, ne misurö i suoi passi a 
quelli dei Borghesi e degli esempi lasciati da lui. Benche la 
scienza non fosse pienamente matura alla sintesi generale ed alla 
definizione della dottrina epigrafica dei monumenti dell'etä e domi- 
nazioue romana , pure l'Henzen per quanto si poteva quasi sod- 
disfece a cotesto postulato dei novizi e dei provetti; e meglio 
l'avrebbe fatto, se non ne piangessimo la fine ahi troppo innanzi 
tempo accelerata. Nel 1828 fu pubblicata daH'Orelli in Zurigo la 
Collectio iMcriptionum Latiiiarum selectarum ad ülustrandam 
Romanae aiitlqiiüatis doctrinam accommodafa, alla quäle ricorre- 
vano quanti volevano essere iniziati nella cognizione della latina 
epigrafia o conoscerne senza lunghe ricerche lo stato nei sin- 
goli punti. L'iraperfezione della quäle raccolta, tenuta come ma- 
nuale unico nel genere suo, indusse l'Henzen a pubblicarne nel 1856 
in un terzo volume le Supplementa^ emendationes^ iiidices. Sotto 
titolo cotanto modesto egli fece opera dall'unanime consenso dei 
dotti proclamata importantissima e di uso didattico necessario 

(1) Ann. 1856 p. 8 e segg.; Bull. arch. com. 1885 p. 51 e segg. 

(2) V. Gatti nel Bull. arch. com. 1887 p. 70-72 ; la bibliografia soggiunta 
alla Commemorazione di Guglielmo Henzen fatta da G. Fiorelli nella R. 
accad. dei Lincei, seduta dei 20 febb. 1887 (Gl. di scienze morali, storiche e 
filologiche); Michaelis nel Jahrbuch d. k. deutsch, arch. lastituts 1887 p. 1-12. 



70 COMMEMORAZIONE 

ad ogui ceto di cultori e professori degli stiidii filologici e storici. 
Ne per la luiova simile raccolta fatta poi dal Wilmanns scemö 
di pregio e di uso qiiotidiano quella dell' Henzen. II quäle pero 
iieo-li Ultimi auni, e mentre gli sovrastava inaspettalo il terraine 
delle dotte faticlie, veniva compiendo mia al tutto nuova e fon- 
damentale raccolta da sostituire nel luogo di quelle dell' Orelli 
coi suoi supplementi e del Wilmauus, e piii riccamente delle 
precedenti annotata. Talche in essa noi avremmo avuto l'ultima 
parola deiresimio maestro intorno al presente stato della scienza 
tanto da lui coltivata , promossa ed amata. Spero che il lavoro, 
benche non compiuto, potiä essere dato alle stampe e vedere la 
Ince in postuma edizione. 

1 meriti del nostro Henzen verso la scienza sua prediletta fin 
(iui da me leggermente toccati ne sono tutti ne certamente i mag- 
giori. Voi gia precorrete col pensiero alla impresa gloriosa dell'ac- 
cademia di Berlino, al Corj)iis idscriptiomtm Latimrum: ma prima 
che di questo io parli, debbo ricordare im altro lavoro eccellente, 
campione nel genere suo veramente perfetto, da proporsi ad esempio 
ed imitazione. Dico del Tolume intitolato : Acta fratnnn Ärvalium 
quae supersudt, edito nel 1874. Nel 1868 avea l'Henzen pub- 
blicato l'accurata e splendida ^ Relazione degli scavi nel bosco 
Facro dei fratelli Arvali « fatti da cotesto Istituto per larghezza 
<l3lle Loro Maestä Re e Regina di Prussia, oggi Imperatore ed 
Imperatrice di Germania. Quivi il relatore die in luce e piena- 
raeute dichiarö il prodotto di quelle iusignissime scoperte. Ma 
poscia raccolse nel volume latino quanto dalle ultime escavazioni 
e dalle precedenti scoperte si potcva nel 1874 ricuperare e ricom- 
porre delle tavole marmoree contenenti gli atti del celeberrimo 
sodalizio dei sacerdoti Arvali. L'Henzen in cotesta impresa corse 
un arringo pericolosissimo al buon nome di qualsivoglia maestro ; 
doveudo rifondere ed in gran parte rlfare il capolavoro del Ma- 
rini, piü e meglio del quäle non sembrava si potesse aspet- 
tare. II novello cditore degli atti arvalici, non solo li arricclü 
dei recenti trovamenti, ma del vecchio e del nuovo fece una 
sintesi cosi armonica, piena, perfetta, che ogni frammento venuto 
in luce dopo il volume dell' Henzen trova quivi il suo posto, le 
Ibrmole richicste dai supplementi alle parti mancanti, 1' indirizzo 
e<l i canoni della interprttazion:. Gli atti d.'gii Arvali furono 



DI G. IIEXZEN 71 

dair Henzen ricomposti ed esibiti in modo, che costituiscono im 
teste quasi continiio da leggere e consiütare , come quelli degli 
storici e dei dociimenti originali ser1)ati negli arcliivi. II com- 
mentario premesso, sottoposto e soggiunto agli atti aplende di 
liicidita, ordine, dottriua taiito compiute, che il solo confronto 
degli Arvali del Marini con quelli dell' Henzen basta a dimostrare 
quäle progresso per l'ingegno, giudizio e paziente iudustria di lui 
ahbia fatto la scienza nostra, seguatamente uella critica delle fonti, 
diligenza minuta d'esame analitico, precisione di raetodo espositivo. 

Altrettanto dovrei dire dei fasti consolari e trionfali capitolini 
riordinati, suppliti, dichiarati dall' Henzen nel tomo I del Corpits. 
Ma questi non sono opera separata e consistente da se : fanno parte 
della piii erculea tra le letterarie fatiche dal coUega desideratis- 
simo; ed e tempo che ne diciamo alquanto e poi conchiudiamo. 

II difetto sostanziale, che pativa la scienza della latina epi- 
graüa, e toglieva anche al Borghesi il possesso pleno e sicuro del 
materiale da adoperare, era quello della universale raccolta dei 
testi lapidari in un corpo completo, criticamente vagliato, restituito 
all' ordine naturale geografico. Sotto la direzione del Borghesi aveva 
assunto l'ingente impresa un uomo solo, il Kellermann; che im- 
maturamente mori , cominciati appena gli apparecchi dell' opera. 
Succedettero i tentativi del ministero Villemain in Francia ad 
istanza del des Vergers, consigliato a ciö dal Borghesi. Caduto 
quel ministero, Taccademia reale di Berliuo occupö il posto dere- 
litto dalla Francia e lo affidö alle Zumpt. Ma 1' impresa non era 
proporzionata alle forze d'un uomo solo, II quäle avrebbe potuto 
fondere in un corpo, come cominciö lo Zumpt, le raccolte giä esi- 
stenti e stampate, aggiungendo quella maggiore copia di testi ine- 
diti, che a lui ed ai suoi corrispondenti fosse dato aduuare; ma 
con ciö sarebbero rimasti in gran parte quali erano intiniti errori, 
confusione inestricabile delle fonti, incertezza di giudizio nel di- 
scernere i testi veri dai falsi, le lezioni genuine ed antiche dalle 
intei-polate e supplite. In somma agli studiosi sarebbe stato fornito 
un istromento piü commodo e maneggevole, che non fosse la tanta 
varietä di libri, nei quali era allora disperse il materiale epigra- 
iico : ai giusti postulati perö della critica sarebbe sempre mancata 
la materia prima esattamente pesata, purilicata, foraita delle testi- 
monianze au'centiche deirorigine e della genuinita. 



72 COMMEMORAZIONE 

Tiitto ciö sagacemente vide e fino dal 1847 espose aH'accademia 
di Beiiino il uostro Moinmsen, allora occupato nella raccolta delle 
Iiiscriptiojies regni NeapolUaiii Latinae (^). Ma dovette eziandio 
accennare le somme difficoltä dell' impresa , in specie per la 
intera esplorazioue delle fonti manoscritte della epigrafia. Delle 
qiiali ragionando io coH'Henzeu, dolce amico e compaguo degli 
studii epigratici nei giovani aiini, un di gli esposi i miei disegni 
intorno all' esame storico e critico di quelle fonti, base fondamen- 
tale della compilazione scientifica e definitiva del grande Corpus. 
Erano le ore di sera, nelle quali spesso solevo conferire famigliar- 
mente con M : il di seguente egli mi disse non aver potuto cliiu- 
dere gli occM al sonno tutta la notte, pensando e ripensando al 
nostro colloquio. Allora fu tra noi fermato il patto, stretta la lega 
che e durata intima e serena, senza mai una nubecola, per quaranta 
e piü anni. 

Non debbo qui dilungarmi in ricordare, come l'Henzen unito col 
Mommsen indusse Taccademia di Berliuo alla grave deliberazione 
di costituire il triumvirato, nel quäle io ebbi i'onore di rappresen- 
tare Koma e Y Italia, per la formazione al tutto nuova dalle fon- 
damenta del Corpus mscripiionum LatUiarum. La collaborazione 
dellHenzen, attivissima in ogni parte della gigantesca impresa, pri- 
meggia nei monumenti della cittä nostra, metropoli e centro del 
mondo romano. Come potrei in brevi parole discorrere partitamente 
del merito principalissimo e della gloria, che l'Henzen divide sopra 
tutti col Mommsen, nell'opera magna, al cui compimento fu d'uopo 
chiamare molti altri esimii colleghi? Parlauo da se la restituzione 
dei fasti capitolini ; la prefazione al tomo VI ; tutta la mole dei 
volumi giä pubblicati e di quelli, che sono in corso di stampa, 
delle Liscriptiones Urbis .Romae; X Epliemeris epigraphlca. 

II cuore mi si stringe, la lingua diviene muta ripensando al 
nodo tenace, indissolubile della nostra alleauza di studii, sempre 
imperfcurbata, fedele, affettuosissima, reciso inaspettatamente dal 
ferro inesorato della morte. Mi sia lecito il ripetere, beuche giä 
da altri applicati all' araato collega (-), i versi dell' Alighieri, coi 

(') Veher Plan und Ausführung eines Corpus inscriptionum Latinaruni. 
Berlin 1847. y 

(2) Luigi Cantarolli, Nolla inorto di (i. Heiizeii (Libertü Dom. G fcbb. 
1887 p. 7, 8j. 



DI G. IIENZEN 73 

quali avevo auch' io divisato chiiidere la dolorosa commemorazioue : 

« E se il mnndo saposse il euer cir ogli ebbe 
Assai lo loda e piü lo loderebbe ». 

II consiglio comiinale delV alma Roma unanime ha applaiidito alla 
proposta di porre e dedicare il busto dell' Henzen nella sala dei 
fasti in Campidoglio. Ma gli starii di fronte quello del Borgliesi. 
Si nobile coppia di immagini in aiila tanto solenne sarä siml)olo 
eloquente della fratellauza nelle investigazioni scientifiche, che nou 
conosce diversitä di nazioni, ed aborre da gare meschine : di quella 
fraternitii, di che 1" Henzen fu esemplare compito e viva personifi- 
cazione, non verbo et liiigua^ sed opere et veritate. 



DISCORSO DI W. HELBIG 



Dopo che r illustre coUega de Rossi, il personaggio piü compe- 
tente nella scienza epigrafica, ha stabilito il posto che Guglielmo 
Henzen occupava nella scienza stessa, aggiungerö poche parole sopra 
Tattivitä beneflca che il defunto esercitö, dirigendo l'Istituto. 

Debbo incominciare col ricordare una circostanza generalnieute 
dimenticata. La maggioranza di Voi conoscerä Henzen soltanto come 
rappresentante deirepigc^atia latina, suUa .quäle scienza egli dal- 
l'anno 1844 concentiö di piü in piü i suoi studii. Ma nei primi 
anni del suo soggiorno in Italia egli invece si occupava special- 
mente dell'antichitä figurata. Negli Annali dell' anno 1842 illuströ 
un dipinto vascolare attico rappresentante la nascita di Minerva, ed 
un rilievo del Palazzo Torlonia con combattimenti tra gladiatori e 
fiere; nel volume seguente alcuui vasi attici con soggetti funebri. 
Nel medesimo tempo pubblicö la bella memoria sopra il musaico 
borghesiano, la quäle riusci un trattato completo sopra i gladiatori 
in genere, e fruttö al giovane dotto il premio stabilito dall'Acca- 
demia romana d'Archeologia. II viaggio intrapreso col Welcker nella 



74 COMMEMORAZIOXE 

Grecia suscitö in lui l'interesse per l'epigrafia e la topografia greca, 
alle qiiali dedicö parecchi articöli negli Annali e nel BuUettino 
clegli anni 1843, 44 e 45. Lo Henzen piü tardi — e, secondo la mia 
opinione, a torto — faceva poco caso di questi siioi lavori e spesso 
sopra di essi scherzava. Ma e chiara la grande iitilitä che ne ri- 
siütava per il siio progresso scientifico. Egli cioe, studiando pro- 
blemi archeolcgici ed antiquarii d'indole diversissima, allargö il 
proprio orizzonte e, dopo che si era concentrato suirepigrafla la- 
tina, non restava perfettamente estraneo agli altri rami dell' archeo- 
logia. Per ristituto questa qualita diveutö quasi si puö dire pro- 
videnziale. Imperocche dall' anno 1849 al 51, nei quali il Braun 
poco si occupava delVIstituto, lo Henzen sosteneva quasi da solo 
la redazione delle pubblicazioni e la direzione delle adunanze. Se 
vi riusci, lo dovette appuuto alla cultura scientifica generale, ch'aveva 
acquistata nei primi anni del suo soggioruo in Italia. 

Ma d'importanza ancora maggiore per lo svolgimento del- 
ristituto erano le qualita personali del suo dirigente. Chi non ha 
partecipato con lui aU'amministrazione dell'Isfcituto, diflicilmente 
puö farsi un'idea dell'accuratezza, pazieuza e prontezza, con le quali 
sapeva dishrigare gli affari. Vi s'aggiungeva la sua bontä naturale, 
la quäle fece si che guadagnava le simpatie di tutte le persone, 
con cui entrava in relazioue. Con un" amabilitä incomparabile 
egli soddisfaceva alle questioni scientifiche tanto dei suoi amici 
quanto generalmente dei dotti che s' indirizzavano al suo sapere. 
E senz'esagerazione si puö sostenere , che nell' Europa vi saranno 
pochi archeologi, ai quali non abbia reso qualche servigio. La sua 
indole non era punto battagliera, ed ha avuto poche polemiche 
scientifiche, le quali furouo condotte da lui soltanto nell'interesse 
della veritä e senz'irritazione personale. Generalmente si mostrava 
tollerantissimo delle opinioni e delle tendenze altrui ; e perciö con- 
servava buone relazioni ed anche amicizia con persone d'indole 
diversissima dalla sua. Difficilmente possono immaginarsi due indivi- 
dualitä piü opposte, lo Henzen, ed il Mommsen. Malgrado ciö, dal- 
l'anno 1844 la loro intima e cordiale amicizia ha durato sempre 
inalterata. A tale complesso di qualita del suo dirigente, l'lstituto 
deve l'esser diventato un centro neutrale, nel quäle uomini diversi 
per nazionalitil, per opinioni politiche e per direzioni scientifiche, 
pacificameul;e si riuniscono al solo scopo di for avanzaro gli studii 



DI O. IIKXZEK 



archcologici. Ma il modo di peiisare e di agiro dello Henzcu era 
ppccialmente attraente per gritaliani; perche s'iiicontrava con ima 
qualitä propria ad essi medesimi. Chi ha studiato esattameute il 
carattere i'aliano, riconoscerä che imo degli elementi predominauti 
in esso e appiinto quella mitezza tollerante, che si studia di miii- 
gare i contrasti, di evitare gli attriti e le collisioni. Siccome lo 
Henzen possedeva tale qualitä in sommo grado, cosi gli Italiani lo 
riguardavano quasi come loro compatriota. E la sua morte ha su- 
scitato uu egual dolore tanto nell'Italia che nella Germania. II signor 
Ministro dell'Istruzioue pubblica, appena riceviita la triste notizia, 
ci ha diretto una lettera, nella qnale con nobili parole esprime la 
parte che prende alla perdita toccata aUlstituto. Altrettali segni 
d'affetto ci sono pervenuti da corporazioni scientitiche e da siugoli 
dotti stabiliti in parti diversissime ddUa panisola. II mio illustre 
amico Fiorelli nella prossima seduta dell'Accademia dei Lincei ce- 
lebrera la memoria dol defunto con apposito disco:so (')• Riugrazio i;i 
nome deU'Istituto tntti coloro i quali in quest'occasione dolorosa 
si sono ricordati deiristituto e gli hanno espresso la loro simpatia. 
Una speciale soddisfazione pero e per noi il modo signiticativo con 
cui la memoria di Henzen sarä onorata dalla citta di Roma. II 
giorno dopo la sua morte, dietro propos a di G. B. de Rossi, il con- 
fciglio comunale decretö che siil Campidoglio nella sala dei Fasti 
venisse posto nn busto marmoreo di Henzen. A tale decreto e stata 
ora aggiunta la deliberazione, che imitamente al busto di Henzen vi 
sarä collocato quello di Borghesi. Cosi quella classica sala conterrä 
il ritratto dell'Italiano, che ha fondata la moderna scienza epigrafica, 
e quello ddl Tedesco, suo scolare, che forse piü d'ogni altro ha con- 
servato e svolto il metodo particolare dei maestro. Nel luogo piü 
memorando della citta eterna i due busti saranno un monumento 
eloquente, che attesterä le relazioni civili, onde durante quasi un 
mezzo secolo sono stati riuniti i due popoli, e nello stesso terapo 
servirä di stimolo ai posteri per mantenere inalterata tale benefica 
tradizione. 



(') Ora e pubblicato nei Rendiconti della r. Acc. dei Lincei, classe di 
acienze morali vol. III, seduta dei 20 febbraio 1887 p. 17.S .<!s., accompagnato 
da Uli elenco d(41e pubblicazioni dellu Henzen. 



ALCUNE KIFLESSIONI 
SÜL CLIMA DELL'ANTICA ROMA. 

D/iicorso promiiiciato dal 'prof. Corrado Tommasi-Crudeli 
ndV adananza dcl 11 (jcaaaio. 



L'editore Loescher ha pubblicato lütimamente le conferenze 
da me fatte sul clima di Roma nel 1885, per iüaugiirare il uuovo 
Istituto d'igiene della Universitä romana ('). In quelle conferenze 
io ebbi occasione di toccare alcuni pimti stonci, relativ! alla pro- 
duzione della malaria nell'antico territorio romauo ; ed oggi mi per- 
nietto di ricliiamare la vostra atteuzione su di essi, nella speranza 
che, se li giudicherete di qualche Interesse, qualcuno di voi, ono- 
revoli Colleghi, illustri ciö che io, uella mia incompetenza, ho ap- 
pena potiito accennare. 

Fra i tanti errori che han corso , a proposito della malaria 
romana, uno dei piii divulgati si e quello che le attribuisce una 
origine relativamente moderna , nel concetto che il territorio ro- 
mano fosse in antico salubre. Si e giunti perfino a dire , siilla 
scorta del Pelletan e di altri scrittori partigiani, che la malaria 
romana era stata prodotta dalla mala ammiuistrazione dei Papi, i 
quali avevano fatta e mantenuta a bella posta la desolazione in- 
torno a Roma, oude gli spleudori artistici della cittä facessero mag- 
gior impressione sui visitatori di essa, e specialmente sui pellegrini. 
Tali idee, per quanto strampalate ed assm-de, han tiovato credito, 
e si sono fatte strada persino in alcuni documenti officiali. 

Io invece ho aüermato che qui la malaria esisteva sin dai 
primordi di Roma ; desumendolo , non tanto da alcune vaghe tra- 
dizioni (come p. es. quella raccolta da Cicerone sulla fondazione 

(') // clima di Roma. Con cinque tavole ed una carta topografica c 
geologica deira,c?ro roinano. Roma 18SG. 



ALCUNE RIFLESSIONI ECC. 77 

della Eoma quadrata sul Palatino, a ciö prescelto , perche luogo 
salitbre in mez:;o ad ima regloiie 'pestileiuiale), quauto daH'aiiti- 
cliitä del culto reso dai Romani alla dea Febbre. Tiitti i popoli 
deU'antichitä classica ebbero a ravvisare nella malaria il priuci- 
pale nemico delle loro colonie , e ne fecero im mito, che variö a 
s3Conda del genio variamente immaginoso della razza colonizzatrice. 
La malaria e l'idra Leniea dei popoli pelasgici; e il demone , od 
il mostro, divoratore di iiomini, che difende il territorio di molte 
parti d'Italia colonizzate dai Clroci. I Romani primitivi non si p'er- 
sero a fantasticare siilla natura della causa; pensarouo a scongiurare 
gli eifetti nocivi di essa. Crearono il mlto della dea Febbre ; poi 
le dedicarono ddi templi , e le offersero un culto speciale , nella 
sparanza di rendere meno funesto il flagello che minacciava la loro 
colonia. 

Ne vale V obiezioue fatta da taluno , non essere ammissibile 
che per lo stabilimento di una colonia si andasse a scigliere uu 
luogo malarico, e si persistesse a rimanervi, una volta riconosciutolo 
tale. A questa stregua, ne i Greci avrebbero colonizzato i territo- 
torii pestiferi di Posidonia , di Sibari e di Salinunte ; ne Cortez 
avrebbe fondata la sua Villa Rica di Vera Cruz nel cuore della 
regione piü devastata dalla febbre gialla ; ne gli Inglesi si sareb- 
bero fissati in Calcutta, proprio nel bei mezzo della unica regione 
del globo dove il colera e endemico da tempo antichissimo, e donde 
non usci per la prima volta che nel 1817. Quando delle razze 
umane vigorose ed intraprendenti sono spinte da ragioni militari, 
commerciali , a fissarsi in una data localitä, vi rimangono, sti- 
dando i pericoli che la insalubrita del luogo puo loro far correre. 
E questi pericoli scemano col tempo, ogniqualvolta la razza colo- 
nizzatrice possiede sin dal bei principio un fondo di resistenza or- 
ganica specifica; cioe quando , sin dalla fondazione della colonia, 
molti dei componenti di essa sono capaci di resistere alle aggres- 
sioni dell'agente specifico, il quäle determina la malattia dominante 
nel territorio occupato. Se la medicina, popolare od ieratica che sia, 
non possiede alcun rimedio capace di combattere vittoriosamente 
quella malattia , la colonia finisce coli' acclimatarsi, grazie ad un 
processo di cernita, o selezione, naturale. Ogni generazione succes- 
siva vien vagliata, per cosi dire, dal morbo stesso; che porta via 
senza ostacolo tutti quelli i quali non possono opporre all' azione 



78 ALCUNE RIFLESSIOXI 

della causa che lo produce, se non una piccola somma di resistenze 
orgaaiche. Kestano i forti, cioö qiielli che possono invece oppoiTe 
a questa aggressione una resistenza orgauica cospicua. La propor- 
zione di questi forti cresce in ogni successiva generazione, perche 
tali resistenze organiche sono ereditarie ; cosicche, dopo una serie 
di generazioni, la razza umana dalla quäle i deboli sono stati via 
via eliminati, vince questa siia lotta per l'esistenza, e rimane pa- 
drona, piü o meno assoluta, del campo. 

Noi non possiamo ormai esser piü testimoni di tali avveni- 
menti, rispetto all'azione della malaria, uelle razze umane civiliz- 
zate dei tempi nostri. La scoperta della china, e poi del chinino, 
permette ora di salvare iina quantitä infiuita di vite che in antico 
sarebhero state irremissibilmente perdute; e i deboli cosi salvati, 
resi piü deboli ancora dalla infezione malarica sofferta, generano 
iigU i quali hanno nna resistenza organica specifica minore di quella 
che avevano oiiginariamente i padii loro. Cosi avviene che adesto, nei 
paesi di malaria, si yerifica per lo piü ima degradazione progres- 
siva delle razze umane , invece di quella cernita, socialmeute sa- 
lutare , che avveniva in passato. Di questa cernita che in antico 
ebbe luogo in Italia, si conserva la memoria, non solo nella leg- 
genda delle vittime umane che il mostro , od il demone , signore 
assoluto del territorio ove sorsero alcun3 cittä greco-italiche, con- 
tinuava a divorare, fino a qnan lo il suo furore contro gli invasori 
non fosse placato ; ma piü ancora nell'insigne sviluppo acquistato 
da alcune di queste cittä , sebbene situate in regioni che furcno 
semp:e malariche, come quelle di Posidonia, di Sibari e di Seli- 
nunte. Ma gli effetti di questa cernita si veggono ancora, in quelle 
razze umane che prosperano e si moltiplicano in alcune regioni 
deir Africa centrale, nelle quali i piü robusti fra gli europei, seb- 
bene armati di tutti gli efficacissimi mezzi della mediciua moderna, 
non arrivano a salvarsi dagli attacchi della malaria, e spesso vi 
soccombono. E della sua esistenza abbiamo nna prova, che si puö 
dire sperimentale, nei fatti che riguardano alcune specie di animali 
domestici. E un errore il credere che tutti gli animali, ad eccezionc 
dell'uomo, siano immuni dagli attacchi della malaria. Vi sono al- 
cune specie animali, nelle quali questa immunitä non e che il ri- 
sultato di una cerniti naturale, operata dalla malaria stessa, sopni 
alcune razze le quali, da lunghissimo tempo, abitano paesi di ma- 



SUL CLIMA DKLL" ANTICA ROMA 79 

laria. Cito ad esempio la spacie bovina. Nessuno potrebbe credere 
alla prima, vedeudo i nostri bovi vivere, prosperare e moltiplicarsi, 
in pastiire cosi iufeste come quelle, p. es., delle Paludi Poutine, che 
il bove possa andar soggßtto agli attacchi della malaria. Eppure 
vi va facilmente soggetto, quando proviene da razze che hanno sempre 
vissuto in regioni non malariche ; e vi va sojgetto in guisa , d:i 
esporre talvolta gli allevatori a perdita improvvise e rovinose. Ciö 
avevano riconosciuto, venti anni fa, alcuni allevatori siciliani; seb- 
bane , par riempire i vuoti lasciati da una gravissima epizoozia 
bovina, avessero fatto venire in Sicilia bovi di razze italiano. Ma 
il fatto riesce ancor piü evidente , quando si importano nei paesi 
di malaria grave delle vacche da latte, svizzere od olandesi. Anche 
rjcentemente ne abbiamo avuta la riprova, in alcuni allevamenti 
tentati a Castel Porziano ed in altri luoghi della campagna di 
Eoma ; ed e singolare il contrasto fra la immunitü, della quäle 
godouo le vacche da latte di razza romana, e la facilitä coUa quäle 
la malaria aggredisce negii stessi luoghi le vacche di origine esotica, 
quando sono poste neue medesime condizioni di vita delle prime. 
Tuttö le analogie di fatto concorrono dunqiie a far ritenere , 
che le anticha popolazioni del territorio romano acquistassero, per 
mezzo djUa cernita naturale, una resistenza cospicua di fronte agli 
attacchi della malaria. Non e a credere perö che non li risentis- 
sero punto. Molti dati storici, alcuni dei quali sono stati da me citati 
nella quarta conferenza dal mio libro, mostrano invece che quelle 
popolazioni ebbero spesso a preoccuparsi degli eTetti nocivi della 
malaria. Non v' ha dubbio che la produzione di questo ageute ma- 
lelico fu qui, nella successione dei secoli, attenuata dalle moditicazioui 
che l'arte umana indusse nelle condizioni del suolo. Sappiamo ormai 
come la produzione della nialaria sia autoctona, e chsla malaria non 
puö esser importata, in massa oiensiva, uelle localitä salubri, se non 
da brevi distanze. Quindi e a supporre che deitro la cittädi Eoma, il 
suolo della quäle era stato quasi tuUo coperto dalle case, dai templi, 
dalle basiliche, dai selciati delle strade e dei fori, la malaria fosse ridotta 
a minime proporzioui. Ciö che e avvenuto in Roma negli ultimi anni 
avvalora questa supposizione. Ecco qui due carte ('), una delle quali 
rappresenta le regioni di Roma che erano malariche nel 1870, meu- 

(') Clhna di Roma tavulc IV e V. 



80 ALCUNE RIFLESSIONI 

tre Taltra ci mostra quelle che continuavano ad esserlo nel 1884. 
Vedrete come , in quattordici anni, noi avessimo giä conquistato 
sulla malaria vaste estensioni del suolo urbano , semplicemente 
perche siamo andati ricoprendolo con nuove costmzioni e niiovi 
piani stradali. Osserverete infatti che nella carta del 1870 sono 
seo'nati come malarici, ad eccezione del Viminale , tiitti i terreni 
urbani che erano deserti, o quasi : mentre nella carta del 1884 molti 
di questi terreni non figurano piu come malarici, dopo cssere stati 
occupati dal nuovi quartieri; o dopo che alcuni dei terreni stessi, 
non ricoperti da nuove costruzioni , sono stati sistemati in guisa 
da sottrarli in altra maniera al contatto immediato dell'aria, come 
p. es. e avveuuto nelVantico Orto Botanico della Lungara, ora an- 
uesso al Collegio militare del palazzo Salviati. Ne e a credere che 
questo guadagno si sia fatto, grazie ai lavori di boniüca dell'Agro 
romano. Essi venuero iniziati soltanto nel 1885 , in piccolissima 
proporzione , e sono tutti talmente lontani dal loro compimento, 
che ci vorranno degli anui prima di poterne apprezzare gli effetti. 
E dunque un guadagno dovuto ad una boniflca puramente urbana, 
la quäle va gradatamente estendendosi , e finirä col restituire al 
suolo della cittä le coudizioni igieniche che esso possedeva nella 
Koma antica. 

Quanto al suolo dell'Agro romano, egli e certo che la produ- 
zione della malaria doveva esservi stata in antico notevolmente 
diminuita dalle opere idrauliche destiuate a mantenere in buono 
stato le culture, piü o meno intensive, che vi si praticavano. Ne qui 
intendo parlare soltanto delle opere dirette ad assicurare il deflusso 
delle acque superficiali, delle quali trattano ampiamente alcuni degli 
antichi agronomi romani. Intendo parlare altresi di quella imponente 
fognatura, di antichissima origiue, che si trova in quasi tutte le col- 
line tufacee dell'Agro romano (nei Volsci, nel Lazio, nell' Etruria ed 
in Roma stessa), e che era destinata a raccogliere ed a convogliare 
altrove, le acque che intiltrano abbondautemente tutto il sottosuolo 
di questa regione. Qui noi abbiamo, a destra e a sinistra del Tevere, 
sulle alture dei monti Sabatini e Laziali, una quantitä di bacini 
chiusi, foiTaati da antichi crateri vulcanici; ognuno dei quali rac- 
coglie i displuvi di uua estesa regione , e che in passato furono 
tutti dei laghi. Le acque che si raccolgono in questi bacini non 
hanno uscita; e quello che di esse non si perde per evaporazione, 



SÜL CLIMA DELL' ANTICA ROMA 81 

per mezzo degli emissari snperficiali dei laghi tuttavia persistent!, 
penetra nella campagna sottostante, seguendo le niimerose vie sot- 
terrauee tracciate loro dagli strati piü permeabili degli svariatissimi 
terreni geologici di questo territorio. Qiiesta infiltrazione e abbon- 
dautissima ; tauto piü che , da im lato e dall'altro, abbiamo nei 
laghi di Albano, di Nerni, di Martignano , e sopratiitto in qiiello 
di Bracciano, dei vastl serbatoi d'acqua, 1 quali iniettano a forte 
pressione il sottosuolo ]'omano. Da ciö la perennitä dei fiumi che 
traversano l'Agro, anche uelle stagioui piü asciutte; da ciö le nu- 
merose scaturigini perenni , ed i corsi d'acqua sotterranei , che si 
trovano anche nell'estremo lembo delle due masse Laziali e Saba- 
tine, lungo il Tevere, in Roma stessa {^), e che aumentano di nu- 
mero e di importanza, a misura che ci si avvicina a qiiei due gruppi 
di monti. Ma una gran parte di queste acque resta incarcerata nel 
sottosuolo; ed e probabile che una quantitä anche maggiore ve ne 
rimanesse in antico, quaudo i bacini di Stracciacappe, di Baccano 
di Castiglione, dell'Ariccia, erano ancora dei laghi. 

Per liberare il sottosuolo romano da queste acque incarcerate, 
gli antichi adoperarono il grandioso sistema di drenaggio cunico- 
lare, che venne per la prima volta rettamente interpretato da Di 
Tucci nel 1878, e che io, dopo quel terapo, ho cercato di illustrare 
completamente. La funzione di drenaggio che queste reti di gal- 
lerie sotterranee esercitavano, era giä stata piü Yolte comprovata 
dal vedere questi cunicoli riprenderla talvolta, dopo essere stati 
espm-gati; e riprenderla sino al punto da potere, per mezzo di essi, 
alimentäre degli abbeveratoi per gli animali della Campagna. Essa 
e stata posta fuor di dubbio ormai, in seguito all'espm-go dei di-e- 
naggio cunicolare trovato nella coUina ove sorge adesso il forte 
Bravetta (dapprima chiamato forte Trojani), fra la via Aurelia e 
la Portuense (-). Di questo drenaggio, che io feci espurgare nel 
1881 , vi presento qui un modello plastico , facile a decomporsi , 
onde possiate meglio apprezzarne la disposizione. Esso ha tre piani 
di gallerie. Quelle dei piano superiore, sono inclinate in guisa da 
versare le acque drenate da esse nel piano medio; e le gallerie di 
questo hanno una inclinazione che faceva convogliare tutte le acque, 

(*) Clima di Roma tavola II. 
p) Clima di^Roma tavola III. 



82 ALCÜNE RIFLESSIONI 

drenate da esse e dal piano siiperiore, sino ad im filtro di piombo, 
a traverso del quäle penetravano nel piano inferiore. Le ampie 
gallerie di qiiest' ultimo sono orizzontali , e senza sbocco alcuno ; 
esse comunicano colla superficie del snolo per mezzo di due pozzi. 
Immaginai subito depo 1' espurgo, che non si trattasse di uno 
del soliti drenaggi , destinati a scaricare le acque sotterranee a 
valle; ma di un drenaggio speciale, destinato a raccogliere queste 
acque, onde farle servire ad usi domestici od agricoli : tanto piii 
che, 11 vicino, v' era la villa rustica attribuita da alcuni a Fabio 
Pollione, e la coUina, nella quäle non si trovarono condotture d'acqua 
di sorta, e assai distante dalla sorgente che scaturisce nella sot- 
toposta valle della Pisana. II fatto mi diede ragione, perche quei 
cunicoli, appena espurgati, ricorainciarono a drenare; e pochi mesi 
dopo, sebbene la stagione non fosse piovosa, aveYano procurata una 
raccolta d'acqua che riempiva tutto il piano inferiore ove pescano 
i due pozzi, e gran parte del medio. 

Questa estesissima fognatura del sottosuolo romano, probabil- 
mente praticata per raggiungere intenti puraraente agricoli , non 
pote mancare di influire beneficamente nella produzione autoctona 
della malaria. Perche la malaria si produca non v' ha bisogno di 
molta acqua: basta che il suolo che ne contiene il fermento 
sia mautenuto umido nella stagione calda, e si trovd in contatto 
coll'aria. Non importa nemmeno che ne sia mantenuta umida la 
superficie : essa puö essere disseccata dal sole, ed il terreno continuare 
a produr malaria, perche vien mantenuto umido dall' acqua che in- 
tiltra il sottosuolo, e monta per 1' azione della capillaritä fin 
presso alla superficie. Se il sottosuolo e ben drenato, si elimina un 
fattore indispensabile della produzione infesta, ed essa viene so- 
spesa. Quelle fognature, sottraendo 1' acqua dagli strati superiori del 
sottosuolo, dovevano dunque atteuuare o sospendere la produzione 
della malaria , ancorche non fossero state fatte per questo scopo. 
Una riprova di ciö 1' abbiamo nel Viminale. 

Questa collina, come vi ho detto, era notoriamente salubre, anche 
quando non v'erano che pochissime case , ed il resto era a vigna 
od a prati. Essa era perfettamente drenata da grossi banchi di poz- 
zolana ; e, dove questi mancavano, da due piani di antiche reti cu- 
nicolari, che nel corso dei laiori stradali e di costruzione recente- 
mente fatti, abbiamo trovate non ostriüte da depositi. Queste con- 



SÜL CLIMA DELL' ANTICA ROMA 83 

dizioni hanno mantenuto il livello delle acqiie sotterranee fiel Vi- 
minale, ad mia tale distanza della superficie del suolo della col- 
lina, quäle non e stata riscontrata in alcim'altra parte di Roma (^); 
e ciö forse spiega la salubritä eccezionale di questo colle, sebbene 
esso sia posto in mezzo aH'Esqnilino e al Quirinale, i di ciii ter- 
reni erano insalubri, linche rimasero allo scoperto. 

Perö , fra 1' ammettere che i nostri autenati erano giunti a 
ristringere la produzione della malaria nel territorio romano, e 
Taffermare che essi erano riusciti a spegnere, od almeno a sospen- 
dere totalmente, qnesta produzione maletica , corre un bei divario. 
Nessun documento fa fede di questa sospensione totale ; ne la in- 
differenza colla quäle i romani villeggiavano nell' Agro, basta a 
provarla. Acclimatati com' erano, essi non avevano delle febbri or- 
dinarie quel timore che ne hanno i moderni; sopratutto quelli che 
essendo venuti a stabilirsi in Roma dopo il 1870 avendo addosso 
una grande paura delle febbri romane, sono convinti di averla 
fatta da eroi. E quanto alle febbri gravi, di una delle quali mori 
nell'anno 81 dell' era nostra 1' imperatore Tito, e assai probabile 
che non sempre i medici sapessero ricondurle alla loro vera causa; 
poiche, in tempi prossimi a noi, e talvolta anche ai di nostri, esse 
sono State non di rado scambiate con malattie di tutt'altra natiu-a. 
Non e inverosimile anzi, che alcuni degli avvelenamenti ed assas- 
sinii segreti , registrati come tali nelle storie romane senza prove 
di fatto, fossero catastrofi dovute a questa insidiosissima causa di 
morte, piuttostoche ad un delitto. 

Quando dei personaggi altolocati, intorno ai quali si agitano 
potenti passioni di ambizione, di odio, o di invidia, spariscono dalla 
scena del mondo in modo improvviso ed inaspettato , le immagi- 
nazioni popolari corrono subito all'idea di un delitto. A soddisfare 
questo istintivo bisoguo della immaginazione popolare, si prestano, 
meglio di ogni altra causa di morte , gli effetti della malaria , 
quando essa produce una infezione dell'organismo umano in forma 
perniciosa; come non dirado avviene ancora in molte parti d'Italia, e 
come, piü spesso di oggidi, avveniva in passato. In poche ore, un uomo 
sano e robusto vien tolto di vita da una malattia improvvisa, che 
non somiglia alle ordinarie febbri da malaria , e non infrequente- 

(') Clima di Roma tavola I. 



84 ALCÜNE RIFLESSIONI 

mente assume le laiTe di uno degli avvelenamenti piü noti. Da 
poco tempo la scienza medica ha progredito sino al pimto, da potei* 
diagüosticare quasi con siciirezza queste strane forme di malattia. 
In passato i medici iion sapevano proimnciare un giiidizio si- 
cui-o, quaudo questi singolari eventi sopravvenivano. Quindi non e 
da meravigliare se i laici, fondaudosi siüla massima ille fecit 
cui prodesl, freqiieiitemente attribuivano queste improvvise dispa- 
rizioni di alti personaggi ad avvelenamenti proditorii, qiiando l'esi- 
stenza della malattia era stata divulgata ; o ad assassiuii segreti 
quando era stata tenuta nascosta. 

La storia d'Italia offre di ciö numerosi esempi, anche dopo il 
rinascimento delle arti e delle lettere che rese tanto glorioso il 
XV secolo. lo ne ho scelti tre, i quali valgono da soli a mostrarci 
con quanta prudenza debbano essere accettate le tradizioni storiche 
di simili delitti , quando gli avvenimenti che hanno cosi profou- 
damente colpita la fervida immaginazione dei popoli, si svolgono 
in paesi di malaria. E sono: la catastrofe finale dei Borgia nel 
1503, quella che afflisse la famiglia di Cosimo I di Toscana nel 
1562, e quella che condusse al sepolcro nel 1587 Francesco I di 
Toscana e la sua moglie Bianca Capello. 

Si e detto e ripetuto, specialmente sulla fede di una lettera 
di Pietro Martii-e Vermigli , scritta da Segovia tre mesi dopo la 
morte di Alessandro VI e la grave malattia di Cesare Borgia, che am- 
bedue erano stati avvelenati, ed il primo di essi ucciso, da un veleno 
che essi intendevano propinare al cardinale di Corneto con un vino da 
tavola, e che invece fu propinato a loro , per uno sbaglio dei cop- 
piere. Invece le cose stanno cosi: nell' estate dei 1503 vi fu in 
Koma un calore eccessivo, accompagnato da uno scoppio di febbri 
gravi nella cittä, delle quali molti personaggi noti furono vittime, 
e fra gli altri un Borgia, arcivescovo di Ferrara, che ne mori il 
1" agosto di quell'anno. II 5 agosto il Papa Alessandro VI, e suo 
figlio Cesare, cenarono alla vigna dei cardinale di Corneto. Ambe- 
due caddero ammalati di febbre cinque giorni dopo, cioe il 10 agosto; 
ne si puö asserire se prendessero la infezione alla vigna dei cardinale, o 
non piuttosto dentro Eoraa, piü tardi. II Papamoriil 18 agosto: tredici 
giorni dopo la famosa cena. Cesare, giovane, robusto tanto da far mera- 
vigliare i suoi contemporanei per la facilitä colla quäle spezzava ferri 
di cavallo e canapi, e pote con un solo colpo di spadone tagliare la 



SUL CLIMA DELL' ANTICA ROMA 85 

testa ad im toro nel combattimeiito di tori dato in piazza S. Pietro 
nel 1500 (i), guari. Colla sua indomita euergia si sottopose ad una 
disgustosa cura di bagni aniraali, e vinse cosi una infezione per la 
quäle allora non si conosceva alcun rimedio specitico ; come piii 
tardi, con una cura analoga, e stata vinta talvolta la infezione 
tifica, per la quäle la scienza non ha ancora trovato un rimedio 
speciöco sicuro. NuUa prova che i due Borgia avessero interesse 
ad uccidere il cardinale di Corneto ; ed e un far torto alla loro 
conosciuta intelligeuza, il supporre che, volendolo uccidere, andassero 
a portargli il vino avvelenato in casa, per somrainistrarglielo du- 
rante una cena data da lui, e servita dalla sua gente : del resto, 
i fatti e le date, mostrauo come qui non si trattasse in alcun modo 
di un veneficio. Ma 1' atroce riputazione dei due, la contemporaneitä 
della loro malattia improvvisa, la morte del papa avvenuta per 
r appunto tredici giorni (numero fatale !) dopo la cena alla vigna 
del Corneto, e 1' aspetto informe del cadavere di Alessandro VI, 
esposto a S. Pietro pel bacio del piede, accesero le fantasie popo- 
lari. La favola delV avvelenamento fu composta da esse in Roma, 
si sparse al di fuori, Pietro Martire la riferi come cosa di fatto, 
e Guicciardiui le die diritto di domicilio nella storia italiana. 

Lo stesso e a dire del caso di Pisa, nel 1562. Si e scritto, 
ed Alfieri ha consacrata questa leggenda nella sua tragedia - Don 
Garcia -, che uno dei figli di Cosimo 1°, il cardinale Giovanni, 
fosse ucciso in Pisa dal proprio fratello Garcia; che il padre, in- 
feroeito coutro il fratricida, lo ammazzasse colle proprie mani; e 
che la madre, Eleonora di Toledo, morisse di orrore, dopo questa 
sanguinosa tragedia. La veritä e tutt' altra. La famiglia Medici 
usava fare delle cacce autunnali nella Maremma pisana, e volle 
farvele anche nel 1562, sebbene in quell' anno lo sviluppo della 
malaria fosse eccezionalmente grave in varie parti d' Italia, e spe- 
cialmente in Lombardia, nei bassi fondi del corso inferiore del Po, 
ed in Toscana. II Cardinale Giovanni si ammalö di febbre il giorno 
16 novembre a Rosignano, presso la Val di Cecina ; valle spesso 
infesta anche ai di nostri. Mori, sei giorni dopo, a Livorno. Dalla 
stessa febbre furono colpiti i suoi due fratelli, Ferdinande e Garcia. 



(') Dispaccio di Paolo Capello del 25 settembre 1500 alla Repubblica 
Veiieta. 



86 ALCUNE RIFLESSIONI 

II primo, che divenne cardinale e poi granduca di Toscana, guari : 
Garcia lottö venti iuteri giorni colla febbre e soccombette in Pisa. 
Su questa catastrofe di una famiglia odiata da moltissimi in Fi- 
renze, le male lingue fiorentine architettarono piü tardi la leggenda 
della quäle Alfieri si e fatto propagatore. Ma una critica storica 
accurata l'ha dispersa. Della tragedia d' Alfieri rimane soltanto di 
verosimile la morte della madre. Essa era da lungo tempo grave- 
mente inferma, e mori in Pisa ill8 dicembre. Non e improbabile che 
la morte inopinata di due giovani e diletti figli ne affrettasse la fine. 
II 25 settembre 1587 si riunivano alla villa di Poggio a 
Cajano, Francesco I dei Medici granduca di Toscana , sua moglie 
Bianca Capello , ed il cardinale Ferdinando dei Medici , fratello 
del Granduca. Questa riunione di famiglia avvenne, dopo che ma- 
rito e moglie avevano dovuto rinunciare ad ogni speranza di pro- 
genie, e Ferdinando era divenuto erede incontestato della Corona. 
Bianca, probabilmente timorosa che il marito, giä gravemente 
malato di dissenteria, potesse mancargli, aveva voluto acqui- 
stare la benevolenza del cognato , adoperandosi ad ottenere una 
riconciliazione dei due fratelli, i quali da lungo tempo si trovavano 
fra loro in uno stato di sorda ostilitä. Le pratiche di questa ricon- 
ciliazione, desiderata anche da Sisto V, erano state da lei condotte 
a termine sin dalla primavera del 1587, con tale abilitä e destrezza 
da destare l'ammirazione del Papa ; uomo, come tutti sanno, non facile 
ad esser sedotto da vane apparenze. Si volle cousacrare agli occhi 
del pubblico questa pace domestica, e lo si fece con pompa, aprendo 
una stagione di cacce autunuali al Poggio a Cajano. I tre passavano 
le giornate in feste, in cacce che spesso avevano luogo nei bassi 
fondi palustri dell'Ombrone, e non di rado cenavano all'aria aperta 
la sera, sebbene quella regione fosse allora tutt'altro che salubre. 
Dopo una caccia fatta il 6 ottobre, durante una giornata eccessi- 
vamente calda, il granduca Francesco fu preso da brividi di freddo, 
e poi da una febbre inteusa. Mori il 19 ottobre. Bianca fu attac- 
cata dalla febbre, quasi contemporaneamente al marito. Speravauo 
salvarla, perche la sua febbre non era cosi grave; ma essa era da 
lungo tempo infermiccia ('), e mori il 20 ottobre. 

(') L'autopsia di Bianca dimostro clie essa aveva un tiimore lipomatoso 
addominale, il quäle probabilmente fu causa della ultima illusioiie avuta da 
Francesco I suUa possibilitä di una gravidanza della moglie. 



SUL CLIMA DELL' ANTICA ROMA 87 

Iii Fireuze, dove questa aiidace avventiiriera era odiatissima, 
corse subito la voce di un avvelenamento del cognato, tentato da 
lei e non riuscito. Si creö la storiella di una focaccia avvelenata 
che Biaaca voleva far mangiare al cognato, mentre sedeva con essa 
e col grandiica a mensa; ma che iavece era stata incominciata a 
mangiare dal grauduca, ignaro del tradimento. Cosicche Bianca, 
atterrita all' idea di rimanere a discrezione del nuovo granduca 
dopo un colpo di tal sorta, ne aveva mangiato anch'essa, per morire 
insieme al marito. 

In Venezia, al contrario, dove la repubblica non poteva certo 
veder di buon'occhio che, uel reggimento della Toscana, ad un uomo 
debole e dominato da una figlia di S. Marco, succedeshc un prin- 
cipe dotato della fiera indipendenza di carattere e della abilitä 
politica che resero eminente fra i contemporanei il cardinale dei 
Medici , divenuto poi Ferdinande I, lo si incolpö della catastrofe 
avvenuta al Poggio. Si disse che, per arrivare piii presto al trono, 
aveva ripagata la splendida ospitalitä del fratello e della cognata, 
avvelenandoli tutti e due. 

E un curioso esempio delle varie applicazioni che puö avere 
in casi simili, a seconda degli interessi e delle passioni della gente, 
la massima iUe feclt cid prodeü, il quäle si e riprodotto anche 
ai tempi nostri. Dopo la morte del cardinale Franchi, segretario 
di stato di S. S. Leone XIII, che fu ucciso da una perniciosa, 
in una stagione nella quäle parecchi altri casi di febbre malarica 
si ebbero sul Vaticano , si sparse in vari gioruali di Europa la 
notizia che egli era stato avvelenato. Questa favola trovö credito 
fuori d'Italia ; e tre anni fa, in una compagnia di persone istruite, 
la udii ripetere come se si trattasse di cosa sulla quäle non si 
poteva muover dubbio. Si era in dubbio perö sugli autori del delitto. 
Alcuni ne accusavano il governo italiano, al quäle non piaceva di 
vedere gli affari della Santa Sede in mani cosi abili ; altri ne ac- 
cusavano i Gesuiti, che temevano di avere nel cardinale Franchi 
un avversario. 

Se tali aberrazioni di giudizio, rispetto agli effetti della ma- 
laria, furono possibili in tempi tanto vicini a noi, e lo sono ancora 
ai di nostri, non parmi fuor di proposito il richiamare Vattenzione 
vostra sulla probabilitä che esse si siano verificate anche in tempi 
piü remoti ; e che alcuni degli avvelenamenti , o degli assassinii 



88 ALCÜNE RIFLESSIONI 

segreti, affermati da scrittori aristocratici, sisteinaticameute avversi 
all' Impero che preparö il trionfo della democrazia cristiana, ovvero 
da cronisti i qiiali raccoglievano senza esame le dicerie degli oziosi 
di Roma, possauo essere ricondotti alla medesima origiue. 

Sarebbe poi molto interessante il determinare, meglio di qiiello 
che si sia potuto fare sinora , se gli antichi Komani adoperarono 
degli espedienti per impedire la iutroduzione della malaria nei 
luoghi abitati. Non intendo parlare dei filtri boschivi siii qiiali 
tanto fantasticö il Lancisi nel secolo scorso , improvvisando iina 
teoria la quäle non ha altro fondamento che im madornale spro- 
posito di fisica, ed una falsa interpretazione del significato dei boschi 
sacri nell'antichitä classica. lo ho spesa ima intera conferenza (') 
per confutare questa dottrina, che ha procurato danni non lievi 
alla provincia di Roma, ma verameute non ne valeva la pena; perche 
ormai essa e stata talmente demolita dai fatti, da dover ritenere 
che fra non molto se ue perderä persino la memoria. Intendo par- 
lare invece delle applicazioni pratiche di una legge, che regola la 
distribuzione della malaria uell' atmosfera dei luoghi da essa in- 
fetti. La malaria puö salire in massa offensiva a notevoli altezze, 
quando vi puö pervenire portata da lente correnti atmosferiche, 
per mezzo di piani inclinati; come e il caso della povera cittä di 
Sermoneta, situata su un coUe che scende al piano delle Paludi 
Pontine con dolce pendio, e distrutta quasi interamente dalla ma- 
laria; la quäle, in conseguenza di un grave errore commesso durante 
la bonifica di Pio VI, si produce ora nel piano 'sottostante alla 
cittä in maggior abbondanza di prima. Ma, nel senso verticale, la 
malaria non si soUeva che a piccola altezza, ed a pochi metri dal 
suolo essa non e piü offensiva. L'esperienza popolare lo ha ricono- 
sciuto in moltissimi paesi malarici, e ne ha saputo trar profitto. 
Nelle Paludi Pontine, in Grecia, nelle Indie orientali, la gente che 
deve pernottare all' aperto durante la stagione delle febbri , usa 
preservarsi stando su delle piattaforme di legno, sostenute da lunghi 
pali; gli ludiani dell' America centrale e meridionale si preservano, 
attaccando le loro amache assai in alto agli alberi; ed e cosa nota 
che, in una casa posta su di un terreno malarico, i piani superiori 
sono salubri, mentre non lo sono gli inferiori. Nel 1873 Augusto 

(^) Clima di Roma, sesta Conferenza: 1 boschi e la malaria romana. 



SUL CLIMA DELL'aNTICA ROMA 89 

Castellani mandö alla esposiziono universale di Vienna il raodello 
di iina antica casa rustica della Campagua di Roma, illustrata da 
Efisio Tocco, le mura esterne della quäle non avevano altra aper- 
tura che la porta. Le finestre di tutti gli ambienti della casa da- 
vano sopra un cortile interuo; cosicche, uua volta chiusa la porta, 
l'aria del cortile e delle stanze della casa non poteva essere rin- 
novata, che per mezzo degli strati atraosferici superiori al livello 
del tetto. In paesi di malaria, uua disposizione simile e eccel- 
lente per preservare dall'inquinamento l'aria di una casa, duraute 
la notte; e ciö ha fatto supporre che quelle siugolarita di costru- 
zione avessero questo scopo. Se nuovi trovati arrivassero a pro- 
varlo, le epoche presumibili delle costruzioni di tal genere potreb- 
bero fornire utili elementi, per rendere meno incerta la storia della 
malaria romana uell'antichita. 

Do termine a questi brevi cenni, ringraziandovi della vostra 
benevola attenzione, e colgo nello stesso tempo l'occasione di espri- 
mere pubblicamente ai colleghi dell'Istituto la mia ricouoscenza 
per r onore immeritato che voUero farmi, iscrivendomi fra i Soci 
corrispondenti di questo iusigne sodalizio. 



90 ARCHAISCHE BRONZESTATÜE 



ARCHAISCHE BEONZESTATUE DES FÜRSTEN SCIARRA 

(Tavv. IV, IV% V) 



Es ist wahr, die grössten Fortschritte welche unsere Erkennt- 
niss der griechischen Kunstentwickelung, besonders der älteren, 
in den letzten Jahrzehnten gemacht hat, verdanken wir den gross- 
artigen Entdeckungen auf dem Boden von Griechenland. Aber das 
darf uns nicht zur Vernachlässigung der älteren, kaum minder wich- 
tigen und fruchtbaren Aufgabe verleiten, den in Italien und besonders 
in der ewigen Stadt aufgehäuften Schatz von Bildwerken immer von 
Neuem zu durchforschen, um mit Hilfe der durch jene neuen Funde 
gewonnenen Erkenntnisse aus dieser ungleichartigen Masse die älte- 
ren Werke griechischer Hand oder Nachbildungen von solchen aus- 
zuscheiden und in den Zusammenhang der griechischen Kunstent- 
wickelung einzureihen. 

Wie Bedeutendes von dieser Art noch der Veröftentlichung 
und Verwertung harrt, das haben erst kürzlich wieder die Beiträge 
gezeigt, welche Koepp zu dem vorigen Bande der Mittheilungen 
beigesteuert hat. Ein anderes Beispiel gibt das merkwürdige, ja 
einzig dastehende Werk, welches auf den Tafeln IV, IV a und V 
zum ersten Male veröffentlicht wird, obwohl seine kunstgeschicht- 
liche Bedeutung längst erkannt und ausgesprochen worden ist (•). 
Es ist die unterlebensgrosse archaische Bronzestatue eines halber- 
wachsenen Knaben, welche nach einer Notiz von Sante-Bartoli 
gefunden wurde " nel farsi il nuovo recinto di mura in iempo di 
Urbano VIII in Trastevere nel monte Gianicolu " (^), und in 
den Besitz der Familie dieses Papstes (Maifeo Barberini) kam. 

(') Die Litteratur siehe bei Matz iiiid v. Duhii, Antike Bildwerke in 
Rom I S. 278 n. 978. 

(^) Fea Miücellanea p. CCLVI n. 117. — Damit stinnnt die von Mi- 
chaelis (s. ujiten Anm. 8) mitgeteilte Angabe der Galleriediener, die Statue 
sei vor Porta S. Pancrazio gefunden. 



DES FÜRSTEN SCI AKRA ^*1 

Unter den Kunstschätzen des Palazzo Barborini wird die Bronze 
als u)i idolo eirmco in einem Inventar vom J. 1738 i^) aufgezählt. 
Ebenda sah sie Winckelmann, der sie im Trattato 'preliminare als 
la figura piü antica che abbiamo di broiizo bezeichnet (^) und in 
der Geschichte der Kunst sie zu den sicher etrurischen Werken (■>) 
und zwar, zusammen mit der « Leukothea Albani » , zu den Reprä- 
sentanten des « ersten etrurischen Stiles " zählt ("). Das Verdienst, 
den griechischen Ursprung der Statue zuerst erkannt zu haben 
gebührt den Herausgebern von Winckelmann' s Kunstgeschichte, 
Meyer und Schulze (in der Anmerkung zu der ersteren Stelle). 

In den dreissiger Jahren gieng sie bei der Teilung der Bar- 
berinischen Schätze in den Besitz der Fürsten Sciarra über, in deren 
Palaste am Corso sie sich seitdem befindet ('). Im J. 1863 ver- 
öffentlichte Adolf Michaelis eine Beschreibung und Wüi-digung 
des Werkes, welche in allem Wesentlichen auch heute noch ihi'e 
Geltung beliauptet (8). Als archaisch griechische Arbeit hat es 
dann Heibig mehrfach besprochen (^') und zuletzt von Duhn sich, 
unter Beistimmung Conze's, gegenüber dem unbegründeten Zweifel 
von Matz, für dieselbe kunstgeschichtliche Bestimmung entschie- 
den (if"). Sonst hatte in neuester Zeit die Statue, meines Wissens, 

(3) Docum. ined. per serv. alla stör, dei musei dVtalia IV p. 41: iina 
statuetta alta pal 4^ di hronzo con cornu copio inmano rappresentante un 
idolo etrusco, con pieduccio di porfido verde. — Diese Notiz verdanke icli 
der Güte von Adolf Michaelis. 

(■*) Monum. ined. p. LV c. 4 § 62. 

(5) m c. 2 § 10. 

(ö) m c. 3 § 5. 

C) Dort zuerst erwähnt von Nibby Roma moderna nel 1838 p. 823 als 
Arpocrate. Vergl. über die Teilung p. 820 und Beschreibung der Stadt Eoni 
III 3 S. 185. 

(8) Archäol. Anzeiger 1863 S. 122 f. 

(9) In einer Adunanz des Instituts legte er eine Zeichnung der Statue 
vor: Bull. d. Inst. 1871 p. 19. Vergl. Untersuchungen über die canipan. Wand- 
malerei S. 17 und « Ueber die Darstellung des Athnmngsprocesses in der 
griech. Sculptur m in der Zeitschrift Grenzboten IV 1870 S. 417. 

(10) S. Anm. 1. — Nach der Angabe des Fürsten Sciarra hätten sich 
neuerdings wieder bekannte englische Gelehrte für ctruskischen Ursprung 
ausgesprochen. Auch einer der hervorragendsten Kenner etruskischer Kunst 
in Italien, L. A. Milani, neigt zu der gleichen Ansicht, von der ich nur ein- 
fach gestehen niuss, dass sie für niicli unverständlich ist. 



92 ARCHAISCHE BRONZESTATUE 

keine Beacütimg gefunden, ohne Zweifel deshalb, weil die Samm- 
lung Sciarra gegenwärtig nur schwer zugänglich ist. Erst in der 
Ausstellung von Bronzen, welche im vorigen Jahre im Palaz^o di 
helle arti statt fand, Avurde sie allgemeiner zugänglich imd die 
Redaction dieser Zeitschrift beschloss bei dieser Gelegenheit die 
längst geplante Veröffentlichung durchzuführen. Dort wurden auch 
die den Tafeln IV und IV a zu Grunde liegenden Photographien, 
leider nicht bei ganz günstiger Beleuchtung, aufgenommen. Da den 
Fachgenossen, welcher die Herausgabe übernommen hatte, äussere 
Umstände verhinderten, die Tafeln mit den nötigen Bemerkungen 
zu begleiten, wurde diese Aufgabe mir übertragen. Seine Durch- 
laucht der Fürst Maffeo Sciarra erteilte mir mit grösster Bereit- 
willigkeit die Erlaubniss, die gegenwärtig wieder im ersten Stock- 
werke seines Palastes — in demselben Gemache mit dem berühmten 
Geigenspieler — aufgestellte Statue öfter zu sehen und zu ver- 
öffentlichen, auch die auf Tafel V wiedergegebenen Photographien 
des Kopfes aufnehmen zu lassen, eine Liberalität, für die ihm alle 
Fachgenossen lebhaften Dank wissen werden (i^). Es steht zu 
hoffen, dass der Fürst auch zm- Verbreitung der merkwürdigen 
Statue in Gipsabgüssen die Erlaubniss erteilt. Erst dann wird es 
möglich sein, ihre eigentümliche Formensprache durch allseitige 
Vergleichung hinreichend zu würdigen, wozu ich mich um so weniger 
befähigt fühle, als die Umstände mir nicht gestatteten, ihrem 
Studium die notwendige zusammenhängende Zeit zu widmen. 

Der Erhaltimgszustand der gegenwärtig 1,11 M. hohen Figur 
ist ein ziemlich günstiger. In der Bestimmung der Ergänzungen hat 
mich Herr Martinetti auf das bereitwilligste mit seinem sach- 
kundigen Urteil unterstützt. Die antiken Teile, im Ganzen von 
dunkelgrüner Farbe mit braunen und grünlichweissen Flecken, 
zeigen wenig von der ursprünglichen Patina, sondern sind glatt 
geputzt und gefeilt, wodurch die Oberfläche leicht zerkratzt wurde, 
ohne dass dadurch die Wirkung der Modellierung sonderlich beein- 
trächtigt wäre. Nur an wenigen Stellen ist sie durch stärkere Ein- 
drücke merklich aus der Form gebracht; auch das Gesicht ist 



(11) Für die Vermittehin £j des Pcnncsses bin ich dem k. und k. üsterv. 
Lcgationsratli, Herrn von Eperjesy, welcher an diesen Studien selbst lebliaften 
Anteil nimmt, zu grossem Danke verpflichtet. 



DES FÜRSTEN SCI AKRA 



93 



etwas verbogen. Ergänzt ist natürlich die steinerne Basis, offenbar 
dieselbe, welche schon das Inventar A^on 1738 angibt (oben Anm.3); die 
beiden Füsse oberhalb der Knöchel, wie Michaelis erkannt hat, aber 
in ihrer Stellung wohl ziemlich richtig ; die rechte Hand mit einem 
Drittel des Unterarms, der etwas zu lang geraten zu sein scheint ; 
der linke Arm vom Schultermuskel abwärts mitsammt dem Füll- 
horn. Alle diese Ergänzungen sind kenntlich an ihrer künstlichen 
Patina von glanzlosem Grün und — wenn man vom 1. Oberarm, 
dessen Bruch mit gefärbtem Gips verschmiert ist, absieht — an 
den Köpfen der zur Befestigung dienenden dicken Nieten oder 
Schrauben, welche erkennbar sind, obwohl sorgfältig mit der Feile 
geglättet ('-). Am deutlichsten ist dieses Verfahren an dem Kopfe, 
dessen moderne Ergänzung ebenfalls Michaelis erkannt, v. Duhn 
mit Unrecht bestritten hat. Sie wird durch die beistehenden vier 
Skizzen verdeutlicht, in denen die Fugen durch punktierte Linien 



.y' ox 



i^n 



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T^ /-^ 









bezeichnet sind. Dass das von ihnen umgrenzte Stück modern sei, 
beweist nicht nm- die Patina, sondern auch die rohe Art, in der 

(12) Ich sehe nachträglich, dass aucli im Neapelcr Museum die Bronzen 
in derselben Weise zusammengefügt oder restaurirt sind ; insbesondere sind 
alle Büsten in dieser Weise an die Eisengerüste festgemacht, auf denen sie 
stehen. 



94 ARCHAISCHE BRONZESTATUE 

hier die Haare angedeutet sind. Während sie an dem antiken Teile, 
besonders deutlich hinter dem linken Ohr auf Tafel V, durch die 
feinste, streng stilisierte Graffitozeichnung — sie scheint mit einem 
weissen Pigment ausgefüllt — ausgedrückt sind, wurden sie auf 
dem modernen Stück mit weit weniger regelmässigen, stumpfen 
Strichen augegeben, welche nicht in die Bronze, sondern schon in 
das weiche Gussmodell eingeritzt worden sein dürften. Auch den 
Hauptumriss des Schädels gibt die Ergänzung offenbar nicht ganz 
richtig wieder ; die Wölbung war wahrscheinlich nach oben und 
nach hinten, ganz sicher über dem rechten Ohr, beträchtlich stärker. 
Befestigt ist das moderne Stück an den drei mit Ä bezeichneten 
Stellen des antiken Teiles auf der Stirne und hinter den Ohren, 
wo 6-7 mm. breite runde Schraubeuköpfe kenntlich sind. Wie man 
durch das grosse Loch auf der Rückseite sehen kann, greifen diese 
Schrauben innen in ungefähr halbkreisförmige Fortsätze des er- 
gänzten Stückes ein. An der Innenseite der Stirne glaubte ich an 
dem Ende der Niete deutlich Schraubenwindungen zu erkennen. 
Die drei in unseren Skizzen mit B bezeichneten Stellen zeigen 
offene runde Löcher, von denen das mittlere 7 mm., die beiden vor 
den Ohren befindlichen 4 mm. breit sind. Mit Sicherheit weiss ich 
sie nicht zu erklären, aber zur Befestigung eines Kranzes, wie 
Heibig wollte ('•'), können sie schwerlich gedient haben. Ueber- 
haupt ist es mir wahrscheinlicher, dass das einzige auf antiker 
Stelle befindliche, vor dem linken Ohre, erst bei der Ergänzung 
gemacht ist, als dass es die Anbringung der beiden anderen an dem 
modernen Stück veranlasst habe. 

Gleichfalls zweifelhaft ist die Bedeutung jenes grossen, auf 
der Rückseite in den Schädel eingeschnittenen Loches, welches auch 
in den Profilansichten Tafel IV a und V an der Abplattung des 
hinteren Schädelconturs kenntlich ist. Sein Durchmesser beträgt 
35 bis 37 mm. Von seiner Umgebung ist kaum ein Viertel antik 
und bei dem abgeschabten Zustande des Randes möchte ich nicht 
einmal dafür haften, dass dieser Teil von Alters her so gestaltet 
war. Aber es ist von vorn herein das wahrscheinlichste, dass ein 
unzweideutiger Rest eines antiken Ausschnitts Anlass gab, diesen 
in der Ergänzung fortzusetzen. Gegenwärtig wird das Loch dazu 

('^) Unters, über die campaii. Wandmalerei S. 17. 



DES FÜRSTEN SCIÄRRA 95 

vei'Avendet, um durch eine in dem Inneren befestigte Kerze die 
leeren Augenhöhlen zu erleuchten. Demselben Zwecke dient auch 
eine auf dem Scheitel angebrachte Bohrung von c. 7 mm. Breite, 
deren Umgebung an der Innenseite mit einer starken Schichte von 
Russ behaftet war; das Loch fungiert also als Rauch fang. Eine 
ganz ähnliche Art der Illumination wird demnächst, wie er mir 
freundlich mitteilt, L. A. Milam für das italische Altertum nach- 
weisen (1^). In die Bronzeperrücke einer archaischen, wahrscheinlich 
griechischen Statue, von der mir durch Milani's Güte eine Photo- 
graphie vorlag, wurde nachträglich, wie er meint bei ihrer Ver- 
wendung im etruskischen Cultus, ein kleines viereckiges Fenster- 
chen eingearbeitet, welches keinen anderen Zweck gehabt haben 
kann, als die ohne Zweifel aus durchsichtigem Materiale einge- 
setzten Augen zu erleuchten, gewiss ein wirksames Mittel, um das 
Götterbild mit dem Nimbus des Wunders zu umgeben. Ob freilich 
auch bei unserer Statue ein ähnlicher Sachverhalt anzunehmen ist, 
scheint mir sehr zweifelhaft ; der Ausschnitt wäre zu diesem Zwecke 
beträchtlich breiter gemacht worden, etwa handbreit, wie an der 
Milani'schen Bronze. Das Loch wird nichts anderes sein, als ein 
uuausgefüllt gebliebenes Gussloch, wie es fast genau gleich der 
kürzlich auf der Akropolis in Athen gefundene aiginetische Bronze^ 
köpf zeigt {^^). 

Was die Technik anlangt bemerke ich noch, dass der Bronze- 
guss, entsprechend seiner Altertümlichkeit, noch beträchtliche Dicke 
hat, an dem Loche im Hinterhaupt 5 bis 6 mm., und dass demnach 
die Statue schwerer ist, als sie bei gleichen Dimensionen in späterer 
Zeit wäre (•''). Dennoch vermag sie sammt ihrer Steinbasis ein 
Mann mit einiger Anstrengung zu heben. Spuren von Zusammen- 
fügung aus verschiedenen für sich gegossenen Teilen, wie sie — 
ähnlich dem entsprechenden Verfahren in der Marmortechaik — 
auch bei antiken Bronzen gewöhnlich war, vermochte ich nicht 

(!'*) In den Notizie degli scavi. 

C^) Erwähnt von Kavvadias 'EtprjiLi. cIqx. 1886 p. 136; Mitth. d. arcli. 
Inst. Athen 1886 p. 336 e. Eine Abbildung ercheint demntächst in Rhomaidis' 
Musees d'Athenes II Heft. 

(^'^) Dieselbe Dicke hat der schöne archaische Kopf von Herculaneum 
(s. unten Anm. 45). Noch viel dicker, fast 1 cm., ist der Guss des in der 
vorigen Anmerkung erwähnten altertümlichen Kopfes. 



96 ARCHAISCHE BRONZESTATÜE 

walirziinelimen. Eingesetzt waren nur, wie bemerkt, die ganzen 
Augen, wie z. B. auch bei dem altertümlichen Zeusköpfchen aus 
Olympia, dem Dornauszieher im Conservatorenpalast, dem Münchener 
Epheben (^'); aus welchem Materiale, darüber gibt nicht die ge- 
ringste Spur Auskunft. — Dass die Brustwarzen, welche ein ein- 
geritzter Kreis imigibt, aus anderer Bronze eingesetzt seien, glaubte 
Herr Martinetti zu erkennen. Dasselbe k(5nnte dann für die 
Augenbrauen gelten ; jedoch wage ich keines von beidem bestimmt 
zu behaupten. 

Wir haben hier gewiss keine Idealbildung vor uns, sondern 
eine als Porträt beabsichtigte Darstellung, welche zwar noch viel- 
fach in den Fesseln archaischer Typik befangen ist, aber sich 
doch auch schon bestrebt, die Eigenthümlichkeiten der dargestellten 
Person zu erfassen und mit Deutlichkeit, vielleicht mit übertrie- 
bener, zum Ausdruck zu bringen. Wie frühzeitig sich die archaische 
Kunst auch in dieser liichtuug versuchte, dafür vermehren sich 
immerwährend die Beispiele. Unsere Bronze stellt in ruhiger 
Haltung einen halberwachsenen Knaben dar — seine Scham zeigt 
noch nicht das Zeichen der Reife — von jugendlichen, aber, 
besonders an Schultern, Rücken und Oberschenkeln, sehr kräftig 
entwickelten Köi-performen. Der von starkem Halse getragene 
Kopf, nach Art munterer Knaben etwas zurückgelegt, zeigt einen 
stark entwickelten, von athletisch kurz geschorenem Haar bedeckten 
Schädel; das derbe, geistig wenig bedeutende Gesicht mit dem 
offenen Munde vervollständigt das Bild eines durch athletische 
Uebung nur körperlich stark entwickelten Burschen. 

Fast die einzige Gelegenheit zur Aufstellung derartiger Por- 
trätstatuen von Knaben, welche wir für archaische Zeit annehmen 
können, sind Siege in den grossen Festspielen. Schon Michaelis 
und Helbisr haben bemerkt, dass aller Wahrscheinlichkeit nach 
auch in unserer Bronze, wie in dem « Idolino « und dem « betenden 
Knaben '- , eine solche Siegerstatue zu erkennen sei, welche von 
Olympia oder einem anderen Festort entführt die Wohnung irgend 
eines römischen Herren geschmückt haben wird, an denen es in 
der Umgebung ihres Fundorts nicht gefehlt haben kann. Mustern 



(1") Friederichs- Wolters, Bausteine n. 311; 215; 216. Vergl. Wiesclcr, 
Nachrichten der Gütting. Gesellschaft der Wiss. 1886 S. 56 f. 



DES FÜRSTEN' SCIARRA 97 

wir nun das Verzeicliniss der von Pausanias im sechsten Buche 
aufgeführten siegreichen Knahen, deren Statuen in. Olympia auf- 
gestellt waren, so finden wir, dass die grosse Mehrzahl, hesonders 
in der älteren Zeit, in welcher unsere Bronze entstanden sein muss, 
und unter den Faustkämpfern imd Eingern, die hier in erster Reihe 
in Betracht kämen, dem Peloponnes, besonders Elis und Arkadien 
angehörten C^). Niemand wird läugnen, dass auch unser Knabe 
seinem soeben gekennzeichneten, etwas bäurischen Wesen nach am 
besten in diese Gegenden passt. Daraus ergibt sich aber auch für 
die kuustgeschichtliche Bestimmung der Bronze ein gewisses Vor- 
urteil ; denn die meisten Siegerstatuen, deren Meister wir kennen, 
gehören der peloponnesischen Schule an, deren Mittelpunkt Sikvon 
war, erst in zweiter Linie der mit ihr- eng verbundenen aigine- 
tischen. Ob eine von diesen beiden Schulen, imd welche, bestimmten 
Anspruch auf dieses Werk erheben kann, soll eine Analyse seiner 
Composition und seines Stiles zeigen. 

Die Bildung der stehenden nackten Männergestalt hat die 
griechische Kunst in der Wiederholung des bekannten Schemas er- 
lernt, welches uns durch eine Keihe hochaltertümlicher, meist 
unter dem Namen Apollon bekannter Statuen wohl vertraut ist C^). 
Die reifste Ausgestaltung dieses archaischen Typus kennen wir aus 
dem Strangfordschen Jüngling, welchen Brunn mit hoher Wahr- 
scheinlichkeit der aiginetischen Schule zugewiesen hat (-'|), ferner 
aus der Bronze von Piombino (-') nnd der Payne-Knight" sehen 
Statuette (-), welche mit Kecht als Keplik des um die 70. Olym- 
piade errichteten {~'^) didymäischen Apollon des Kanachos gilt, 

('^) Ich zähle 69 Knabensieger, darunter 23 aus Elis und Triphylien, 
12 Arkader, 7 sonstige Pcloponnesier. Unter den 54 Faustkämpfern und Rin- 
gern dieser Liste stehen 19 Eleer, 11 Arkader, 6 andere Peluponnesier. 

(1^) Friederichs-Wolters, Bausteine zu n. 14. Furtwängler in Eoschers 
Lexik, der Mythol. S. 450 if. 

(20) Brunn, Sitzungsber. der bair. Akademie 1872 S. 529 flF. Vergl. Frie- 
derichs-Wolters n. 89. Overbeck, gr. Plastik P. S. 181; am besten abgebildet 
bei Eayet et Thomas, Milet et le golfe Latmique pl. 28, 1. 

(2') Overbeck a. a. 0. P S. 78 ff. Rayet a. a. 0. pl. 29. 

(22) Rayet a. a. 0. pl. 28, 2. Vgl. Friederichs-Wolters n. 51. Jlüller- 
Wieseler, Penkm. Tf. 4 n. 21. 

(2^) Brunn, Gesch. der gr. Künstler I S. 77 ff. Klein, Arch.-epigr. Milth. 
aus Oesterr. V S. 100. 

7 



98 ARCHAISCHE BRONZESTATÜE 

endlich aus mehreren Statuen vom Tempel des ApoUon Ptoieiis, 
welche zu seinem Doppelgänger, dem ebenfalls dem Ivanachos — 
ungewiss mit welchem Rechte (-^) — zugeschriebenen Apollon Isme- 
nios in Theben, in ähnlichem Verhältniss zu stehen scheinen C^-^). 
Alle diese Figuren ruhen noch fest auf beiden Füssen, indem der 
linke in massigem Ausschritt vorgesetzt ist, ohne dass dadurch der 
Oberkörper aus seiner senkrechten Haltung gebracht würde; die 
Hände, welche ursprünglich am Körper herabhingen, sind mit 
Attributen vorgestreckt ; das Gesicht blickt gerade vor sich hin. 
Dieses altertümliche Compositionsschema wird abgelöst durch 
dasjenige, welches durch die Statue des Stephanos in Villa Albani 
und durch den Apollon aus dem Dionysostheater in Athen mit 
ihren Verwandten {-''') am besten bekannt ist. Die Last des Körpers 
ist nicht mehr gleichmässig auf beide Beine verteilt, sondern das 
eine ist, wenn auch noch wenig bestimmt, als Standbein gekenn- 
zeichnet, das andere tritt leicht gebogen etwas zur Seite und zu- 
rück, obzwar es noch mit der ganzen Sohle den Boden berührt. 
Dem entsprechend ist auch der Oberkörper in leise Bewegung 
geraten, die dem Standbein entsprechende Hüfte tritt etwas her- 
aus, auch die Schultern stehen nicht mehr ganz wagerecht, der 
Kopf erhält eine leichte Wendung oder Senkung. Der eine Unter- 
arm ist auch hier vorgehalten. — In diesem Schema wird heute, 
besonders nach der Untersuchung von Flasch, wohl Niemand mehr 
die Schöpfung einer späten eklektischen Schule erkennen, sondern 
die Uebergangsform zu der freien rhythmischen Ponderation phi- 
diassischer und polykletischer Gestalten. Auch welcher Schule das 
Verdienst gebührt, diesen Fortschritt durchgeführt zu haben, ist 
kaum zweifelhaft. Das Vorbild des Stephanos war schwerlich etwas 
anderes, als eine peloponnesische Siegerstatue, und die kurz nach 
460 ausgeführten Sculpturen vom Zeustempel in Olympia, welche 



(2*) Robert, Archäol. Märchen S. 96. Freilich beweisen die Worte des 
Tansanias auch das nicht, Avas Robert behauptet, dass die Zuteilung an Ka- 
nachos auf blosser Conjectur beruhte. Neben der stilistischen Uebereinstim- 
mung kann ganz wohl auch eine Künstlerinschrift bestanden haben. 

(25) Bull, de corr. hell. 1886 pl. 9 p. 190 ff. besonders jd. 6 p. 265 ff. 
Vgl. 1887 pl. 13; 14 p. 275 ff. (Holleaux). 

(2ö) Kekul(^, die Gruppe des Künstlers Menelaos S. 23 ff. Conze, Bei- 
träge z. Gesch. der gr. Plastik S. 13 ff. Friederichs-Wolters n. 217-226. 



DES PURSTEN SCI AKRA 99 

dasselbe Standmotiv durchgeführt zeigen, sind, wie zuletzt oben 
S. 53 if. dai-zutim versucht wurde, ein Werk derselben Schule. Der 
Meister aber, von welchem diese Schule damals {-') am stärksten 
beeiuflusst war, scheint Ageladas gewesen zu sein, der jüngere und 
wahrscheinlich bedeutendere Genosse des Kanachos, welchem die 
Anfertigung mehrerer Siegerstatuen Gelegenheit gab, sich mit jenem 
Problem zu beschäftigen. Jedesfalls gehört die Einführung des 
neuen Standmotivs der Zeit zwischen dem didymäischen Apollon des 
Kanachos und der Ausführung der Giebelsculpturen in Olympia an. 
In den Anfang dieses Zeitraums und wohl auch in denselben 
Schulzusammenhang muss unsere Bronze gehören, so viel ich weiss 
das älteste Beispiel der neuen Compositionsweise, welche sie aber 
noch, nicht ganz durchgeführt zeigt, wie wenn es einer der ersten, 
noch schüchternen und befangenen Versuche in jener Kichtung 
wäre, den man keinem Meister ersten Ranges zuschreiben möchte. 
Die Stellung der Beine ist, wie auch Heibig hervorgehoben hat, 
schon ziemlich dieselbe, wie bei der Statue des Stephanos, nur 
noch viel gebundener und im Gegensinn, wie auch bei der treffli- 
chen Copie einer ähnlichen Statue in Villa Albani ('^). Wie bei 
diesen Statuen ist die eine Hand, hier die rechte, vorgestreckt ; 
wahrscheinlich hielt sie ein Attribut, wie das auch für Sieger- 



(") Robert, Arch. Mcärcheii S. 39 ff. (vergl. 93 ff.), scheint mir mit Un- 
recht in Abrede zu stellen, dass Ageladas noch nach den Perserkriegen tätig 
war. Er denkt sich nämlich seinen Herakles Alexikakos, welchen unsere Ueber- 
lieferung nach der grossen Pest zu Beginn des pelojjonnesischen Krieges 
aufgestellt sein lässt, nach der durch C I. A. n. 475 für Athen bezeugten 
Pest gestiftet, welche er um 500 ansetzt. Aber die Inschrift muss, wenn ich 
nicht sehr irre, mindestens 30 Jahre älter sein. Und dann hätte ein grosses 
Bronzewerk schwerlich die Perserkatastrophe von 480 überdauert. Man muss 
also entweder mit Klein (Arch. epigr. Mitth. aus Oesterr. YII S. 62 ff.) zu der 
Annahme eines jüngeren Ageladas zurückkehren, oder, was ich vorziehen 
möchte, die Verbindung des Herakles mit der Pest als eine sjjätere, durch 
seinen Beinamen hervorgerufene Erfindung ansehen. Den waliren Anlass der 
Weihung möchte ich in nichts anderem erkennen, als in der Befreiung von 
der Persernot, und sie in der Zeit ansetzen, da der Bund mit den Herakliden 
noch bestand, also kurz nach I'lataiai, etwa gleichzeitig mit dem gemein- 
samen Weihgeschenk in Deljihi. 

(28) Nr. 44 im Porticus des Palastes vor dem linken Seitenflügel ; meines 
Wissens noch unpubliciert. 



100 ARCHAISCHE BROXZESTATUE 

statuen in Oh'mpia bezeugt ist (-^). Auch die linke Hüfte tritt 
etwas heraus, aber die Bewegung teilt sich noch nicht dem ganzen 
0])erkörper mit (^'^) und die starre Kopfhaltung entspricht noch 
ganz dem älteren Typus. 

An das Werk des Stephanos und den Apoll aus dem Dion3^sos- 
theater erinnert ferner die Breite der Schultern, welche die der 
Hüften noch sehr überwiegt (^i). Daneben sind freilich auch in 
der Körperbildung tiefgehende Verschiedenheiten nicht zu verken- 
nen, welche teilweise von der grösseren Altertümlichkeit unserer 
Bronze herrühren. Der Kopf ist keineswegs so klein, wie bei jenen 
Statuen ; die Höhe beträgt nicht mehr als etwa 0,8 Kopflängen. 
Die Brust ist zwar an sich und durch den auch hier, wie gewöhn- 
lich in der archaischen Kunst, dargestellten Act des Einatmens {^'^) 
stark vorgewölbt, aber die Brustmuskel sind, der Jugendlichkeit 
dieses Körpers entsprechend, schwach entwickelt. Besonders ist ihre 
vertikale Ausdehnung im Verhältniss zur Torsolänge viel zu ge- 
ring (3'^). auch sitzen die Brustwarzen nicht weit genug aus- 
einander (3''). Aehnliche Fehler finden sich auch an einigen von 
den angeführten archaischen Figuren, dem Strangfordschen Jüng- 
ling, -dem Apollo Payne-Knight, besonders aber an der Bronze 
von Piombino, worauf schon von Duhn hingewiesen hat. 

Wie sehr in anderen Punkten unsere Statue diesen altertümli- 
cheren Werken überlegen ist, zeigen schon die Abbildungen. Ich 
hebe nur einige Einzelheiten hervor, für welche sie nicht aus- 



(2^) Z. B. Pausan. 6, 0, 1 die Statue des Theognetos von Aigina, von 
dem Aigineten Ptolichos, welche Pinienapfel und Granate in den Händen 
hielt, oder 6, 1, 7 die des Polykles, mit einer Tänie auf der Rechten. 

(30) Zwar ist der Abstand der Brustwarzen vom Nabel ungleich, links 0,1 ß2, 
rechts 0,150, aber gerade in umgekehrtem Sinne, als es bei einer der Figur 
des Stephanos analogen Bewegung des Torso der Fall sein müsste. Vgl. Flasch, 
Arch. Zeitg. 1878 p. 124. 

pi) Schultcrbreite 0,34, nicht viel weniger als ein Drittel der ganzen 
Höhe der Figur (1,11). Hüftenbreite 0,214. 

(32j Heibig, Grenzbuten IV 1870 p. 417. 

(33) Vom Handgriff des Brustbeins bis zum unteren Rande der Brust- 
muskcl (vertikale Dimension) 0,10; bis zum Isabel c. 0,25; bis zum Schani- 
glied c. 0,34. 

(3*) 0,133. — Auf diese Fehler haben schon Meyer und Schulze zu 
Winckeluiitnn's Kunstgcsch. III c. 2 § 10 aufmerksam gemacht. 



DES FÜRSTEN SCIARRA 101 

reichen. Die Sägemuskel sind leise und fein, aber doch fühlbar 
angedeutet. Unter dem Nabel, welcher an sich eine ziemlich leb- 
lose kreisrunde Scheibe ist, ähnlich wie bei den Tyrannenmördern, 
wölbt sich der Bauch in weicher Modellierung ein wenig vor, wie 
auch an der Statue des Stephanos. Der Ansatz des Schamgliedes zeigt 
eine weiche Hautfalte, welche auch schon die Piombinosche Bronze 
andeutet. Sie ist nicht zu verwechseln mit der Querfurche, mittelst 
derer in entwickelterer Kunst ein besonderer Schamhügel von dem 
unteren Bauchende abgegrenzt wird {^^). Die Inguinalfalten sind 
etwas stärker betont als die Al)bildung erkennen lässt. Auch der 
Rücken ist fein ausmodelliert und voll echt griechischen Lebens- 
gefühls (Michaelis a. a. 0. S. 123), welches überhaupt die ganze Figur 
durchdringt und meines Et-achtens allein ausreicht, um bei einem 
so einheitlich altertümlichen Werke den Gedanken an etruskischen 
Ursprung zurückzudrängen C'). 

Bei allen diesen Vorzügen ist freilich eine gewisse Flachheit 
der Modellierung nicht abzuleugnen, welche schon Winckelmann, 
etwas übertreibend, mit den Worten gekennzeichnet hat : « Die 
Zeichnung des Genius im Palaste Barberini ist sehr platt und ohne 
besondere Andeutung der Teile. " (^ß). Diese Flachheit lässt sich 
nur zum Teil aus der Rücksicht auf die noch nicht voll entwickelten 
Formen des Knabenkörpers erklären, welcher doch sonst athleti- 
sche Kraft zur Schau trägt. Man vergleiche nur z. B. den Strang- 
fordschen Jüngling, welcher gar nicht oder nur wenig älter gedacht 
und eher minder kräftig gebildet ist. Und doch möchte man ge- 
rade bei einem Bronzewerke dieselbe Bestimmtheit und Schärfe 
der Durchbildung erwarten, welche wir bei den Aigineten mit Recht 
als Eigentümlichkeiten des auf Marmor übertragenen Bronzestils 
zu betrachten pflegen, jene Art der Stilisierung, welche die opti- 
sche Beschaifenheit der gegossenen Bronze zu erfordern scheint 
und die Arbeit in dem weichen Gussmodell sehr erleichtert. Das. 
was unsere Statue von dem entfernt, worin wir den eigentlichen 
Stil des Bronzegusses zu erkennen pflegen, das nähert sie der- 
jenigen Kunstweise, deren Hauptvertreter für uns jetzt die Sculp- 
turen vom Zeustempel in Olympia sind. Ich habe schon oben S. 53 



(35) Vergl. darüber auch Flascli, Arch. Zoitg. 1878 S. 122 roclits. 
(3ö) Kunstgcsch. III c. 3 § 5. 



102 ARCHAISCHE BRONZESTATÜE 

ff. ausgeführt, dass für mich der peloponuesische Ursprung dieser 
"Werke nicht zweifelhaft ist, und augedeutet, dass sich ihre Eigen- 
tümlichkeiten und Mängel aus dem partiellen Festhalten an der 
Kunstweise erklären dürften, welche sich in der alten daidalidischen 
Technik des Spln-relatons ausgebildet hatte (3"). Bei den langbe- 
kleideten Frauengestalten kann daran kein Zweifel sein. Die Vesta 
Giustiniani — um eines der meisterhaftesten AVerke dieser Gruppe 
zum Beispiel zu wählen — Hesse sich wohl Zug um Zug in ge- 
hämmertem Blech nachbilden, womit durchaus nicht gesagt sein 
soll, dass sie wirklich die spätere Nachbildung eines in jener Technik 
liergestellten Originals ist, nicht selbst ein ursprüngliches, nur etwas 
überarbeitetes Werk aus jener Zeit, woran ich mit Wolters (•^^) um 
so lieber glaube, als auch der Marmor der bei der Mehrzahl der 
olympischen Giebelsculpturen verwandte *. parische " ist. — Aber 
auch in der Bildung des Nackten mit ihren grossen Flächen und, 
besonders an den Knabenkörperu der Giebel, wenig scharfen Con- 
turen glaube ich den Einfluss des Sphyrelatons zu spüren, welches 
scharfe Kanten nur bei den einfachen Formen der Gewandung ge- 
stattete, bei der complicierten Oberfläche des menschlichen Leibes 
aber darauf angewiesen war, weichere Uebergänge zu suchen und 
allzu viele markierte Einzelheiten zu vermeiden. Die Spuren dieser 
Beschränkung der älteren Bronzetechnik meine ich auch in dem 
Stil unserer gegossenen Bronzestatue zu erkennen, ähnlich, um einen 
recht elementaren Fall zu vergleichen, wie die kleinen gegossenen 
Bronzevotive aus Olympia in ihren Formen deutlich daran erinnern, 
dass ihre Vorbilder, als Sphyrelata einfachster Art, aus zurecht- 
geschnittenen Stücken Blech zusammengebogen wurden {^^). Selbst 
nocli eines der reifsten Meisterwerke dieser Schule, den Dornaus- 
zieher des Conservatorenpalastes ("^), — wahrscheinlich auch eine 

(3'') Auf diese Spuren der Sphyrelatontechnik in den olympischen Giebel- 
sculpturen hat auch Löwy in einem 1883 im österreichischen Museum für 
Kunst und Industrie gehaltenen Vortrage nachdrücklich hingewiesen. 

(38) Friederichs-Wolters, Bausteine n. 212. 

(39) Vergl. darüber die treffliche Darlegung von Purgold Annali deWInst. 
1885 p. 177 ff. 

(1') Seine nahe Verwandtschaft mit den olympischen Giebeln hat Kekule. 
Arch. Zeitg. 1883 S. 229 ff. dargetan. Vergl. Friederichs-Wolters n. 215. Nur 
bekenne ich, dass das Ueberzeugende für mich nicht die Zusammenstellung 
des Kopfes mit dem des « Apollo » aus dem Westgiebel gewesen ist. 



DES FÜRSTEN SCIARRA 103 

Siegerstatue (") — kann mau seiner etwas stumpfen Formen wegen 
in gewissem Sinne hier anführen. Um so weniger wird die An- 
nahme eines Einflusses der älteren Technik an einem Werke be- 
denklich erscheinen, welches, wie unsere Bronze, der Einführung des 
statuarischen Bronzegusses in die peloponnesische Kunstiibung noch 
sehr nahe steht. Davon soll unten noch die Rede sein. 

Eine deutliche Spur jener Technik scheint mir noch das Haar 
zu bieten, welches durchaus einer aus Blech getriebenen und an- 
gelöteten glatten Kappe gleicht. Auch hier stimmen wieder zahl- 
reiche olympische Köpfe überein, besonders aus den Metopen, 
worauf schon Michaelis verwies. Freilich ist nicht in Abrede zu 
stellen, dass diese Art der Haarbehandlung aus Bequemlichkeit 
auch dort Aufnahme fand, wo von dem Einfluss einer anderen 
Technik keine Rede sein kann. — Wie in manchen Fällen an 
Marmorsculpturen das Detail des Haares in Farbe ausgeführt 
war {^'), so wurde es an Bronzeköpfen durch feine Gravierung wieder- 
gegeben. So auch an dem unserigen, aber in einer ganz eigentüm- 
lichen Stilisierung, genau so, wie wenn der Kopf mit kleinen, 
concentrisch um den Wirbel angeordneten Federn bedeckt wäre. 
Am besten kenntlich ist diese Zeichnung in der Profilansicht des 
Kopfes auf Tafel V (vergl. oben S. 94). Eine genaue Parallele hierfür 
weiss ich ebenso wenig beizubringen, wie früher Michaelis (^). 
Dieser verglich als einigermaassen analoges Schema das eingeritzte 
Netz von Rhomben, welches das kurze Haupthaar des sogenannten 
Pherekydes überzieht {^'i). Mit demselben Rechte mag man etwa 
auch den Kopf eines von einem olympischen Dreifuss herrührenden 
Bronzefigürchens (-") heranziehen, welches umstehend nach meiner 
Skizze wiedergegeben ist. Eine genauere Analogie bieten die oft 



(■*!) Diese Deutung schon bei Piranesi Statue tav. 29 in der Subscriptinn 
Vergl. Zielinski, Elioin. Museum XXXIX p. 116. Etwas anders Kekuld a.a.O. 
S. 244 if. 

(•*"-) Z. B. an dem Kopfe der iu den Mitth. d. arch. Inst. Athen 1880 
Tf. I abgebildeten Statue S. 24 (Furtwängler). (Vergl. Mitth. 1886 S. 360 n. 6). 

(«) Friederichs-Wolters, Bausteine n. 231. Overbeck, gr. Plastik P 
S. 185. 

(^*) Friederichs-Wolters n. 361; abgeb. Ausgr. von Olympia V Tf. 27, 1; 
Annali delVInst. 1885 tav. B 2. Ebenda p. 168 ß". hat Purgold die richtige 
Bestimmung dieser früher für einen Diskobol gehaltenen Fio-ur «■eo'eben. 



104 ARCHAISCHE BRONZESTATÜE 

federförmig gestalteten Scliuppeu, welche die Aigis der Athena 
überdecken, Avenn sie diese, wie ich glaube, ursprünglich als Fell, 




als die cdy\q cq((fidc'eaeicc charakterisieren, wie sie sich nicht allein 
Homer gedacht hat. 

Der Kopftypus unserer Statue stimmt ganz mit dem überein, 
was wir bisher über ihre kunstgeschichtliche Stellung ermitteln zu 
können glaubten {^•'). Das breite Oval mit dem hochgewölbteu — 
wie oben bemerkt bei der Ergänzung etwas zu kurz gekommenen — 
Schädel, mit starkem Untergesicht und starken Backenknochen ; 
die vorliegenden Augen, deren gleichmässig gewölbte Brauen sich 
noch steil nach der Nasenwurzel senken ; das ziemlich schräge 
Profil und die hochsitzendeu Ohren — das Alles stimmt mit dem 
Kopftypus des reifen Archaismus überein, wie wir ihn am besten 
etwa durch die Aigineten kennen (^'^). Die Augen haben freilich 
nicht mehr die « chinesische » Stellung, und in diesem Punkte 
steht unser Kopf auf derselben Eutwickelungsstufe, wie der ge- 
wöhnlich Apollo genannte, sicher echt archaische Bronzekopf aus 

('•■') Die Maasse des Kopfes sind folgende: 

Höhe in der Achse 0,168 

Höhe des Gesichts 0,110 

V.iii Ohr zu Ohr 0,103 

Von einem äusseren Augenwinkel zum anderen . . . 0,074 

\'on einem inneren Augenwinkel zum anderen . . . 0,027 

Länge der Nase an der Basis genommen 0,041 

Breite des Mundes 0,031 

Höhe des Untergesichts 0,046 

Länge des 1. Ohrs . , . . . 0,042 

Länge des r. Ohrs 0,040 

(toj Vergl. die Beschreibung von Martin Wagner, Bericht über die äginet. 
Bildwerke S. 93. Brunn, Sitzungsber. der Bair. Akademie 1807 S. 12 f. 



DES FÜRSTEN SCIARRA 105 

Herculaiieiim (^'), welchen ich am liebsten mit K. Lange {'^^) für 
ein jüngeres Werk der aiginetischen Schule, etwa auf der Kunst- 
stufe des Onatas, halten möchte. Während dieses ausgezeichnete 
AVerk in der Modellierung dem Kopfe unserer Bronze unstreitig 
überlegen ist, hat dieser noch in einem Zuge mehr die archaische 
Gebundenheit überwunden, welchen jener noch bewahrt, ich meine 
das stereotype Lächeln. Beides stimmt zu dem vermuteten Ur- 
sprung der beiden Werke. Dass die Aigineten den Peloponnesiern 
an Feinheit der Modellierung überlegen waren, haben wir schon 
gesehen. Dass sie in der Darstellung des Gesichts weit länger, als 
ihre meisterhafte Belierrschung der Körperformen erwarten Hesse, 
in den Fesseln des Archaismus befangen blieben, ist eine bekannte 
Tatsache. Andererseits hat K. Lange richtig beobachtet, dass be- 
sonders die peloponnesische Kunst, entsprechend der Strenge des 
dorischen Charakters, am frühesten das heitere, ohne Zweifel vor- 
wiegend im ionischen Osten ausgebildete Lächeln mit einem ern- 
sten, ja mürrischen Ausdruck des Mundes vertauscht (^")- ^^^^■^^ 

(■*') Rayet Monum. de Vart ant. I pl. 26. Comparetti e de Petra La 
Villa Ercolanese tv. 7,1. Frieclerichs-Wolters, Bausteine n. 229. Das einzige, 
was sich etwa gegen den echten Archaismus dieses Werkes einwenden liesse, 
wären die glatten Augäpfel, aber diese sind, wenn ich nicht irre, später einge- 
lötet. — Wohl der nächste Verwandte dieses Kopfes ist, wie schon Schreiber, 
Arch. Zeit. 1876 S. 120 links bemerkte, ein colossaler Marmorkopf des Museo 
Torlonia n. -501 tv. 128 des Prachtwerkes von C. L. Visconti (vergl. auch 
Arch. Zeitg. 1879 S. 67 n. 405); über die Ergänzungen auch Benndorf, Mittheil. 
1886 S. 120, wo nur zu berichtigen, dass auch ein Stück der Tänie mit dem 
Haare darüber alt ist. Durch alle Modernisierung hindurch, welche ilim die 
Copistenhand angedeihen Hess, verraten die lächelnd hinaufgezogenen Mund- 
winkel und die noch etwas schrägen Augen ein Original von altertümlicherem 
Stil oder wenigstens anderer Kunstschule, als der Kopf des " Apoll -i aus dem 
olympischen Westgiebel, welchen Benndorf vergleicht. Wenn die oben ge- 
billigte Ansicht von K. Lange richtig ist, könnte man hier eine Copie von 
dem ApoUiikoloss des Onatas in Pergamon vermuten (Paus. 8, 42, 7). 

{^] IMitth. d. arch. Inst. Athen 1882 S. 203. Lange's Meinung wird, wie 
ich nachträglich sehe, durch den Vergleich dieses Kopfes mit dem älteren 
aiginetischen Bronzekopfe von der Akropolis (s. oben Anm. 15) bestätigt. 

(49) Mitth. a. a. 0. S. 206 ff. Freilich ist der eniste Gesichtsausdi-uck niclit 
auf den Peloponnes beschränkt ; auch die kürzlich auf der Akropolis gefundene 
samische Marmorstatue zeigt iini. (Sie wird demnächst verüffentliclit in Rlio- 
maidis Jlusees d"Athi-nes, IL Heft; erwähnt 'Ecfiju. (Iq-/. 1886 p. 77. W. Miller, 
Amerncan Journal of archaeol. 1886 p. 64 n. 14). 



106 ARCHAISCHE BRONZESTATUE 

hierin wieder sind die olympischen Sciilptiu-en als hervorragendstes 
Beispiel der peloponnesischen Art zu nennen. Unsere Bronze aber 
hat zwar das Lächeln aufgegeben, an seine Stelle aber das lebens- 
volle, für den bäuerlichen Burschen so passende Motiv des offenen 
Mundes gesetzt. Auch dafür gibt es Analogien aus dem Kreise 
der Giebelgruppeu des Zeustempels ; man vergleiche z. B. zwei der 
trefflichsten in Rom vorhandenen Copien archaischer Werke, eine 
Herme der Villa Ludovisi {^'^) und den im vorigen Bande dieser 
Mittheilungen von Koepp veröffentlichten Kopf der Gallerla Geogra- 
fica {^^), welche beide in verschiedener Weise dem Kladeos nahe 
stehen. Nur ist bei diesen Köpfen der weniger offene Mund wieder 
zu einem leisen Lächeln gekräuselt, wovon bei unserer Statue kaum 
ein Anflug zu merken ist. Mit diesem Zuge aber kündigt sie doch 
dieselbe naturalistische Richtung an, welche wir in den Giebel- 
sculpturen voll ausgebildet sehen. Auch im Kopftypus selbst er- 
scheint sie als Vorstufe zu gewissen Köpfen jener Sculpturen. Man 
vergleiche den in der Nähe der linken J]cke des Westgiebels hin- 
gesunkenen Lapithen (''-) und besonders den jugendlichen Herakles 
aus der Metope mit dem Nemeischen Löwen (^^). Ich hebe auch 
nochmals die nahe Uebereinstimmung der Haarbehandlung hervor 
und mache auf die charakteristische Einziehung etwas oberhalb 
der Haargrenze im Nacken aufmerksam, welche unter anderen 
auch die soeben verglichenen Werke in Rom aufweisen. 

Das Ergebniss dieser Erwägungen ist also etwa folgendes. 
Die Bronzestatue des Fürsten Sciarra ist eine griechische Sieger- 
statue eines wahrscheinlich dem Peloponnes entstammenden Kna- 
ben, etwa in der Zeit der Perserkriege gearbeitet von einem pe- 

(•-'0) Schreiber, Ant. Bildvv. der VilLa Ludovisi ii. 8; Monum. delVInst. 
X tv. 57, 1. 

(^1) Mittheil. 1886 Tf. 4 S. 79 ff. Dass der Kopf kein archaisches Original 
sei, beweist der Marmor, welchen ich, gegen Koepp, für ungriechisch, am ehe- 
sten mit E. Q. Visconti für lunensisch halten niuss. Damit stimmt es, dass 
sich am äusseren Augenwinkel der untere Rand des oberen Lides etwas über 
das untere liinaus fortsetzt, was bei einem sonst so allertümlichen Werke sehr 
auffallend wäre. Vorgl. oben S. 57. Nur an ein l'ar archaischen Grabreliefs, 
dem der Alxenorstele verwandten in Neapel und dem einen im Conservatoren- 
palaste, kenne ich diese fortgeschrittenere Augenbehandlung. 

(52) Ausgr. V. Olympia II Tf. 16. 

(53) Ausgr. V 'J'f. IG. 



DES FÜRSTEN SCIARRA 107 

lopounesisclien, dem engeren oder weiteren Kreise der sikyonischen 
Scliule angehörigen Künstler. Also — können wir hinzufügen — 
eine der ältesten gegossenen Bronzestatuen dieser Schule. Denn 
sehe ich recht, so wurde der statuarische Hohlguss, welcher allein 
für umfangreichere Werke in Betracht kommt, erst um die 70. 
Olympiade im Peloponnes eingeführt. 

Vor und neben der Sculptur iu Stein und Marmor, deren 
frühzeitige Einführung in den Peloponnes nicht zu bezweifeln ist, 
waren die Holzschnitzerei und das Sphyrelaton, so wie die aus 
beiden combinierte Arbeit iu Gold und Elfenbein die eigentlichen 
Kunstweisen der Daidaliden im Peloponnes. Ein Sphyrelaton war 
noch der Zeuskoloss, welchen Klearchos, der als Schüler des Eu- 
cheiros von Korinth i;'^) eben diesen Daidaliden angehört, offenbar 



(^i) Ich glaube mich keiner Willkür schuldig zu machen, wenn ich dieser 
Angabe seines Lehrers (Paus. 6, 4, 4) ohne Weiteres den Vorzug gebe vor 
der anderen, welche Paus. 3, 17, 6 eben bei Gelegenheit des Zeus anführt : 
Klearchos sei einer von den Schülern des Dipoinos und Skyllis gewesen. Für 
eine ältere Zeit, welche den Zusammenhang der Kunstgeschichte mit gerin- 
gerem Materiale construierte, lag es nahe, den Künstler der angeblich ältesten 
Bronzestatue im Peloponnes zum Schüler der Begründer statuarischer Plastik 
in diesem Lande zu machen. Es lag aber keineswegs nahe, ihm in Eucheiros 
von Korinth einen Mann zum Lehrer zu dichten, der durch kein bedeutendes 
Werk bekannt war, und diesem wiederum in Syagras (vergl. meine Vermutungen 
zur gr. Kunstgesch. p. 44) und Chartas (welcher vielleicht in der Inschrift Boss 
Inscr. gr. ined. n. 7, /. Gr. A. n. 94 genannt war) ebenso unbekannte Meister zu 
Lehrern zu geben. Ich stelle mich hiemit in Gegensatz zu der von Robert, Arch. 
Märchen S. 8 if. ausgeführten Ansicht, dass alle uns überlieferten Schülerreihen 
auf blosser Combination beruhen und an sich keinen urkundlichen Wert ha- 
ben. Unser Fall scheint mir ein deutliches Beispiel vom Gegenteil, und deren 
lassen sich noch eine Menge anführen. Ich nenne nur noch Paus. 10, 19, 4, 
wo, vermutlich auf Grund einer Bauinschrift des delphischen Tempels, die 
• sonst unbekannten Bildhauer Eukadmos und Androsthenes als Lehrer und 
Schüler verbunden werden, und Praxias — vielleicht nur eine Koseform zu 
Praxiteles, wie Zeuxis zu Zeuxippos, Kleiton zu Polykleitos — als Schüler 
des Kaiamis erscheint. Wenn man andererseits für den letzteren hochbe- 
rühmten Meister, und für manchen anderen, keinen Lehrer zu nennen 
wusste, so beweist das, wie sparsam die bessere Ueberlieferung mit Combina- 
tionen ist. Ich bin also fest überzeugt, dass viele von den überlieferten Dia- 
dochien der urkundlichen Grundlage nicht entbehrten, sei es dass grosse 
Kunstschulen, wie die sikyonische, wirklich Ziinftbücher besassen, sei es, dass 
auchdie antiken Künstler, wie so oft die der Eenaissance, zu Beginn ihrer 



108 ARCHAISCHE BRONZESTATUE 

als solcher für den Tempel der Atliena Chalkioikos iu Sparta gegen 
Ende des sechsten Jahrhunderts — dahin weist die Zeit seines 
Schülers Pythagoras — anfertigte. Das älteste statuarische Werk 
der peloponnesischen Schule in Bronzeguss, von dem wir Kunde 
erhalten, ist der Apollon Philesios des Kanachos, welcher um die 
70. Olympiade errichtet wurde, und mit ihm dürfte die wahr- 
scheinlich auch pelopounesische Statuette von Piombino ungefähr 
gleichzeitig sein {^■'). Es ist nun schwerlich ein Zufall, wenn ge- 
rade dieses Werk Aeginetica aeris temper atum gegossen war {}'% 
Der Künstler wird sich der fremden Gusstechnik nur desshalb be- 
dient haben, weil sie in seiner eigenen Schule noch nicht ausge- 
bildet war. Ebendaher wird der Hohlguss auch nach Athen ge- 
kommen sein. Das älteste bedeutende Bronzewerk, welches in 
Athen gefunden wurda, ist der oben erwähnte Bronzekopf ('^), 
dessen Stil nach allgemeinem Urteil dem der aiginetischen Giebel 
ganz nahe steht. Noch einige Jahrzehnte später arbeitet Myron in 
aiginetischem Erz {;''). So wird wohl auch das älteste überlieferte 
Erzwerk eines athenischen Künstlers, die Tyrannenmörder des An- 
tenor, seine Technik ebendaher entlehnt haben. 

Natürlich war der Erzguss auch iu Aigina nicht einheimisch ; 
dazu fehlte es der Insel schon an den nötigen Erzlagern. Als das 
Standbild für den Aigineten Praxidamas, einen Olympioniken der 

Tätigkeit ihre Lehrer nannten. Wenn Robert behauptet, dass die Angabe des 
Lehrers in keiner alten Künstlerinschrift vorkommt, so lässt er die des Stc- 
})hanos und Menelaos ausser Acht, oflfenbar mit Absicht, aber nicht mit Eecht, 
da es wenigstens sehr erwägenswert ist, ob diese Künstler nicht auch hierin 
dem Beispiel Aelterer gefolgt sind. Dass wir aus älterer Zeit noch keine 
Beispiele besitzen, darüber mag man sich verwundern, aber es dürfte sich 
das zum »grossen Teil daraus erklären, dass der Lehrer oft mit dorn "i'ater 

identisch war. 

(s"^) Der pelopounesische Ursprung einiger älteren Bronzen scheint mir 
mindestens zweifelhaft, so der des hoch in das sechste Jahrhundert hinauf- 
reichenden Zeusköpfchens Ausgr. von Olympia UI Tf. 22 (Friederichs-Wolters, 
Bausteine n. 311), welchen besonders Brunn, Mitth. d. arch. Inst. Athen 1882 
S. 118, dem Peloponnes zugeschrieben hat, und des Kopfes von Kythera, Arch. 
Z.ätg.'l876 Tf. 3 ; 4 S. 28 f. (Brunn, vergl. Mitth. a. a. 0. S. 117 f.; dagegen 
Lange ebenda S. 202). Uebrigens ist wenigstens der erstere noch kein aus- 
gebildeter Hohlguss. 

(■'G) Plinius 34, 75. 

(•-) Plin. 34, 10. 



DES FÜRSTEN SCIARRA 109 

59. Ol. {^^), ans Cypressenliolz geschnitzt wurde, da war in seiner 
Heimat der statuarische Erzguss gewiss noch nicht so üblich, wie 
zur Zeit der erhaltenen Giebelsculpturen. Auch er kam ohne 
Zweifel von Osten, man möchte vermuten von Saraos. Diese Insel 
mit ihren reichen, von Mandrobulos entdeckten Erzlagern galt be- 
kanntlich den Alten als Stätte der Erfindung des Erzgusses ; die 
Nyx des Rhoikos war das älteste Werk in dieser Technik, welches 
man kannte {"^). Mit Rhoikos und Theodoros aber steht der älteste 
Künstler in enger Verbindung, welchen die üeberlieferung einen 
Aigineten nennt, Smilis, welcher das Cultbild des Heraions auf 
Samos anfertigte und von Plinius mit den beiden Samiern zu- 
sammen als Erbauer des « Labyrinths in Lemnos " das heisst, so 
unglaublich das klingen mag, nach Klein's evidenter Darlegung ('^'^), 
eben wieder des Heraion auf Samos, genannt wird. Nun ist die 
aiginetische Abkunft dieses Künstlers vielleicht ebenso denkbar, 
wie die megarische des Eupalinos, wahrscheinlich aber ist sie nicht 
im mindesten. Vielleicht war der nachmals in Aigina sesshaft 
gewordene Künstler ein geborener Samier C"!), vielleicht war seine 
eigentliche Heimat ein dritter Ort, etwa Kreta, worauf die an 
Dipoinos und Skyllis und Endoios erinnernde Angabe hinweisen 
könnte, Smilis sei ein Schüler des Daidalos gewesen. Den Erzguss 
aber dürfte er von Samos nach Aigina gebracht haben. 
Rom, Ende April 1887. 

Franz Studniczka. 



(58) Paus. 6, 18, 5. 

(59) Paus. 10, 38, 6. Yergl. zuletzt Klein, Arcli.-epigr. Mittli. aus Oesterr. 
IX S. 182 f. — Die Statue des Ehoikos wird man sich ähnlich wie die Sta- 
tuette Ausgr. von Olympia III Tf. 24 B, 5 (Friederichs-Wolters, Bausteine 
n. 356) vorstellen dürfen, deren vollendete Uehereinstiramung mit den samischeu 
Marmorstatuen Bull, de corr. hell. 1880 pl. 13; M und der oben Anm. 49 
erwähnten nicht zu verkennen ist. 

(«") Klein a. a. 0. S. 184 f. 

(61) So Kuhnert, Jahrbücher für Philol. XV Suppl. S. 218 n. 93. 



110 



SCAVI DI POMPE! 1885-86. 
Reg. 8. i/is. 2 n. 38. 30: casa dl GiauiYpe IL 

(Tav. VI) 



Negli auni 1885 e 1886 gli scavi sul margine siid di Pompei 
rasreriunsero restremitä Orientale dell' iusula seconda della resfione 
ottava, ridando alla luce la casa detta « di Giuseppe II ■' , scavata giä 
negli anni 1767-1769 e descritta dal Mazois (vol. II pag. 73. 74, 
tav. 32-34) in modo assai breve ed incompleto, e non senza qualche 
inesattezza. E perciö non sarä inutile che qui se ne paiii. Couie 
le case precedenti , cosi anche questa ha 1' ingresso dalla strada 
che rasenta il lato nord dell'insula, e le siie parti posteriori scendono 
verso siid oltre il muro di cinta qui totalmente distrutto; verso 
coufina con la casa n. 37, descritta Bull. 1886 p. 203 e segg. 
mentre verso E e fiancheggiata dal foro triangolare. Ne diamo la 
pianta sulla tavola VI : flg. 1 e il piano che sta al livello della 
strada, fig. 2 e 4 quello medio e l'infimo, e flg. 3 una specie di 
aminezzato di cui alcune localitä del piano medio sono sormontate. 

La casa, di grandezza considerevole, era senza dubbio fra le 
piü cospicue di Pompei. La pianta e quasi perfettamente rettan- 
golare e molto chiara. La parte anteriore, l'atrio cioe e le camere 
adiacenti, esisteva essenzialmente nella stessa forma fin dai tempi 
del primo stile decorativo. A quell' epoca rimonta la parte della 
facciata a sin. dell' ingresso; essa ha all" estremitä E un'anta, ed 
una simile dobbiamo supporla anche all'altra estremitä ed ai due 
lati della porta. Della stessa antichitä e anche 1' angolo sin. fra 
fauce ed atrio e 1" angolo anteriore a sin. dell' atrio stesso. Pochi 
sono gli avanzi della decorazione nel primo stile: parte d'imo zoccolo 
giallo sul muro d. della fauce; quattro quarti di colonne corinzie di tufo, 
rivestite di stucco bianco e sorrette da basi quadrangolari rosse, alte 
circa m. 0,85, negli angoli dell'atrio: un capitello e conservato nell'an- 



sc AVI DI PDMPEI 



111 



golo posteriore a sin. ; mezze colonne simüi fianclieggiano gli ingressi 
delle alae. Si riconosce poi siil pavimeiito, che (senz' alcuii dubbio 
in qiiella stessa epoca) due pilastri stavano ai due lati della finestra 
che congiimge il tablino con Fatrio. Ciö prova che il tablino fin 
da quel tempo aveva dalla parte delV atrio soltanto ima finestra , 
nessun ingresso; giacche sarebbe senza esempio che l'ingresso fosse 
stato tanto stretto, invece di corrisp andere all'intera larghezza del 
tablino stesso. Alla medesima epoca rimontano i pavimenti di Si- 
gninum nell'atrio (con frammenti di pietre blanche, verdi e nere), 
della fauce (massa simile di colore sciiro) , dell' antico vestibolo 
(biancastro, con molti frammenti di travertino) e di c r/ h k l (con 
ornameuti lineari bianchi). Invece i pavimenti simili in ( fj dob- 
bono ascriversi aU'ultima epoca; sono di lavoro meno buono e gli 
ornaraenti eseguiti con pietre piü piccole. Fra le parti antiche deve 
annoverarsi anche 1' impluvio di tufo con la bocca di cisterna a 
sin., mentre quella sul lato posteriore ha 1' aspetto di essere piü 
recente. 

L'identitä dell'antica disposizione dell'atrio con quella attuale 
vien provata dalle soglie delle porte, che fin da quell' epoca sono 
rimaste al posto; giacche non solamente le soglie di lava, ma anche 
quelle di travertino in k l q t, sono antiche , essende indubitabile 
in / e Ma loro anterioritä in relazione col paviraento. Soltanto le 
porte si restrinsero in tempi posteriori : l'antica larghezza era, come 
pare, di m. 1,35, mentre quelle di e f k l ([ t, in origine senza 
dubbio uguali, variano adesso fra 1,28 e 1,32. Tutte queste porte 
e quella di d, che forse fin da principio era larga 2,30, erano alte 
ra. 3,40, e cosi anche le alae; quelle della scala n (la quäle non 
si puö dire se abbia esistito fin da quel tempo) e della cucina o 
sono piü piccole. 

■ A d. dell'ingresso di c il muro, avanzo di quella prima epoca, 
e grosso m. 0,43. L'anta a sin. di chi dall'atrio entra nelle fauces 
e grossa 0,38, e cosi anche il muro a sin. dell'ingresso di d. 

Venne poi una prima ricostruzione, la quäle perö non si estese 
suir atrio , ma si limitö a quelle parti che gli son dietroposte; e 
riiuontano a questa ricostruzione i piani medio ed infimo: i muri 
furono fatti a preferenza di lava , gli stipiti ed angoli di pietre 
tagliate in forma di mattoni, parte di tufo parte di pietra calcare; 
ove si trattava di sostenere un gran peso (nol piano medio) fu- 



112 SCAVI DI POMPEI 

rono adoperati mattoni. Le pareti ricevettero decorazioni iiel se- 
condo Stile, conservate nel piano superiore in d, sul miiro sin. di 
q, in s, a; e forse in w, nella maggior parte delle stanze del piano 
medio (meno t) e nel tepidario (o apoditerio, 6) del piccolo bagno 
nel piano iufimo, ove la decorazione ci da la prova che giä ai 
tempi del secondo stile fu oltrepassato il muro di cinta. I pavi- 
menti fiirono fatti di musaico bianco e nero in tiitte le localitä 
dietroposte all" atrio, meno / a ; qiii sono di iina massa composta 
specialmente di lava frantiimata; e della stessa massa son fatti tutti 
i pavimenti del piano medio, qiü con semplici ornamenti di pie- 
triizze blanche. Un aA^anzo d'un pavimento di musaico si trova 
nel gia menzionato bagno. I muri di queste costruzioni son grossi 
m. 0,37 fra n e s\ 0,44 fra s e ;• e fra ^j e v; 0,43 fra w e x\ 
0,45 fra v e w; nel piano medio 0,53 fra a q ß y 6] 0,60 fra *; e 
X / ; 0,72 fra /i e 0- ?;. 

Pill tardi soltanto fu ricostruito anche 1" atrio, e al tempo stesso 
rimonta il muro fra p e q. Questa seconda ricostruzione e carat- 
terizzata dagli stipiti ne' quali mattoni s'alternano regolarmente 
con pietre di forma analoga. Le pareti fm-ono dipinte nelV ultimo 
stile, la quäle decorazione e piü o meno conservata in c f g h p 
r V (w ?) p; sul muro d. di q fu imitata la decorazione nel secondo 
stile, conservata sul muro sin. I mmi sono grossi 0,44 sul lato 
anteriore e a d. dell'atrio; 0,42-43 a sin. e 0,435 sul lato posteriore. 

L'ingresso della casa (n. 39) sta al livello del marciapiede, 
il quäle non s'inalza piü del solito sopra il selciato, mentre avanti 
alla casa adiacente (n. 36. 37) e molto piü alto. La porta stava 
immediatamente alla strada ; la fauce e larga m. 2,47 , mentre 
l'ingresso dalla strada mism-a soltanto 1,53, quello nell' atrio 1,83: 
a spiegarne la forma irregolare (cf. la piantaj ci aiuta l'osservazione 
che una parte del pavimento, la quäle dalla porta d'ingresso, e nella 
larghezza di essa, s' inoltra nella fauce per m. 1,50, e differente da 
quello della parte piü interna, e che fra ambedue i pavimenti evvi 
una lacuna, risiütata dall'esser tolta la soglia, e nel mm-o sin. 
l'avanzo d'un pilastro, l'antico stipite della porta. Senza alcun 
dubbio cioe vi era nell' epoca del primo stile un piccolo vestibolo, 
largo quanto l'attuale porta di strada, profondo circa m. 1,50 e 
che aveva in fondo la porta d'ingresso, a d. una porticina per la 
quäle si poteva entrare, senza aprir la grande porta, nell'angolo 



sc AVI DI POMPEI 113 

rimasto accauto al vestibolo : disposizione che parecchie volte a'os- 
serva in case di qiiei tempi ('). 

L'atrio toscanico b e grande m. 14,82 X 9,60 (9,62 sul lato 
posteriore). Fu giä menzionato Timpluvio di tiifo con le diie bocche 
di cisterna iu lava, e gli avanzi della decorazione nel primo stile, 
la quäle con i qiiarti di colonne negli angoli e le mezze colonne 
agli ingressi delle ale era forse piü splendida che in qiialunqiie 
altro atrio di Pompei, eccettiiato qiiello della casa di Epidio Eufo 
(IX 1,2) (^). 

Pare certo che depo la ricostriizione le pareti siano rimaste 
senza decorazione, mentre fiirono dipinte le ale. I ritrovameuti fatti 
nell'atrio sono riferiti Noi. d. sc. 1885 pag. 536: " Una statiietta 
« marmorea d' im putto nudo della grandezza del vero , alquanto 
K inchinato in avanti per aver preso da terra im cagnolino mal- 
" tese, che egli stringe sul petto fra le braccia: non porta alcuu 
n indizio, che possa farlo credere ornamento d'impluvio o di fon- 
" tana. II corpo, specialmente nel dorso, e assai ben modellato ; 
« mancano le gambe , e sulla base circolare esistono i piedi. II 
" cagnolino ha rotte il muso, l'orecchio dr., la zampa anteriore dr. e le 
n due zampe posteriori. Altezza massima della parte conservata 
c m, 0,49. " Di piii vi si raccolsero due anfore con epigrafi (una 
col nome iiaqxov) e quattro cilindri forati (cerniere?) di osso. 

Delle camere adiacenti c era probabilmente in origine un 
cubicolo. Piü tardi pare che servisse da larario ; e ome tale fu 
dipinto u eil 'ultimo stile^ la quäle pittura perö sembra che sia an- 
teriore alla ricostruzione , giacche qui ed anche in m manca su 
quei muri che ad essa rimontano , e che in c non hanno stucco 
alcuno, in m intonaco bianco e uno zoccolo giallastro con aggiunta 
di polvere di mattoni. Vi s'aggiunge che la pittura stessa in ambedue 
le camere ha im carattere differente da quella delle altre : vi 
e meno precisione, meno cura nel modellare gli ornamenti e farli 
risaltare come plastici; e ciö vale specialmente per le architetture 
fantastiche; tutta l'esecuzione in fine e inferiore. Nondimeno m (in 
c la decorazione non e conservata fino a quell' altezza) ha fra la 
parte media e superiore della parete la nota cornicetta di stucco 

(1) Ovcrbeck-Mau Pompeji * pag. 254. 298. Dali. iL List. 1877 p. 101. 
('-) Overbeck-Mau Pompeji * p. 297 sgg. 



114 SCAVI DI POMPEI 

con ornati in rilievo colorati in rosso tui-chino e bianco , mentre 
altre camere, dipiute del resto con molto maggiore diligenza, ne 
son prive^ cio che sarebbe incomprensibile , se le decorazioni fos- 
sero contemporanee. Qui dunque probabilmente abbiamo im esempio 
di pittnre neirultimo stile anterior! al terremoto dell'a, 63 d. C. ('). 

Che c servisse da larario, lo deduco da una nicchia a volta 
nella parete d., a. e 1. 0,38, profouda 0,26, discosta dal pavimento 
1,60 , che ha le pareti rosse e nel fondo 

1, la pittura lararia (disegno presse ristituto); altezza delle figure 
ni. 0,21. Nell'angolo inferiore a sin. si riconosce appena im piccolo al- 
tare, a d. del quäle sta libando colla d. da ima patera il Genio fami- 
liare,vestito ditunica bianca e toga biauca con stretta striscia rossa vi- 
cino al margine (pare che non sia il margine stesso), tirata siilla testa; 
anche le scarpe son bianche; nel braccio sin. regge la corniicopia. 
Pill a d. sta ima tigiira femmiuile in lungo chitone azziirrognolo 
con maniche, come pare, liuo ai gomiti; porta un mantello giallo 
che passa orizzontalmente avanti al corpo e cade dalla spalla sin. 
in avanti, lasciando libero il petto e la spalla d. ; le scarpe son 
gialle. ^^gg^ nella sin. iino scettro che poggiato a terra le arri- 
verebbe fino alla spalla. Sulla testa - molto distrutta-si Yede qualche 
avanzo di color giallo, forse im diadema. Anch'essa stende la d., 
che regge una patera, verso 1' altare. Gli attribiiti convengono a 
Giunone; e siccome sappiamo che il Genm delle donne fu chia- 
mato Jiim, cosi la spiegazione la piü semplice della nostra pittura 
sarä questa, di ravvisarvi il Genio del padrone di casa e la Juno 
della sua consorte. 

Sotto la pittura descritta sonvi nel muro avanzi di chiodi di 
ferro. Verso sin. ne contai sei; a d. 1' intouaco e caduto, ma vicino 
alla nicchia se ne vedono due , uoo sotto l'altro, e un terzo piü 
in basso, che tutt'e tre corrlspondono a altrettanti del lato sin. ; 
soltanto, perche a d. e vicino l'angolo, Tasse della simmetria non 
passa per il centro del quadro, ma un poco piü verso sin. ^ pro- 
babile che questi chiodi servissero per sospendervi tenie e ghirlaiide. 

Nell'angolo a d. dell'ingresso stanno gli avanzi d'un poggiuolo 
di fabbrica, grande 0,55 X circa 0,38; l'altezza non puö deiinirsi. 
Forse era un altare. Un piccolo altare di tufo fu trovato nella 

(') Cf. Mau Ge!^c.h. d. deror. Wandmalerei in Pompeji pag. 448. 



SCAVI DI POMPEI 1 15 

steösa camera, ovo iuoltre si raccolse « una coppa (di terracotta) 
" con patiua verde invetriata , esteriianiente decorata delle rap- 
« preseiitanze a rilievo di Mercurio che condiice im cavallo cor- 
« rente, e di Ercole in lotta con 1' idra ; rappresentanze ripetute 
« due volte » alt. m. 0,11, diam. 0,15. Di piii un iirceolo ed un 
piatto di terracotta; di bronzo : im candelabro , im paniere , ima 
fibula per cavallo ed una fibula piccola; di marmo: im piede de- 
stro limgo m. 0,07 ; di pasta vitrea 28 globetti ; finalmento una 
conchiglia {Not. d. sc. 1885 pag. 536 seg.). 

La decorazione delle pareti - perduta sul muro di strada, non 
mai esistita sulla parte sin. di quello d'ingresso — ha i grandi 
scompartimenti verdi, tre sopra ognuna delle pareti piü lunghe, 
alternati con stretti scompartimenti bianchi contenenti un semplice 
candelabro ; sotto ognuno di quelli e dipinta siillo zoccolo rosso una 
pianta, sotto questi un animale; la parte superiore non e conser- 
vata. Vi sono i quadri seguenti: 

2. nel centro del muro d.; a. 0,52, 1. 0,49 col margine ; dise- 
gno presso l'Istituto : Nereide sopra pantera marina che corre a d. 
volgendo indietro la testa. Ella sta colle gambe a sin., con la parte 
superiore del corpo rivolta allo spettatore ; appoggia il braccio sin. 
sul collo della bestia, e con la d. alzata sopra la propria testa tira 
insu im lembo della A^este gialla che cuopre le cosce e le ginocchia. 
Ha un nastro chiaro nei capelli d'un color biondo scm'o e guarda, 
attentamente come pare, verso d. II fondo e azzurro , di sopra 
paonazzo. 

3. Nel centro del muro d.; a. 0,54, 1. 0,49 ; disegno presso l'In- 
stituto: Europa col toro nel mare. II toro, di color bruno, corre 
verso d., rivolgendo la testa; Europa pende al suo fianco, reggen- 
dosi colla d. al suo orecchio sin., mentre la sin., stesa indietro, tiene 
un lembo d'una veste trasparente svolazzante a guisa di sciallo, che 
passa avanti al petto ed il cui altro lembo riposa sul braccio d. 
E chiaro che ella bacia il toro sul muso. II fondo e turchino, di 
sopra paonazzo. 

L'esecuzione in ambedue i quadri e trascurata ed anche il di- 
segno tutt' altro che hello. 

4. Negli scompartimenti laterali son rappresentati Eroti volanti. 
E conservato sul muro d. quello a sin. (con peclum nella d. e un 
piatto, come pare, nella sin.; un nastro attraversa il petto; a. 0,23) 



116 sc AVI DI POMPEI 

e quello a d. deiringresso, a. 0,30, che sulla d. alzata porta un 
piatto basso canestro con frutta gialle; sul muro sin. quello 
a sin, e affatto irriconoscibile. 

d, ]o dimostra giä la forma, era un triclinio e come tale fu 
dipinto semplicemenfce nel secondo stile (imitazione d'incrostazione 
di marmo). Piü tardi servi ad altri usi: alla parete d'ingresso fu 
addossafco un piccolo focolare a due fornelli, alto con questi m. 0,46, 
senza essi 0,23, granda 0,95 X 0,46. Apple' del muro E fu fatto un 
fitsorliim, dal quäle l'acqua scolava nel canale che passa fra il muro 
E della casa e quello che fiancheggia il lato del foro triangolare. 

^ e un passaggio alla scala delle camere superiori, e nello 
stesso tempo poteva servire da dormitorio servile ; le pareti ed il 
pavimento sono rozzi. E probabile che in un tempo piü antico fosse 
una camera abitata, e pare che ciö sia indicato anche dalla buona 
öoglia di travertino. 

f cubicolo, con porta nell'ala. Nel muro d'ingresso a sin. di 
Chi entra e praticata una nicchia, a. m. 0,26, 1. 0,23, profonda 0,135, 
discosta dal pavimento 1,67. Sul fondo e dipinto 

5, un pappagallo verde, che ha alzato il coperchio d'una cista 
per levarne qualche cosa. 

Gli scompartimenti medii delle pareti, rossi e foggiati a guisa 
di padiglione, sono divisi da que' laterali (gialli) per mezzo di 
stretti scompartimenti neri, i quali contengono ciascuno un cande- 
labro con figure ornamentali di uomini ed animali e sotto di esso, 
in un rettangolo sormontato da cornice gialla, una testa o un busto. 
— Vi sono le seguenti rappresentanze : 

6, nello scompartimento medio della parete d.; a. m. 0,40, 
1. 0,235 : paesaggio quasi monocromo. Vi si vedono (cominciando 
da sin.) adoranti avanti ad un sacello, nello sfondo alberi; quindi 
un portico e dietro (sopra) di esso un grande edifizio a piü piani 
sorretti da colonne. — 11 quadro corrispondente del muro opposto 
e totalmente distrutto. 

7, sul muro d' ingresso a sin. di chi entra, senza cornice su 
fondo giallo, a. 0,10. 1.0,24: carro a due ruote tirato da due pa- 
voni (v. sin.); le niote sono lijmj^cüia, senza raggi ('). Non si ri- 
conosce se sul carro vi siano degli oggetti : possiamo supporvi gli 
attributi di Giunone. 

('j Marquardt Privatleben der Römer '^ p. 732. 



sc AVI DI POMPEI 117 

8, sul medesimo muro, nel rettangolo inferiore dello scompar- 
timento nero; a. 0,20; 1. 0,14; mal conservato; disegno presso l'Isti- 
tuto : testa femminile coperta d'una calotta dorata che finisce siil- 
l'occipite in una piinta sormontata da nna palla. Di quest'ultimo 
particolare mi sono convinto dopo un esatto esame; non e molto 
chiaro, e al primo sguardo potrebbe sembrare un diadema. 

9, sul miu-o d'ingr. a d. per chi entra, nello sconipartimento 
giallo; mal conservato; a. 0,13, 1. 0,35: carro simile al n. 7, verso 
d., tirato da animali o uccelli affatto irriconoscibili, guidati da un 
Amore, in piedi avanti ad essi : possiamo suppon-e che fossero co- 
lombi e che 11 carro portasse gli attributi di Veuere, anch'essi ora 
irriconoscibili. 

10, sul mm-o di fondo, uel rettangolo inferiore dello sconipar- 
timento nero a sin.; a. 0,20; 1. 0,15; disegno presso l'lstituto: 
busto di Minerva con elmo e scudo. E veduta di faccia 'e guarda 
insu verso sin. — L'elmo e una semplice calotta dorata cou una 
sola cresta rossa; lo scudo tondo e dorato pende sulla spalla sin. 

Le pitture dello sconipartimento nero a d. e degli scomparti- 
menti gialli di questa parete non sono conservato. 

11, nello sconipartimento giallo a sin. della parete sin.; a, 0,15, 
1. 0,25 : Pegaso verso d. 

12, 13, ne' rettangoli inferiori degli scompartimenti neri a sin. 
della parete d., e a d. della parete sin.: teste di Medusa, a. e 1. 0,12. 
Senza dubbio in tutt'e quattro gli scompartimenti neri delle pareti 
laterali eranvi teste di Medusa. 

Pare certo che passasse qualche relazione fra le rappresen- 
tauze negli scompartimenti gialli ed i busti e teste di quelli neri. 
E chiara la relazione fra Pegaso e Medusa. E sarebbe diflicile il 
non credere che sulle pareti d'ingresso e di fondo non si volesse 
riunire sempre il busto e gli attributi di una stessa divinitk. Tale 
concetto non e chiaro, sia a causa della distruzionc di una parte delle 
pitture, sia per la strettezza del pezzo di muro a d. dell' ingresso, 
ove manca lo sconipartimento nero, sia forse per qualche inav- 
vertenza del pittore: giacche e diflicile di riconoscere Giuuone nel 
busto n, 8. 

g ala siuistra. Sopra uno zoccolo giallo coi soliti concetti i 
grandi scompartimenti medii , neri con largo margine rosso , sono 
divisi da quelli laterali rossi per mczzo di scompartimenti gialli 



118 SCAVI DI POMPEI 

piü stretti ma relativamente larghi, con semplici e meschine archi- 
tettiire: la parte siiperiore non e conservata. La decorazione e 
brutta, perche con tutto questo giallo sotto e fra i grandi scom- 
partiraenti di colori piii scim questi lütimi non hanno una base e 
sembrano librati in aria. Vi sono i quadri seguenti : 

14, nel centro della parete sin., a. la parte conservata 0,35, 
1. la p. cons. 0,37. Narcisso, seduto, si vede di faccia, colle gambe 
a d.; piü sopra a d. avanzi d'un'altra figiira, forse im braccio. 

15, nel centro della parete d., a. la p. cons. 0,21, 1. la p. cons. 
0,20. Arianna dormente ; sta sdraiata sulla schiena. la testa a sin., 
sopra un letto rosso. Le gambe sono coperte d'ima veste gialla, il 
resto e nudo: e conservata questa figm-a sola. 

II n. 15 e dipinto sul fondo nero della parete; per fare 14 fu 
tagliata la parte relativa dell' intonaco e la lacuna rierapita di 
stucco fresco. 

It ala d.La nicchia / couteneva im armadio, grandem. 1,58X0,84, 
alto 3.0 ; vi si vedono nello stucco le impronte di tre scansie, del 
coperchio e degli stipiti della porta. II pavimeuto dell'ala contiene 
nel centro una Stella in musaico; intorno ad essa e formato nel 
Signiiium con pietruzze blanche un cerchio riempito di scaglie (che 
dal centro si dirigono verso la periferia) e rinchiuso in una greca ; 
le lunette degli angoli son riempite da palmette. La decorazione 
delle pareti mostra sopra uno zoccolo nero scompartimenti rossi con 
margine giallo; la sola parete d. ha uno scompartimento medio: 
esso e giallo con margine rosso e foggiato a guisa di padiglione. Ac- 
canto a questo, e uu'altra volta sul muro di fondo, si trova uno 
stretto scompartimento nero contenente un candelabro o qualche cou- 
cetto simile. Tutto ciö arriva fino all'altezza di m. 2,42; segue una 
striscia a fondo verde con i soliti concetti architettonici della parte 
superiore, poi fondo giallo, sul quäle ricorrono un'altra volta con- 
cetti simili: disposizione non troppo di buon gusto. 

La finestra (a. m. 1,54, 1.1,52) nel muro sin. dava luce a p, 
che anche dall'altro lato ha una finestra che non du, nell'aperto ma 
in una camera. 

K). Dirimpetto alla finestra, nel centro del mui-o d. troviamo 
una pittura assai svanita, eseguita senza cornice sul fondo giallo, 
nel quäle, prima di mettere i colori, furono graffiti i contorni; ca- 
duti in gran parte i colori, questi contorni sono ridiventati vi.sibili ; 



SCAV[ DI PÜMl'KI IVJ 

a. m. 0,48, 1.0,66; disegno presso ristitiito. Sopra una base qua- 
drangolare, veduta dall'angolo anteriore a d., sta im tempietto, ac- 
cessibile per una scala sul lato anteriore, piü stretta del tempio 
stesso. Qiiest'ultirao e ornato di acroterio e grondaie in forma di 
animali alati (rimangono soltanto i contorni graffiti) ; del resto i 
particolari sono irriconoscibili ; mi e sembrato che fosse un tempio 
i/t antis con diie colonne. xVvanti al tempio, sopra la base, si ve- 
dono le figui-e seguenti (v. sin.). A sin. (per chi giiarda) una figura 
seduta con veste lunga, che nella d. leggermente alzata e protesa 
regge vicino al ginocchio d. un oggetto irriconoscil)ile. La sin. puö 
sembrare appoggiata sulla spalliera del sedile o suUa coscia sin.; 
sopra la fronte si vede una traccia come una palmetta : non puö 
esservi dubbio che qui non si abbia a riconoscere il liore di lotos 
delle divinitä egiziane. E con ciö s'accorda bene la posa un po' ri- 
gida: i piedi stanno uuo accanto all'altro, mentre perö le ginoc- 
chia sono scostate fra loro. Le sta a sin. (a d. per chi guarda) una 
figura in piedi, femminile come pare e in veste lunga (a. 0,17), e 
fra ambedue sopra una base una statuetta, di cui sono rimasti sol- 
tanto i contorni graffiti; a. con la base 0,13: si riconosce una figura 
virile che, poggiata sulla gamba d., piega leggermente la sin.; piega 
nel tempo stesso la parte superiore del corpo indietro e verso sin.,, 
in modo da far sporgere fortemente l'anca d.; la mano sin. regge al 
fianco un oggetto appoggiato alla spalla, mentre la d. e alzata verso 
il mento o la bocca. Senz'alcun dubbio qui si deve riconoscere Arpo- 
crate. E non e certo casuale che nella stessa casa , in qualcuna 
delle camere posteriori di questo stesso piano, fm-ono raccolte due 
Statuette, una di Giove e una di Arpocrate, la quäle ultima cor- 
risponde esattamente a quella qui rappresentata. Leggiamo cioe nella 
Pom2'). üiit. Imt. I 1 p. 233, sotto la data del 15 luglio 1769: 

t Si e continuato a levare della terra da sopra le volte di alcune 
" stanze (quelle del piano medio) nella masseria d'Irace, che mi- 
« nacciavano rovina, e vi si e trovato in tale sito. Dronso. Due sta- 
« tuette ima di Giove assiso , che tiene con la sinistra uu'asta e 
« con la destra il fulmine, avanti gli resta un'aquila : e alta questa 
'< statuetta, di mediocre maniera, assieme con la basetta on. 5 \/o. 
« Altra di Arpocrate alato, che tiene l'iudice della destra appros- 
" simato alla bocca , e con la sin. una cornucopia , appoggian- 
« dosi con lo stesso braccio sinistro ad un bastone formato a guisa 



120 SCAVI DI POMPEI 

K di una forcina; la testa e coronata di fronde , e nella sommitä 
« e un fiore ; questa statuetta e alta oii. 4, e la sua basetta che gli 
n resta disiinita e alta ou. 1 ". 

Tornaudo alla nostra pittura osseiTiamo che a d. della figura 
in piedi, presso l'angolo del tempio, si distingue una testa di cane. 
La figiira ciii appartenne uon e conservata, esseudo caduta in qnel 
punto una parte dell'intonaco; arrivava all'altezza del petto dell'al- 
tra figura. Appie' del tempio, avanti alla scala (a sin. per chi guai'da) 
stanno tre donne adoranti. La prima sta ferma in piedi, con am- 
bedue le mani protese, reggendo nella sin., come pare, un piccolo 
thijmiaterioit, nella d. leggermente alzata un oggetto irriconoscibile 
{sistrum ?). Dietro di lei sta un altare quadraugolare. e quindi una 
donna, che con la d. vi mette sopra qualche cosa, mentre con la sin. 
tiene un piatto o basso canestro ; mauca la testa. Dell'ultima donna 
rimane soltanto la parte inferiore : pare che accompagnasse, mini- 
strando, la seconda. 

17. Sotto questa pittm-a se ne vede un'altra, piü abbozzata 
che eseguita seuza cornice sul fondo rosso del margine inferiore 
del medesimo scompartimento ; a. 0,14, 1.0,36; disegno presso 
ristituto. E rappresentato un giardino rinchiuso in un cancello giallo 
composto da bastoni o caune che s'incrociano ; si vede dalVangolo 
anteriore a sin., ed e visibile il cancello davanti. di dietro e a sin. 
Vi sono plante tanto dentro il giardino quanto di fuori. vicino al- 
l'angolo posteriore a d. un albero con pochi rami. Nel mezzo sta 
un'erma di Silvano, v. sin., che perö dalle anche in sii ha le forme 
del corpo umano. Tiene nella sin. la falce, nella d. il jK-diim, 
e regofe con ambedue le mani la veste in modo da formare un seno. 
A sin., voltandogli le spalle, una persona con lunga veste cinta e 
manicata lavora con un ronciglio a tre rebbi (bianco) ; a d. un'al- 
tra persona inginocchiata, poco riconoscibile. anch"essa in veste lunga, 
si occupa delle plante. 

Nello scompartimento sin. del mm-o d., e nei due scomparti- 
menti del muro di fondo, piccoli quadri sono stati tolti ai tempi 
dei primi scavi. 

Sopra ognuuo degli angoli superiori degli scompartimenti rossi 
rinchiusi in margine giallo sta coricato un leone alato e cornuto, 
eseguito in pittura monocroma giallastra. 

/• / sono aiiolhecac ; hanno le pareti blanche e sopra ognuna 



SCAVI DI POMFEI 121 

delle tre interne le tracce di tre scansie. Servivano senza dubl)io 
da cubicoli, quando fiu-ono fatti i pavimenti di buono ed antico 
opus Sifjiiiiium, i quali perö non danuo alcim indizio dell' antica 
destinazioue. In /; un piccolo e seniplice anello d' oro stava attac- 
cato ad im chiodo infisso nel muro. 

Auche m era in origine un cubicolo spazioso. A qiiel tempo 
rinionta la pittiira, neiriiltimo stile, della parete sinistra : diie scom- 
partimenti gialli con largo margine paonazzo e fra essi im prospetto 
architettonico piuttosto largo a fondo bianco : vi si vede im can- 
delabro giallo fra architetture gialle, verdi e paonazze, tutto que- 
sto molto semplice. Segne una cornicetta di stucco con palmette m 
rilievo, colorata in bianco, turcliino, rosso scui'o e rosso chiaro; al 
disopra di questa e conservata soltanto una piccola parte del tondo 
giallo. I quadretti degli scompartimenti gialli sono irriconosci- 
bili.Cf. SU questa pittura sopra pag. 113. Lo zoccolo e giallastro 
(stucco di mattone) e posteriore alle pitture descritte, identico allo 
zoccolo delle altre pareti (a. m. 1,62), che del resto son coperte 
d'intonaco grezzo. Nelle pareti sin. e di fondo osservansi parecchi 
chiodi di ferro. Quella d' ingresso pare che non fosse piü alta, negli 
Ultimi tempi, che m. 0,75. II pavimento, d'una rozza massa grigia- 
stra, e dell' ultima epoca. Non saprei precisare l'uso della camera. 

it scala. Si ascendeva prima sette gradini verso 0, quindi. 
sull'altro lato del muro che divide ii dalla bottega n. 38, sette gra- 
dini verso E ; qui s'eutrava nel locale che all'altezza di m. 3,95 
sovrastava alla bottega. La scala perö seguitava, di nuovo verso 
e sul lato di a, e condiiceva alle camer e sovrapposte, all' altezza 
di almeno m. 4,50, alle camere a d. dell' atrio. 

cucina ; a d. il focolare e la latrina, verso la quäle e in- 
clinato il pavimento di tegoloni, a sin. una bocca di cisterna, ac- 
cessibile anche dal piano di sopra per mezzo d'un condotto verti- 
cale praticato nel muro. Nella medesima parete, a poca distanza 
dal miu'O di strada, si vede incastrato verticalmente un tubo di 
creta, per mezzo del quäle senza dubbio un cesso del piano di 
sopra era messo in comunicazione con una fogna. Nella cucina fu 
trovato una lucerna di terracotta ad un lume , due carafinette di 
vetro e un ago saccale,di bronzo {Not. d. sc. 1886 pag. 536). 

L' atrio con le camere che lo circondano conferma nuovamente 
il fatto giä piü volte osservato, che la vita delle famiglie si riti- 



122 SCAVI DI POMPEI 

rava sempre piü nelle parti posteriori della casa. In origine eranvi 
intoruo airatrio cinque o sei belli e spaziosi cubicoli ed un tri- 
clinio; e come tale potevano servire anche il tablino e le alae;\z, 
cucina occupava o il posto attuale, o stava nelle parti posteriori. 
Pill tardi diie e forse tre cubicoli furono trasformati in dispense, 
uno serviva da larario, imo come passaggio per una scala; il tri- 
clinio fu pure adoperato per usi domestici (pag. 116), come tutte 
le camere intorno l'atrio, meno un cubicolo (/), che conservö l'an- 
tica destinazione. Invece nella parte posteriore si fecero nell'occa- 
sione della prima ricostruzione, cioe lin dai tempi repubblicani, oltre 
il tablino, due grandi triclinii, un cubicolo grande, trasformato poi, 
come pare, in triclinio, e uno pitcolo, in oltre due triclinii e tre cu- 
bicoli nel piano inferiore. 

Le parti poste dietro all' atrio, costruite, dipinte e ornate di 
pavimenti a musaico in epoca repubblicana , sono accessibili dal 
corridoio q con decorazione delle pareti nel secondo stile; perö 
quella del muro d, ed anche lo zoccolo del muro sin. sono imita- 
zioni d' epoca piü tarda. Questo zoccolo e uero, terminato da una 
fascia verde fra due linee blanche, invece della quäle la decora- 
zione originaria aveva senza dubbio una cornice dipinta. AI di sopra 
rettangoli paonazzi s'alternano con stretti rettangoli verticali cele- 
sti, che contengono ognuno una striscia d'ornamenti : tutti questi 
rettangoli sono rinchiusi in una stretta striscia rossa-chiara. Seguono 
i soliti concetti : cornice, rettangoli orizzontali verdi, epistilio tur- 
chino, fregio nero con rabeschi, cornicione giallo, al disopra del 
quäle nulla e conservato. II pavimento e di musaico bianco con file 
di pietruzze nere. 

r tablino, con largo ingresso dalla parte di dietro, mentre sul- 
l'atrio ha una tinestra a. m. 2,45, 1. 3,87, con soglia di legno. II 
pavimento e di musaico bianco con doppia striscia nera tutt'intorno. 
La decorazione e fatta nell'ultimo stile; perö nello zoccolo la cor- 
nice e le sporgenze, a guisa di piedistalli, fm-ono fatte certo sotto 
l'impressione di decorazioni nel secondo stile esistenti in altre parti 
della casa. Lo scompartimento medio di ciascuua parete e nero e 
foggiato a guisa di padiglione; quelli laterali sono rossi; manca 
la parte superiore. Vi sono le rappresentanze seguenti. 

18, senza cornice sul fondo nero dello scompartimento medio 
della parete sin.; a. m. 0,71 , 1. 0,58 ; disegno presse l'Istituto. Sopra 



SCAVI DI POMPEI 123 

una base, posta in un rialzo imconoscibile, sfca un altissimo tripodo 
(con la base m. 0,50); siil suo margine si vedono alcimi vasetti e 
un'ermetta, che nella sin. (supposto che si veda di faccia) regge im 
oggetto a guisa di bastone, che piiö essere una tiaccola. Appie' del 
tripode sta a sin. siil medesimo rialzo una statua d' Apolline (v. sin.; 
a. con la base m. 0,20) ; regge la lira obliquamente sotto il braccio 
sin.; del resto i particolari sono irriconoscibili. A d. sta Vomphalos 
e sopra di esso il corvo. Accanto al tripode si ricouoscono qua e 
lä frondi, e pare che vi fosse dipinto un albero. Appie' del rialzo 
sta a sin. una donna (v. d.) in veste lunga, che alza le mani (o al- 
meno la d.) in atto di adorare, stendendo l'indice ed il mignolo. 
Dietro di essa si distingue appena una figura di fanciulla, con veste 
lunga, che regge avanti al petto un oggetto irriconoscibile , forse 
una cesta. Ambedue son coronate di foglie, A d. del rialzo sta in 
piedi un uomo (v. sin.) vestito e armato, corae pare, di una lancia. 
Le figure, per quanto la cattiva conservazione permette di giudi- 
carne, sono ben disegnate. Quasi sotto il tripode sta appoggiato al 
rialzo un oggetto simile ad una tavola bendata. 

19, sul posto corrispondente della parete d.; diseguo presso 
ristituto. Rappresentanza assai distrutta. Si riconosce nel mezzo il 
noto oggetto conico (cf. p. es. Ajül 1875 tav. d'agg. KL) a. con la 
base, a cui sta appoggiata una tavola, m. 0,60, posto qui pm-e sopra 
un rialzo e sormontato da un'ermetta di cui non si distiuguono i par- 
ticolari. Vi e attaccato a Vs dell' altezza un lungo bastone. Un al- 
bero, con pochissime fronde, lo circouda dei suoi rami, ad uno dei 
quali e appeso, per mezzo d'una benda, un oggetto che ha la forma 
d'una lunga tavola. A d. sta sul medesimo rialzo e sopra una base 
non riconoscibile una statua temminile (v. d.), che colle mani al- 
zate fino al gomito regge qualche oggetto. A sin. appie' del rialzo 
si avvicina im uomo preceduto da un cane. 

20. Identica rappresentazione nello scompartimento interno di 
ambedue le pareti laterali; poco conservata; a. (con la cornice) 

jn. 0,67, l. 0,45; disegno presso l'Istituto. Sopra im ornamento che 
di sopra e di sotto si apre a guisa d'un calice di fiore, sta ritto 
in piedi un uomo di forme robuste, barbato come pare, con veste 
intorno ai lombi (Sileno ?), che sulla parete sin. tiene nella sin. ab- 
bassata un tirso e con la d. sorreggo sulla testa un canestro, mentre 
sulla parete d. le funzioni delle mani sono scambiate. Dalla parte 



124 SCAVI DI POMPEI 

inferiore deiroraamento suddetto si sviluppano rabeschi che s'incro- 
ciano dietro le cosce delViiomo e im'altra volta all' altezza del cane- 
stro, per riimirsi poi piü sopra e incontrarsi forse (eiö non e chiaro) 
con altri rabeschi che dal cauestro stesso s'inalzano. II fondo e iiero. 

21. Sappreseiitanze simili erano negli scompartimenti anteriori 
delle medesime pareti. Sono molto svanite; le figure son femminili; 
a sin. si riconosce che con la d. regge sulla testa uu alto canestro che 
s' allarga nella pancia, nella sin. abbassata qualche oggetto bianco, 
quasi come iina borsa. 

22. 23 siil fondo giallo dello zoccolo, senza cornice. 

22, negli scompartimenti laterali: rappresentanze di Pigmei, 
in parte oscene, in parte insignificanti. 

23, negli scompartimenti medii: bestie che si combattono e 
s'inseguono, poco riconoscibili a causa della cattiva conservazione 
e dell'esecuzione trascurata. 

j>, quando fu fatto il pavimento a musaico, aveva nel lato 
una nicchia (2,32 X 1,15), destinata, secondo la siia forma, senz'al- 
cun dubbio a contenere un letto. L'angolo SO era riempito di ma- 
teriale, mentre in quello NO, a d. della nicchia, eravi forse un ar- 
madio : almeno il margine E di quel rettangolo e formato da una 
pietra che sembra una soglia. In quell' epoca dimque la camera era 
uno spaziosissimo cubicolo ; e con ciö va bene d'accordo che essa non 
riceveva luce da uno spazio aperto, ma da due altre camere, h e v. 
Prima perö della decorazione nell' ultimo stile gli angoli furono sgom- 
brati e la camera trasformata in un triclinio ovvero oeciis. La decora- 
zione delle pareti (ultimo stile) vale poco. Sopra uno zoccolo giallo 
coi soliti concetti seguono scompartimenti rossi con largo margine 
nero, alternati con prospetti architettonici, molto semplici, dipinti 
in giallo e verde su fondo giallo ; uno scompartimento un po' piü 
grande degli altri forma suUe pareti ed E il centro. Nei centri 
degli scompartimenti rossi eranvi in parte quadi-etti - totalmente 
distrutti - in parte animali, di cui rimaue qualche contorno. Segue 
all" altezza di m. 2,5() un fregio giallo alto 0,60, con concetti soliti 
ad incontrarsi nella pa:te superiore della parete; quindi fondo bianco 
con concetti simili in proporzioni piü grandi. Qui si vede nel centro 

del mm"0 

24, un Arpia volante, (a. 0,22 circa), cioe una figm-a femmi- 
uile con coda e garabe d'uccello. Non si distingue se ella regga 



SCAVI DI POMPEI 125 

qualche oggetto nella siu, alzata fino al gomito ; ma nella d. abl)assata 
porta im vaso dal collo liiugo e ad im manico. 

La distribiizione dei colori rammenta Tala sin., i concetti della 
parte superiore ripetute due volte quella d. 

Nel cubicolo 5 e conservata, benche molto logora, la decora- 
zione delle pareti fatta uel secondo stile. II pavimento di musaico 
e tutto bianco; ma vi e in ogni lato ima striscia larga m. 0,14 pa- 
rallela alle pareti laterali, nella quäle le tessellae sono messe in 
maniera che i lati siauo paralleli alle pareti della stanza, mentre 
del resto stanno in direzione diagonale. Tali strisce perö mancano 
nella parte piü interna ; e distrutta la linea che formava il cou- 
fine fra le due parti, ma e certo che nel pavimento era caratteriz- 
zato in tal modo il posto del letto appie' del muro di fondo. Ed 
e chiaro che era caratterizzato anche nella decorazione delle pareti, 
benche non si riconoscano piü i particolari. Nella parte interna i 
rettangoli della parte media (verticalmente) erano rossi-cinabro ; il 
centro del miu'o di fondo era formato da un quadro, rinchiuso fra 
due pilastri ed uu'archivolta e sormontato da una specie di padi- 
glione : si riconosce ancora che era rappresentato Talbero sacro col 
solito corredo. — Oltre il largo ingresso da w il cubicolo aveva una 
stretta porta in 11. 

u non era altro che im vano di passaggio. Nella parte setten- 
trionale evvi addossata al muro E la scala del piano di sopra : 2 gra- 
diui verso E, uno, un piano obliquo, altri 2 gradini verso N ; quindi 
e probabile che una scala di legno proseguisse verso 0. Apple' del 
miu'o N sta ancora un semplice puteale quadrangolare di tiifo, 
grande 0,69 X 0,79, diametro interno 0,44. A sin. di esso una rozza 
pietra calcare serviva forse da sedile ; vi giace sopra un frammento 
di una colonna di tufo con scanalature ioniche. — Nella parte 
meridionale di u e la scala del piano di sotto : 5 gradini verso E, 
uno verso S, 7 verso 0. Nel secondo gradino, a contar da sopra, 
presse il margine S, si osserva uii buco quadrangolare, ed im altro 
uguale presso il margine delV unico gradino diretto verso S : 
evidentemente vi erano infisse due travi di legno che sorreg- 
gevano un parapetto lungo il margine S della l)ranca superiore 
della scala. 

w h \2i grande sala centrale di questo piano. Che fosse coperta, 
lo deduco dal musaico bianco con doppia striscia nera al margine 



120 sc AVI DI POMPEI 

e soglia ornameutale verso ij. E poi appena si puö diibitare che y 
non fosse im portico ; e im portico non starebbe bene avanti ad im 
vano scoperto. 

La Vega presso Mazois 1. c. disegna colonne iu iv, e Mazois 
percio ritiene che fosse ima specie di oeciis coriiithnis. Sulla siia 
pianta neU'ingresso dalla parte di ij stanno diie pilastri, ad ognimo 
dei qiiali e addossata, dal lato interno, im'anta ; le quali ante cor- 
rispoiidono a due altre che realmente esistono siil lato N di lo : uua 
in prolungamento del iniiro del tabliuo , l'altra im poco ad 
orieute del miu'o E; e fra due ante corrispoudenti il La Vega vi 
mette ogni volta una fila di tre colonne, che sarebbero distanti dai 
miu'i laterali m. 2,04. Non siamo in grado di decidere se ciö si 
fondi SU qualche traccia da liii osservata, ovvero se fosse mera con- 
ghiettura. Negli scavi recenti le parti relative del pavimento ap- 
parvero totalmente distrutte. 

In favore delle colonne potrebbero addiu'si le summentovate 
ante sul lato N, le quali probabilmente avevano un termiue a guisa 
di base, giacche ciö puö essere constatato sul lato rivolto a w di 
quelle ante che restringono 1' ingresso al tabliuo. Ed e probabile 
anche che non si esteudesse su queste ante la decorazione delle 
pareti di to, ma che fossero blanche, giacche lo sono le menzionate 
ante del tablino (anche sul lato interno) : e ciö si spiegherebbe per 
la corrispondenza con le colonne. — Non vorrei addurre nel mede- 
simo senso il giä menziouato frammento di colonna in ii, che e im 
sommoscapo dal diametro superiore di 0,28, ne im frammento si- 
mile infisso nel siiolo nella bottega n. 38, ove si trova anche un 
frammento liscio, che io perö credo ridotto da ima colonna del me- 
desimo ordine. Tutti questi frammenti possono benissimo provenire 
dal portico y, se questo era croUato nell'a. 63, o da qualche 
portico preesistente alla ricostruzione. — Un'altra circostanza poi 
deve renderci molto cauti quanto alla pianta del La Vega. I due 
triclinii finestrati v a x hanno dalla parte di w ognuno una stretta 
porta e due larghe finestre, come mostra la pianta nostra. Invece 
La Vega da ad ognuno tre larghi ingressi : ai pilastri fra questi in- 
gressi fa corrispondere le colonne, meno le due ultime verso S, che 
corrispondono agli stipiti S degli ultimi ingressi. Si vede dunque che 
la sua pianta non e del tiitto esatta, ma fu accommodata con l'inten- 
zione di mettere in armonia le parti superstiti con le supposte colonne. 



SCAVI DI POMPEI 127 

Tn eiascim lato di lo stava im triclinio finestrato molto aiioso, 
X e (\ de' qiiali ,x e ud poco piii piccolo, perche su quel lato si 
discende per la scala in u al piano di sotto; v aveva finestre su 
tre lati, dovendo dar liice ^ p. — x era riccamente dipinto nul 
secondo stile, ma poco ne e conservato : si riconosce che lo zoccolo 
era di forma architettouica e che sopra di esso il fondo era rosso-ci- 
nabro. La decorazione di z; e im'imitazione del secondo stile fatta 
neirepoca deU'ultimo stile; gli scompartimenti grandi sono rossi. 
Di rappresentanze tigm-ate e conservato pochissimo: 

25, sul mm-o 0, nel primo scompartimento a d. : due Amori 
volanti che reggono fra loro, in direzione verticale, im oggetto non 
riconoscibile. 

26, siil miu'O N, nel primo scompartimento a sin.: Amore che 
vola verso d. e porta sopra nn piatto o basso cauestro qiialche cosa che 
non si riconosce. Ambedue le pitture (a. 0,25) sono mal conservate. 

Mi pare fiior di diibbio che ij era im portico. Ne fanno fede 
le due ante addossate ai mmi E ed (e conservata soltanto qiiella 
ad 0), le quali non possono aver altro significato che di seguare 
le estremitä della fila di colonne. II pavimento era di musaico 
bianco, di pietre iin poco piii grandi che nelle camere. Avanti al 
portico si stendeva la terrazza j, il cni pavimento era d'ima massa 
fatta con lava frantumata. 

Di im piano siiperiore (all'altezza di m. 4,50 circa) fanno te- 
stimonianza le tre scale in n, e, u. Delle quali n conduceva alle 
camere sovrapposte a quelle a d. dell'atrio e alla camera (situata 
in livello piü basso) che sovrastava alla bottega n. 38. Non sap- 
piamo se da questa fossero accessibili le camere sopra o, «, c, d, 
ovvero se anche a queste, come certamente a quelle a sin. dell'a- 
trio, si accedesse per la scala in c. Quella in u conduceva senza 
dubbio sopra le stanze dietroposte all'atrio. Quanto poi questo piano 
di sopra si estendesse suUe parti posteriori, e impossibile detor- 
minaiio. Forse w era piü alta delle altre stanze, e mancava sopra 
essa la camera superiore. Forse il piano di sopra non si estendeva 
oltre p^ 'Z^ '% ^ i öd iii t^l ^^^^o poteva esser preceduto verso S da 
una terrazza sorretta da v^ iv, x. 

Passiamo ora al piano di sotto, accessibile per la giä men- 
zionata scala in u, appie' della quäle si entra nel corridoio «, co- 



128 sc AVI DI POMPEI 

perto di volta a botta. A d. s'entra neiraltro corridoio /?, che in 
due pimti, dietro i cubicoli i e A, si allarga ; e qui, all'altezza di 
m. 3,25, vi sono delle porte, per le quali, appoggiandovi scale por- 
tatili, si accedeva alle camere II e III (dormitorii servili ?) sovrappo- 
ste ai due cubicoli suddetti. Dirimpetto poi alla porta sopra i, a 
un'altezza di poco superiore, evvi Tingresso ad un vano (I nella fig. 3 
della nostra tavola) il quäle non si compreude a che uso abbia po- 
tuto seiTire : una camera, o conidoio stretto, coperto a volta, tra- 
versato a poca distanza dairestremitä sin., nel nascimento della 
volta, da luia trave di pietra ; le pareti rivestite di stucco di ma*:- 
tone. Verso d. il locale in origine si allargava, ma poi quella parte 
fu riempita di materiale; e pare che qui vi fosse pure un"apertui-a 
nel soffitto (o volta), chiusa anch" essa posteriormente. Mi pare il 
piü probabile che fosse una cisterna, abolita quando la casa fu ri- 
costruita ed allargata, e che poi se ne servissero forse per conser- 
vare altre cose. 

Ove il corridoio ß si allarga dietro /, e stata fatta assai roz- 
zamente nell'angolo SO una specie di vasca composta di pietre cal- 
caree, di forma poco regolare, grande di fuori 0,(38 X 0,85, di den- 
tro 0,22 X 0,67. II blocco che ne forma la parete N lascia fra se 
ed il muro un iuterstizio di m. 0,035. Non so indovinarne la de- 
stinazione. 

Sembra che ß sia stato fatto senza altro scopo apparente che 
dare accesso alle camere sopra / e /. Ma forse il vero scopo era 
di allontanare le camere del piano medio dal terrapieno e custo- 
dirle dall' umiditä. 

Seguitando per il corridoio « troviamo a sin. due camerette 
a volta, di cui y ha una linestrina al disopra della porta, S una 
tinestra un po" piii grande sul vano della scala f. Ambedue in ori- 
gine avevano le pareti coperte d'intonaco grezzo ; piü tardi S ri- 
cevette una semplice decorazione nell'ultimo stile. In ambedue le 
pareti mostrano tracce di parecchi chiodi. Non so decidere se ser- 
vissero da raagazzeni o dispense ovvero da dormitorii servili. 

All'estremitä di a abbiamo a sin. la scala f, che conduce al 
piano infimo, a d. l'ingresso a *^, e prima ancora una porticina del 
cubicolo A. Similmente il cubicolo corrispondente /. oltre la grande 
porta, ha una porticina laterale dal triclivio x. E lo stesso trovamrao 
nel cubicolo s del piano di sopra. Camere simili non mancano in 



SCAVI DI POMPEI 120 

altre case : rammento quella a d. delYoecus corinthius della casa 
« del Laberinto - , caratterizzata come cubicolo per la nicchia del 
letto (40 sulla piauta presso Overbeck-Mau Pompeji,^ p. 342); quelle 
che stanno accanto a triclinii si e creduto qualche volta che ser- 
vissero per apparecchiar ciö che si doveva portare in tavola, e cose 
siraili (Overbeck-Mau op. c. p. 327). Non voglio pretendere che le 
camere di tal geuere servissero tutte ad un medesimo uso ; in ge- 
nerale perö mi pare che la spiegazioue la piü naturale sia questa, 
che nella stagione calda la porta grande rimanesse aperta, per dor- 
mire in un ambiente piü arioso ; invece neH'inYerno la porta grande 
s'apriva una volta al giorno, per far la pulizia e dare aria alla Ca- 
mera, mentre del resto s' entrava ed usciva per la porticina late- 
rale. — In A la volta (a poco sesto) e piü bassa nella parte in- 
terna, ed e caratterizzato in tal modo il posto del letto. In i ciö 
non e riconoscibile. 

1], ove all'estremitä di « s'entra volgendo a d., e il compreso 
centrale di questo piano e, come iv per la parte posteriore del piano 
di sopra, fa quasi le veci dell'atrio ; da esso tutte le altre camere 
hanno il loro ingresso ; riceveva luce daUa terrazza n per una porta 
e due larghe finestre : disposizione assai rara nelle case pompeiane, 
le cui camere sono quasi sempre aggruppate lungo portici e in- 
tomo a cortili scoperti, Si puö paragonare im complesso nella parte 
SE della casa « del Citarista ". (I 4, 5; n. 21 sulla pianta presso 
Overbeck-Mau'' pag. 360). 

Negli angoli SO e NO di ?; sono. rimasti pochi avanzi della 
decorazione delle pareti : si riconosce uno zoccolo rosso ; e proba- 
bile che la pittura fosse fatta nel secondo stile. La porta della ter- 
razza, larga 2,95, s'apriva verso di fuori, come si rileva dalla forma 
della soglia, nella quäle si vedono le tracce dei cardini. Le fine- 
stre (larghe 1,51 e 1,53) hanno soglie di lava con cardini, ma senza 
traccia di catenacci. Nell'angolo SO evvi un rialzo di fabbrica (po- 
steriore alla pittura delle pareti), grande m. 1,10X0,56, alto 0,54, 
nella parte S del quäle e incastrato un vaso di creta del diam. di 
m. 0,29 ; non so se fosse un focolare : di fornelli non v'e traccia. 

Intorno a questo vauo centrale stanno due triclinii e tre cu- 
bicoli. Dei triclinii l'uno, ^, e grande, l'altro, x, di grandezza me- 
dia; ambedue avevano la volta a tutto sesto e conservano avanzi 
della decorazione nel secondo stile, in ^ a fondo nero, in x cogli 

9 



130 sc AVI DI PO.MPEI . 

scompartimenti grandi rossi. «> ha sulla terrazza iina finestra grande 
(a. m. 2,42 ; 1. 2,20 ; soglia di lava con cardini. senza catenacci), 
e SU ciasciiii lato di questa (con la soglia all'altezza delFarehitrave) 
iin'altra piii piccola (a. 0,43 ; 1. 0,32) per ventilare la stanza qiiando 
quella grande rimaneva chiiisa. ün rialzo di fabbrica (0,63 X 0,76; 
a. 0,35 ; posteriore alla decorazione delle pareti) poteva essere iina 
tavola e servir per apparecchiar le pietanze. 

Dei ciibicoli i e l erano dipinti nel secondo stile a foudo bianco, 
C neir ultimo stile a fondo uero ; tutti e tre sono coperti con volta 
a poco sesto. ^ ha una finestra sulla terrazza, il cui stipite sin. e 
obliquo, in corrispondenza con la direzione di quel lato della ter- 
razza ; la lunghezza della cainera fu diminuita di m. 0,33 per mezzo 
d'uu miu'o sottile (0,16) parallele all'originario muro E. Senza dub- 
bio quest' ultimo, che sostiene il terrapieno del foro triangolare, 
soffriva dell'umiditä ; e che fu questo il motivo di quel provvedi- 
mento, lo confermano due buchi nei muri N e S, corrispondenti 
allo spazio rinchiuso fra il vecchio ed il nuovo muro E e desti- 
nati senz'alcuu dubbio a ventilaiio ed asciugarlo. L'antico muro E 
conserva avanzi della decorazione : possiamo supporre che fosse del 
secondo stile ; ma ciö non e riconoscibile. 

II triclinio minore x non ha traccia alcuna d'una porta. Anche 
gli altri ingressi delle camere son privi di soglie, ma all'angolo 
esterno di ciascuno stipite sta incastrata nel pavimento una pietra 



di lava di questa forma : \Iir\- In oguuna di queste pietre sono due 

buchi, uno piü dentro, l'altro, minore, piü fuori. In uuo di quei 
buchi piü interni (porte E di A) si osservano tracce di metallo: 
pare dunque che qui girassero i cardini. L'altro buco serviva per 
fissare le antepagmenta, che qui, come in molti altd casi, rivesti- 
vano soltanto gli spigoli esterni degli stipiti. 

Ho riunito nella figura 3 della nostra tavola quei locali che 
stanno al disopra di alcune camere piü hasse del piano fin qui de- 
scritto e formano quasi un ammezzato. Qualcuno di tali locali (I, 
II. III) fu giä menzionato (pag. 128); II e III (cubicoli servili ?) 
non erano piü alti di circa m. 1,80; e probabile che avessero 
ognuno una finestra verso S. Le pareti in II erano rivestite di 
stucco di mattoni, in III di stucco bianco; dei pavimenti nuUa e 
conservato. 



SCAVI DI POMPEI 131 

Due camere stanno sul lato E di a. Sotto IV non sta im'altra 
Camera, ma terrapieno, V sta sopra y q d. Ambedue sono coperte 
a volta e congiunte fra loro mediante ima porta, che una volta fu 
miirata e poi riaperta, ma non completamento. Le pareti hanno sfciicco 
bianco : ricevevano luce ognima per una tinestra, IV da « e V da i-. E 
sul medesimo lato V ha una porta, che ora da nel vuoto, sopra la 
scala f ; ma si vede che il vano della scala /• era traversato da un 
ponte, al di lä del quäle si ascendeva per due gradini in VI, che 
e sovrapposta al cubicolo t- L'angolo SE di VI e occupato da una 
vasca murata, il cui fondo e coperto di Sigitiimm. Nella vasca evvi 
sul lato N un gradino, come per montarvi dentro. Pare dunque che 
VI fosse un lavatoio ; si potreb])e anche pensare ad un bagno per 
i servi. — Mentre la porta fra IV e V era chiusa, tanto V quanto VI 
non potevano essere accessibili che per una scala appoggiata al 
ponte summentovato. 

Da /; si scendeva - senza dubl)io sopra qualche gradino, che non 
e conservato - snlla terrazza // ; la differenza del livello e di m. 0,75. 
La porta e fi-ancheggiata sul lato di fuori da due pilastri grossi 
0,60X0,65 e posti sopra basi grosse circa 1,0X0,90. La terrazza 
stessa, di forma non del tutto regolare, e coperta soltanto in parte 
(Sed E) con una specie di pavimento. A poca distanza dall'angolo SE 
si alza un cilindro murato contenente un tubo per dare aria al pi- 
strino 3 del piano infimo; piü verso simili sfogatoi del calda- 
rio 7 e del frigidario 8 sono rinchiusi in coni. Vicino al margine E 
giace una meta d'un mulino a mano. La terrazza era cinta da un 
muro, il quäle, com'e visibile presso l'angolo NE, era alto m. 3,10, 
grosso 0,38, e neUa parte piii bassa (tino a m. 0,50 di altezza) 
m. 0,50. Contiene blocchi di tufo, provenienti senza dubbio dal 
muro della cittä - del quäle paraltro nella casa stessa non e rima- 
sto alcun avanzo - e sormontato da blocchi del medesimo materiale 
tagliati a schiena. 

Ci rimane a parlare del piano infimo, di cui diamo la pianta 
nella flg. 4 della nostra tavola. 

La scala in f ha 5 gradini verso E, uno verso S, sei verso 0; 
simili buchi come in quella del piano medio (pag. 125) fanno 
testimonianza d'un parapetto. Quindi s'entra nel corridoio incliuato 
1, interrotto in due punti da uiio, in un terzo puuto da tre gradini 
e rischiarato da una finestra praticata in una specie di lunetta e 



132 sc AVI DI POMPEI 

che s'apre sotto t in quel miiro della casa ehe spetta la terrazza /(. 
Lasciamo a sin. uno strettissimo vano a volta, 2, chiuso antica- 
mente da iina porta e rischiarato da una finestra che verso E guarda 
fuori della cittä, ed entriamo di fronte nel pistrino 3, coperto di 
Yolte a botta, con due tinestre, che verso fuori si restringono, nel 
raiiro S, un' altra piii grande verso E e un buco tondo nella volta, 
ciistodito da uu cilindro murato sulla terrazza /<. Una stretta porta 
conduce verso E fuori della cittä : fatto singolare, non avendo 
alcuna delle case adiacenti un' uscita simile: dovrebb'essere questo 
un privilegio speciale accordato al proprietario. La porta non vi fu 
da principio, ma e stata rotta posteriormente ; ha la sogiia di lava 
con l'incavo del cardine a d. (era a un solo battente), senza trac- 
cia di catenaccio. 

II pavimento e di opus spicatum grossolano. Nell'angolo NE 
eravi il forno, del quäle perö non rimaue altro che la sostruzione 
e tracce della volta ; siccome il Mazois (1. c. pl. 33) lo disegna piü 
conservato, cosi possiamo crederlo distrutto ai tempi dei primi scavi. 
Quasi nel centro del locale troviamo un rialzo di fabbrica rotondo, 
a. 0,35, diam. 1,05, il quäle sorreggeva un bacile per acqua di poca 
profonditä, di cui si vede l'impronta (0- Neil' angolo SE sta una 
vasca murata, larga internamente 0,75X0,77, alta 0,70, con un 
foro quadrangolare (0,25 X 0,13) vicino al pavimento presso 1' an- 
golo NO. A questa vasca ne era addossato dal lato un' altro, 
che Mazois disegna intera. mentre ora non ve ne sono che pochi 
avanzi. Tanto le vasche quanto il forno sono posteriori allo zoccolo 
(a. 1,64) di stucco giallastro (con polvere di mattoni) onde son ri- 
vestite le pareti. Nel muro d. e praticata l'apertura della suspen- 
sura dell'adiacente caldario (a. 0,51, 1. 0,58). 



(•) Nelle Notizie 1886 p. 167 vi si riconosce la base d'un molino ; iiia 
HC vi sta intorno il solito selciato, ne cosi si spiega la suporficie concava. Di 
piü h certo che nei primi scavi quel bacile fu trovato al posto e che ad esso 
si riferiscono le parole P. A. II. I, 1 pag. 208 (20 giugno 1767): « Si e levata 
« della terra da alcune stanze a volta contigue al (Quartiere. In una di queste 
« si e scoperto un pozzo con vicino un lavatoio, dentro del quäle vi e un vaso 
" di creta con calce, un forno, c nol mezzo della stanza una gran 
"tina di creta, e uno sclieletru di UDino tutto intero, che resta rannic- 
« chiato a terra, cnsa molto curiosa a vedersi •'. Cf. la tavola 84 del Mazois. 
II pozz'j Cül lavatoio dovrebbe esserc la d()ppia vasca ncU'angolo SE. 



SCAVr DI POMPRI 133 

II vano adiacente a N (4), coperto di volta a botta, con pareti 
rivestite d' intonaco grezzo e finestra che verso E da fiiori della 
cittä, contiene i sostegni della tavola sulla quäle si formavano i pani. 

Sul lato estenio del muro E, a sin. per chi esce dalla porta, 
e dipinto su fondo bianco im gran serpente che verso d. si avTicina 
all'altare, sul quäle si distingue uiia pigna, uiia mela granata (cosi 
pare) ed un uovo. La pittura (a. 0,(35, 1. 2,2.')) sta in direzione obli- 
qua, seguendo la peudeuza della roccia di lava, che qui e visibile. 

5. Passaggio al bagno, accessibile sopra due gradiui, coperto 
da volta a botta (E ad 0). Le pareti son dipinte semplicemente nel 
secondo stile: rettangoli a base stretta, che sembrano mouocromi 
d'un colore grigiastro; ma forse i colori furouo distrutti dall'unüditä. 

6. Apoditerio o tepidario; vi si entra per una bassa porta a 
volta. E coperto con volta a botta di poco sesto, alto fino al na- 
scimento della volta m. 2,33, fino alla sommitä 2,82, con piccola 
finestra nel muro S. II pavimento e di musaico bianco con mar- 
gin e nero ; le pareti hanno una dipintura monocroma in giallo, che 
imita un' incrostazione di marmo : abbiamo insomma qui la deco- 
razione della prima ricostruzione (vd. sopra pag. 112). Le pareti 
non sono vuote ; se il pavimento sia sospeso, non si puö constatarlo, 
causa la sua perfetta conservazione. 

A sin. si passa per una stretta porta a volta nel caldario 7, 
in ampiezza ed altezza press'a poco uguale all' apoditerio. II pavi- 
mento sospeso e stato distrutto, lo spazio riempito di terra e questa 
coperta - come pare nel secolo passato, al tempo dei primi scavi - 
d'un pavimento molto ordinario('), mentre dell'antico pavimento di 
musaico non rimangouo che pochi avanzi al margine. Anche le te- 
fßdae mammatae furono tolte dai muri e si riconoscono soltanto dalle 
tracce dei chiodi coi quali erano fissate sopra uno stucco giallastro. 
Con esse fu perduta la pittura delle pareti , che rimane soltanto 



(}) Confesso di aver preso quel pavimento per antico. E dichiarato mudenio 
Not. d. sc. 1886 pag. 168, e mi assicura Famico prof. Sogliano, che resanie 
della composizione di quella inassa, la quäle contiene lapillo, mattone pesto, 
pozzolana e calce, ne confernia Torigine moderna. Con ciö non e escluso che 
fossero tolte le tegulae mammatae, distrutta la suspensura e per conseguenza 
abolito il bagno fin dalFantichitä ; anzi difticilraente si spiegherebbe la totale 
distruzione della suspensura e del rivestimento dei muri , se tutto ciö fosse 
stato trovato intatto. Mazois vide il caldario nello stato attuale. 



134 SCAVI DI POMPEI 

nella nicchia semicii'colare del lato S, ove la parete non fii mai 
Yuota: il fondo della nicchia e rosso, nel cielo (interrotto da una 
finestra rotonda) e rappresentata iina conchiglia in bianco, rosso e 
turchino; la pittura e deirultimo stile. Una nicchia rettaugolare 
nel mm-o N (1,73X0,67) doveva contenere una vasca. 

Merita di essere rilevato il seguente particolare. Anche la volta 
aveva il rivestimento di tegole mammate (o qiialche cosa di simile) ; 
e qui, nell'asse, a poca distanza dal muro S evvi un buco tondo, 
che poi si proliinga verticalmente sopra la terrazza sovrapposta in 
forma d'iin tubo rinchiuso in un cono murato; il diametro inferiore 
e di m. U,12, quello superiore di m. 0,07. In fatto una tale apertiu'a 
era necessaria per dare aria al fuoco rinchiuso sotto il paviiuento 
e dietro il rivestimento delle pareti e della volta. Nel muro E, poco 
sotto il nasciraento della volta, s'aprono due buchi orizzontali ('), 
press'a poco della stessa arapiezza, che s'inoltrano nel muro, e in 
uno de' quali potei infilare un bastone fino a m. 1,45. La loro forma 
esclude che vi fossero incastrate delle travi, e appena si puö du- 
bitare che non servissero a quel medesimo scopo, di dare aria al 
fuoco. Una perfetta analogia ce la öftre il piccolo caldario della 
casa « del Fauno -, ove sul lato N all'altezza di ra. 1,30 due tubi 
circolari sono collocati obliquamente nel muro e riescono , in un 
punto alquanto piü alto, nella cucina adiacente : lo scopo suindi- 
cato qui e evidente. Nel caso nostro pero vi e la difticoltä che quei 
buchi non hanno un'uscita: la terrazza sovraposta e coperta di la- 
strico senz'apertura alcuna. Credo pereiö che qui siano successi dei 
cambiamenti. Sappiamo che gli apparecchi di tali stufe si anda- 
vano sempre perfezionando e che si mirava ad ottenere un grado 
di temperatura sempre piii alto (-). E si puö constatare nelle terme 
*. stabiane - di Pompei , che prima le sole pareti furono rivestite 
di teyidae niammafae o tubi, mentre piü tardi il rivestimento fu 
esteso anche sulle volte e le luuette (■'). Ora mi pare assai probabile 
che cosi sia avvenuto anche nel caldario della casa - di Giuseppe II » . 
Li fatto il posto che occupano quei buchi, sotto il uascimento della 

{}) Mazois nel suo spaccato tav. 33 li trasporta sul inuro N per reiulerli 
visibili. 

(-j Nisson pompejan. Sludiea p. 153. Mau pompejan. Beiträge p. 125 segg. 
1 lU segg. 

(3j Mau 1. c. p. 127. 



sc AVI DI POMPEI 135 

volta, accenna ad un tempo nel quäle fino a quel punto soltanto 
arrivava il rivestimento del miiro. Quaudo poi fu esteso sulla volta, 
e fatta la sopra descritta apertura nell'asse di essa, allora quei 
biichi anterior! si riputarono siiperflui, e forse si chiiisero quando 
la parte sovrapposta della terrazza /t fii coperta di lastrico. 

Dall'apoditerio s'entra a dr. uel frigidario 8, che e tondo 
(diam. 3,20) ed ha quattro nicchie semicircolari con sedili di legno 
all'altezza di m. 0,38 (visibili nello spaccato del Mazois). II fondo 
sta m. 0,50 sotto il pavimento dell'apoditerio; uel mezzo evvi ima 
parte piü profonda ancora di m. 0,15, del diametro di m. 0,60, dal 
fondo concavo, e proprio nel centro iin piccolo buco : possiamo im- 
maginare che qui s'alzasse im getto d'acqua. Ual lato deH'iugresso 
evvi un gradino per discendere. La cupola e fatta a cono e rive- 
stita d' intonaco bianco ; nel punto piü alto e perforata , e questo 
foro s'inalza sopra la terrazza /i in forma d'un cono murato : l'aper- 
tura superiore ha il diametro di m. 0,14. Una finestrina s'apre 
verso S. Sotto il nascimento della cupola gira un fregio tm-chino 
con figm-e blanche, di animali come pare ; ma appena se ne rico- 
nosce qualche cosa. E affatto impossibile che questo sia un laco- 
nicmn, come credeva Mazois. 

Bisogna aggiimgere alla descrizione di questa casa, che essa 
non si estende fino al ^ foro triangolare , " non essendo il suo muro 
Orientale identico a quello (in gran parte distrutto) che ne chiu- 
deva il lato 0, ma rimanendo fra l'uno e l'altro uno spazio largo 
m. 0,55 — 0,80 che coutiene un canaletto, nel quäle si versavano 
le acque piovane del vico che rasenta il lato N dell' isola fin qui 
descritta, per esser portate fuori della cittä, passando sotto la va- 
sca in VI (fig. 3 della pianta; cf. pag. 131). 

Giä dissi sopra, che la casa fin qui descritta fu scavata negli 
auni 1767-69. Si cominciö allora dal piano infimo; e la prima men- 
zione (') e il passo citato sopra pag. 132, uella nota (20 giugno 1767). 
Fin dal 11 luglio poi {P. A. II.l 1 pag. 208 segg.) i rapporti par- 
lano del piano medio. Vi si trova, in >, come pare, una statuetta 
femminile in creta, a. circa m. 0,66 , un' anfora ed una lucerna 
di terracotta, una grondaia con la parte anteriore d'un leone, una 

(1) P. A. II. I, 1 pag. 201 (11 aprile) si parla di'llr vicinaiize del tcuipiu 
dlside; of. pag. 192 segg. 



136 SCAVI DI POMPEI 

lama di coltello di ferro, im chiodo di bronzo, due fusi di osso, 
fra ciii uno col fiisaiuolo. E appena si puö diibitare che non si rife- 
risca ad »y anche il rapporto del 1 agosto (« parte dell'altra stanza, 
contigua alla descritta nel passato rapporto , » cioe a ^) ; ne risulta 
che vi era conservata a qiiel tempo ima piccola parte della deco- 
razione delle pareti a fondo nero con una figura femminile alta 
m. 0,175, che con ambedue le mani teneva un volume; e che vi 
si trovarono ancora quattro vasi, \m piccolo anello e due chiavi- 
stelli di bronzo, uno scudetto di serratura, una tazza di creta ed 
una moneta in bronzo di Claudio. 

Quindi si parla (11 e 25 luglio) di ^, riconoscibile dagli esa- 
goni del paviraento e dal fondo nero delle pitture ; si descrive una 
parte ancora superstite ed alcuni frammenti della decorazione delle 
pareti : un Amore, un Pegaso, maschere e altre cose di nessun' im- 
portanza. Vi si raccolse inoltre una patera « di metallo, che noQ 
si conosce ^ con manico a forma di piastra, ornato con un Amo- 
rino e qualche arabesco ; di bronzo : un piede di mobile in forma 
di ermetta con testa « di uomo vecchio " ; tre gangheri doppi ; due 
monete; inoltre una carafiina di vetro. 

Nel corridoio « poi fu trovato « un catino di bronzo ovato 
con due maniglie » ; diam. m. 0,29 e 0,20. 

Sotto il 22 agosto si descrivono le pitture a fondo bianco (fra 
cui Heibig 1478. 1894. 1895) di una stanza che molto pro- 
babilmente e / ; e pare che ne facesse parte anche il frammento 
descritto il 14 agosto, essendoche uno dei concetti (maschera com- 
presa da una rosa) vi si ripete, e pare che il fondo ivi pure fosse 
bianco. E sembra che in X (e forse nella parte attigua di /^) si tro- 
vasse una testa di leone in marmo , che aveva servita ad un getto 
. d'acqua ; di piü « un vasetto di creta con dentro come un unguento » ; 
due altri vasi di creta, fra cui uno aretino con bollo, e un co- 
perchio; due mortai di marmo coi loro macinetti; un cardine, un 
ganghero doppio, un ago, un chiodo ed un anello di bronzo; un 
pezzetto di pietra serpentina. 

Non e possibile di precisarc in quäle puuto del piano medio 
siano stati fatti i ritrovamenti enumerati sotto il 29 agosto: due 
scheletri, fra cui uno con due anelli, uno de' quali non chiuso e 
che tei-mina in due teste di serpente; im orologio solare; un ret- 
tangolo di marmo con una lucerua in bassorilievo ; un capitello 



SCAVI DI POMPEI 137 

di marmo di forma bizzarra (diam. m. 0,13, alt. 0,178); un gaii- 
ghero doppio e due mezzi gangheri piccoli; due caratfe di vetro; 
« im osso lavoi-ato per uso di Hauto » ; finalmente altri frammeiiti 
d' intonaco. 

Poi non si parla di questi scavi fino al 4 aprile 1769: allora 
si scuoprono, uon si puö precisare dove, le pitture Heibig 147 (Leda) 
e 1509 (atleti), ed in im' altra camera im Amore con ima clava 
ed una donna che con la sin. tiene un disco. Forsö qiii si tratta 
del piano di sopra, giacche se ne distingue cio che segne : « unito 
u ad alcimi sotterranei si e scoperto im gabinetto dipinto all'in- 
" torno in campo bianco ecc. « . Questo gabinetto potrebb' essere i. 
Segne (7 aprile) lo scavo fatto in presenza d,el re e dell' imperatore 
Giuseppe II in quattro stanze; siccome si enumerano prima i 
ritrovamenti fatti in due stanze, e poi quelli delle due rimanenti, 
cosi possiamo sospettare che si tratfci di due camere del piano di 
sopra e due di quello medio. Ne saprei indicare 11 sito delle rap- 
presentanze di Muse su fondo nero, che non furono mostrate ai 
sovrani (pag. 231). 

Finalmente i rapporti dei 15 e 22 luglio 1769 parlauo di 
scavi " sopra le volte " , cioe nel piano superiore. Oltre le due Sta- 
tuette di Giove ed Arpocrate (sopra pag. 119) vi si trovö una pa- 
tera ed un boccaletto di terracotta invetriata (probabilmente vasi 
aretini) e la pittm-a di Masinissa e Sofoniba, quest' ultima per terra, 
non so in quäle camera. 

Oltre la casa « di Giuseppe II « fu scavata in parte la casa 
n. 28 della medesima iusida, che sta ad occideute di quella n. 29-31, 
descritta Didl. 1884 p. 210 sgg. 1885 p. 85 sgg. Ne parleremo, 
quando sarä completamente sterrata. 

Convieue menziouar brevemente i ritrovamenti di alcuni fram_ 
menti architettonici appie' del mm-o di sostegno che verso SO sor- 
regge ü foro triangblare, nell'angolo che esso muro forma col piano 
inümo della casa descritta. In parte appartengono evidentemente 
al portico del foro triangolare : una colonna, im' anta cui e addos- 
sata una mezza colonna, e parti della trabeazione. Ma altrettanto 
e evidente la loro diversita dalle parti anteriormente conosciute, 
che con la massima probabilitä si ascrivono ai tempi preromani : 
erano senz' alcun dubbio nuovi, e in parte neanche terminati quando 



138 SCAVI DI POMPEI 

sopravenne la catastrofe, e dimostrano - come giustamente osserva 
il prof. Sogliano {Mt. cL sc. 1886 p. 168) -, che a quel tempo qui 
si lavorava per restaiirare il portico. Esso si stendeva fino al mar- 
gine della collina, ed all' ultima colonua corrispondeva un' anta 
che finiva a mezza colonna dorica addossata al mm-o; tracce d'im 
parapetto fdi metallo ?) si vedono nelle pietre di tufo che formano 
il margine. Altri frammenti di colonne hanno la scanalatm-a ionica : 
non si puö dire dove questi appartenessero. 

Nel medesimo pmito fii trovato il torso, a m. 0,41, di ima 
statuetta iu marmo, la quäle pare che rappresentasse un ApoUo 
che insistendo sul piede' d. ed appoggiandosi con la sin. ad un tronco 
d'albero, faceva riposare il braccio d. sul capo {Avt. d. sc. 1886 

pag. 58). 

A. Mau. 



189 



SOPRA L'ISCRIZIONE 
DELLA FIBULA PRENKSTINA 

(cf. sopra pag-. 37-43) 
Lettern di G. Lignana a W. JklltUj. 



Vi niando alcime brevi osservazioni grammaticali sopra riscri- 
zione della tibula prenestina pubblicata in questo Bull. p. 40 senza 
punto entrare nelle deduzioni archeologiclie. 

A primo aspetto non avendo sotto gli occlii Toriginale della 
fibula, ma solamente la iscrizioue, com'e pubblicata, sorge invo- 
lontario un dubbio sulla autenticitä del documento, ed appare in 
certo modo come una qualunque combinazione fatta secondo i risul- 
tati degli Ultimi studii della grammatica storica del Latino. 

Del dativo sing, in oi lOISAWVH non era occorso finora, che 
un solo esempio, onde si deduce la solita teoria, che si fa uei com- 
pendii di grammatica comparata. Q3>IAB^:3B^, tralasciando per ora 
la questione della interpunzione, e deU'aggiuugimento del segno B 
al precedente \ occorre per la prima volta in questa iscrizioue nel 
caso che essa debba essere accettata come una genuina forma di 
latino arcaico; finora non conoscevamo che la forma FEKED, come 
nel vasetto del Quirinale. Non vi ha dubbio tuttavia, che la forma 
reduplicata ha dovufco precedere alla forma senza reduplicazione, e 
quindi e giustissimo il supporre secondo i risultati della gramma- 
tica storica una primitiva forma di perfetto fefaked. 

L'incontrare poi tauto l'artefice, quanto colui, cui e dedicata 
la fibula, indicati ciascuno non giä con due, ma con un solo nome, 
ricorda il passo di Yarrone su quest'argomento criticato giustamente 
dal Mommsen. Ma la cosa non e impossibile. 

Questa iscrizioue adunque potrebbe essere benissimo una dotta, 
mä recente, molto recente combinazione. 



140 SOPRA L ISCRIZIONE DELLA FIBULA PRENESTINA 

Si potrebbe tiittavia fare una ipotesi, che cioe la libiila con la 
sua iscrizione fosse una manifattura osca destinata al mercato ro- 
mano e cittä finitime. In questa ipotesi 11 datlvo In o/, che occorre 
appunto nella decl. osca in o, sarebbe regolarisslmo , colncldendo, 
11 che ml pare plü probabile, o non colncldendo coH'antico dativo 
latino cltato uel passo molto controverso di Mario Vlttoiino ; fefaked 
troverebbe pure la sua splegazlone nelle forme 03che della tavola 
Bantlna, mentre quando si dlchiara esserere latlna, la cosa e assal 
dubbla. La breve di facio che al perfetto dovrebbe essere lunga, 
ha Invece nel latino per un processo, che non ci e ancora intie- 
ramente chiaro, Xahlaut e, e qulndl supponendo di questo verbo 
un perfetto latino reduplicato, che non abbiamo, si dovrebbe avere, 
se non erro, non giä fefaked ma fefeked , onde pol l'arcaico fcked. 
L'allungameuto della sillaba radicale non subentrö solamente dopo 
che era perduta la reduplicazione, ma esisteva giä nelle forme 
reduplicate, e si mantenne col perdersi della reduplicazione, quando 
nel Latino si e mutata la legge della accentuazione. 

L'artefice Osco poi, che era solito a scrivere S, si e imbrogliato 
usando dell'alfabeto latino, ed ha aggiunto al vcm ^, che per lui era 
insiifficiente, il segno B , 11 quäle in questo caso e lo stesso che il 
segno S dell'alfabeto osco. Confesso perö, che io non trovo modo di 
spiegare i tre punti col quali e separata la sillaba di reduplicazone. 



141 



MISCELLANEA EPIGRAFICA 



I. 
FBAMMENTO DEGLI ATTI DE'FRATELLI ARVALI 




/vdixervn\ 

a6 MVTANDV/^ 
S-INTETRASTVLO^ 
^\A • VNQ • CONTEC; • Eir 
/kRlOKWN\ DIVIS At'. 
MAT • CALLICAT • COROi 
ARCAR • CIRC • ADSCEND 
10 -SvIS DESVLTORIBVS 



II frammeutiiio sopm proposto, di caratteri piccoli poco buoni, 
del secolo terzo, conie pare, fu da me ritrovato nelVestate deiranno 
1885 ne' magazzeni delle terme Diocleziane, quaudo gli esaminai per 
rintracciare alcimi braiii de' fasti consolari ivi conservati. Fu dietro 
mio avviso trasferito al museo Kii-cheriano per esser riiiuito agli 
altri avauzi degli atti medesinii. Öftre airillustrazione non poche 
diflicoltä; giacche preseiitaci varietä tutte nuove, o che malamente 
sembrano combinarsi co' luoghi, in cui si trovauo. 

Mentre le iiltime tre righe indiil)itatameiite apparteugouo al 
processo verbale del secondo giorno dellä grande fe-sta arvalica, so- 
lito a celebrarsi nel sacro bosco della via campana e facibnente 
si ristam-auo in questa guisa: 

[jiosi e2)iäas r/^/Jniat(us) gallicat(iis) coi-o[/miHS ille mogisler 
summoto supra (?Jarcar(es) circ(i) adscend(it) [et Signum misit 
quadngis ^/Jgis desultoribiis, 



142 MISCELLANEA EPIGRAFICA 

la divisione al contrario delle bellarm nella riga precedente: 

mensa seciMtla //(?//Jariorum divisa es[^ 

(cf. acta a. 218) fiuora uoii si era notata se non a cagione deirepulo 
che nel primo gioruo d'essa gli Arvali facevano nella cittä. Nondi- 
nieno risulta dalla meuzione del tetrastitlo nel v. 5, il quäle non 
si puö ricordare che nella descrizione della festa del bosco, che 
anche l'anzimentovata cerimonia deve essersi ivi ripetuta: ciö che 
perö appena puö recar maraviglia, Aästo che gli Arvali suolevano 
banchettare anche nel gioruo secondo. e precisamente nel tetrastilo. 
Suppliamo adunque il v. 5 cosi: 

discumbeiite\^ in tetrastulo [cqxid ilUiia ruaglslram 

Seguono le lettere M • VNG , le quali potrebbero cou proba- 
bilita restituii'si : c/<?«] //i uiig{iteiitaveriüit)\ e sebbene questa ceri- 
monia in modo identico sia menzionata solamente nella giornata 
prima della festa arvalica, diconsi perö gli Arvali aver unte le dee 
{deas niigve,it aver Ulli) anche nel secondo gioruo d'essa. 

Nondimeuo uon oso proporre siffatto supplemeuto, atteso che il 
verbo cojiteg{enint) che segue, sembra piuttosto uiiirsi con la parola 
ajig{f(,enfa).YeYO e che uegli atti conservatici, in cui spesso si parla del 
CO nt lagere aras, frag es, pul t es, le uiigueiita sogliono cougiuugersi 
col verbo acci'pere {acta Arn. a. 218, 241), e che questa cerimonia 
vi si nota solo nel gioruo primo della festa; ma souo tali le difte- 
renze ovvie nel nuovo frammento che pare non doversi perciö esclu- 
dere quella spiegazione. 

Intierameute uuovo negli atti arvalici si e poi quel che pre- 
cede: ad mufandum; ciö che non saprei spiegare se non rifereudolo 
a' cambiamenti delle vesti ricordati negli atti di ambedue le gior- 
uate festive, mentre i sacerdoti vestono ora la praetexia, ora la com- 
iorla (ilh/i. Si dovrebbe quindi supplire ad miUaiidam [vestitum]. 

In quanto a' primi tre versi, confesso di non indovinarne cou 
certezza il seuso; imperocclie V i \/idiu'eruji\ t, che al primo aspetto 
sembra riconoscersi nel v. 3, riteneudone il principio per un nesso 
di N e D , uon sembra poter riferirsi fuorche all' htdictio della 
festa arvalica che dall'a. (58 in poi soleva farsi nel tempio della 
Concordia ue' primi giorni di Gennaio, ue puö quindi in alcun modo 
combinarsi cou la descrizione della festa medesima. II perche pre- 
ferirei di prendere l'avanzo di lettera superstite al principio di 



MISCELLANEA EPIGRAFICA 143 

quella riga non per N , ma piuttosto per A , e di supplire felici\a 
dixerun\t. Ciö corrisponderebbe anche meglio al v. 2, nel quäle po- 
trebbe immaginarsi il siipplemento in\ a)iii{iim) prloximmn, peu- 
sando alla iiomina del maestro annuo, benche la formola solenne per 
quell'elezione sia euJ SalKr/iallbics primis in Salitnialia secimda. 
In ultimo e di qualche importanza la Variante che presenta il 
V. 8, nel quäle in luogo del solito soleatus leggiamo gallicat{m) ; raa 
ne da la spiegazioue questo passo di Gellio (18, 22): T. Castri- 
cius . . . cum .... discipidos guosdmn suos seiiatores vidisset die 
feriato timicis et lacernis indiUos et gallicis calciatos, ' equidem', 
inquit, '' maliiissem vos togatos esse; si pigitum est^ cinctos saltem 
esse et paemdatos. Sed si hie vester haiusmodi vestitus de midto 
iam usu igmscihilis est, soleatos tarnen vos, populi Romani se- 
iiatores, per urbis vias ingredi rieqicaquam decorimi est' . . . Ple- 
rique autem ex Jus, qui audierant, requirebant, cur ' soleatos ' 
dixisset, qui gcdlicas, non soleas, haberent. Sed Castricius pro- 
fecto Seite atque incorrupte locutus est : omnia enim ferme id 
genus, quibus plantarum calces tantmn infimae teguntur, cetera 
iwope nuda et teretibus habenis vincta sunt, 'soleas' dixerunt, 
nonnumquam voce graeca " crepidulas ' , " Gallicas ' autem verbum, 
esse opinor novum, non diu ante aetatem M. Ciceronis ?csurpari 

coeptum cet. 

W. Henzen. 

IL 

DE TITVLO CA8TELLI AQVAE CLAVDIAE 

In Corporis inscriptionum Latinarum vol. VI n. 3166 edidi 
eniptum a marmorario urbano titulum liunc, qui cessione instituti 
archaeologici imperii Germanici nunc est apud curatores monu- 
mentorum antiquoruni a municipio urbano institutos: 

CaSTELLVM AQVAE CLAVDIAE REGIONI ?Kiiuae 
DISPOSITIO DEDIT ET VSVI TRADIDIT IVSS\.^ 
RATIONIS AVGVSTAE • DD • NN • VALENTIN /«/«^' 
ET VALENTIS VICTORVM • 
5 GAI CAEIONI RVFl • VOLVSIANI VC • EX VKkef.])rael 
PRAEF VRBI IVDICIS ITER • SACRAR COGNi tionum 
CVRAIvTE EVSTOCHIO VC • CONSVI ARE AQVAR um sie 



144 MISCELLANEA EPIGRAFICA 

Ad eum adnotavit Mommseuus haec: 'mihi videtur dispositio 
sensu eminenti accipieuda esse, ut significentur ita imperatores, 
quasi scriptum esset: castellum aquae imperatores faciendum dispo- 
suerunt usuique tradiderunt: id quod effectum est iussu rationis 
Augustae et praefecti urbi, curaute cousulare aquarum. Simile vo- 
cabuli exemplum quod citem nou habeo, sed fuit fortasse ia v, 1 
extremo saeni\ Quae, cum a. d. VI uonas Martias aimi 1877 in 
Institute archaeologico titulum proponerem, nee mihi nee Rossio 
nostro satis placebant, cum videretur nobis coniungeudum esse ver- 
bum dispos/'tlo cum genetivo Gal Caeioiil Ru.fi VoUmaiü. Hanc 
autem veram esse tituli explicationem iam contirmat inscriptio Con- 
cordiensis haec {Bull. dell'List. 1877 p. 107 = C. L L. V 8987): 

AB INSIGNEM-SINGVLA s^c 

REM Q_V E • ERGA • REM • PVBLICAM 

SVAM • FABOREM- 
D-N-IVLIANVS-INVICTISSIMVS-PRIN 

5 CEPS • REMOTA • PROVINCI ALIBVS • CVRA 

CVRSVM • FISCALEM • BREVIATIS • MVTATIONVM-SPA 
TIIS • FIERI • IVSSIT 

DISPONENTE • CLAVDIO • MAMERTINO VC- PER • ITA 
LIAM • ET • IN • LYRICVM • PRAEFECTO • PRAETORIO ^>c 
10 CVRANTE • VETVLENIO • PRAENESTIO • V • P • CORR 
VENET • ET • HIST • 

In .qua ut distinguitur actio triplex, cum iuheat imperator, disimiat 
praelectus praetorio, ciirel corrector, ita in titulo urbano castellum 
dicitur datum esse iassii rationis Augustae dd. nti. ValeiUimaiii 
et Valeiitis victorum, dispositione praefecti urbi, cura consularis 
aquarum. Id quod egregie respondet iis, quae de urbana aquarum 
administratione tradita accepimus. De ea cum pluribus nuper egerint 
tam Mommsenus {Staatsrecht 11- p. 1007 seq.) quam Hirschfeldius 
{Verwaltwifjsgesch. I p. 161 seqq.), hie sufficiat monuisse distri- 
butionem aquarum fuisse penes imperatorem ita. ut qui aquam in 
usus privatos deducere vellet, impetrare eam deberet et a prin- 
cipe epistulam ad curatorem adferre, curator deinde heneßcio 
Caesaris praestare maturitatem et [ad ? Hirschf.] procuratorem 
eiusdem o/fieiilibertum Caesaris protinus scribere (Froniimis 105); 
cf. Mommsen 1. c. p. 1007 et Hirschfeld p. 165, qui adfert etiam 
verba ülpiani Big. 43, 20, 1 § 42: idque a principe conceditur; 



MISCELLANEA EPIGRAFICA 145 

miUi alil competit las aqiiae duceiidae. Ea igitur aetate iubebat 
Imperator, disjmnebat curator, curabat procurator. — Curatores au- 
tem aquariim iustituti a Caesare Augiisto, quibus procuratorem 
primiis videtiir addidisse Ti. Claudius (Frontin. 905 ; cf. Hirschfeld 
p. 164. 166 seqq.), manserunt ad aetatem fere Diocletiani aut Con- 
stantini Magni: postea reformata imperii administratione cessarunt 
ita, ut aquae ductumn cm-a esset penes comitem formarum, procu- 
ratoris locum teneret consularis aquarum {Staatsrecht 1. c. p. 1002; 
Hirschfeld p. 173), uterque autem sub dispositione esset praefecti 
urbi (cf. Notit. diga. occ. IV, 11). Quae cum ita sint, in titulo 
urbano quae aetate Frontini curatori et procuratori agenda erant, 
ea imperantibus Valentiniano et Valente recte referuntur ad prae- 
fectum urbi et consularem. 

Datur castellum aquae Claudiae regioni primae : in quam cum 
adhuc ignoraverimus ramum Claudiae deductum esse, novus titulus 
maxime dolendum quod nesciatur ubi repertus sit. Ab aqua quidem 
Claudia in loco dicto ad Spem veterem, quem putant fuisse ad ru- 
dera appellata di Minerva medica, discedebant arcus Neroniani, qui- 
bus per montem Caelium ad templum divi Claudii ducebatur aqua ; 
qui ad aedem quae dicitur della Navicella in duos ramos divisi 
tarn in Palatinum quam in Aventinum aquam ferebant. Igitur cum 
extra portam Capenam sita fuerit regio prima, ramus Claudiae in 
eam deductus Aventinensis fuerit necesse est. Ceterum de arcubus 
his Caelemontanis accm-ate nuper disputavit Lancianius in libro qui 
inscriptus est / commentarii di Frontino intorno le acqiie e gli 
acquedotti^ Roma 1880, 4'' (estratto dagli Atti della R. Accademia 
dei Lincei, serie 3^, memorie, vol. IV p. 152 segg.). Usui traditum 
est castellum anno 365, quo praefectus mbi fuit C. Caeionius Ru- 
fius Volusianus (cf. C. L L. VI 512. 1170-1174). 

W. Henzen 



146 MISCELLANEA EPIGRAFICA 

IIL 

EETTIFICA 

Nel primo fascicolo del corrente anno (p. 59) e stato pubbli- 
cato mi frammento epigratico riuvenuto in piazza della Consola- 
zione, siü quäle si leggs il nome : {r)ej: Äriob{ar3anes). Trasportata 
la pietra in sito piü comodo, e lavata diligentemente, ho veri- 
ficato che nella seconda linea non si ha EI, ma ET ; o;ide cade la 
supposizione che quivi possa restituirsi la lezioue {Iiiiioii)el. II 
frammento dice cosi: 



f FTX • A R I O^ 




e non e improbahile il supplemento ei regiiia {Atheiiais); potendo 
essere stata fatta la dedicazione a nome di Ariobarzane Philoro- 
maeiis e della sua moglie Atenaide Philostorgos (Cf. C. L Attic. 
III 541-543). 

G. Gatti 



SPECCHIO ETRÜSCO 147 



SPECCHIO ETRUSCO 



Vidi presse un antiqiiario romano uno specchio etrusco di pro- 
veüieuza .sconosciuta, la cui rappresentanza graffita riesce miova 
in tal geuere di moniimeuti. Disgraziatamente il bronzo e molto 
corroso dall'ossido e pereiö molte particolarita non si ricouoscoiio 
con sufficiente chiarezza. Vi vediamo due opliti (pri^i perö di 
cuemidi) seduti, che reggono sulle giuoccliia nii tavoliere obluugo 
diviso in otto strisce, siü quäle sono poste due pedine. L' oplita 
a d, di Chi guarda, e imberbe ; egli proteude la d. iu atto 
di giuocare, mentre la s., a quel che pare, e appoggiata ad 
un'asta. L'altro, che sembra barbato, osserva attentameute la mossa 
del compagno, toccando con la s. il tavoliere e gesticolando coUe 
dita della d, leggermente protesa. Tra i due giuocatori e in piedi 
una donna completamente vestita ed ornata di Stefane e collana. 
la quäle rivolge la testa verso l'oplita ch'e neH'atto di giuocare ; 
il gesto della d. alzata sino alla clavicola, con le dita incurvate, 
sembra esprimere la massima attenzione. Accanto aH'oplita imberbe 
si leggono le due ultime lettere d'un'epigrafe 3>l.,, le quali senza 
dubbio hanno da supplirsi Ächle. 

L'altro oplita, secoudo l'analogia che otfrono pittm-e vascolari 
attiche rappreseutanti il medesimo soggetto, non puö essere altro 
che Aiace Telamonio ('). Se la mia memoria non m'inganna, e la 
prima volta che uno specchio etrusco öftre una rappresentanza ado- 
prata giä dai pittori vascolari attici. Nel segmento sotto la rap- 
presentanza figurativa e graffito un cavallo marino. 

AV. Helbig 



(>) V. p. e. l'anfura d'Exekias .Von. delVInst. H t. 22. 



148 



SITZUNGSPßOTOCOLLE 



Sitzung am 18ten Februar: Erinnerungsfeier für den verstor- 
benen ersten Sekretär Prof. Henzen (s. oben S. 65-75). 

Sitzung am 25ten Februar: Strzygowski: Bemerkungen über 
die Orientirung der Pläne von Eom (s. Mittheilungen, unten). — 
Li(>NANA : Faliskische Inschriften auf Thonschalen aus Civita Ca- 
stellana (s. Mittheilungen, unten). — Hartwig : Rothfigurige atti- 
sche Schalen mit Künstlerinschriften (s. Mittheilungen, uten). — 
Helbig : Marmorkopf aus Corneto. 

Helbig : proporie uiia testa di marmo grechetto, trovata sull'alto piano 
di Tarquinia sotto un pavimeiito di musaico dell' epoca imperiale. La testa rende 
il ritratto d'una vecchia che ha una benda attorno ai capelli e nelle oreglie 
buchi per inserirvi orecchini. La caratteristica ricorda quella della vecchia 
ubbriaca esposta nel museo di Monaco. L'esecuzione e piena di vita e fre- 
schezza. II rif. esprime il suo dubbio, se quella testa fosse lavorata aH'epoca 
imperiale o piuttosto nelFultimo secolo della repubblica da un artista greco 
stabilito in Tarquinia. 

Sitzung am 4ten März : Tomassetti und Helbig : Ausgrabun- 
gen in Nemi. — Ostini: Bronzener Deckel und knöcherner Messer- 
griff, beide vor Porta Pia gefunden. — Maschke: über die Schlacht 
am trasimenischen See. — Helbig : im Tiber gefundenes archaisch 
ornamentirtes Bronzeblech. 

G. Tomassetti: narra le scoperte recentemente avvenute nelle scava- 
zioni del tempio di Diana Nemorense, per conto del sig. Boccanera (Luigij. 
Si tratta di un angolo äelVarea sacra verso sud-est, ove si trova un'immensa 
congerie di bronzi, sotto una specie di lastricato, sulla cui origine non si poträ 
decidere che dopo terminato lo scavo. Crede il riferente che non possa pen- 
sarsi ad una stipe votiva, ma piuttosto ad un deposito d'indole commerciale, 
in causa della identitä relativa di tipo degli oggetti. Questi consistono in nu- 
merose monete (assi e spezzati) del tipo romano-campano, in iduletti di rozza 
fattura rappresentanti in genere Diana, in parecchi tridenti, ed in alcune sta- 
tuine piü eleganti. Fra queste primeggiano una statua di Diana cacciatrice 
alta m. 0,26, non iscevra di difetti di proporzioni, che con leggero movimento 
arieggia il tipo ellenico della seconda etä; un'altra di minor grandezza rap- 
presentante la Dea in atto di riposo, ed h di squisito lavoro, e finahnente una 
figurina in forma di erma, lunga m. 0,50, che ha la testa di Giunone, oniata 
di ütefiuie, e il resto del cor])o affatto liscio e rastremato a guisa di un fusto 



SITZUNGSPROTOCOLLE 149 

piatto, con solo accenno alle mammelle, alle ginocchia ed alle prominenze 
posteriori. Arguisce il riferente che possa rappresentare la Giunone Lanuvina 
dalla singolaritä dei calcei colle puiite curve all'insü, come quelli proprii di essa 
divinitä. La vicinanza del santuario di essa al Nemorense fa pensare che in questo 
luogo si tenessero a disposizione dei divoti anche imraagini di altri culti laziali. 
Due difiBcilissirae e pregevolissime iscrizioni hanno veduto la luce in questi scavi, 
e sono : una incisa neirorlo di un poculum di bronzo, di tipo sacro ed etrusco, 
che dice cn. q. et. med diana; e l'altra dianä — m. livio m. f. — praitor — 
dedit, incisa in una base di tufo. La illustrazione di queste iscrizioni sarä 
data dal riferente in separato lavoro. Dal complesso delle scoperte propone di 
poter finora attribuirne l'etä al sesto o tutt'al piü al settimo secolo di Roma. 
La presenza di alcuni oggetti di oro e lo stato degli oggetti in genere fanno 
tenere che questo luogo uon sia stato frugato. II rinvenimento di un turcasso 
di bronzo lungo m. 0,35, e di un dito di bronzo di naturale grandezza, lasciano 
sperare che si rinvenga una statua al vero della Dea nemorense. 

Helbig : aggiunge alcune osservazioni sopra le antichitä scoperte sotto 
Nemi, e specialmente sopra i tridenti di bronzo. Mostra i disegni di alcune 
antefisse fittili ceretane, che in cima hanno impiantato un simile tridente. Dal- 
l'altro canto credette di poter ricordarsi d'un passo di Libanio, secondo il 
quäle tridenti dorati erano infissi nelle akroteria d'un palazzo di Erode At- 
tico, per impedire che gli uccelli vi si ponessero sopra e sporcassero l'edificio. 
Secondo tali analogie sembra che i tridenti nemorensi abbiano servito al 
medesimo scopo. 

Ostini : presenta due oggetti antichi, dell'uso domestico, rinvenuti fuori 
di Porta Pia: 1° un coperchio di bronzo, forse d'un calamaio, piu probabil- 
niente di lampada, il quäle ha cio di notevole, che nella parte inferiore eravi 
un piccolo congegno, con stanghetta scorrevole, destinato a impedire ch'esso 
cadesse fuori dall'orificio cui era destinato a chiudere, particolare questo 
finora non stato trovato applicato in altri esemplari. 2" Un manichetto d'osso, 
di coltello da tasca coi seguenti graffiti: da una parte la parola Ludo, una 
testa di cavallo e una palma ; dall'altra il nome proprio Futrepes, una frusta 
e il noto berretto o ehnetto degli aurighi circensi. 

Helbig : propone un frammento di lastra di bronzo trovato nel Tevere 
(lungo — in quanto e conservato — 0,20; largo 0,08.5), il quäle secondo i buchi, 
ond'e munito lungo gli orli , sembra aver incrostato qualche oggetto sia di 
legno, sia di cuoio. E ornato con una decorazione graffita, lungo gli orli cioe 
con un motivo di palmetta e nello spazio che si trova tra questi motivi con 
due rappresentanze figurative simili tra loro e separate da un motivo a strisce. 
Ambedue le rappresentanze mostrano due efebi ignudi nell'atto di discorrere 
tra loro. Nella rappresentanza inferiore, ch'e meglio conservata, l'uno degli efebi 
tiene con la d. abbassata una tenia. Lo stile arcaico ricorda quello delle piii 
antiche pitture vascolari etrusche. 

Sitzimg am Uten März: De Rossi: Fresko des Sodoma in 
Monte Oliveto Maggiore bei Siena, mit Darstellung des römischen 
Formn. — Pigorini und Helbig : über die in Italien gefundenen 
vorrömischen Rasiermesser (Helbig s. Mitth. unten). 



150 SITZUNGSPROTOCOLLE 

De ßosSI : presenta la copia, grande al vero, di un affresco del Sodo- 
ma nel chiostro di Monte Oliveto Maggiore, provincia di Siena. Dimostra 
che rappresenta una prospettiva del Foro romano, faiitastioa nella parte an- 
teriore, ove e l'arco di Settiraio Severo sgombrato dalle costruzioni del medio 
evo, che in quel tempo gli erano addossate ; ritratta dal vero nello sfondo com- 
prendente il tratto che dal tempio di Antonino e Faustina si ästende alla 
chiesa di s. Maria Nova, ed aH'arco di Tito e torre cartularia. Ne dichiara 
soramariamente il valore, essendo l'affresco dei primi anni del secolo XVI, cer- 
tamente anteriore alle grandi demolizioni fatte per la venuta di Carlo V nel- 
l'anno 1543. Depo il quäle anno furono delineate le prime prospettive del Foro 
fino ad ora conosciute ; cioe quella di Antonio Dosi pubblicata dal De Cava- 
leriis uell'anno 1569, e quella del Du Perac, pubblicata nel 1575. Accenna 
inoltre con le notizie precise della vita del Bazzi, appellato il Sodonia, accu- 
ratamente raccolte e discusse dal p. Bruzza di oh. niem. e dal Milanesi, che 
queir affresco fu da lui eseguito prima della sua venuta a Roma sotto Giulio II; 
e che perciu dee essere stato fatto, avendo dinanzi agli occhi prospettive dei 
monumenti della cittä eterna, che correvano per l'Italia alla fine del secolo XV 
e negli inizi del XVI. AI quäl uopo cita il raro libro della fine del secolo XV 
intitolato : « Antiquarie prospettiche Romane » ristampato ed illustrato dal eh. 
prof. Govi ; ed altri documenti. 

PiGORINI : parla sui creduti rasoi preromani. di bronzo, dell'Italia, pre- 
sentandone la serie posseduta dal Museo preistorico di Roma. Ve ne hanno a 
due tagli e ad un taglio solo. I primi escono da strati archeologici deH'etä del 
bronzo, gli altri'da strati della prima etä del ferro. Unica eccezione si e la ne- 
cropoli di Vadena (Tirolo), in cui, sebbene sia della seconda etä, ne apparvero 
dell'uno e dell'altro tipo. — I piü antichi di tali strumenti scoperti nell'Italia 
provengono dalle stazioni con palafitte della valle del Po , quali quelle del 
lago di Garda e le terremare deirEmilia. Mancano a sud delFApennino, non 
che ad Oriente e ad occidente del Veronese. Esistono simili invece nell' Un- 
gheria, nelFAustria, nella Boemia, nella Baviera, nel Würtemberg, nella Sviz- 
zera e nella Francia, cui devonsi aggiungere le isole Britanniche. Quelli ita- 
liani stringonsi di preferenza agli ungheresi , ed e certo che si fabbricarono 
sia neirUngheria, sia nella valle del Po, poiche nelle due contrade si riuven- 
nero le forme per fonderli. Lo studio comparativo di tali strumenti awalora, 
secondo il rif., l'opinione da lui espressa , che le gcuti cui spettano, vissute 
neiritalia superiore sulle palafitte durante l'etä del bronzo, appartenevano ad 
una immigrazione veniita nell' Europa centrale dalla valle del Danubio. — 
I supposti rasoi italiani ad un solo taglio derivano da quelli menzionati supe- 
riormente, e si trovano in necropoli e ripostigli non dell'etä del bronzo, ma 
bensi della prima etä del ferro. Appariscono nella penisola piü diffusi dei pre- 
cedenti. Sono pur comuni negli altri paesi dell'Europa centrale, ma al di qua 
e al di lä delle Alpi non mostrano gli stessi caratteri, e attestano speciale e 
locale sviluppo. Quanto all'Italia, se ne conoscono delFEmilia. delFEtruria, del- 
rUmbria, del Piceno e di Roma stessa. Neil' Oltrepo , ove si eccettui il caso 
notato di Vadena, compariscono rarissime volte nelle necropoli atestine della 
prima etä del ferro, e non s'incontrano mai nei sepolcreti contemporanei, sia 
del grup])o illirico (Trie.stino , Istria , Carinzia', Stiria) sia del gruppo ligure 



SITZUNGSPROTOCOLLE 151 

(Comasco, Milanese, Novarese). Inferiormente poi al Piceuo e aH'Etruria ma- 
rittima non si ha notizia certa che alcuno se nc sia rinvenuto, non potendosi 
prestare iiitera fede a quello dell'Apulia citato dal Garrucci. Per cio che con- 
cerne le provincie meridionali perij , il rif. chiama Tattenzione degli adunati 
SU taluni simboli del supposto rasoio , raccolti a Suessula e ad Alfudena in 
necropoli del finire della prima etä del ferro. Secondo il riferente si deve am- 
mettere, in quanto risguarda l'Italia, che il descritto strumento nacque nell'Emi- 
lia al principio della prima etä del ferro, si diffuse verso il sud cogF Italici 
usciti dal popolo delle palafitte, e scomparve piü tardi nel Sannio e nella Campa- 
nia, ove se ne ha soltanto il ricordo in un oggetto puramente simholico e rituale. 

Sitzimsf am 18ten März: Gamurrini: zwei bei Civita Castel- 
lana gefundene rothtigiirige Schalen italisciier Fabrik mit identischer 
Darstellung imd der ebenfalls identischen faliskischen Inschrift: 
foied . vinu . jnpafo . kra . karefo (s. Mittheilungen, unten ). — 
LiGNANA (s. Mittheilungen, unten) und Helbig : Bemerkungen über 
diese Schalen. — Gamurrini und Lignana : eingekratzte faliskische 
Inschriften auf Sepulcralziegeln von Corchiano; — Gamurrini: Tel- 
ler aus rothem Thon, gefunden in einem Grabe des 3. Jahrh. vor Chr. 
bei Civita Castellana ; in denselben ist eingekratzt ein mit Beinen 
versehener nach 1. laufender Phallus und die altlateinische Inschrift 
tidori bonu es (s. Mittheilung, unten). 

Helbig : La rappresentanza dipinta sulle due tazze — Bacco che abbrac- 
cia una Baccante posta davanti a lui, iuchinando la testa verso il volto di 
essa — si riferisce al medesimo originale del gruppo graffito sul celebre specchio 
di Bacco e Seniele. 

Sitzung am Iten April : Le Blant : christlicher Sarkophag in 
Kern. — Lignana : faliskische Inschriften (s. Mittheilungen, unten). — 
Gamurrini: faliskische Inschriften (s. Mittheilungen, unten). — 
Bormann: über die etruskischen Zwölfstädte, anknüpfend an ein 
Relief im Lateran (s. Mitth. , unten). — Hirschfeld : über eine 
vielleicht auf den Vater des älteren Plinius bezügliche Inschrift. 

Le Blant : Je mettrai sous les yeux de la Compagnie la Photographie 
malheureusement tres imparfaite d'un sarcophage chretien inedit que j'ai vu 
ä Eome chez un marbrier de la rue Margutta et qui me parait digne d'atten 
tion. Trois sujets, se'pares par des strigiles, en occupent la face. Au milieu est 
la figure si fre'quente d'une femme en priere, les bras en croix, et debout entro 
deux arbres, sur chacun des quels est une colombe. A droite, le Bon Pasteur 
portant la brebis sur ses epaules ; une autre, ä ses pieds leve la tete vers lui. Le 
sujet du compartiment de gauche, le plus interessant de tous, est par malheur 
fort mutile. Le sarcophage ayant servi de vasque äune fontaine, on a pratique, 
dans ce point meme, une large rigole perpendiculaire pour Tecoulement du 
trop pleia des eaux. La figure qui occupe cette place, a 'dte coupöe ainsi par 



152 SITZUNGSPROTOCOLLE 

le milieu, dans toute sa hauteur. Ce qui en reste permet toutefois, d'y reconnaüre 
un pasteur debout, ä tunique courte serre'e par une ceinture ; il leve sa main 
gauche sur une corbeille contenant des objets ronds qui semblent des pains; 
de la main droite, il tient une baguette et en touche un petit sarcophage pose 
ä terre. Ainsi est repre'sente le Christ lorsqu'il multiplie les pains et ressuscite 
le fils de la veuve. S'il s'agit bien de ces deux miracles, nous les verrions des 
lors ici accomplis par Je'sus sous la forme d'un Pasteur. Le fait n'aurait rien 
d'inattendu pour nous, car un sarcophage de Velletri nous montre precisement 
le Pasteur, c'est-ä-dire Je'sus-Christ multipliant les pains. J'ajoute que l'iden- 
tification du Christ et du Pasteur se peut tirer d'un vieux texte chretien, le 
re'cit d'une vision d'Hermas. Le fidele, qui vient de prier, se repose sur son 
lit, ses pensöes se reportent vers le doux Maitre. Devant lui apparait un per- 
sonnage vene'rable, en habit de berger, portant la besace et le bäton, tel enfin 
que nous le montre si souvent l'antique iniagerie chretienne. II entretient 
Hermas des choses de la foi, et pendant qu'il parle, sa figure se transforme 
tout d'un coup ; un etre divin est devant Hermas, un guide Celeste, peut-etre 
le fils de Dieu lui-meme {Mandata, Proemium). Sur la face laterale de droite 
se de'tachent huit brebis, eparses dans un champ et sans gardien. A gauche, 
est sculpte un sujet frequent sur les tonibes de la Gaule, mais rare en d'autres 
contrees, le bapteme du Christ. Le Seigneur, figure d'une taille enfantine, est 
nu, debout dans le Jourdain, d'oii e'merge un roseau; ä cötd du Christest Saint 
Jean, tenant de la main gauche un voIumen. Je n'ai pu savoir exactement d'oü 
est sorti ce sarcophage ; il vient, m'a-t-on-dit, d'etre achetd par Monseigneur 
De Waal, pour le musee chretien du Campo Santo dei Tedeschi. 

Hirschfeld : L' iscrizione di Bulgaria pubblicata Archaeol. epigr. 
Mittheil, aus Oesterreich X, 204 fu posta avanti l'anno 6 d. C, nel quäle la 
legione XX ricevette i cognomi Valeria Victrix. L'indicazione della patria, 
domo Trumplia, dimostra che giä ai tempi di Cesare Augusto esisteva un 
comune dei Trumplini, probabilmente di diritto latino. Non e impossibile che 
il qui nominato liberto (Plinio) Secundo sia il padre dell'autore della Storia 
naturale. Potrebbe far difficoltä soltanto il modo sprezzante nel quäle Plinio 
nella sua opera parla dei liberti. In ultimo il rif. parla della carriera di Plinio 
seniore, opponendosi al tentativo dei Mommsen di mettere in relazione con 
esso un'iscrizione di Arados {Hermes XIX ]). 644). 

Festsitzung am 15ten April zum Gedächtniss der Gründung 
Roms : Strzygowski : Ueber die Barberini'sche Copie des Calenda- 
riums des Chronogi'aplien vom Jahre 854. — Gamurrini: Ueber eine 
bei Civita Castellana gefundene rothfigurige Amphora italischer 
Fabrik mit lateinischen Inschriften (s. Mitth., unten). — Mau: Das 
erste Jahresheft der vom Institut herausgegebenen Antiken Denk- 
mäler. — Barnabei: An der Via Ostiensis gefundene Inschrift 
(s. Mitth., unten). — Helbig : Ueber die Siculer (s. Mitth., unten). 



SCAVI DI CORNETO 



Gli scavi iiitrapresi dal Municipio di Corneto-Tarquinia qii8- 
st'anno furono incominciati soltanto il 12 febbraio, e dieci giorni 
avevano luogo vicino a S. Spirito, per scoprire gli avanzi deU'aiitica 
chiesa di S. Nicolö ivi situata ; impresa che non ha da fare cogli 
scopi, a cui mira il nostro BuUettino. II 22 febbraio furono ripresi 
gli scavi nalla necropoli tarqiiiniese, incominciaiido vicino alle Arca- 
telle sotto la tomba dol citaredo (') e prosegiiendo in basso verso 
la strada comunale. I sepolcri ivi scoperti erano generalmente 
tombe a fossa (^). Ma frammiste ad esse furono trovate anche al- 
cune tombe a corridoio (-O- Essendo cosi, quella parte della necro- 
poli appartiene all'epoca. nalla quäle predominava ancora il co- 
s turne di deporre i morti in tombe a fossa, ma giä cominciava a 
propagarsi il tipo della tomba a corridoio. Che le tombe a fossa 
e quelle a corridoio recentemente scavate siano contemporanee, 
chiaramente risulta dalla stretta parentela che si osserva tra i ma- 
nufatti conteijuti neue tombe delle due specie. Del resto le re- 
centi scoperte non ci somministrano fatti nuovi, ma confermano 
ciö che si cra verificato finora. 

La prima tomba scoperta (22 fe])braio) in qucgli scavi era 
una tomba a corridoio situata pochi metri sotto il sepolcro dctto 
del citaredo. L'entrata guarda il mezzogiorno. Lo scheletro trovato 
in questa tomba era accompagnato da un paio delle note spirali 
di bronzo, coperte di lastra d'oro (a 4 giri, alte 0,01 ; diam. 0,025), 
le quali come al solito si rinvennero ai due lati del cranio. Oltre 
a ciö questa tomba conteneva una tazza di bucchero nero, che sembra 
lavorata col tornio ed una lekythos grcca (forma: Ämi. dcU'TiisL 1877 

(1) Mon. deWIiist. VI, VII tav. 79, Ann. 1863 tav. d'agg. M p. 336 ss. 

(2) Cf. Ann. delVlnst. 1884 p. 113-116, Bull. 1885 p. 115 ss. 
(;') Cf. Bull, dcirinst. 1885 p. 115. 

10 



154 SCAVI DI CORNETO 

tav. d'agg. A B 15) decorata con zone brune. La tazza e mimita 
di manico verticale; il recipiente mostra una decorazione di pal- 
mette eseguite a piintini. 

A settentrione di questa tomba a corridoio ed alla distauza 
di 6 metri da essa fii trovata (23 febbraio) una toinba a fos?a 
coperta con lastre. Lo scheletro aveva ai due lati del cranio una 
Spirale di bronzo (a tre giri, alta 0,01 ; diam. 0,028) ed attorno 
agli avambracei iin grosso braccialetto di bronzo (diametro in- 
terne : 0,07), ambedne a due giri, scannellati, ed in ogni estre- 
mitä miiniti d'una pallina. Sopra l'uno dei braccialetti e infilato 
un paio d'anelli di bronzo. Attorno al torace erano sparse quattro 
fibule, due a navicella con ornati lineari incisi, una a sanguisuga, 
una quarta di tipo simile, ma con un gonfiore puntuto in ogni 
lato dell'arco (^). Delle stoviglie trovate nella medesima tomba 
due sono lavorate a mano, cioe una piccola tazza con manico ver- 
ticale, che rassomiglia ad esemplari provenienti da tombe a pozzo {-), 
ed un guttits rozzamente formato in argilla grezza rossa. Oltre a 
ciö vi erano tre orcii coUa bocca in forma di foglia d'ellera ed 
un katitharos di bucchero nero; tutti e quattro questi vasi lavo- 
rati col tornio. Di vasi greci notai tre delle note lekythol (forma : 
Ami. delVImt. 1877 tav. d'agg. CD 2), con zone nero-brunastre, 
ed un orcio con bocca tonda, il quäle ha attorno al recipiente zone 
brune distinte con ornati graffiti a squame. 

Faceva seguito, alla distanza di 20 m. (a mezzogiorno), una 
tomba a fossa munita con lastre (scoperta il 22 febbraio) antica- 
mente rovistata. Essa couteneva i seguenti oggetti: 

1) una colossale punta di laucia in ferro, lunga 0,48 com- 
preso il nooxrjg (3) che consiste d'uua spirale di bronzo; ha la 
forma di foglia; ne manca la punta. 

2) una coppa liscia di bronzo, simile agli esemplari rac- 
colti negli Ann. 1884 p. 121 not. 9. 

3) uno scarabeo di pastiglia Celeste con due quadrupedi 
incisi siillo scudo. 

('j Cf. p. e. Tesemplare Jfon. deWInst. XI tav. LX 11 (da una tomba 
a pozzo). 

{-) Ho raccolto parecchi esemplari di questo tipo provenienti da tombe 
tarquiniesi a pozzo ed a fossa negli Ann. 1884 p. 118-119 not. 4 n. 2. 

(3) Cf. Heibig das homerische Epos 2 ed. p. 340. 



sc AVI DI CORNETO 155 

Di stoviglie locali si trovö: 

4) una tazza con manico verticale, lavorata a mano, simile 
alla ceramica dalle tomba a pozzo ('). 

Stoviglie greche: 

5) Lekythos (forma: A/in. 1877 Tav. d'agg. CD 2) con 
ijiiati'O quadrupedi correnti dipinti col pennello largo. 

G) Lekythos simile, ma coUa base plana; e dipinta con zone 
brune e rosse e tre quadmpedi correnti. 

7) Alabastron (forma: Ami. 1862 Tav. d'agg. A) con zone 
nere e rosse. 

8) Lekythos (forma: Ajm. 1877 Tav. CD 2). Un griffone 
ed una sflnge alata sono raggriippati attorno ad una rosetta. Lo 
Stile e simile a quello deH'orcio pubblicato nei nostri Momcmenli 
Villi Tav. V n. 2. 

9) Lekythos (forma: Ann. 1877 Tav. CD 2). Due sfingi 
raggruppate attorno ad una rosetta. Lo stile si ravvicina al co- 
rinzio. 

10, 11) Due alabastri corinzii (forma come n. 7), l'uno 
con quattro oche, l'altro con un gallo ed una rosetta. 

12, 13) Due piattini umbilicati dipinti nell'interno con 
zone rosse. 

14) Piatto che ha neH'interno cinque oche dipinte trascu- 
ratamente col pennello largo. 

15) Saliera dipinta con buona vernice nera. 

Alla distanza di 8 metri verso tramontana fu scoperta (28 feb- 
braio) un'altra tomba a fossa, contenente una cassa di nenfro. Siccome 
il coperchio della cassa era rotto, cosi si vede che questa tomba giä 
anticamenfce era stata visitata. Entro il recipiente della cassa si ri- 
trovarono, oltre le ossa d'un cadavere incombusto, i segiienti oggetti: 
1-5) Cinque braccialetti lisci di bronzo, a due giri; sopra 
due esemplari e inserita una fibula del tipo detto a sanguisuga 
con una sporgenza puntuta in ogni lato dell'arco (-). 

6) Una fibula simile. 

7-9) Tre piccole fibule ad arco semplice. 

10-12) Tre tubetti, luughi 0,11, gonfi nel mezzo, formati 

(^) Ha il tipo ricordato sopra pag. 151 not. 2. 
(') V. soi)ra pag. 151 not. 1. 



156 SCAVI DI CORNETO 

da im filo ritorto cli bronzo, simili aH'esemplare pubblicato nelle 
Notiüe clecjli scavi 1882 tav. XII 9. 

13) Uno strano pendaglio di bronzo, lungo 0,005 ; la parte 
centrale gonfia e forata da buchi bishmglii. 

14) Tre pezzi di catenelle formate di filo di bronzo. 

A mezzogiorno di qiiesta tomba ed alla distanza di 24 metri 
da essa fii scoperto (4 marzo) iin sepolcro a corridoio (lungo me- 
tri 1,97, largo 1,83; massima altezza 1,80), giä anticamente vi- 
sitato. Esso conteneva ima pimta di lancia in forma di foglia, lavorata 
in ferro, e cinqiie lekyihoi (forma: Ann. 1877 Tav. d'agg. CD 2), 
cioe due con zone rosso-brunastre e puntini, una con zone nere e 
rosse e tre neri qnadrupedi correnti, e due corinzie che si distin- 
guono per la loro grandezza. L'una, alta 0,15, e decorata con un 
cigno che ha le ali di&tese e con rosette; Taltra, alta 0,18, mo- 
stra una sfinge alata, munita con alto kalathos^ un cigno e rosette. 

Alla distanza di ot;;o metri verso tramontana si rinvenne 
(4 marzo) una tomba a fossa, munita con lastre, anticamente vi- 
sitata. Conteneva: Un braccialetto liscio di bronzo, a due giri; 
diam. interno 0,04. Un anello liscio di bronzo. Un orcio d'argilla 
nera, lavorato a mano, egualmente primitivo, come gli esemplari 
provenienti dalle tombe a pozzo. Due caldaje lavorate col tornio 
in argilla rossa; il piede di ambedue gli esemplari porta buchi 
triangulari. Due orcii, alti 0,21 e 0,215, con bocca in forma di 
foglia d'ellera, ambedue con zone brunastre attorno il recipiente 
ed un ornato di triangoli sotto il collo. 

Sei metri a mezzogiorno da questa tomba fu scoperta (7 marzo) 
una tomba a fossa che conteneva una cassa di nenfro intatta. Lo 
scheletro aveva in ogni lato del cranio una delle solite spirali di 
bronzo (alte 0,04; diam 0,04; a giri) e sotto il cranio uno spil- 
lone di bronzo, circondato con anelli d'osso, lungo — in quanto e 
conservato — m. 0,185. Attorno al torace: 14 vaghi di collana, parte 
di bianco vetro opaco, parte di vetro Celeste con anelli gialli; due 
fibule ad arco semplice ; 4 a sanguisuga ; due anelli lisci di bronzo. 
La vita era circondata da uno dei noti cinturoni di bronzo (massima 
altezza 0,12), muniti con dieci rialzi circolari a sbalzo ('). Accanto 

(1) E un lipo coiiuuic alle tombe a ]iuzzo cd a fussa: Ann. 1884 p. 121 
not. 5. Di simili cinturoni ultimamente ha trattato in nuinicra circostanziaia 
il eh. Orsi, mi centuroni italici clella 1 etä del ferro, parte I negli Atli 



SCAVI DI CORNETO 157 

alla mano d. im orcio rozzamente lavorato a maiio, decorato con 
omati liiieari gtaftiti (bocca in forma di foglia d'ellera). Accanto 
alla s. una tazzetta di t»3ciiica similo, coq manico verticale e con 
im Ox'nato a spago attorno aU'onficio ('). Qiieste duö stoviglie per 
niilla diversificano da quelle provenienti dalle tombe a pozzo. 

Facevano seguito diie tombe a fossa, coperte di lastre , giä 
anticameute visitate. L'una scoperta TS marzo conteneva quattro vasi 
di bucchoro, cioe im orcio colla bocca tonda, una tazza bassa con 
due manichi orizzontali, iin'altra piii alta, priva di manichi, ed 
una saliera; oltre a ciö due delle sollte lekijthoi dipinte con zone, 
un alabastron corinzio decorato con una testa umana e con ro- 
sette, due orcii (bocca in forma di foglia d'ellera), l'uno con zone 
nere, l'altro con zone brime distiute di squame graffite, finalmente 
una saliera di fina argilla gjezza. Nell'altra scoperta il 9 marzo 
fiirono trovati due orcii ed una coppa di bucchero, due lekijthoi 
con zone, una con zone e quadrupedi correnti, una con zone brune 
distinte di squame graffite, ed im piatto d' argilla grezza rossastra, 
lavorato a mano. 

In un saggio finalmente fatto a mezzodi ed alla distanza di 
pressoclie 300 metri dalle Arcatelle, fu scoperta il 15 marzo una 
tomba a camera, lunga m. 6, larga 4, alta 1,95, coll'entrata di- 
retta verso settentrione. La volta era franata ed i rottami caduti 
in giii avevano sconvolti gli oggetti deposti nella camera. Eccone 
la lista: 

Oggetti di bronzo: 

1) Specchio tondo (diam. 0,16) con coperchio (diam, 0,145). 
I rilievi che adornano il coperchio rappresentano una composizione 
conosciuta giä, in parecchi esemplari (2), Neottolemo cioe, con una 
palma nella s., inginocchiato suH'altare, ed Oreste che si slancia 
contro di lui, mentre dall'altra parte procede una Furia, vibrando 
la bipenne contro Neottolemo. 

2) Specchio tondo (diam. 0,12) con coperchio (diam. 0,10). 
I rilievi del coperchio sono molto danneggiati dall'ossido. Si rico- 
nosce perö, che vi e rappresentato Bacco di faccia in piedi, ignudo, 
salvo il mantello ch'avvolge le gambe. Una giovane ignuda, veduta 

della r. deputazione dl storia patria per le prov. di Iloinagna 3. scric, 
vol. III, fasc. 1-2, Modena 1885. 

(') V. sopra pag. 154 not. 2. 

(•-) Cf. Gerhard, etruskische Spiegel I t. XXI 1. 



158 sc AVI DI CORNETO 

di dietro, che si trova accanto al dio, colla s. avvicina la testa 
di esso alla sua. Ai piedi di Bacco saltella la pantera. 

3) Una cista cilindrica, alta — senza il coperchio — in- 
circa 0,12, simile alle note prenestiue. I tre piedi hanno la forma 
di zampe di lione. Sopra ogniina delle tre zampe e posto im Amo- 
rino che sta in piedi, incrociando le gambe ; appoggia la d. srl 
fiaaco ed alza il braccio s. avvolto nalla clamide. II coperchio e 
ornato con palmette incise. Gli serve da mauubrio una figurina 
di donna seduta, la quäle per le proporzioni alquanto tozze e 
per lo stile ricorda le figure poste sopra i coperchi di urne etrusche. 
La donna e vestita d'una tuuica cinta ed ornata con doppii brac- 
cialetti, il mautello le cade sopra le gambe. 

4) Orciuolo, alto — corapreso il mauico — 0,165, con bocca 
in forma di foglia d'ellera, 11 recipiente ha la forma d'una testa 
di donna ehe raostra un'espressione particolarmente desiosa; l3 
pupille souo incise; gli orecchini hanno la forma di dischi. 

5) Tlujmiaterion, alto 0,41, con tre piedi in forma di zampe 
di lione che sporgono da teste di pantere. 

6-7) Due thijmiateria in forma di piattini, simili a quelli 
che nelVEtruria interna spesso si trovano muuiti coH'iscrizione 
sutiiia. 

8) Guttiis, alto 0,13, con manico barocco in forma di fogliamj. 

9-11) Tre tazze liscie, prive di manichi. 

12-14) Tre sgomarelli lisci. 

15) I frammenti di una strigile. 

16) ün manichetto che sembra avere ap])artenuto ad un Ital- 
samario. 

Stoviglie: 

17) Orcio campano o etrusco-campano colla bocca snella o 
stretta. alto 0,20. Serve da manico una figura umana che sorreggc 
con ambedue le mani la t:mica accanto ai femori; i piedi sono 
appoggiati sopra una maschera femiuile di fronte. 

18, 19) Due tazze campan<i o etrusco-campane con mani- 
chi orizzontali ; nel centro di am))edue e impressa una palmetta. 
Vi s'aggiungono varie altre stoviglie, che palesano una tec- 
nica simile a quella dei n. 17-19, ma la cui vernice nera e meno 
fina. Oltre a ciö notai un orcio tozzo, dipinto con vernice rosso- 
brunastra, cd i;n unguentario snello d'argilla grezza gialli. 

AV. Hef.rig. 



TESTA DI HELIOS. 

Dlscorso letto neW adimama del 1 Aprile 1887 
dal sig. P. Hartwig. 

(Tav. VII e VII'') 



La testa di marmo pario. pubblicata siüle tavole VII e VIl^", 
venne scavata nel 1857 in Trianta presso Rodi siiH'isola dello stesso 
nome, e aeqiüstata dal signor generale E. Hang a Roma, che era 
allora console americano colä. II signor generale ne fece fare, er 
sono alcuni anni, una copia in gesso, di cni si trovano esemplari, 
per quanto io so, nei miisei di Vienna e di Londra. Nondimeno la 
testa, che ne e in sommo grado degna, non e stata pubblicata finora in 
verun periodico scientifico; e ringrazio perciö il signor generale, ehe 
gentilmente me ne diede il peimesso. 

La testa ha circa la metä della grandezza naturale. La lun- 
ghezza del viso, dal sommo della fronte fino al mento, importa 
metri 0,10, la maggior larghezza alle tempie 0,07, la periferia del 
cranio 0,355. Mancano la punta del naso, un pezzo del lato destro 
del labbro inferiore e del mento, ed un pezzo dell'orecchia sini- 
stra. Nulla e ristam-ato. Quanto concerne il carattere del lavoro, 
e essenziale questo che in parte la testa non e che abbozzata (tutta 
la parte posteriore, il sommo della fronte, le orecchie), mentre 
carte linee caratteristiche sono marcate molto decisamente. II tutto 
e fatto colla vivacitä della scultura greca. Purtroppo, a quanto 
pare, la superficie ha perduto molto della sua freschezza originaria. 

La forma del cranio e stretta e lunga piuttosto che larga. I 
capelli sono corti, scendono in anelli dalla fronte e dalle tempie, 
si diiidono poscia in singoli ricci sul cranio, e vanno giii suUa 
nuca. La fronte e in forma triangolare. Essendo la parte superiore 
delle occhiaje molto sviluppata, in modo da formare protuberanze, 
la fronte ne riesce divisa in due. AI massimo sporgenti sono le 



160 TESTA DI HELIOS 

protuberanze prossime alla radice del naso. Alle tempie si scorge im 
restriugimeuto spiccato. Gli ocelii giiardano airinsü verso siuistra. 
Non sono molto grandi, ne aperti in modo particolare. La palpe- 
bra inferiore h un po' alzata. L' occhio stesso e posto profonda- 
mente sotto le eiglia, il cid orlo e disegnato in modo molto ca- 
ratteristico. Salendo A^erso la radice del naso, improvvisamente li- 
discende. Yerso la parte esteriore il mnscolo che copre la parte 
superiore delle occhiaje e di nuovo ingrossato, ma uon pende al- 
l'ingiii. II naso, a quanto pare, mos'ra presso alla fronte una leg- 
glera incavatura. II dorso del naso, specialmeute in mszzo agU 
occhi, cd il naso stesso sono stretti. La bocca e molto sporgellt^, 
piceola e, per cosi dire. quadi-angolare. Le liuee delle guance for- 
mano un ovale delicato. II mento e sviluppato modestamenta ed 
im po' piano. La testa e volta energicamente all' insu verso sini- 
stra, dove, come dissi, guardano pure gli occhi. Mentre la parte 
destra del coUo e forfcemente tesa, nella sinistra il muscolo dtd 
collo sporge di molto. Inüne richiamo l'attenzione sui satte biichi. 
che si trovano nella testa, tre per parte ed uno nel mezzo della 
fjonte. E poco probabile, che questi fori al)biano servito per fe;- 
mare una coro*ia od uiia tenia, attesa la loro grandezza e profon- 
ditä. Ne scorgesi nella capigliatura im ineavo, dove possa essersi 
posata la Corona, presso a poco come nella testa dell' Ermete di 
Prassitele. Piuttosto in quei fori non possono essere stati che dei 
raggl di metalh, come siamo soliti a scorgere siiUe teste di an- 
tiche divinitä della liice e specialmeute su quella di Helios. Con- 
siderando che la nostra testa proviene da quell' isola, la quäle dai 
tempi piü remoti fu una delle piü iraportanti sedi del culto del 
die del sole, e possedeva le famose statue di questa divinitä, si 
sarä propensi a credere che in fatto abbiamo innanzi un tipo rodio 
del dio del sole. 

Non posso pero tralasciare di osservare che senza il segno este- 
riore della Corona di raggi ditlicilmente la nostra testina si sarebbe 
giudicata di Helios, badaudo solo al suo tipo. Con occhi vivaci e 
aperti, con capegli ondeggianti, che si alzano simili ai raggi, la nostra 
fantasia si rappresenta il tipo del dio del sole ; ed i monumenti 
fmora conosciuti sono realmeute adatti a confermare quella idea. Qui 
incontriamo invece una creazione essenzialmente diversa : la testa 
di Uli giovane con corti capegli, quali sogliono portare cfebi e spe- 



TESTA DI HELIOS 



Kl] 



cialmeute tigurc atletiche; intorno alla bocca iiiia traccia di forza 
giovanile quasi altiera; il diseguo doi lineameuti sevcro e nol)ile, 
ma senza tensione, senza eccitazione ! Forse al primo momento si 
potrebbe trovare im altro ostacolo nella troppo grande giovinezza 
del tipo. Le figure di Helios, che siamo abitiiati a vedere, sam- 
brano in generale di un'etä piii matura. Ma dall' ima parte e im 
iaito che testa molta impiccolite appaiono sempre piii giovani, che 
iion siano in realtä; e dall'altra parte, se si osservano la fronte e le 
guance, nulla si troverä di lineamenti uon ancora formati. Credo aduu- 
que, che parteudo dal fatto della Corona di raggi, dovremo, fondan- 
doci SU questo monumento, liberare da preconcetti la nostra ima- 
ginazione del tipo di Helios di un'epoca dell'arte greca, che subito 
avremo a stabilire : cosa, che del resto spesso accade nella nostra 
scienza di fronte a uuovi mooumenti. 

Non e scricta ancora la parte della mitologia dell' arte, che 
dovrebbe riferirsi ad Helios. Serie di tipi, quali possediamo di 
altre diviuitä, non sono state ancora presentate. L' esame delle 
imagini del dio, che cercai di procurarmi, mi ha couvinto clie 
il nostro tipo di Helios coi capelli corti e un tipo quasi iso- 
lato. Proveniente dalla stessa isola di Rodi ed egualmente pos- 
Eeduta dal generale Haug a Roma, e ima piccola testina di terraeotta 
di lavoro mediocre ; ma come tipo di Helios rarissimo in terracotta 
ci mostra, come mi pare, nelle linee del viso e nella direzione 
della testa una certa affinitä col nostro marmo (Fig. 1). Oltre di 




^ - mit 




YVi. 1 



162 TESTA DI HELIOS 

cid. trattandosi di un' imagine di Helios provenient« da Bx)di, cer- 
cai analogie neue monete dellisola, che mostrano, come e noto a 
tutti spessissimo una testa di Helios. H signor dott. Inihoof-Blu- 
mer di TVinterthnr mi aiutö nel modo piü cortese, mettendo a mia 
disposizione ima serie di copie in zolfo. Perö snlle monete di Eodi 
si scoige sempre nn tip<:». ch'e affatto direrso dal nostro. All' in- 
contPD una moneta deU" isola di Megiste presso ßodi riprodotta per 
la nostra Fig. 2 (Gardner, types X 16) ed uno statere d'oro di 
Lampsaco riprodotto Fig. 3 (cf. Head. Imtoria man. pag. 456 
Fig. 287), che, secondo ü gindizio del sig. Blmner, appartiene alla 





Fig. 2 Fig. 3 

seconda meta del quarto secolo aTanü Cristo, ci mostrano certe 
analogie coUa testa di BodL Certo io non sono in grado di 
dimostrare, come sia renuto sulle monete di Lampsaco nn tipo 
del dio del sole proprio di Eodi, qualunqne sia 1" artista, cui 
appartenga. Gli esempi del passaggio di tipi di statue aUe mo- 
nete sono, come e noto, numerosi, ma soltanto in pochissimi 
casi Spiegati completamente. L" affinita della testa di Helios . 
che trovasi snlle monete di Lampsaco e di Megiste, si estende 
p3rd a tutte le parti essenziali. Analoga e la forma del cranio 
e del tIso. L' angolo, che la linea del collo forma col mento, 
permette dinferire. che. come la testa di marmo. anche qnesta do- 
vera essere rivolta aUinsü. Le parti del viso, e specialmente la 
boeca, sono piccole: la fronte mostra chiaramente la dirisione in 
due parti tanto caratteristica per la nostra testa marmorea. Se i 
capegli sulla moneta di Lampsaco sono nn po" piü limghi e se, invece 
di portale la corona a sette denti, la testa si projetta sulla sfera 
del sole circondata da raggi, la quäle megUo riempie il rotondo 
deUa moneta, queste söno variazioni. che Don hanno troppo peso per 
stabiUre una differenza essenziale dei tipi in questione. Se ci at- 
itniamo a ciö. che le monete di Lampsaco e di Megiste contengono 



TESTA DI HELIOS 163 

reminisceiize del tipo di Rodi, otteniamo per la nostra testa anzitutto 
dal lato storico un termine ante quem, cioe la fine del quarto secolo. 

Ho giä forse troppo indiigiato a prominciare il nome di im ar- 
tista, il quäle, secondo la tradizione scritta, e stato a quell' epoca 
il Creatore d'un ideale iiuovo di Helios, e verameute in modo spe- 
ciale di uu Helios dei Rodii : Lisippo. Alle sue opere piii cele- 
brate, come ci narra Plinio XXXIV 63, apparteneva una « quadriga 
cum Sole Rhodiorum r> , che si trovava, a quanto pare, sul davanti 
del tempio di Helios in Rodi, e piii tardi, probabilmente sotto 
Nerone, fu trasportata a Roma. Forse solo poche olimpiadi, dopoche 
Lisippo ebbe c^eato il suo Helios, Carete, imo degli Scolari di lui, 
fece nella sua isola natale il colosso del dio del sole. Per mezzo 
di lui l'arte di Sicione divenne comuue in Rodi e nell' epoca se- 
guente sorgeva ad una nuova e fiorente vita. E quasi da presup- 
porre, che in quella scuola di Rodi 1' ideale delF antico dio patrlo 
siasi ulteriormente sviluppato. Almeuo Dione Crisostomo nei suoi 
discorsi di Rodi {Rhod. I 570 R.) ci narra che al suo tempo il 
dio aveva delle statue su tutfca l'isola. Ma chi potrebbe dire quanto 
sia passato dall'ideale di Lisippo nella grande opera di Carete, e 
da questo nei suoi successori ? Una cosa perö parmi certa. L' arta 
di Lisippo e ancora pm-amente ellenica, sebbene porti in se i germi 
di quello sviluppo, ch3 sogliamo chiamare col nome universale di 
arte ellenistica. In quest'ultima epoca passo passo con una mag- 
giore nervositä proseie l'aumeato dai mezzi di espressione, il quäle 
appuuto gluuse al colmo nella scuola di Rodi : si pen&i al gmppo di 
Laocoonte! A quella scuola appartiene secondo la mia opinione 1' ideale 
di Helios con ricci a forma di raggi e con un' agitazione quasi da 
ammalato, quäle si trova per esempio su mouete posteriori di Rodi, 
e che, a quanto mi sembra, non ha poco intiuito suUe imagiui 
romane del Sole. S' aggiimge 1' idea religiosa di Helios in quel- 
r epoca, in cui cominciava il sincretismo religioso. L' Helios, ch3 
viene dalV Oriente, e che ora si confoude con Mitra, ora con Attis, 
e tutt'altro, che quel giovane vigoroso, il quäle, come canta Mimnermo, 
S3nza stancarsi adempie all' ufficio di reggere il carro, e che nei 
frontone Orientale del Partenone, creato dalla mauo di Fidia, con 
braccia poderose sorge dai flutti del mare. 

Se rivolgiamo ora nuovamente la nostra attenzione sulla testa 
di Helios di Rodi. sotto ogni rapporto ci si appalesa come un'opera 



164 TESTA DI HELIOS 

del qiiarto secolo, con qiiella semplicita e severitii, che, a dift'c- 
renza delle opere puramente ellenisticlie, ancor serapre ci occorre 
iu qnest'epoca. Ancor piü : sotto ogni rapporto l'aualisi delle sue 
forme ci couduce al carattere dell'arte di Lisippo. La testa stretta 
(e si potrebbe credere anche piccola per ima statua), le protube- 
ranze della fronte, il disegno delle ciglia, la sottile radice del naso, 
la forma della bocca piccola e sporgente ! II coufronto con teste 
attiche, come quella dell' Ermete di Prassitele o del discobolo nella 
sala della biga del Vaticano, nou ci porta che a differenze sempre 
maggiori, mentre il confronto con teste ricouosciute di Lisippo, 
come quella dell' ApoxAomenos, dell' Ares della villa Ludovisi e 
uon meno dell'efebo, che prega, di Berlino ci öftre sempre nuove 
analogie. E un fatto certo adunque che la tssta del generale Hang 
mostra un tipo di Helios di ßodi con caratteri artistici di Lisippo; 
ma si domanda se non potremo fare forse un passo piü avanti. 

Non si puö dimostrare con sicm'ezza matematica che la te- 
stina sia un pezzo di uua statua. Si trova soltanto suUa super- 
ficie della rottura del collo, che era anticamente lisciata, un buco 
per una punta di bronzo, che serviva a riunire la testa o con un 
busto con una statua. La testa poi ci si presenta in modo 
da farci dubitare se sia copia di un originale in bronzo , sic- 
come noi dovremmo suppor.-e di una statua di Lisippo. Per l'ul- 
tima questione potrebbe infine servire di scusa la piccolezza 
dell'opera, ma anzitutto sembra piü che ardito se non imprudente 
il porre in diretta relazione la nostra testina con quell' Helios sulla 
qiiadriga di Eodi, opera di Lisippo. Pure Yorrei tentare di far va- 
lere a favore di quest'idea un' osservazione, cioe la direzione ener- 
gica della testa all'insü verso sinistra, caratteristica per il nostro 
Helios come per un'intera serie di altre teste della stessa divinitä 
e pure per la testa giudicata come quella di Alessandro il Grande 
col diaderoa del dio del sole uel museo Capitolino. Kipetute volte 
si e osservato ed all'occasionepure espresso [cf. Dütschke, Ani. Bildic. 
V pag. 40 n. 98], che il rivolgere lo sguardo verso il cielo non 
e verameute adatto per Helios e propriamente e un controsenso 
per qiiel dio, che gira pel cielo. Ammetto che questo movimento, 
come crede il Dütschke, divenne un motivo generale artistico in 
modo speciale preferito dall'arte ellenistica, ma senza dubbio avrä 
avuto orisfine da una raeione intima. Helios non guarda verso il 



TESTA ])I HELIOS 165 

cielo, ma guai'da verso la sua quadriga, che dohbiamo immagi- 
nare asceiidere in fretta per iina ripida via, 11 tipo di Helios che 
sale colla quadriga, come mi si concederä, e stato sempre man- 
teniito neir arte antica anche qiiando non forma il contrapposto 
ad una Selene, che si dirige verso il basso. Se ammettiamo final- 
mente che im uomo, che sta su di un carro in corsa deve cercare 
con im piede un punto stabile e deve porre 1' altro piede del lato 
piü innanzi o piü indietro per avere l'equilibrio, nasce da se stesso 
nel corpo im giro che spiega la posizione della testa volta sia a 
destra, sia a sinistra. 

L'Overbeck, a mio avviso, ha giustamente espresso nella sua 
Geschichte der Plastik IV' 117 quello, che si puö supporre del ca- 
rattere dell'Helios di Lisippo in piedi siü carro : Helios appena 
separato dal suo obbietto naturale non ollriva alcuna occasione per 
rappresentare im'elevatezza divina e spirituale, ma conformemente 
alla sua natura ed alla sua funzione non poteva venir espresso che 
nella magnifica figura corporea. Se la mia ipotesi ha qualche fon- 
damento, nella nostra testa non si troverä che la conferma di quel 
presupposto. Per quanto l'originale di Lisippo abbia potuto avere 
im'animazione im po' piü energica di quella che ci mostra la piccola 
copia, pure si scorge chiaramente che l'ideale di Helios di Lisippo 
raostrava un carattere piuttosto serio e virile, che spirituale ed 
esaltato. Finalmente se anche i capegli, che Lisippo, secondo il 
giudiüio degli antichi, seppe fare meglio dei suoi predecessori, 
sono stati un po' piü ricchi e piü uaturalistici di quello che li 
riproduca la copia, considerando tutti i tipi riferibili a Lisippo, 
dubito che quest' artista abbia tentato appunto nei capegli una , 
per cosi dire , pittura naturalistica. L'attri1)uto della Corona di 
raggi ha parlato qui in modo piü iramediato e piü chiaro ; ed 
osservo espressamente che la testa con quel complemento öftre 
ancora im aspetto essenzialmente diverso. Similmente come il tipo 
piü semplice dell' Apollo Steinhäuser va innanzi alla testa del- 
l'Apollo del Belvedere, alla grande quantitä di immagini di Helios 
deir epoca ellenistica, piene di eftetto, va innanzi quest'ideale piü 
severo e piü semplice, che abbiamo innanzi a noi. Se ha lasciato 
poche tracce, si spiega da ciö che poco tempo dopo nacque una 
nuova maniera artistica, e lo sviluppo posteriore ha molto piü preise 
da questo nuovo indirizzo artistico che dalle epoche antecedenti. 



166 TESTA DI HELIOS 

Cos], degna di particolare osservazione mi sembra la testa di 
Helios del sig. generale Hang, giä come copia greca, che si fece 
forse in epoca non molto lontana da qnella dell' originale. Lo scopo 
principale e l'utilitä della sua pnbblicazione sarä anche in questo 
caso, come spero, quello di richiamare 1' attenzione di altri su di 
essa e far conoscere nuove analogie. Non e escliisa nemmeno la 
possibilitä che col teiiipo in Rodi stessa si scoprano altri esenir 
plari dello stesso tipo. Allora risiiltera se la testina manterra 
meno qnel posto, che io volli asseguarle nella storia delV arte 



greca. 



P. Hartwig. 



lUPPORTO 

SU UNA SEHIE DI TAZZE ATTICHE A FIGüKE ROSSE 

CON NOMI DI ARTISTI E DI FAVOKITI, 

RACCOLTA A ROMA. 



I. Tazza di Epikteios. Diametro 0,328. Altezza 0,135. Pro- 
venienza incerta, 

Neirinterno: im Sileno barbato si piega per alzare suUe spalle 
im'anfora a pimta; sopra esse porta im cuscino. Dietro di liii sta 
ima stanga. La coda di cavallo del Sileno e dipinta tiitta in rosso. 
L' iscrizione da ambediie le parti della figura dice: EPIKTeTOS 
EAPA05sr 

II. Tazza coi nomi di favoriti Leagros ed Epidromos D. 0,30. 
A. 0,11. Provenienza incerta. 

L'imagine interna di qiiesta tazza e piibblicata hqW Ärchaeolo- 
fj Ische Zeitung 1885 tav. 19, 2. Se ne trova la descrizione 1. c. 
pag. 255 e presso Klein, Meiüerügnaturen ~ pag. 132 n. 10. 

Le figure esterne della tazza in parte sono di ristauro. L'asta 
che tiene il ragazzo ignudo nella immagine interna mostra im laccio. 
Le iscrizioni si leggono cosi: 

UEAAR05 SAUOS e [EPjlAROMOi hAUOS. 

Dair altro lato fra i piedi delle figure e ripetuto KALOS. 

III. Tazza col uome di favorito Paiiaitlos, probabilmente di 
Eufronio. D. 0,20. A. 0,08. Provenienza: Chiusi. 

L'immagine di questo vaso e piibblicata nel Miiseo Chiitslao 
I tav. 48 e dal Klein, Eitphromos - p. 278 cf. MeistersigncUurea - 
p. 144. Si vede nelPinterno un vecchio Sileno barbato con una tenia 
dipinta in rosso, che siede sii un'otre ed alza con occhi agitati le 
mani in atto di commozione. L'iscrizione attorno alla figura porta : 
PANAITIOS KA=OS, sull'otre e ripetuto K = uO£:. 



1(J8 RAIM^OKTO SU UNA SERIE DI TAZ/>E ATTICHE GCC. 

IV. Tazza colla stessa segnatiira. D. 0,22. A. 0,09. Pro- 
venieüza : Cervetri. 

Neirinteruo : im Sileno barbato porta e otre e coruo e ramo 
di vite. Manca al Sileno la parte snperiore della testa. Del nome 
di favorito, che sta attorno alla figura, eono conservate le lettere 
= Af^AlT, del adiettivo xaXoc =OS . Süll' otre, che porta il Sileno, 
e ripetuto KAUOS . AH'esterno si vedono da ambedue le parti due 
Sileui barbati, i qiiali si miiovono in fretta verso una donna, come 
pare, coinpletamente igniida , giacente a terra sir un cuscino. Le 
tigiire delle donne sono quasi del tiitto perdiite. 

V. Tazza col nome di favorito Chairestratos. D. 0,23. A. 0,09. 
Provenienza : Chiusi. 

Si scorgono nelFinterno due giovani amazzoni, che corrono alla 
lotta verso sinistra, l'una vestita come un'oplita, 1' altra come un 
arciere scitico. L'iscrizione attorno alle figure dice : 

-f-AIRE^TRATOs KAUO^. II nome di favorito e lo stile 
del disegno, che mostra una freschezza straordinaria, attribuiscono 
questa tazza con sicurezza a Duride. 

VI. Tazza con scene di palest ra. Maniera di Duride. 
D. 0,24. A. 0,09. Provenienza : Cervetri. 

Neirinterno : un efebo avvolto nel mantello. Dinanzi lui al di 
sopra sono sospesi utensili della palestra. Da ambedue le parti della 
figura si legge: HO PAIS kAUO=. 

NeH'esterno si vede dall'una parte un giudice della palestra 
in mantello, che tiene nella sinistra un bastone e protende nella 
destra un'asta per ordinäre una pausa. Del gruppo di due giovani 
lottatori ignudi, 1" uno e quasi del tutto perduto, dell' altro, che 
sta aspettando 1' avversario, come pare, manca la testa e 1' avam- 
braccio sinistro. L'altra parte, tra un giudice con un'asta a destra 
ed un giovane spettatore coperto a sinistra, ci mostra due altri lot- 
tatori completamente ignudi, giacenti a terra. II vincitore ha spinto 
al suolo il soccombe ite in modo che le gambe si alzino verso il 
cielo, e gli tiene colla sinistra la bocca chiusa, per impedirgli di 
respirare, mentre la destra e alzata per dare 1' ultimo colpo deci- 
sivo. Sopra si vedono utensili della palestra. 

VII. Tazza con un tiaso di Dioniso D. 0,30. A. 0,13. 
Provenienza : Cervetri. 

La tazza, il cui disegno disgraziatamente e guatto in parte, 



RAPPORTO SU UNA SERIE DI TAZZE ATTICHE eCC. 160 

manca di qiialsiasi iscrizione, ma secondo lo stile non si puö es- 
sere in diibbio, che 1' autore sia lerone. II piede, che ha portato 
forse il nome del raaestro, e aiidato perduto. 

L'immagine di mezzo rappresenta diie Menadi, che recaiio tirsi, 
senza espressione particolare. Di fuori si trova iin tiaso di Dioniso con 
quattordici ligure. Dall'una parte nel centro sta il dio stesso con 
cantaro alzato nella destra e con iin grande tralcio nella sinistra. 
Attoruo a lui si miiovono cinque menadi, che siionano su diversi 
istrumenti. L' altra parte ci mostra quattro bellissimi grnppi di 
Satiri e Menadi, che salgono a sempre maggior vivacitä. Su una 
delle anse si vede una capra, sull' altra delle palmette. II disegno 
e delicato per non dire minnzioso. 

VIII. Tazza di Filtlas col nome di favorito Chairias. D. 0,18. 
A. 0,0(5. Provenienza : Chiusi. 

Neirinterno: im giovane inghirlandato, in mantello, cui il primo 
pelo copre le guancie, appoggiato ad un bastone, colla borsa nella 
sinistra sta innanzi alla bottega di un vasajo. Vi si conservano 
diverse merci in argilla, mi cratere, nn'anfora ed una tazza dabere- 
Lo stile del disegno e esatto e severo ; il tipo della testa ricorda 
Eufronio. Attorno alla figm-a si trovano le iscrizioni : Qllii^AS 
EAPA(D-Er e -f-AIPIAS KAUOS. 

IX. Tazza, che rappresenta il giuoco di paleo. D. 0,22. 
A. 0,10. Provenienza : Chiusi. 

Neiriuterno si scorge un uomo barbato con cappello e man- 
tello, che agita una frusta per porre in moto un paleo. Un gio- 
vane in mantello sta a guardare il giuoco stendendo la mano de- 
stra in atto di ammirazione. SuUe figure si trovano due fiori evi- 
dentemente messi per riempire lo spazio. Di un nome di favorito 
sono conservate le lettere -H e H col solito KAU05. 

X. Framniento di una tazza, che mostra nell' interno un gio- 
vane nudo correndo a sinistra, che protende nella destra un' otre 
e porta nella sinistra un bastone messo in ispalla, donde pende 
un vestito. II disegno e molto guastato. 

L'iscrizione alla parte sinistra della figura e completa, e porta 
sololaparola : EPOIESEiNJ [cf. Klein, Melstersign.- ^^Rg. 111 sq.]. 

XI. Frammento di una tazza col nome di favorito L?/sis, nel 
po-sesso del signor prof. Kopf a Koma. 

II lato esterno del fiammento ci mostra una scena della pa- 

11 



170 RAPPORTO SU UNA SERIE Dl TAZZE ATTICIIE CCC. 

lestra. A destra, dinanzi ad un pilastro, che iudica la palestra, si 
scorgc im efebo tutto ignudo, con halteres nelle mani stese, ed 
inclinato verso la parte sinistra, Dirimpetto a liü sta im altro gio- 
vane con mantello e scarpe, che si appoggia sii im bastone. Di- 
nanzi al siio mantello si vedono tre dita della mano di ima terza 
persona. AI di sopra si legge: HO SA 15. 

Neil' interno si trova ima parte" della testa e del lato sinistro 
di ima figiira con mantello e bastone, che si vedeva dal tergo. 
Alla parte sinistra si legge : U V S I S . cf. Berlin nr. 2303, Mün- 
chen 403. II disegno e piiifctosto marcato che delicato. La maniera ar- 
tistica ricorda Diiride. 

P. Hartwig. 



UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 
MIT SCHWARZEN FIGUREN. 

(Tafel VIII, IX) 




Die Yasenclasse, von welcher auf Tafel VIII u. IX drei in Rom 
befindliche Exemplare nach Ernst Eichlers stilgetreuer Zeichnung 
mechanisch wiedergegeben werden, ist in einzelnen Exemplaren 
längst bekannt ; dass dieselbe so gut wie gar nicht beachtet worden 
ist, rührt wol daher, dass man sie für etruskisches Fabrikat hielt, 
über welches man zur Tagesordnung übergieng. Das ist aber ganz 
unmöglich aufrecht zu erhalten und wir sind schon desshalb genö- 
tigt, uns mit diesen Vasen näher zu befassen. Ganz abgesehn von 
den stilistischen Gründen, welche die Annahme etruskischen Ur- 
sprungs verbieten, sprechen die Fundumstände auf das entschie- 
denste gegen dieselbe. Die als Vignette abgebildete Vase befindet 
sich jetzt in Orvieto im Museo municipale ; sie wurde in dem bis 



172 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 

jetzt ältesten Theile der Nekropole von Orvieto ausgegraben, deren 
Gräber den jüngeren tombe a cassa entsprechen und den ältesten 
griechischen Import enthalten. Sie reichen mindestens in den An- 
fand des sechsten Jahrhunderts hinauf. In demselben Grab mit 
unserer Vase wurde eine recht altertümliche korinthische Schale mit 
niederem Fuss imd Thierstreifen gefunden, ausserdem ein Bernstein- 
amulet in Form eines spitzen Blattes mit durchbohrtem Ansatz. 
Wer die gleichzeitige etruskische Manufactur kennt, kann unmög- 
lich unsere Vase für etruskisch halten, mid damit fällt auch die 
Möglichkeit etruskischeu Ursprungs für diejenigen Vasen, über 
deren Fmidumstände nichts bekannt ist, welche aber aus techni- 
schen und stilistischen Gründen sich von dem orvietaner Gefäss 
nicht trennen lassen. Bevor ich zur Analyse der Gruppe übergehe, 
gebe ich ein Verzeichuiss der mir bekannten Exemplare, zu wel- 
chem ich nach Löschckes freundlicher Mittheilung auch die in 
Paris und London befindlichen hinzufüge. 

I. Amphora in Kom, Conservatorenpalast, aus Cervetri. Am 
Halse Palmette zwischen zwei Hähnen. Auf den SchulterflächeH 
nach links schreitend je fünf Männer, welche die rechte Hand er- 
heben, in der linken kerykeionartige Stäbe halten. Neun von ihnen 
tragen langen Bart, alle langes Haupthaar mit einer Binde darin. 
Darunter Thierstreif nach links : Panther (schreitend). Greif, Löwe, 
Acheloos, Hirsch (weidend), Eber (weidend), Panther (sitzend), Sphinx. 
Darunter eine Kante aus rundlichen am Eande gezackten gegen- 
ständigen Blättern (etwa glechoma hederaceum) ; am Fuss Strahlen. 
Zuerst abgebildet auf imsrer Tafel VIII N° 1. 

II. Amphora ebenda, gleichfalls aus Cervetri. Am Halse Stab- 
ornament. Auf dem einen Schulterfeld drei Tritonen, welchen auf 
dem anderen vier Nereiden entgegeneilen. Darunter Thierstreif: Löwe 
nach r. Panther mit gehobener Tatze nach r. Ornament aus Pal- 
mette und Lotos zwischen zwei Hähnen. Löwe nach r. Panther 
nach 1. Ornament zwischen zwei Hähnen. Darunter Streifen mit 
Punktnetz ; am Fuss Strahlen. Abgebildet auf Tafel VIII N» 2. 

III. Amphora in Rom, Museo Gregoriano, aus Vulci. Auf den 
beiden Halsfeldern je zwei sich gegenüberstehende Panther mit 
gemeinsamem Kopfe. Auf dem einen Schulterfelde drei Heiter mit 
spitzen Mützen, welche sich umwenden, um einen Pfeil abzu- 
schiessen, auf dem anderen drei verfolgende Hopliten zu Pferde mit 



MIT SCHWARZEN FIGUREN. 173 

geschwungenem Speer. Unter den Beinen der Pferde vier Hunde 
und zwei Hasen. Darunter Mäanderband mit Sternrosetten, darunter 
Tliierstreifen : Greif nach 1. Hirsch mit gesenktem Kopf nach 1., 
Löwe mit gehobener Tatze nach r., ein gleicher nach 1., Sphinx, 
Panther, beide mit gehobener Tatze nach 1. Am Fuss Strahlen. 
Ganz ungenügend publiciert Museum etruscum II 29, 2, genau auf 
unserer Tafel IX. 

IV. Amphora aus Orvieto, Museo municipale daselbst ('). Am 
Halse Blätterkante, auf dem einen Schulterfelde vier unbärtige 
Jünglinge ausgelassen tanzen 1, unter dem erhobenen Beine eines 
jeden ein Gefäss, auf dorn anderen Schulterfelde stehend vier kahl- 
köpfige bärtige Männer , ithyphallisch , vor jedem ein Gefä:?s. 
(Formen : Tiefe kurzfiissige Schale mit zwei Henkeln und Ein- 
schnitt unter dem Eande, korinthische Amphora und Kantharos). 
Die acht Figuren sind mit weisser Nebris bekleidet. Darunter 
Maeanderband mit Sternrosetten, dann Lotos und Palmetteu gegen- 
ständig ; am Fusse Strahlen. Vignette auf Seite 171. 

V. Amphora in München. Am Hals Lotos und Palmetten 
gegenständig. Auf dem einen Schulterfelde die Hydra, welcher ein 
knieender Jüngling in kurzem Chiton ein hundeälmliches Thier 
vorhält, während er ein zweites hinter dem Rücken hält ; auf dem 
anderen Schulterfelde zwei Kentauren mit Jagdbeute. Darunter 
Palmettenband, dann Thierstreifen, Sphingen, Löwen, Panther, 
Greif, Bock und Reh, dann eine Kante aus quastenähnlichen Blü- 
then. Klein abgebildet bei Micali Sloria 99, 7. Beschrieben Jahn 
N'' 155. Ein Stück des Ornaments Lau Tafel VIII 9. 

VI. Amphora im Cabinet des medailles, Paris. Am Halse 
zwei sitzende Sphingen den Kopf umwendend. Auf dem einen (-) 
Schulterfelde Herakles auf dem rechten Bein kuieend, das 1. vor- 
gesetzt, den Bogen haltend, ihm gegenüber ein pferdebeiniger Ken- 
taur, der sich mit der rechten Hand eine Wunde auf der Brust 
zuhält, aus welcher Blut strömt ; in der linken hält er einen Baum- 

(1) Ein ziemlich grosses Fragment einer Amphora mit demselben Mae- 
andermotiv befindet sich gleichfalls in Orvieto in der Sammlung Faina. 
Wegen hoher befestigter Aufstellung konnte ich leider von der Darstellung 
nichts sehn. 

(2) Die Rückseite der im Cabinet des mJdailles befindlichen Vasen hat 
Löschcke niclit gcschn. 



174 ÜEBER EINE CLASSE GRlECHISClIEIl VASEN 

ast. Darunter Eplieukante, die Blätter abwechselnd rotli und schwarz. 
Dann Greifen nach r., einen Flügel vorgestreckt, darunter Maeander ; 
am Euss Strahlen. 

YII. Amphora, Paris, Cabinet des medailles. Am Mündungs- 
rand Netzornament, am Hals drei Feldhühner. Schulterbild : den 
behaarten Minotauros hat Theseus am Hörn gefasst und bedroht 
ihn mit dem Schwert, in der linken Hand hält er die Scheide ; 
zwischen Theseus und dem Minotam'os steht ein Panzer, hinter 
Theseus ein Kessel mit Schlangenprotomen, ein Mann mit Scepter, 
dann ein weissbärtiger Manu. Darunter liegender Palmettenstreif, 
dann springende und weidende Hirsche, zwischen den Beinen Vö- 
gel ; darunter geometrische Streifen : schräge Kreuze zwischen je 
drei Vertikalen, die Dreiecke welche die Kreuze bilden zum Theil 
dunkel ausgefüllt, darunter Zickzack, die unteren Dreiecke dunkel, 
in den oberen Hakenkreuze mit Punkten. 

VIII. Amphora aus Vulci in München. Am Halse Maeander 
mit Sternrosetten. Auf dem einen Schulterfelde steht Paris bei 
seiner Heerde, auf dem anderen Averden die drei Göttinnen von 
Hermes imd einem Greis mit Kerykeiou geführt. Darunter Mae- 
anderband mit Sternrosetten, dann Thierstreif nach 1. : Löwe, Pan- 
ther, Greifen, Sirene ; am Fuss Strahlen. Abgebildet Gerhard A. V. 
II 170, Panofka, Parodieen Tafel 2, (J, 7. Jahn N" 123. 

IX. Amphora, Paris. Auf einem Schulterfelde : Apollo auf 
einem geflügelten Zweigespann von einem Greif begleitet erlegt 
den Tityos. Auf dem anderen Schulterfelde werden ein Mann und 
eine Frau von zwei Jünglingen mit vier Flügeln an den Hüften 
auf Apollo und Artemis zugeführt. Thierstreif nach 1. : sitzender 
Panther, Sphinx, Greif, Steinbock, Sphinx, Eber, Löwe. Abgebildet 
Monumenti d. Inst. II 18. Luynes, Vases, (3, 7. Welcker A. D. 5, 85. 

X. Amphora in London, British Museum, aus Vulci. An der 
Mündung Blattranke, am Halse zweimal die Panthergruppe wie 
bei III. Schulterbild : Herakles mit geschwungener Keule und 
Athena mit gezückter Lanze einander gegenüber. Zwischen beiden 
ein Kessel mit Schlangenprotomen, hinter Athena ein zweiter. 
Athena wird von Poseidon zurückgehalten, hinter Herakles eine Frau. 
Auf der anderen Seite Zweikampf zweier Hopliten, hinter dem einen 
eine Frau, hinter dem anderen ein Strauch. Darunter Streifen von 
Feldhühnern nach 1., dann Thierstreif: zwei Schweine einauderge- 



MIT SCHWARZEN FTiUREN. 175 

genüber um einen Strauch, Panther, Greif ungeflügelt mit Kamm, 
geflügelter Greif mit erhobener Tatze, Sphinx mit erhobener Tatze. 
Am Fuss Strahlen, dazwischen Kreuze. Abgebildet Gerhard A. V. 
II 127. 

XL Amphora aus Vulci. Um den Hals vier nackte tanzende 
Jünglinge. Auf dem Bauche fünf männliche Figuren, lebhaft ge- 
sticulierend, und eine weibliche mit hoher Haube und Schleiertuch 
auf dem Kopfe. Eine der männlichen Figuren ist an den Hüften 
mit einem doppelten Flügelpaar und an den Füssen mit einfachen 
Flügeln ausgestattet. Darunter Thierstreifen : Panther, Sphinx, 
Seepferd. Micali, Mon. ined. 36, 1, 

XII u. XIII. Zwei fast vollkommen gleiche Oinochoen in 
Florenz. Die Beschreibung des einen Exemplars mag hier genügen. 
Inv. N° 2097. Form: die gewöhnliche korinthische; zu beiden 
Seiten des einfachen Henkels runde Scheiben weiss bemalt, darauf 
mit brauner Farbe der Umriss eines Auges. Am Hals Palmetten 
nach unten und Lotos nach oben abwechselnd, braim und weiss. Schul- 
terdarstellungen, vom Henkel nach r. : Myrtenstrauch, Sphinx nach 
r., darunter tiügelreckender Schwan, dann Herakles nach r. schrei- 
tend, in der R. das Schwert, packt mit der L. einen ihm mit offenen 
Rachen entgegenschreitenden Löwen am Unterkiefer, dann Löwe 
nach 1., darunter Palmettenranke, hinter ihr Myrte. Unter dem 
Schulterstreif Maeander, darunter Thierstreif nach 1. : Löwe, Pan- 
ther, Greif, Löwe, Sphinx, Panther, Greif, Panther, Sphinx, dann 
Band aus gegenständigen Palmetten. 

XIV. a. Oinochoe in München. Am Halse zwei Sphingen, ein 
Greif, eine Henne, dann Maeanderstreif mit Schwänen, darunter 
Palmettenband, dann fünf Reiter, welchen eine Flügelgestalt folgt. 
Jahn n. 173; ein Stück des Ornaments ist abgebildet Lau, Tafel 21 
unten in der Mitte ; h. Amphora im Museo Grogoriano mit Mae- 
ander und Schwänen. 

XV. Oinochoe aus Vulci in London. Am dreigetheilten Henkel 
oben Scheibchen mit einem Kreuzornament ; am Halse statt des 
Stabornaments zwei Reihen entgegengesetzter gestreckter und run- 
der Bogen, welche in einander übergreifen. Schulterdarstellung: ein 
bärtiger und ein unbärtiger Mann, nur mit Schurz bekleidet, beugen 
sich mit grotesken Geberden über eine grosse Schale, über welcher 
ein Kranz hängt; hinter dem unbärtigen ehi kleiner Mann im Chi- 



176 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 

ton sich umschauend, die Arme ausbreitend wie erschreckt vor dem 
Löwen hinter ihm. Hinte; dem bärtigen Mann eine kleine Figur 
mit Flügeln an den Hüften und den Schuhen. Hinter diesem gleich- 
falls ein Löwe. Darunter Epheukante, dann Thierstreif nach 1. : 
Sphinx mit gehobener Tatze, Greif, Panther, Sphinx sitzend, Löwe, 
Panther. Darunter einfacher Maeander mit schrägen Kreuzen und 
Punkten; am Fusse Strahlen. Abgebildet Museum Disneianum III 
Tafel 101, 102. 

XVI. Oiiiochoe in London. Oben an dem einfachen Henkel 
Scheibchen mit dem Umriss von Augen. Der Thongrund ist für 
Hals und Schulterfeld ausgespart; das ausgesparte Feld ist oben 
durch eine erhöhte Leiste bsgränzt. Darunter Lotos und Palmetten 
abwechselnd. Dann einander gegenüber einerseits drei Männer, auf 
der anderen Seite eine Frau, welche einen Granatapfel hält, und 
zwei Männer, der letzte mit einem Zweig. Auch aus dem Boden 
wachsen Zweige. Darunter zwei schwarze Streifen, dann wieder 
Band aus Palmetten und Lotos und Strahlen. Abgebildet Museum 
Disneianum III 10.3, 104. 

XVII. Oinochoe im Cabinet des medailles in Paris. Dreista- 
biger Henkel, Scheibchen an der Seite. Statt Stabornament an der 
Schulter senkrechte Pfeile (4') unten von Bogen überwölbt. Schulte;- 
bild : Mann sich umblickend zwischen ZAvei Greifen, Frau, zu deren 
Füssen sich ein Löwe zum Sprunge schmiegt. Mann im Gespräch 
mit einer Frau die das Gewand emporhält, Thier (Stier?) das 
sich am Boden schmiegt. Dann Zickzack mit kleinen Blättchen in 
den Winkeln. Darunter nach 1. Greifen und ein fischschwänziger 
Mann mit langem Haar, darunter Epheukante ; am Fusse Strahlen. 

XVIII. Oinochoe in London, British Museum. Grund röthlich 
gelb, Firniss ziemlich dunkel. Dreistabiger Henkel mit Unterlage» 
an der Seite die Scheibchen, plastischer Ring in der Mitte des 
Halses. Am Halse Maeander mit weiss und rothen Sternrosetten. 
Schulter : Thiere nach 1. : schreitender Greif, ein Flügel vorge- 
streckt, beide oben abgerundet, schreitender Panther, unter der 
gehobenen Tatze ein Vogel, ebenso zwischen den Beinen, Löwe mit 
o.Tenem Rachen, darunter Vogel, schreitende Sphinx, Vögel, Panther 
mit gehobensr Tatze. Darunter Maeander mit Sternrosetten. Dann 
zweiter Thierstreif nach 1. : Sphinx, Thier mit langem Schwanz 
(Hiindy) den Kopf umwendend, weidender Hirsch, brüllender Löwe, 



MIT SCHWARZEN FIGUREN. 177 

weidander Steinbock, schreitender Pantlier, Greif, Löwe. Darunter 
Maeander mit Stemrosetten, dann Granatapielfries ; am Fusse 
Strahlen. 

XIX. Oinochoe in London, British Museum. Dreistabiger 
Henkel mit Unterlage, auf den seitlichen Scheiben ein Stern. In 
der Mitte des Halses und zwischen Hals und Schulter plastischer 
Hing. Das Schwarz ist etwas grau und njatt, weiss auf Thon- 
grund gesetzt. Auf der Schulter Streifen von eigentümlich stili- 
sierten Blumen und Knospen abwärts gerichtet, darunter Vogel ein 
Bein hebend, dann Löwe; ein Mann mit rothem Haar und weissem 
kurzen Chiton läuft nach r. sich umblickend und im Begriff" das 
Schwert zuziehn; Panther, Vogel mit Frauenkopf. Darunter Strei- 
fen aus Voluten ( rj on) doppelt, so dass herzförmige Motive gebildet 
werden; dann Thierstreif: Eber, Widder, Hund (oder Wolf?), 
Panther, Steinbock ; am Fusse Strahlen. 

XX. Oinochoe in London, British Museum, Vasenkatalog 423. 
Henkel einstabig, brauner dünn aufgetragener Firniss. Auf der 
Schulter : Sphinx, Panther, Löwe, kleiner langbeiniger Vogel der 
den Kopf zurückwendet sich putzend. Zwischen den Thieren Sträii- 
cher. Maeanderband aus einzelnen Haken, darunter Band aus ver- 
tikalen Strichen, welche oben in einen runden Knopf endigen ; 
darunter ein Streifen, aus dessen beiden Rändern primitive Pal- 
metten, wie sie sonst als Füllornament dienen, einander entgegen- 
Avachsen ; dann Maeanderhaken ; am Fusse Strahlen. 

Ich bleibe vorläufig bei diesen gesicherten Beispielen stehu, 
um aus ihnen die Merkmale für die Classe abzuleiten (')• In Or- 
nament und Darstellung haben diese Vasen bei ursprünglich grosser 
Originalität frühzeitig fremden Einfluss erlitten, von welchem man 
absehn muss, wenn man sich den ursprünglichen Typus reconstruie- 
ren will. Zunächst sondern sich schon durch die Form die Exem- 



Q) Mancherlei Berührungen mit N° 5 und 11 hat die Amphiaraosam- 
phora in München: Micali Storia tav. 95. Jahn 151. Wenn das Gefäss indessen 
zu unsrer Classe gehört, so hat es so weitgehenden fremden Einfluss erfaliren, 
dass es vorläufig besser aus dem Spiele bleibt. Dass dies Gefäss Annali 1874 
S. 101 korinthisch genannt wird, würde man geneigt sein, für einen Druck- 
fehler zu halten, wenn nicht ebenda S. 105 die frühattische Vase in Florenz. 
(Inghirami Vasi fittili III 101 n. 103-107) für etruskische Nachahmung nach 
korinthischem Vurbild erklärt würde. 



178 UEBER eine CLAS?E griechischer VASEN 

plare 12-20 als entschieden korinthisch beeinflusst aus, womit überein- 
stimmt, dass die Technik im wesentlichen die der jüngeren korin- 
thischen Gefässe ist. Dies hindert jedoch nicht, dass auch auf diesen 
Gefässen in Darstellungen und Ornamenten zum Theil sehr ur- 
sprüngliches bewahrt worden ist. Die Grundform unserer Vasenclasse 
ist die Amphora mit scharfabgesetztem Hals und echinusartig pro- 
filiertem Fuss und Rande. Bei einigen Exemplaren glaubte ich zu 
bemerken, dass die Oberfläche zur Aufnahme der Malerei durch 
einen dünnen Ueberzug feineren Thones praepariert gewesen sei, 
doch waren dieselben leider arg verputzt. Die Farben sind zum 
Theil, vielleicht wegen geringeren Brennens dieses Ueberzugs, stumpf. 
Verwandt wird neben Braun sehr viel Weiss, Roth, Violett, so dass 
ein sehr bunter Eindruck erzielt wird. Auf unseren Tafeln ist 
Schwarz = Dunkelbraun, Weiss =Weiss, Grau = Roth. Das übliche 
Raumeintheilungsprincip der Amphoren ist folgendes : Mündung und 
Fuss sind dunkel gefärbt; von der Mündung aus gehn zwei diuikle 
Farbstreifen über Henkel, Hals und Schulter, welche ein wenig 
unterhalb der Henkel durch eine horizontale Linie begrenzt werden. 
Hierdurch werden zwei fast quadratische Halsfelder und zwei tra- 
pezförmige Schulterfelder gewonnen. 

Für die Decoration des Halsfeldes fehlt ein eigenes Princip. 
Wo Palmetten und Lotos erscheinen, liegt wahrscheinlich schon 
fremder Einfluss vor, ebenso vielleicht für die wappenartigen Grup- 
pen von Hähnen (N° 1) und Sphingen (N° 6). Theilweise wird die 
Bemalung des Halses aus dem Thierstreifen entnommen (N° 3, 7 
u. 10) ; einmal erscheint auch hier der Maeander (N° 8), einmal eine 
naturalistische Blätterkante (N" 8) ; auf N° 9 erscheinen tanzende 
Figuren und auf N° 2 das wenig hierher passende Stabornament, 
zum Beweise, dass eine feste Tradition nicht existierte. 

Die Schulterfelder sind entweder mit einer Reihe gleicher 
Figuren bemalt (N'' 1-4), welche aber, wenn sie, wie auf N° 2 imd 3, 
auf beiden Schulterfeldern verschieden sind, eine Art Handlung 
vorstellen. Diese Decorationsweise, welche sich an alte Metall- 
stempeltechnik anschliesst ist die älteste. Dass sie zum Beispiel 
der Schlachtbeschreibung der hesiodeischen dam'c zu Grunde liegt, 
hat Löschcke Arch. Zeitung 1881 S. 44 erwiesen. Sehr verwandt 
ist die nächste Art der Scenenbildung, welche in der Gegenüber- 
stellung e'n-.elno'r gjläu;iger Typen zu einer Art Handlung besteht. 



MIT SCHWARZEN FIGUREN 



179 



So ist auf N'' 12 und 13 durch das Einschieben eines schrei- 
tenden Mannes mit Löwenhaut und Schwert in den Thierstreifen 
eine Heraklesthat dargestellt ; 
man würde sehr irren, wenn 
man annähme, dass der Vasen- 
maler eine andere als die ge- 
wöhnliche Version des Kampfes 
habe darstellen wollen. Er 
wollte den Kampf durch blosse 
Parataxe zweier geläufigen Fi- 
guren schildern und war daher 
genöthigt, Herakles schon pro- 
leptisch durch die Löwenhaut 
zu kennzeichnen. Aehnlich ist 
die münchener Hydravase N" 5 
zu beurtheilen ; auch der knie- 
ende Bogenschütz und der Ken- 
taur auf N** 6 gehören zu den 
allerältesten Scenen (Löschcke 
a. a. 0. p. 42). In NM? 
und 19 ist der Versuch ge- 
macht, menschliche Figuren in 
den Thierstreif zu verflechten, 
ohne dass eine klar fassbare 
Handlung ausgedrückt ist. Die- 
selben Anfänge der Scenenbil- 
dung wie auf unseren Vasen 
finden sich auf den von Lösch, 
cke herangezogenen Gefässen 
aus rothem Thon mit eingfe- 
presster Verzierung. Ein Teller 
aus Caere in Parma z. B. zeigl: 
den beistehenden Thierstreif: 
nach 1. : kauernde Sphinx mit 
gehobener Tatze, Eber, Raul)- 
thier mit gehobener Tatze , 
weidendes Thier ; dem Eber 
gegenüber ein nackter Manu 




180 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 

mit eingelegter Lanze. Diese Verwandtschaft allein verbürgt für 
die Anfänge unserer Vasenclasse ein hohes Alter, denn die rothen 
Reliefgefässe reichen wahrscheinlich bis in das siebente Jahrhundert 
zurück. 

Die freier bewegten Darstellungen auf unseren Yasen werden 
dann w^ol auf fremden Einfluss zurückgehn, von welchem später 
zu handeln ist. 

unter der Hauptdarstellung des Schulterfeldes, welche auf den 
Oinochoen sich häufig im Charakter den ori:amentalen Streifen 
nihert , finden sich in der Kegel noch zwei Streifen. Sehr 
selten (so bei N° 4) fehlt ein Thierstreifen. Dieser pflegt so cha- 
rakteristisch zu sein, dass er allein unsere Vasenclasse von allen 
anderen entschieden genug sondern würde. Die Thiere sind mil; 
A iel Naturgefühl oft in bezeichnenden Bewegungen gezeichnet, ^i- 
gleich aber streng stilisiert. Anders wie auf korinthischen und von 
diesen abhängigen Vasen haben sie meist einen gedrungenen 
Körperbau und die Köpfe steil emporgerichtet oder herabgebeugt, 
so dass viele zur Füllung eines Streifens nöthig sind. Trotzdem 
sind Wiederholungen verhältnissmässig sehr selten. Zum Beispiel 
auf N" 1 wiederholt sich unter acht Thieren nur der Panther, und 
der in ganz veränderter Stellung. Die Kichtung der Thierstreifi n 
ist entweder von rechts nach links oder von zwei Seiten nach einer 
symmetrischen Gruppe convergierend : doch kommen solche Grup- 
pen auch innerhalb einheitlich gerichteter Streifen vor (N° 3). 
Meist finden sich diese Gruppen an einer für die Eintheilung des 
Gefässes wichtigen Stelle, so bei 2 und 3 unter den Henkeln. 

Zu trennen von den strengen stilisierten Streifen sind die 
naturalistischen Feldhuhnstreifen auf 10 (vgl. 7). Die nächste 
Analogie bietet die kyrenäische Vase Arch. Zeit. 1881 Tafel 10, 2, 
entferntere eine Vase unbekannter (ionischer) Fabrik (Gerhard 
A. V. III 185) und die monotonen aber sorgfältigen Thierstreifen 
rliodischer Vasen. 

Die gewöhnlichen Thierstreifen unserer Vasenclasse stehn in 
dar allgemeinen Anordnung jenen der korinthisclien und der von 
diesen abhängigen attischen Vasen am nächsten. Wie diese zeigen 
sie lieihen schreitender, seltener sitzender Thiere, welche mitunter 
durch eine wappenartige Gruppe in zwei Kichtungen getrennt wer- 
den. Die G/uppen kämpfende: Thiere, welche den chalkidi^:chtn 



MIT SCHWARZEN FIGUREN. 181 

und ältesten attischen Vasen eigen sind ('), sind unseren Vasen 
fremd. An wappenartigen Gruppen kommen vor : die Panther wel- 
che in einen gemeinsamen Kopf endigen (N" 3 und N° 10), die 
Hähne zu beiden Seiten eines Ornaments (N° 1 und 2), die Sphingen 
mit umgewendetem Kopfe (N° 6). Für die Panthergruppe findet 
sich eine Analogie auf einem in Khodos gefundenen Aryballos ko- 
rinthischer Art, auf welchem zwei Vögel dargestellt sind, welche in 
einen gemeinsamen Pantherkopf endigen (Salzmann, Necropole de 
Camirus pl. 41). Die beiden anderen Gruppen finden sich sowohl 
auf korinthischen wie auf chalkidischen Gefässen häufig. Letzterem 
eigenthümlich ist die Darstellung der Thiere mit umgewendetem 
Kopfe. Da auch diese Gruppen jedenfalls aus dem Osten stammen {-), 
so lässt sich aus dem gemeinsamen Vorkommen auf verschiedenen 
Vasenclassen auf eine Abhängigkeit derselben unter einander nicht 
schliessen. 

Wenn nun auch die allgemeine Anordnung der Thierstreifen 
auf unseren Vasen mit jener der korinthischen Vasen übereinstimmt, 
so unterscheiden sie sich doch wesentlich in der Auswahl und sehr 
vortheilhaft in der Ausführung. Von den Lieblingsgestalten der ko- 
rinthischen Vasen sind der Steinbock und die kauernde Sphinx seiter, 
von denen der attischen Vasen der Widder und die Sirene. Wich- 
tiger sind die im Vergleich zu jenen Vasen bevorzugten Typen. 

(1) Dass diese Gruppen ursprünglich im Osten zu Hause sind, zeigt der 
Arcliitrav von Assos ; dass sie von tieferer Bedeutsamkeit zum Ornament her- 
abgesunken sind, hat Usener, de Iliadis carmine quodam Phocaico p. 8 p. 44, 
erwiesen. Auf attischen Vasen sind sie sehr früh durch korinthischen Einflus 
verdrängt worden ; ausser der Franfoisvase zeigt sie die Oinochoe des Kolchos 
Gerhard A. V. 11 122. 123 und die Vase Mus. Greg. II 28, 2, deren Xevfci-- 
tiger aus Opposition gegen den korinthischen Einfluss sogar auf die Dipylon- 
decoration zurückgreift. Dazu würde noch die Dreifussvase aus Tanagra Arch. 
Zeit. 1881 Taf. 3 kommen, wenn deren attischer Ursprung sicher wäre. Vor- 
läufig scheint es mir gerathener, die Möglichkeit tanagräischer Fabrikaiion 
im Auge zu behalten. Während die caeretaner Hydrien die Thierstreifen 
so sehr meiden, dass mitunter an ihrer Stelle ein leerer Streifen erscheint, 
findet sich einmal als selbständiges Schulterbild ein hundeartig gebildeter 
Löwe der einen Stier von vorn in den Nacken beisst, ganz ähnlich wie auf 
der Franfüisvase, auf einem Gefäss der Sammlung Falcioni in Viterbo. 

(2) Vergleiche das Löwenthor mit seinen phrygischen Parallelen und die 
kyprischen Silberschalen. Auch der dem rhodischen verwandte Stil, welcher die 
auf die Dipylonvasen folgenden attischen Gefässe beeinflusst hat, kannte jene 
Gruppen (vgl. Jahrbuch II Taf. 3), während sie dem rhodischen fremd sind. 



182 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 

Ganz alleinstehend ist auf N° 1 der Acheloos ; der Hirsch, welcher 
schon auf alten korinthischen Vasen selten ist, erscheint wieder- 
holt in naturgetreuer Bildung, am charakteristischsten jedoch ist 
der schön stilisierte Greif. Der Greif ist stets schreitend gebildet, 
hat grosse Ohren und den Schnabel geöffnet, aber keinen Aufsatz 
darauf. Es ist dies der Typus der roththonigen Reliefgefässe (ver- 
gleiche Löschcke, Arch. Zeit. 1881 S. 41 Anra. 36). Auf N° 10 
erscheint ausser dem gewöhnlichen Tj^pus noch ein ungeflügelter 
Greif mit kurzen Ohren und Nackeukamm, welcher abgesehn von 
den fehlenden Flügeln dem Typus der Inselsteine nahekommt. 
Auffällig ist, dass der thierische Körper der Sphinx auf N° 3 deut- 
lich als männlich charakterisiert ist, während der Kopf weiblich 
ist. Die Bildung der Flügel bei diesen Phantasiegeschöpfen schwankt 
noch. Während zum Beispiel auf N" 3 die schöne Abrundung der 
Spitzen schon durchgeführt ist, hat auf N** 1 die Sphinx alter- 
tümlich gestreckte Flügel neben den gerundeten des Greifen; auf 
NM 5 haben Sphingen wie Greifen gestreckte Flügel. Die jüngste 
Form scheint der geknickte Flügel zu sein. 

Der Thierstreifen pflegt sich unmittelbar unter der Schulter- 
darstellung zu befinden, wenn der zweite Ornamentstreifen erheb- 
lich untergeordnet ist, wie auf N° 1 die Blätterkante, auf N° 2 
das Punktnetz. Meist ist der Thierstreifen aber mit einem anderen 
Ornamenstreifen verbunden, welcher dann die oberste Stelle ein- 
nimmt. Es ist dies das zweite sichere Kennzeichen unserer Vasen, 
das reiche Maeandermuster mit Sternrosetten. Ein einfacheres 
Maeandcrband erscheint nur auf späteren flüchtigeren Exemplaren 
wie N" 12 und 13; gewöhnlich ist es, wie bei N" 3 und 8, ein 
Muster aus einzelnen Maeandermotiven, welche sich durch zwei 
Zonen erstrecken, deren Zwischenräume durch Sternrosetten gefüllt 
sind. Häufig sind bei diesem Muster drei Farben verwendet. Das- 
selbe hat mit dem Maeanderband geometrischer und rhodischer 
Vasen sowie orientalischen Goldschmucks des Typus Regulini-Ga- 
lassi nichts zu thun ; es ist von äg^'ptischen Vorbildern zunächst 
in die griechische Architektur (z. B. Benndorf, Metopen v. Seli- 
nunt Tafel 2) und Gewandverzierung eingedrungen. Vom Fuss nach 
den untersten Streifen pflegt sich das Kelchoiuameut aus spitzen 
Blättern zu erheben, welches allen Vasenstilen mit schwarzen Fi- 
guren gemeinsam ist. 



MIT srUWAIl'.KN FIGUREN. 183 

Diese Analyse der Haiiptforraen der Decoration hat hoffentlich 
die Berechtigung ergeben, unsere Vasen zusammenzufassen und den 
anderen früharchaischen Classen zu coordinieren. Im einzelnen 
zeigen aber dieselben soviel eigentümliches, dass eine umfassendere 
Publication als ein dringendes Bedürfniss bezeichnet werden muss. 
Ich habe die Oinochoen nur nebensächlich berücksichtigen binnen, 
da zu wenige in Abbildungen zugänglich sind. 

Ehe wir zur Analj^se der Darstellungen schreiten, wird es 
zweckmässig sein, in der Decoration die Berührungen mit anderen 
Yasenclassen zusammenzustellen, soweit dies noch nicht geschehn ist. 

Nur zweimal, bei N° 4 und 5, erscheint das auf korinthischen, 
chalkidischen und attischen Vasen gewöhnlichste Ornament, Pal- 
mette und Lotos gegenständig. Es leuchet ein, dass bei N° 4 das 
Ornament an dieser Stelle nicht ursprünglich ist, sondern den Thier- 
streif verdrängt hat. Wo sonst Palmetten- und Lotosmotive er- 
scheinen, sind sie abwechselnd zu einem einfachen Bande ange- 
ordnet; es ist dies die ständige Decoration der caeretaner Hydrien. 

Weitere Berührimgen mit dieser Vasenclasse sind die natura- 
listischen Blattkanten (welche sich allerdings auch auf jüngeren 
rhodischen Vasen finden), das Kreuzornament auf den Henkel- 
scheibchen von N° 15, die Vorliebe für Buntheit und, um dies 
vorwegzunehmen, für Beflügelung an den Hüften, sowie die unter- 
schiedslose Zeichnung des Auges bei Männern und Frauen. Von 
Korinth entlehnt ist wahrscheinlich das Punktnetz auf N° 2. An 
die kyrenaeischen Vasen erinnert die Zubereitung des Grmides, der 
Granatapfelfries auf N" 18, die gedrungene Palraette unter dem 
Henkel von N° 2, die Palmettenranken welche aus dem Haupt der 
Sphinx herauswachsen auf N° 1. Auch dieses Motiv erklärt sich, 
wie die anderen Uebereinstimmungen, zum Theil aus dem engen 
Anschluss an Metallvorbilder (Vgl. Petersen, Ath. Mittheilimgeu 
XI S. 376). 

Des Vogelfrieses ward schon gedacht. Unter den Darstellungen 
hatten wir die rein parataktisch componierten als die ursprüngli- 
chen erkannt, und demgemäss vorangestellt. Aber selbst unter 
diesen sondert sich schon N° 4 als korinthisch beeinflusst aus. 

Abgesehn von dem Ornament sind die ausgelassenen Gesellen, 
welche auch auf N° 15 wiederkehren, von korinthischen Vasen gut 
bekannt. Es ist bemerkenswerth, dass dieselben auf N" 4 mit der 



184 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 

Nebris bekleidet sind. Sie vertreten auf korinthischen Vasen die 
Stelle der Satyrn und sind von diesen auch auf die kyrenaeischen 
Vasen übergegangen ('). 

Man könnte ja auch an eine geraeinsame Quelle dieser Dar- 
stellung: für die korinthischen und die anderen Vasen denken. Da- 
gegen spricht aber wenigstens bei N° 4 die Form der mitabgebil- 
deten Gefässe, welche korinthisch ist. 

Für andere Darstellungen lassen sich attische Vorbilder nach- 
weisen. Die Vorlage für das Parisurtheil auf N° 8 ist vielleicht 
erhalten in der frühattischen Vase, welche bei Lau Tafel VIII 1 
zur Hälfte abgebildet ist. Der Greif mit dem Kervkeion ist sinnlos 
hinzugefügt, ein Ueberrest des alten parataktischen Verfahrens. 
Die Tötung des Tityos auf N" 9 dürfte gleichfalls auf attische 
Vorbilder ziirückgehn, wenn solche auch nicht nachweisbar sind. 
Für hohes Alter spricht das geflügelte Gespann. Abhängig von 
einem Vorbild wie unsere Vase ist das sehr ähnliche Bucchero- 
relief bei Micali, Mon. ined. 34, 2. Für die merkwürdige Daemonen- 
versammhmg endlich auf N" 9, 11 und 15 gibt es Vorbilder auf 
attischen Schalen, welche in Boeotien vielfach gefunden werden; 
verwandt sind auch gewisse Amphoren aus der Manieristenschule, 
welche sich an Exekias anschliesst z. B. Gerhard A. V. II 117, 
118, 3. Unbenennbare Flügelwesen spielen auch hier eine grosse 
KoUe. Vergleiche auch die ältere attische Vase Mus. Greg. II 31, 2. 

Keine sichere Deutung habe ich für den Zweikampf zwischen 
Athena und Herakles auf N° 10; der Kessel mit Schlangenprotomen 
kehrt auf N° 7 beim Kampfe des Theseus mit dem Minotauros 
wieder, wo er gleichfalls schwer verständlich ist. 

Die übrigen Darstellungen mit ihrer parataktischen Composi- 
tion darf man nicht zu scharf interpretieren. Man würde vielleicht 
schon zu weit gehn, wenn man die schreitenden und disputierenden 
]\Iänner mit Stäben auf N° 1 für Buleuten oder Kichter erklärte. 
Der merkwürdige Stab kehrt nicht nur auf N*^ 8, sondern auch in 



(•) Auf den attischen Vasen haben diese korinthischen Vorbilder die Si- 
Icne um ihren l'ferdefuss gebracht. Derselbe erscheint nach der Fran^oisvase 
nur noch sporadisch, z. B. Gerhard A. V. I 52. Schon Ergotimos ist stark ko- 
rinthisch beeinflusst. Auf der Tasse bei Gerhard A. V. ITI 238 erscheint neben 
einer korinthischen Zechcrscene der Silcn inenschenfüssig. 



MIT SCHWARZEN FIGUREN. 18 



■>.) 



der Hand des sogenannten Agamemnon der Dodwellvase wieder. 
Offenbar in mythisches Gebiet versetzt uns die Darstellung auf 
N° 2. Drei Männer, aus deren Gesäss ein gewaltiger Fischleib 
wächst, eilen erfreut vier ebenso freudig erregten Frauen entgegen. 
Es sind offenbar Tiitonen und Nereiden, welche hier etwa die 
Stelle von Silenen und Nymphen vertreten. Neu ist die Bildung 
der Tritonen, neben welcher auf N" 17 ein Triton der gewöhnli- 
chen Bildung vorkommt. Man könnte den menschenbeinigen Triton 
für eine griechische Neubildung halten, analog dem menschen- 
beinigen Kentauren ('); möglich ist aber auch, dass diese Bildung 
ebenso wie die andere auf assyrische Vorbilder zurückgeht, näm- 
lich den Mann, welcher eine Fischhaut wie einen Mantel trägt. 
Assyrische Beispiele für beide Bildungen bei Layard, Nineveh und 
Babvlon übers, von Zenker, Tafel VI C. G. H. J. 

Wie hier so kann auch bei dem Mannstier auf N° 1 directer 
babylonischer Einfluss vorliegen. Man könnte sonst versucht sein, 
aus dieser Figur eine locale Bestimmung abzuleiten, da die:e Bil- 
dung des Flussgottes in Unteritalien und Sicilien besonders ver- 
breitet ist. Im allgemeinen sind mir selbständige archaische Vasen- 
classen mit Figuren in Sicilien und Unteritalien wenig wahr- 
scheinlich. Zwei Stile in der Hauptsache brachten die italischen 
Griechen mit: einen geometrischen (der im Typus älter ist als 
der entwickelte Dipylonstil) und den sogenannten protokorinthi- 
schen. Diese Stile behielten sie bei, ohne dem Import vom Mutter- 
lande selbständige Concurrenz zu machen, bis unter attischem 
Einüuss im vierten Jahrhundert die apulischo Vasenmalerei ent- 
stand. Für diesen Sachverhalt spricht das Vorkommen ganz junger 
Motive, wie des Kymations, auf italisch geometrischen Vasen. 

Manche Absonderlichkeiten zeigt die im allgemeinen ionische 
Tracht ; aber auch aus diesen ist eine locale Bestimmung nicht 
herzuleiten. Gegen den griechischen Ursprung unserer Vasen spricht 
in der Tracht nichts. Namentlich ist die spitze Haube der Frauen 
keineswegs ausschliesslich etruskisch. Sie ist einfach eine Form 
des Pilos, welcher, wie schon aus dem Namen hervorgeht, ebenso 
zur indogermanischen Urtracht gehört, wie eine ähnliche Kopfbe- 

(') Eine Vermcnschlichuiig der SireneiibiMung findet sich auf N° 11, 
ein Vogelleib mit menschlichem Oberkörper und Armen. 

12 



186 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 

deckiing bei den Semiten uralt sein mag (i). Für das Alter unserer 
Vasenclasse spricht es wieder, dass nur erst auf einigen Exempla- 
ren primitive Versuche die Falten anzugeben gemacht werden 
(z. B. auf N° 9 u. 10). 

Eine Vermuthung über den Entstehungsort unserer Vasen lässt 
sich am ehesten an N° 3 anknüpfen, wenn man bedenkt, dass trotz 
der parataktischen Composition hier eine Art realistischer Schilde- 
rung aus dem Leben vorliegt, ein Kampf zwischen Griechen und 
Barbaren (-). Das Barbarenvolk erscheint als eines, welches mit 
seinen Pferden so verwachsen ist, dass es der Zügel nicht bedarf. 
Das Fliehen ist hier nicht Folge einer Niederlage, sondern gefähr- 
liche Taktik, den Gegner zu zerstreun; auf die vereinzelten Ver- 
folger werden die verderblichen Pfeile abgesandt. Auch die Helle- 
nen scheinen auf diese Kampfesart besonders gerüstet. Zum Zweck 
grösserer Beweglichkeit tragen sie weder Panzer noch Schwert; nur 
Kopf und Beine sind gegen die Pfeile der Barbaren mit Erz ge- 
schirmt; die einzige Watte ist ein leichter Wurfspeer. Nach der 
Tracht könnte man zunächst geneigt sein, die dargestellten Bar- 
baren in Kleinasien zu suchen, doch wird man bald finden, dass 
sich hier genau entsprechendes nicht findet. Die Hettiter, welche 
gleichfalls spitze Mützen tragen, sind um diese Zeit längst von 
anderen Völkerbildungen aufgesogen, bei den Persern durfte nur 
der König die Tiara steif tragen, die Lj-der werden von Mimnermos 
zwar IrrTTÖiiaxor genannt, sind aber in dem sechsten Jahrhundert 
in der Bewaffnung bereits hellenisiert (vgl. Herodot VII 74). 
Ueb:rhaupt findet sich im Heergefolge des Xerxes keine asiatische 

(') Der Pilos erscheint nicht nur in Cj'pern und an einer tiryniher 
Bronze, sondern überall an den ältesten figürlichen Darstellungen in Griechen- 
land. Wie die olympischen Wagenlenker aus Bronze trägt ihn ein Wagen- 
lenker aus Terracotta aus «inem Dipylongrah in Wien und die ältesten Terra- 
cotten aus Tanagra. Bei Polyaen Strat. 4, 14 gehört zur zurückgebliebenen 
peloponnesischen Tracht der 7ithji 'jQxaö^xös. Auch in Italien wird daher der 
pileus wol die ursprüngliche, für den Cultus beibehaltene Tracht sein, sonst 
würde dafür wohl ein Fremdwort erscheinen. Als Heibig über den pileus 
schrieb (Münchener Sitzungsberichte 1880 S. 527 ff.), waren die ältesten grie- 
chischen Funde noch nicht bekannt. 

(2) Der Gedanke an Amazonen ist ausgeschlossen, da sich an den nackten 
Körpcrtheilen keine Spur von Weiss findet und das Weiss auf dieser Vase 
sonst gut erhalten ist. 



MIT SCHWARZEN FiaUREN. 187 

Völkerschaft, deren Tracht der unserer Vasen entspräche. Um so 
genauer entspricht die Tracht der Skythen. Herodot VII 64: 
JScixai öi Ol ^xvOai tt^qI fitv ri^ai xi-ifiaXr^ai xvQßacJiag eg 
o^v aTriytitrag ogO^clg fi^or rceni^yvictg, civa^VQi'Sug ^i 
h'dadvxeüar, rö^cc dt iiri'/^u'iQia xal ty^^fiofSia, ngog dt xal d^tvag 
auyäqtg ei'xor. Ob die Barbaren unserer Vase enganliegende Hosen 
tragen oder nicht, lässt sich nicht entscheiden. Auch wenn letzteres 
anzunehmen wäre, so würde die Kopftracht doch entschieden als 
skythische anzusprechen sein. Sie erschien den Persern so charakte- 
ristisch, dass ein Theil der Skythen auf den Inschriften des Da- 
reios die spitzmützigen heiszt (vgl. Eduard Meyer, Gesch. d. 
Alterth. I S. 515). Dass die Barbaren auf dem Vasenbild sich nur 
der Hauptwafte bedienen, kann nicht Wunder nehmen. Auch die 
Aehnlichkeit mit Amazonen findet jetzt ihre volle Erklärung, da 
die Amazonen schon früh in Athen als skythisches Volk darge- 
stellt wurden (vergleiche den Anhang). Vollkommen skythisch ist 
die Kampfweise. Aus Herodot ist bekannt, in welche Gefahr Da- 
reios durch die beständige Flucht der Skythen gerieth ('). Dass 
der Pfeil ihre Hauptwaife ist, geht aus den Geschenken hervor, 
welche sie an Dareios schicken (Herodot IV 131) (-). Auch die 
Form des Bogens ist skythisch, obwohl sie in alter Zeit auch bei 
griechischen Bogenschützen vorkommt. Es sind zwei elastische 
Krümmungen, welche in der Mitte durch einen geraden Steg ver- 
bunden sind (3). Speciell skythisch ist die Art des Schiessens, wie 
sie auf unsrer Vase dargestellt ist; dass die Skythen beim Schiessen 
dem Gegner die Seite und nicht die Brust boten, bezeugt schol. 
II. 323 rorg /itr Kgi^iug tr^r vtvgciv tXxtiv trri lor fiacfTor. . 
(wie alle Griechen auf archaischen Kunstwerken) to)i 2xv[hon' 
ovx tiTi tov {xaOtov all' eirl rov ohiov tXxömor. 

Dass sich unsere Vasen bis jetzt nur in Italien gefunden ha- 
ben, ist nicht wunderbarer als der gleiche Umstand bei den chal- 
kidischen und bis vor Kurzem bei den kvrenaeischen. Natürlich 



(1) Vgl. auch Plato Laches p. 191 : "ilaneg nov xid Ixv9(a Xsyovxca ovx 
r'jTTOi' (pevyouTeg ?'] Jiojy.oiTS'; itcc^eafiai. 

(■^) Vgl. auch Xenoi)hon mein. III 9, 3. 

(3) Von Ammian XXII 8, 37 wird diese Form ausschliesslich Parihern 
und Skyihen zugeschrieben. 



188 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 

liat irgend ein grösseres Handelscentruni, wie Korinth oder Phokaea, 
den Export vermittelt. 

Dass unsere Vasen im ganzen den korinthischen Vasen näher 
stehn als den uns bekannten ionischen Gruppen, würde kaum 
gegen eine pontische Fabrik sprechen, wenn eine solche aus anderen 
Gründen anzunehmen wäre. Manche Eigentümlichkeiten würden 
weniger befremden bei einer Fabrik an der Peripherie des Grie- 
chentums. So könnte z. B. die Kopfbedeckung der Frauen theils 
durch die Kälte theils durch die Nachbarschaft der Barbaren 
mitveranlasst sein ; denn obwohl sie urgriechisch ist, so ist sie 
doch im eigentlichen Hellas früh abgekommen. 

Dio Chrjsostomos beschreibt die Tracht des BoiTstheniten 
Kallistratos als skythisch (or. 36 p. 77 R.). In diesem Falle liegt 
offenbar Anbequemung an das Klima vor. nicht Barbarisierung ; 
denn die BoiTstheniten lebten mit den Skythen in bitterster Feind- 
schaft. Noch zu Dions Zeit trugen sie Bart und Haar lang, nach 
homerischer Sitte, wie Dion hinzufügt (p. 81 R.). 

Wem es indess misslich scheint, aus der Deutung einer Vase 
auf die Herkunft einer ganzen Classe zu schliessen, dem gestehe 
ich die Unsicherheit dieses Verfahrens gern zu ; es könnte auch 
später nöthig werden, mehrere verwandte Gruppen zu scheiden, 
vorläufig aber schien mir die Zusammenfassung einer Anzahl wenig 
beachteter Gefässe mit vielen gemeinsamen Eigentümlichkeiten 
r"chtiger, als die Scheidung nach einem speciellen Motiv, z. B. dem 
Maeanderornament oder rein parataktischer Composition, da die 
Grenzen der einzelnen Gruppen doch fliessende gewesen sein 
Avürden. 

Für die italische Handelsgeschichte würde die Frage aufzu- 
werfen sein, ob in unseren Vasen endlich ein Symptom des wohl- 
bezeugten phokaeischen Handels vorliegt. Die Frage ist noch nicht 
spruchreif. Ich neige mehr zu der Ansicht, dass der phokaeische 
Handel vertreten wird durch eine Typik, welche theils als etrus- 
kisch theils als phönikisch angesehn zu werden pflegt, etwa die 
Vorbilder der Bucchero-Gefässe oder den Stil des Goldrchmucks 
Kegulini-Galassi. Definitiven Aufschluss hierüber können nur lydi- 
sche und marseiller Funde geben. Die archaisch griechischen Ge- 
fässclassen, das heisst die korinthischen Vasen, die caeretaner 
Hydrien und unsere Gruppe, werden wol die Syrakusaner importiert 



MIT SCHWARZEN FIGUREN. 189 

haben, während Athen den Handel von Anfang an selbst in die 
Hand nahm. 

ANHANG. 

Skythen und Perser auf altattischen Vasen. 

In der attischen Kunst wurde die sk3thische Tracht typisch 
für alle Bogenschützen, Griechen wie Barbaren. Jedenfalls geht 
den attischen Ansiedlungen in Sigeion und Thrakien ein längerer 
Verkehr mit dem Norden voraus. Wenn schon auf der Franyoisvase 
neben den ersten griechischen Heroen die Bogenschützen Toxaniis 
imd Kimmerios erscheinen, so genügt die Annalime frühen Haii- 
djlsverkehrs (') zur Erklärung dieser aulfälligen Erscheinung niclit. 
Kimmerios ist die griechische Bezeichnung für einen Sklaven 
aus jener Gegend, Toxamis klingt echt skjthisch, die Darstellung 
der Tracht zeugt von Autopsie. Die Franfoisvase setzt die Existenz 
der skythischen Scharwache schon voraus, es ist ein Scherz, wenn 
Klitias zwei seiner barbarischen Freunde dem Meleager und Pe- 
leus an die Seite stellt. Da der Kerameikos ein etwas unsolides 
Stadtviertel war, so waren gewiss Töpfer und Polizisten mit einan- 
der wol bekannt ; vielleicht vertauschte der Vasen maier Skythes 
erst spät den Bogen mit der Töpferscheibe. 

Bei Gerhard A. V. III 192 kämpfen Hektor und Diomedes 
über dem verwundeten Skythes, eine naive Uebertragung attischer 
Verhältnisse auf troische, wenn nicht, wie Jahn a. a. 0. S. CXIX 
Anm. 865 will, der Volksname die Waffengattung bezeichnet. 

Wenn auf den Vasenbildern um die Mitte des VI. Jahrhunderts 
in den Amazonendarstellungen die Hoplitenrüstung skythischer 
weicht, so beweist dies, dass die pontische Pragmatisierung der 
Sage, wie sie Herodot IV 111 if. erzählt, schon damals in Athen 
Glauben fand. 

Leider lässt sich ein sicheres chronologisches Kriterion hier- 
aus nicht gewinnen, da die ältere Tracht neben der jüngeren fort- 
besteht. Bei i^erhard A. V. III 166 sind wol.. eher Perser als 
Skythen dargestellt, wenigstens passt zu diesen besser der lange 
Bart und die gebogene Nase; auch die Form d..s Bogens ist un- 
skythisch. 



(') Jcilm, Va3e:isi:n:aVanj König Ludsvlga S. CTJV. 



190 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN 

Merkwürdig sind die Linneupanzer mit Fransen und die an- 
scheinend aus Pantherfellen gefertigten Kopfbedeckungen. Diese 
Eigentümlichkeiten geben kein treues Bild persischer Tracht, son- 
dern führen vielmehr auf den Verfertiger der Vase. Für die Vasen 
des VI. Jahrhunderts hat Studniczka (') überzeugend nachgewiesen, 
dass das Vorkommen von Fransen stets auf afrikanische Bezie- 
liungen der Verfertiger schliessen lässt. Vergleichen wir mm den 
Barbarenkampf unserer Schale mit der fragmentierten Amazono- 
machie bei Duo de Luynes, Vases pl. 44, so lässt sich aus stili- 
stischen Gründen schwer die Vermuthung abweisen, dass beide 
Schalen von derselben Hand herrühren, da selbst so auffallende 
Einzelheiten wie der Pantherhelm wiederkehren. Nun ist aber der 
Amazonenkampf von dem jüngeren Amasis gemalt, der wol eher 
der Sohn als der Enkel des älteren ist. Dieser hätte dann einige 
p]igentümlichkeiten der Tracht von seinem Vater angenommen (-) 
oder selbst noch in Afrika kennen gelernt. Für letztere Annahme 
spricht die Pantherkappe. Nach Herodot VII 66 waren die 
Aethiopen in Panther- und Löwenfelle gekleidet. Zeitlich mag 
die Vase den Perserkriegen nahestehn, wie denn die Vasenbilder 
mit historischen Darstellungen überhaupt eine eng geschlossene 
Gruppe bilden. Die schöne Vase des Museo Gregoriano II 4, 2 
zeigt den Grosskönig in vornehmer Friedenstracht Abschied neh- 
mend. Die Stimmung ist dieselbe wie in Aischvlos Persern, 
auch die Entstehungszeit muss nahe liegen. Jünger ist die Vase 
des Xenophantos im Compte rendu 1866 pl. 139. Sie ist entschieden 
die beste Quelle für persische Tracht. Dass Xenophantos am Pontos 



(1) 'Ecptifi. uQxaiol. 188G Sp. 127. 

(-) Auf der Vulcenter Schale Duc de Luynes, Vases jil. 1 tragen zwei 
skytliische Krieger einen gefransten Chiton. Dem Stile nach könnte auch diese 
Schale vom älteren Araasis gemacht sein. Doch werden die Fransen wol auch 
von anderen Malern zur Charakterisierung fremder Tracht verwandt. So trägt 
der Hippalektryonreiter Annali d. Inst. 1874 tav. F einen thrakischen Mantel 
mit Fransen, auch die Chlaina des Hipparch Arch. Zeit. 1883 Tafel 12 soll wol 
einen fremdartigen Eindruck machen. Vielleicht ist ein linnenes Pharos ge- 
meint (vgl. Studniczka, Beitr. z. Gesch. d. altgr. Tracht S. 87 ff.). Dass das 
Vasenhild Mus. Greg. II 3 (unten) dem älteren Amasis gehört, würde auch 
ohne den Fransenmantel der Vergleich mit den bezeichneten Amasis bei Luynes, 
Vases 2 u. 3 (andere Publicationen bei Klein, Meistorsignaturen S. ■'13) lehren. 



MIT SCHWARZEN FIGUREN. 191 

selbst gearbeitet habe, möchte ich aus dem Greifen mit gehörntem 
Löwenkopf schliessen, welcher auf den Münzen von Pantikapaion 
wiederkehrt. Deshalb setzt er seinem Namen auch 'AO^ip^atog hinzu. 
Auf späteren Vasen dringen auch in die Amazonentracht persische 
Elemente. 



Giessen 26. Juni 1887. 



Ferdinand Düemmler. 



Nachtrag ::ii Seile 171 ff. 

Durch Böhlaus Freundlichkeit bin ich in der Lage, den auf 
S. 171 ff. behandelten Gefässen fünf weitere Exemplare aus Würzburg 
hinzuzufügen. 

I. N'^ 84. (Verzeichniss der Antikensammlung der Universität 
Würzburg, 3. Heft, Wagner-Programm von L. Urlichs). Amphora. 
Mündun«: vielleicht modern. Am Halse drei nach 1. schreitendj 
nackte Jünijlinore, die r. Hand erhoben ; zwischen ihnen Wasser- 
Vögel nach 1. Auf den Schulterfeldern je zwei Kentauren nach 1. 
schreitend und das Vordertheil eines dritten. Sie haben Pferdebeine 
und sind bärtig bis auf einen ; über der Schulter tragen sie Aeste ; 
rothes Haar mit weisser Binde, nur der mittelste auf einer Seite 
waisshaarig. Zwischen ihren Beinen Wasservögel nach rechts. Darun- 
ter Thierstreif. Unter den Henkeln je zwei Löwen mit erhobener 
Tatze und umgewandtem Kopfe um ein Palmettenornament, da- 
zwischen Sphinx und Löwe nach links schreitend. Dann Netz aus 
weissen Punkten, in den Maschen rothe Kreuze ; am Fuss Strahlen. 

IL N" 80. Amphora. Am Ausguss Punktnetz. Am Halse Fries 
aus Voluten und Palmetten nach beiden Seiten ; darunter nach 
oben gerichtete herzförmige Blätter ; dazwischen Kreuze. Auf den 
S3hulterfelderu je vier laugbärfcige Silene mit Pferdehufen und 
-schwänzen, zum Theil mit Nebris bekleidet, sehr ausgelassen. Dann 
Ornamentstreif: Voluten mit Palmetten nach unten gerichtet, Vo- 
luten mit Palmetfcen und herzförmigen Blättern nach oben und 
Lotosblüten nach unten. Darunter Thierstreif nach 1. : Stier, um- 
schauender auf einem Beine stehender Vogel nach r., nach 1. Si- 
rene mit ausgebreiteten Flügeln, weidender Steinbock, Panther mit 
erhobDner Tatze, weidender Hirsch. Am Fuss Strahlen. 



192 UEBER EINE CLASSE GRIECHISCHER VASEN eCC. 

IIL N" 79. Amphora. Am Halse beiderseits zwei ithyphallische 
Tänzer, drei davon mit einem merkwürdigen Schurz bekleidet ; am 
Boden wachsen Banken. Schulterbild: Frau mit hoher Haube nach r., 
mit der L. hebt sie den Chiton mit gesticktem Mittelstreif; Jüngling 
mit vier Flügeln an den Hüften nach r. , je zwei Flügel an den 
Füssen ; bärtiger Mann nach r. in kurzem, weissem Chiton und 
kurzem Himation, die r. Hand in die Hüfte gestemmt, in der L. 
Blume haltend. Hinter ihm Schwan, vor ihm nach 1. Hahn mit 
Menschenkopf und Armen. Kückseite : drei Jünglinge, einer lau- 
fend, einer mit Stab und Kranz ; auf dem Boden Ranken. Darunter 
Thierstreif nach 1. : Seepferd, Sphinx mit ausgebreiteten Flügeln, 
Panther, Greif mit erhobenen Flügeln, Löwe, Panther, Sphinx, 
Panther, Greif. Darunter Lotos und Palmetten einseitig abwech- 
selnd nach oben; am Fusse Strahlen. 

IV. N' 36. Oinochoe mit einfachem Henkel ohne Scheiben. 
Auf der Schulter vorn: Weibliclier Kopf im Profil nach 1., Schwan 
über einer Ranke nach 1. fliegend, Schwan nach r. fliegend dar- 
unter Maeander mit schrägen Kreuzen; am Fuss Strahlen mit 
Kreuzen in den Zwischenräumen. 

V. N° 40. Oinochoe mit zweistabigem Henkel ohne Scheiben. 
Auf der Schulter abwärts gerichtete Strahlen mit Kreuzen in dea 
Zwischenräumen, dann brauner Streifen, darunter Maeander mit 
Sternrosetten; am Fuss einfache Strahlen. 

Das wichtigste, das diese Vasen zu den bisher behandelten 
hinzubringen, ist die ionische Gestalt der Silene, welche hier wol 
ebenso wie in der attischen Kunst die ursprüngliche ist. Auch 
hier ist die Syntax der Ornamente wieder eine so mannichfaltige 
und eigentümliche, dass nur Abbildung eine genügende Vor- 



stellung zu geben vermag. 



F. D. 



CONSIDERAZIONl S\]LL' AFS GRA VE ETßüSCO. 



Fino a pochi aiini fa era opiuione accreditata fra i •numisina- 
tici che gli Etruschi fossero stati gli ultimi fra i popoli deU'Italia 
centrale ad adottare per moneta il sistema dell' aes grave fiiso e 
che l'avessero copiato dai vicini Umbri o dai Latini, opinione che 
si basava imicamente suirinferioritä del peso degli assi etruschi 
iu coüfronto di quelli umbri, latini e romani. 

Confesso il vero che io non ero rimasto mai convintD dalla 
sola ragione del peso. Gli assi etruschi hanno uu carattere piii 
semplice e primitivo degli altri : essi non ci rappresentano che 
dögli oggetti simbolici, a diit'erenza specialmente di quelli latini, 
SU cui vediamo figurate delle divinitä in forme umane , oppure 
degli animali eseguiti con un' arte che si accosta alla perfezione. 
Inoltre la mancanza d'iscrizione sulle monete etrusche, eccettuaue 
quelle di Volterra, e un'altra prova döiranzianitä del loro tipo su 
quello delle altre. Non si puö dunque a meno di ammettere che 
nelle romane, nelle latine e nelle umbre vi sia un notevole pro- 
gresso, vuoi nell' arte, vuoi nello sviluppo delle idee, poiche e ca- 
ratteristica delle etä primitive di rappresentare con un oggetto, 
con un simbolo l'immagine di una divinitä o di un fatto complesso 
od astratto. Infatti nelle monete fuse primitive di Luceria nel quin- 
cunce e rappresentata una ruota in ambedue i lati, nel quadrunee 
abbiamo una clava nel diritto ed un fulmine nel rovescio, e nel 
triunce un delfino ed un astro; mentre nei pezzi corrispondenti 
coniati, nel quincunce la ruota fa riscoutro con la testa di Minerva, 
nel quadrunee la clava coU'Ercole e nel triunce il dellino col Net- 
tuno. E una prova che progredendo si e voluto sviluppare meglio 
quei simboli, accompagnandoli coUa immagine personificata della 
dlviniti che prima stavano a rappresentare da soll. 



194 CONSIDERAZIONI SÜLL AES GRAVE ETRÜSCO 

Mi pareva pertanto inainmissibile che gli Etruschi, i quali 
erano fra gli Italici il popolo piü, avanzato nella civiltä, avessero 
dato una forma cosi semplice, primitiva e seuza iscrizione alle loro 
monete, quando ne avessero preso il modello da altre serie piü 
perfette. 

II rinvenimento fatto a Corneto nel 1875 dell'asse coll'astro 
ripetuto nelle due facce, del peso di grammi 368, di tipo e stile 
indubbiaineute areaici etruschi ('), e della intera serie appartenente 
a quella cittä, coü a capo Tasse portantd nel diritto la parte an- 
teriore di cinghiale e nel rovescio il ferro di lancia (-), sciolse in 
parte la questione ; poiche non si puö piü ora dubitare che 1' Etruria 
meridionale non abbia avuto le sue serie particolari di aes grave, 
ed importante si e che queste sono di im peso superiore a quelle 
latine, umbre e romane. 

Rimaneva perö il fatto del peso in-^eriore degli assi dell'Etrurla 
centrale, i quali stanno suUe sei oncie, e che non si poteva spie- 
gare se non con due ipotesi: o che le cittä di tale regione aves- 
sero una libbra assai inferiore a quella degli altri popoli, o ch.v 
le serie conosciute non fossero se non una riduzione di altre pri- 
mitive piü pesanti, di cui non fossero arrivate tracce fino a noi. 
Quest' ultima mi sembrava la piü probabile, ma nessun esemplare 
era venuto a mia conoscenza per confermarla. 

II caso mi ha fatto venire ora in possesso di due pezzi rin- 
veuuti insieme a Chiusi, che a mio parere risolvono anche questa 
qiiestione. Uno e un triente coi soliti tipi della ruota da un lato 
e del cantaro dall'altro coi quattro globetti, ed il secondo e un'oncla 
cogli identici tipi senza alcun globetto. 

L' importanza di questi pezzi sta nel loro peso e modulo , 
poicha il triente pesa grammi 104 e corrisponde al modulo 15, e 



(1) Vt'di Garrucci, Ic monete deWItalia antica Tav. XL VI e LXX. 

(2j A proposilo della serie di Corneto mi pare utile notare che i pezzi 
che la compongono hanno ciaseuno un significato speciale che serve a colle- 
garli niirabihnente fra loro e che sembra sfuggito anche al P. Garrucci. L'asse 
coi cingliiale e la lancia parnii voglia indicare la caccia; il semisse coH'ariete 
e il bastone da pastore rappresenta la pastorizia; il triente colFastro, la luna 
e la ruota rappresenterebbe il firinaniento ; il quadrante coi dclfino e l'ancora 
non pu6 aver rapporto che coi niare; ed il sestante lia i siniboli propri del- 
ragricoltiira, cioe il giogo e l'aratro. 



CONSIDERAZIONI SÜLL A ES GHÄVE ETRUSCO 195 

l'oncia di moiulo 10 pesa grammi 37 e stauno pertanto iu rela- 
zione ad im asse libbrale di iindici once almeno. 

Nell'insieme lianno ambedue iiii carattere piü rozzo di quell i 
finora couosciiiti, e qiiiudi io non esito ad afferraare che essi ap- 
partengono ad ima serie primitiva etrusca veramente libbrale finora 
sconosciiita, della quäle la serie di sei oncie non e che una ridu- 
zione. 

Un'altra questioue perö si affaccia ora spontanea. Come mal 
r Etruria nieridiouale non ci ha dato che quei pochi esemplari 
delle serie piü pesanti primitive e non ce ne ha forniti mai delle 
serie ridotte, mentre al contrario 1' Etruria centrale ci da spesso 
pezzi delle serie ridotte e solo ora questi due di una serie vera- 
mente libbrale? Mi pare che anche a cio si possa dare una plausi- 
bile spiegazione. 

Koma durante il quarto secolo av. C. estese il suo domiuio 
SU quella parte dell' Etruria che era a lei piü prossima, e Veio , 
Capena , Cere , Tarquinia ecc. furono occupate dai Romani o ne 
riconobbero la supremazia e quindi dovettero cessare dall'emettere 
moneta autonoma ed accettare quella del vincitore ; da ciö la ra- 
ritä delle loro serie e la maucanza di riduzioni, le quali non 
poterono aver luogo. Le citcä invece situate piü neU'interno, come 
Volterra, Chiusi, Arezzo ecc. non caddero che assai piü tardi sotto 
il dominio di Koma ed ebbero pertanto campo di apportare mo- 
dificazioni alle loro monete e di ridm-ne il peso per ragioni na- 
turalmente economiche. E che le serie in tal modo ridotte si 
manteuessero iu uso per un lungo periodo di tempo, ce ne fa fede 
la quantita abbastanza discreta se non abbondante dei nummi ad 
esse appartenenti. 

Del resto sulle serie di aes grace che potrebbero assegnarsi 
con qualche fondamento all' Etruria meridionale e mariltima, non 
e stata detta 1' ultima parola; ma uno studio per esamiuare quali 
delle serie finora attribuite ai popoli latini si potrebbero inveca 
assegnare all' Etruria, mi porterebbe ora troppo in lungo. 

P. Stettiner. 



ISCRIZIONI FALISCHE 



Le segu3nfci ischzioni Falische per la loro iiidole, e la loro 
provenienza possono essere classificate in tre gnippi, e seguendo 
r ordine, secoiido il quäle fiirouo dieliiaratö in successwe conferenze 
air Istitiito, e che io riiengo in queste brevi note, aggiungo, che le 
prime mi furono consegnate dal Gamimini, le seconde dall' Heibig, 
e le ultinie dal Fiorelli, direttore degli scavi e mnsei del Regno. 

Le prime, cioe diie, sono dipinte suU' orlo di due patere, nel- 
r iiua delle quali si vede riprodotta con minore elegauza niia 
rappresentazione simile a qiiella che si ammira nello specehio 
etrasco giä pubblicato da Gerhard I, 83, e che dai uomi etruschi 
aggiunti alle rappresentazioni e conosciuto col titolo di specehio di 
Bacco e Semele. Qnesto specehio di raanifattura etrusca per la dell- 
catezza e la grazia colla quäle sono graffite le rappresentazioni e 
senza dubbio il piii hello e il piu elegante degli specchi etruschi, 
che ci furono conservati, e quindi doveva essere molto conosciuto 
nella antichitä, e frequentemente riprodotto. Non essendo persuaho 
dclla spiegazione del Gerhard, ne della deduzione stilistica del 
Friederichs {Berlim antike Bildwerke II 47) mi riservo di ragio- 
nare in altra occasione di questo specehio, e per ora trascrivo la 
iscrizione della patera Falisca, che ne riproduce, come dico, con 
molto minore eleganza la rappresentazione: 

Ot5qfl>l.fl^>I.Otfl^i'1 .OHIV.< lOt 

Nella prima copia di questa itcrizione, che avevo avuta dal 
Gamurrini, la prima lettera della prima parola era iudicata col >l, 
e quindi avevo ravvisato nel IO>l il nom. sing, del pronome co> 
rispondeute al IO? del A^asetto del Quiriuale, mancando Talfabeto 
Falisco del segno della gutturale Velare, e neir<3 T altro pronome 
cioe hoc p3r hod-c che si riscontra, se non erro, in uii frammento di 



ISCRIZIONI FALISCIIE 197 

im' altra iscrizione Falisca di cui ragioiieremo altra volfca. Ma nella 
riimione del 18 marzo essendo state presentate aU'Istituto le pa- 
tere non e piii stato possi1)ile alcnn dubbio siiUa prima lettera che e 1^. 

Ricordando la tradizione, che attiibuisce ai Falischi origine 
Sabina, e il passo di Varrone {de lüujua lali.ia V, 97) ircm quod 
Saviiii Flrciis; quod illic Fedus, in Latio ricre Edus, e b 
scambio che in principio di parola avviene uella stessa lingua la- 
tina, di cui il Falisco e im dialetto, p. e. hostis, foüh, holm, folm, 
hordiis, fordus, si poteva essere inclinati a vedere in foied il latino 
hodie, come di fatti mi era stato suggerito da im amico, cui avevo 
comunicata assieme coUa mia interpretazione la iscrizione quando 
aasora io leggevo koied secondo la copia del Gamurriui, e non foied 
come di fatti e scritto nella patera ; pareva anzi che dovendo ret- 
titicare secondo 1' originale il >l in 1^ la congettura diventasse ancora 
piü probabile. 

Ma secondo il passo di Ter. Scaur. p. 2252 i Falischi pronun- 
ciavano habam per fabam, il che sarebbe precisamente contrario 
a quello che nota Varrone ; e Seryio al verso della Eneide : 

Ili Fescenniiias acies, ccquosque Faiiscos 

e di questa stessa opinione, cioe che i Falischi pronunziassero h 
per /", e quindi Halesm per Falesns; inolfcre quando occorre nelle 
iscrizioni Falische qualche forma del pronome dimostrativo e 
Lempre h e non mai /", come p. e. he ciqmt (Garrucci, Sill. 1,197) 
h3i ciqmt (id. 1, 197) hin cupat (id. 1, 198) ecit per he ciipat 
(id. 1, 198), dove si perde ogni traccia di aspii-azione ; il che 
esclude ogni possibilitä di confondere foied col latino hodic. 

Solamente nel caso della prima lezione cioe koied si sarebbe 
potuto supporre un' ekoied come p. e. nell' osco ekass viass-has 
vias spiegando pol il cadere del d nella composizione, cioe koied 
per ko-died colla forma latina horno che sta senzadubbio per 
ho-iomo. Ma koied dev' essere elimiaato, imperocche suUa patera 
fcta scritto chiaramente foied. 

Non va pure dimenticata un' altra difficoltä, che cioe i temi 
in e non hanno mai in latino 1' ablativo in d, e l'ablativo rected 
che si legge nella lamina Falisca del Kircheriano non deriva da un 
tema in e. Per tutte queste osservazioni a me pare tolto ogni mezzo 
di identiticare foied coli' hodie latino. 



198 ISCRIZIONI FAL ISCHE 

In questa parola dobbiamo cercare, se io non erro, non giä 
Tina forma nominale, ma verbale, siccome quella con ciii termina la 
prima linea del vasetto del Quirinale: QaUO^qiV^IM^ODOQUB, 
nel quäle ultimo sied abbiamo una 3^ pers. singolare colla termina- 
zione söcondaria. In foied si potrebbe scorgere a prima vista una 
forma simile al fiat o al fist latino, che suppongono un fiäat, o un 
faiet, congiuutivo, o futuro, il che fa lo stesso, avendo le due form 3, 
con diversa funzione, la stessa origine etimologica, ma rimarrebbe 
oscura la vocale o. In latino abbiamo fore che sta per fase, ma 
Y h determlnato dal r che segue; il foied Falisco non dovrebbi 
adunque coincidere col fttied o fiiiet, che nel latino seriore e di- 
ventato fiel. 

Esclusa anche questa comblnazione, si potrebbe pensare a faveo, 
foveo latini, che non doyrebbero pol essere ecimologicamente di- 
versi. Egli e vero, che in latino questi due verbi hanno il futuro 
in bo^ ma quando si consideri, che lo scambio della coniugazione 
avviene spesso in latino, come e dimostrato dai numerosi esempi 
citati dal Neue nella sua grammatica, e che in questa stessa bre- 
vissima iscrizione conyerrä pure ammettere un altro esempio di 
scambio della coniugazione, non dovrebbe essere difficile il vedere 
nel foied Falisco un fo{o)ied da foveo, oppure da faveo, onde 
foied, come nell' Umbro foiis, fos per faveiis. 

II Gamurrini propenderebbe a vedere nel foied Y avverbio la- 
tino foede; io non posso accettare questa spiegazione, sebbene eti- 
mologicamente idenlica alla mia. La parola focdiis ha nel latino 
una significazione che non puö essere applicata alla nostra iscri- 
zione, ma foedas da foidm puö benissimo derivare da fo{v)idm, 
come giä ha proposto il Corssen, e in questo caso siccome la radice 
fov latina corrisponderebbe esattamente alla sanskrita dhil, dh(u\ 
onde dh>}Mas-fitmus si potrebbe pensare al proverbio italiano « il 
troppo vino da alla testa » , e attribuire al foied- foede una signi- 
ficazione, che e perduta nel latino. Malgrado queste induzioni, che 
si potrebbero fare, io ritengo tuttavia, che foied sia una 3^^ pers. 
sing, e non giä un ablativo avverbiale. 

La seconda e la quarta parola della iscrizione sono chiare, e 
non hanno certo bisogno di spiegazione; la terza e la quinta sono 
due futuri in ho , dei quali 1' uno karefo coincide colla stessa 
coniugazione, che e in latino, e 1' altro 'pi'pafo la cambia. Ciö che 



ISCllIZIOXI KALISCHE 199 

importa uotare si e, che la labiale aspirafca Indo-eiiropea, che 
in mezzo di parola abbiamo nel sanskrito, p. e. tu-hhj-am, in latino 
si fissa in h, p. e. ii-hU mentre nell' Osco e nell' Umbro p. e. f{i)-fei, 
te-fe si riflette in /, il quäle riflesso si mantiene pure come si vede 
nei due predetti futuri del dialetto Falisco. Questo fatto occorreva 
giä nella iscrizione Falisca pubblicata dal Garrucci {S}jlL 197) in 
cui flKJI3tO>l corrispoude evideutemente al latino loiberta, loheria, 
Uberta; ma il caso esseudo isolato, la spiegazione era difficile, e il 
Garrucci altro non sapeva dire, che F j^ro b poüto, more osco, 
msntre ora lo stesso fenomeno confermato da due altri esempi di- 
mostra, che per questo riguardo il dialetto Falisco non oltrepassa 
la fas8 che e comiine all' Osco, all' Umbro, e ad altri dialetti Italici. 
La seconda iscrizione : 

Ot3qfl>l.flJl>|.Otfl'1.0l/IIV.<13IOt 

ciduta la reduplicazione tematica in pafo, e identica alla prima: la 
ti-iduzione quindi che io propongo di entrambe, se autentiche, sarebbe 
questa : 

Favebit . viimm . bibam . cras . carebo. 

Ls seguenti iserizioni graffite su tre tegoli rotti, che furono 
trovati presso Corchiano nel fondo Marcucci, furono copiate dal 
prof. Heibig in una sua escursione nel territorio di Faleri assieme 
C)l conte Monale di Buglione. Io mi proponevo di studiarle, quando. 
il Gamurrini, che pure le aveva raccolte, ne ha ragionato nella riu- 
nione del 18 marzo. Incominciamo dal primo tegolo, cioe secondo 
l'ordine che e nella copia dell' Heibig: 

53l/13KNfl):fln01 
53IS3> : C + H051fl 
510XV : OltJIflvl 

II Gamurrini cosi esperto nel raccogliere i documenti della 
epigrafia Italica interpreta nel seguente modo : Popia (o Poplia) di 
Calitene moglie di Arunzio Cesio figlio di Larth ; per lui Ärouto, 
e Lartio sono due genitivi sing, perduto 1' /, e cita a questo pro- 



200 ISCRIZIONI FALISCIIE 

posito il gen. sing, zenatuo della lamina Falisea del Kircheriano. 
Non voglio negare in modo assoluto la possibilita di questa inter- 
pretazione, ma prima di tutto conviene awertire che 1' esempio ci- 
tato dal Gamurrini non prova : imperocche il gen. zenatno non derivi 
da un tema in o, ma da im tema in u, e sia per senatms ; quando 
questa parola si confoude, come p. e. nelle iscrizioni latine dv.d 
sccolo VII, coi temi in o abbiamo il gen. seiiati. In tutte le iscri- 
zioni Falische poi pubblicate dal Garrucci T o e sempre nominativo 
sing., e i geniiivi dei temi in o terminano sempre in i, come p. e. 
{Sijll. 197) Marci Acarcelini ?a'0. Inoltre preziosissimo e il gen. 
sing. Falisco Zecctoi {Bull. dell'LisL 1881, 51. 

Egli e vero che si ammettono come genitivi singolari di temi 
in a molti eserapi senza L come p. e. coira pocdo (Garrucci, SijlL 
1, 143), e catia catirio della lucerna fittile troyata nel sepolcreto 
dell' Esquilino ; ma potrebbe pure essere che invece di genitivi fos- 
S3ro dativi. Le ultime scoperte epigi-afiche di Nemi dimostrerebbero 
appunto questa tesi. Ad ogni modo i genitivi in a senza i meri- 
terebbero di essere studiati un" altra volta sistematicamente. 

Egli e pure vero che nel dativo latiuo seriore i temi in o 
perdono 1' / ed abbiamo populo per populoi, ma non per questo e 
dimostrato che ciö sia pure accaduto al genitivo; i due casi pei 
temi in o in latino non si confondono. 

Per tutte queste considerazioni grammaticali non sarei disposto 
ad accogliere la interpretazione del Gamurrini, e prima di ammet- 
tere un genit. sing. Falisco in o, sarei quasi tentato a ricercare 
un' altra spiegazione del tegolo di Corchiano. Molti tegoli Falischi 
accennano nelle loro iscrizioni a piii di un defunto, come si puö 
vedere nella silloge del Garrucci; dopo un certo tempo si racco- 
glievano a parte le ossa del defunto, e assieme con esse si depo- 
ncva un altro defunto nello stesso loculo, e cosi di seguito secondo 
la capacitä del s.to. Potrebbe quindi essere, che nella nostra iscri- 
zione si accennasse a piü di un defunto. lo non voglio cerfco imi- 
tare 1' esempio di Cicikoif, il ricercatore delle anime morte nel 
romanzo di Gogol, ma mi ricordo di alcune deduzioni di Deecke 
{die etrusläschen Vor,iameii III, 377) che mi tornano molto oppor- 
tune in questo caso, e sarei disposto a vedere in Aronto e Lartio 
dei diminutivi Etruschi vocalizzati alla Falisea. II tegolo avrebbc 
chiuso una sepoltura di liberti e liberte, e le formole della nostra 



ISCRIZIONI FALISCIIE 201 

iscrizione sarebbero analoghe a quelle citate dal Deecke (Bezzenber- 
ger, 111) nella sua dissertazione über das etriisk. Wort lautni, cioe: 



'pupli I petiiiates : lautiii 
auliii: camariiies \ lautni 
arnzim lai Beslatiii 

In qiiesta ultima ibc izione dell' ossuario Perugiiio si legge pure 
unita questa : 

Oanct'- arsias puia 

cioj della uioglie di im liberto. 

La mancanza delle parole lofcrto e loferta che corrispondono 
alle etmsche lautni e lautiiita non deve sorprendere, imperocche 
mancbino pure in molti casi nella epigrafia Etmsca. ßimarrebbe 
a spiegarsi la parola uxor cosi staccata e sola, come apparirebbe 
se3oudo la nostra combinazione. Ma dopo Lartio non era piü me- 
stieri soggiungere il genitivo per far capire che si trattava della 
moglie di Larzio. Del resto uxor anche senza il nome del marito 
appare nelle iscrizioni funebri di Cere, e nelle olle di s. Cesareo. 
Noi avremmo adimque invece di un solo quattro morti, cioe Poplia 
di Caliteue, Arunzio di Cesio, Lartio e la moglie. Calitenes e 
Cesies sarebbero genitivi alla maniera etrusca, e formerebbero per 
cosi dire la caratteristica del dialetto Falisco di Corchiano, che 
congiungerebbe nel suo uso forme Etrusche colle proprie Falische. 

AUo stesso modo spiegherei le iscrizioni delV altro tegolo : 

RI/i:i3T.5IVt>l3V 
OTVJlfl 

La prima linea evidentemente e etrusca, Veltur. Tetlnias, e la sc- 
couda di uuovo schiettamente Falisca, e indicherebbe uu liberto 
Arunzio. 

L' ultima di questo gruppo e 

flsv>ia> 

di nuovo etrusca, e con nn nuovo segno, che il Gamurrini iden- 
tifica con e. 

Gli apografi delle seguenti iscrizioni Falische mi furono con- 

13 



202 ISCRIZIONI FALISCHE 

segnati dal FiorelU; fiirono poi riveduti accuratamente sul sito, 
e qiiesta e la lezione che comunico. Furono trovate in ima tomba 
iiella necropoli della Pelina presso Civita Castellana ; la tomba era 
stata deiastata, e rotte le tegole che coprivano i loculi. Tuttavolta 
alla perdita di queste tegole scritte sopperiscouo in qiialche modo 
le graudi iscrizioni dipinte di ocre rossa immediatamente sul tufo, 
sopra alcimi loculi. 

La iscriz. a) e sotto la prima fila dei loculi nella parete destra: 

"i^i//////i.7////i^(><) 

p]videntemeute non e che il residuo della prima parte della iscri- 
zione. La prima lettera e cosi guasta, che non ne e possibile la 
restituzione. La parola con cui termina non puö essere che filio. 

b) nella parete di fronte sotto il primo loculo a destra: 

flNIOn.ONItVO.MNVI 

La quarta lettera della prima parola e guasta, e non si ripro- 
duce che approssimativamente nella nostra copia, ma le tre prime 
sono chiare. e quindi si puö restituire: luiiio o Iiuieo, come giä 
occorre in un'altra iscrizione Falisca (Garrucci Sijlloge V, I pag. 197); 
dunque luiiio . Od . filio . Poiüia. 

c) sotto il secondo loculo a destra: 

flN^O'I.ONi. Vfl''lVfl> 

La interpretazione, se non erro, e facil'ssima: Cavlo . Au. fdio . 
Po]}Ua. 

d) sotto il primo loculo a sinistra: 

>llV)fll/lM.ONltVfllOIVfl> 

Literpreto : Cavlo . Lau . fdio . Danacvil. 
(?) nel secondo loculo a sinistra: 

OI^/////////51lt.OI10^V'1 

cioe Pompomo . fdio '. il resto difficilmente si puö restituire. 

GlACOMO LiGNANA. 



DEL LIßELLO DI GEMINIO EÜTICHETE 

Dlscorso clel iwof. P. Barnabei, 
letto nella solenne adunmua clel 15 aj)rile 1S87. 



Signori, 



Dirö poche parole intorno ad im monnmento nuovo ('), di cui 
per gentilezza del Direttore Generale delle Antichitä del Kegno 
posso paiiarvi ; e che, se nell' angiistia del tempo e nella povertä 
del mio sapere non potrö illiistrare pienamente, e degno di esservi 
presentato in qiiesto giorno solenne dello nostre riiinioni. 

II monnmento consiste in una lastra marmorea, che il signor 
conte T3'Szliiewicz ha donata al Ministero per le raccolte pnbbliche 
di Koma. 

Proviene dalla via ostiense, come si rileva dall' cpigrafe che 
vi e incisa. Ma non si conosce con esattczza il luogo in cni fii 
rinvennta ; e ciö costituisce senza dubbio un danno, che vieta trarre 
dall'importante scoperta la maggior luce, che pel profitto dell'antica 
topografia avrebbo potuto produrre. 



(') Di questo discorso trovasi mi breve riassunto nellc Notizie dcgli 
Scavi (1887 p. 115), dove fu riprodotta a zincotipia la lapido, di cui qui si 
Iraita (tav. III, flg. 3). II tcsto, in seguito a nuovi studi, va in alcune parti 
modificato, come in queste pagine sarä esposto. 



204 DEL LKiKLLO DI GE.MIXIO EUTICIIETE 

Perocche e certo che il marmo fii rimesso all' aperto iiel siio 
sito originale, non scorgendovisi indizio alcuno che lasciasse siip- 
porre essere stato esso adoperato in fabbriche di etä posteriore, come 
materiale di costruzione ; non avendo so.Terto detrimento di sorta ; 
essendo intatto in ogni siia parte. 

E se la cosa e cosi, e iigiialmente certo che doveva esso 
trovarsi presso un sepolcro, sotto una delle piccole colliue che fian- 
cheggiauo la via ostiense; e non siil confiue della strada stessa, 
ma ad iina certa distanza, qiianta era necessaria per lasciare spazio 
sufficiente per ort! {hortl olitorii), de' quali la lapide parla, e la 
cui ubicazione, nell' Interesse della topografia del subiu'bio, sarebbe 
stato utile di determinare. 

Forse, pensando che la consiietudine di tutti i tempi fu quella 
di coltivare gli orti ad erbaggi non molto distante dall' abitato, 
ei in sito ove p3tesse aversi il beneficio di acque correnti, e de- 
rivarne con facilita i rivoli per le adacquature, si potrebbe mettere 
innanzi il sospetto che il rinvenimento fosse avvenuto nella parte 
della via, prossima all" area dell' emporio. Se non clie, ogni lüteriore 
congettura a tale rignardo, in mancanza di altri dati, potrebbe riii- 
scire infrnttuosa. 

Tuttavolta la lapide, acqiüstata dal conte Tyskiewicz, e da 
Uli donata al Governo, non ha soltanto importauza per questa ra- 
gione di topografia. Anzi e importantissima per altri motivi ; e ne 
accennerö alcnni sommariamente. 

E alta m. 0,57, larga m. 0,86, ed ha lo spessore di m. 0,08. 
Vi ricorre intorno una cornice, ricavata dal marmo stesso, della lar- 
ghezza uniforme di m. 0,10. Nulla manca all'epigrafe; e benche le 
incrostazioni di calcare ne reudano in qualche piinto difficile la let- 
tura, pure eccettuate due sole parti, tale difficolta pel resto non 
merita di essere considerata. Vi si legge: 



DEL LinELLO DI GEMlNIO EÜTICIIETE 



205 




i-O 



206 DEL LIBELLO DI GEMINIO EUTICHETE 

Cum sim colomts hortoriim olitorioriim, qui sunt via ostiensi, 
iuris I collefji magni arkarum divariim Fauslinarum Matris et 
Piae^ colens in \ asse (uinids sestertiis viginii sex {millibus) 
et qiiod excurrit, i^er aliquot annos, in hodiermim i^ariator, 
deprecor tuam quoq{ue) iustitiam, domine Salvi, sie \ ut Kti- 
phrata v{ir) o{ptimus) collega tiius, q{uin)q{itennalis) Faust inae 
Matris, aditus a me permis{it), \ consent ias extruere me sub 
monte m[f\moriolam per ped{cs) viginti in quadra\to, acturus 
Genio vestro gratias, si memoria mea in perpetuo const{abit) \ 
[item'] habitii\_ra\s itum ambitiim. Dat{um) a Geminio Eutychete 
colono. 

Eaphrata et Salvius Chrysopedi Pudentiano Yacintho Sj- 
phronio \ et Basilio et ILjpitrgo scribiis) salutem. Exemplum li- 
belli dati nobis a Geminio \ Eutychete colono litteris nostris ad- 
plicuimus, et cum adliget aliis quoq{ue) \ colonis permissum^ cu- 
rabitis observare ne ampliorem lociim memoriae \ extruat quam 
quod libello suoprofessus est. Dat(um) viii Kal{endas) Aug{usti) \ 
Albino et Maximo cofn)s(ulibus). 

Trattasi adiinqiie di un decreto, che porta la data del 25 lii- 
glio delV anno 227 dell" era nostra, quando cioe tennero i fasci 
M. Niimmio Senecione Albino, e M. Lelio Massimo (Klein, Fasti 
cons. p. 98). Ed a questa etä, che cade sotto il regno di Alessandro 
Severo, corrisponde pure la forma della scrittura. 

Se non che, il decreto accennato, il cui comiuciamento e di- 
stinto nel marmo con im segno tra il verso settimo e 1' ottavo, 
segne posto ad indicare le due parti, nelle quali il titolo marmoreo 
si divide, e in rapporto ad im documento che nella parte prima 
del marmo e trascritto. Ed il documento consiste in una dimanda, 
che un tale Geminio Eutichete, colono di alcimi orfci olitorii sulla 
via ostiense, che erano proprietä di un collegio, faceva ai magi- 
strati del collegio medesimo. 

Comincia il colono dicendo, aver egli preso 1' affitto intiero di 
quegli orti [colens in asse) (^), pel quäle deve pagare annualmente 



(') Corrisponde, come genülmente mi fa notare il prof. Mommsen al 
colonus qui nummis colit {Dig. XL VII, 2, 26, 1), qui ad pecuniam numeratam 
condicr.it {Dig. XIX, 2, 25, 6), a cui si oppone il colonus partiarius, che fa 
r allilto a niezzadria. 



DEL LIBELLO DI GEMINIO EUTICHETE 207 

ventisei mila sestcrzii c piü ; e soggiunge che per alcuni anni ha giä 
pagato senza ritardo, e si trova tino ad oggi in regola col suo dare 
{lii liodiermim i)ariaior)\ per la qiial cosa, essendo qiiesto im motivo 
per essere trattato benignamente, prega il quinquenuale Salvio, di 
concedergli per giustizia. ciö che Eiifrate, altro quiuquennale del 
collegio, avevagli concediito ; vale a dirc che potesse egli costruirsi 
in qiiegli orti, sotto il colle, im piccolo moniimentino {memoriolam), 
che occupasse imo spazio di venti piedi in qiiadrato, cioe venti piedi 
in fronte, e venti piedi in agro ; aggiungendo i maggiori attestati 
della sua gratitudiue, se 1' area per questo moniimentino gli fosse 
stata concessa in perpetiio, col relativo accesso {ititm), e con lo spazio 
intorno riserbato al sepolcro {ambitum). 

Dove uondimeno e da notare che imo dei due luoghi in cui, 
sia per le incrostazioni di calcare, sia per pentimenti o correzioni 
fatte in antico, oltremodo difficile riesce la lettiira, e appimto poco 
dopo il priucipio del terzo verso, ove e indicato il prezzo di questo 
affitto. Parendomi da principio non diibbia la lezione : colens in asse 
annuis SS XXV PIE; qiiod ea:currit jjer aliquot annos in hodiernum 
pariator-, e riconoscendo in jj/ö il significato di « prezzo giiisto " , 
analogamente al irlus quaestus di Catone (de H. R. in praef.), avevo 
accettato il concetto che Geminio Eiitichete, avendo conchiiiso l'affitto 
per 25 mila sesterzii, ed essendogli stata imposta poi ima certa 
somma di piü {qitod excurrit), al di sopra di qiiesta legalmente 
pattiiita, e non avendo egli voliito pagarla per alcuni anni, si fosse 
finalmente risoluto a pagarla, e si fosse posto in regola, a condi- 
zione di ottenere un compenso con 1' area che gli fosse ceduta pel 
suo sepolcro. 

Ma i dubbi che il prof. Mommsen con la molta sua bontä 
ebbe la cortesia di manifestarmi contro questa spiegazione, mi fecero 
ritornare allo studio del marmo originale, su cui, fatte nuove ripu- 
litiu-e per togliere le incrostazioni, mi apparisce ora evidente: 
SS • XXVI • ET • QVOD • EXCVRRIT ; ossia ventisei mila sesterzii 
e qiianto vi ha di piii; il che mostra che il prezzo reale dello affitto, 
accettato pienamente dal colouo, non era soltanto questa somma 
rotonda, ma anche qualche cosa al di sopra di essa. II P che prima 
sembrava doversi indubitabilmente ammettere tra il numero dei 
sesterzii e 1' et quod excurrit, mi risulta ora altro non essere che 
l'ultimo segno del numero XXVI col puu'o diacritico che vi fa seguito; 



208 DEL LIBELLO Dl GEMlNiO EUTICllETE 

essendo avvenuto che o negli lütimi colpi per finire siiperiormente 
qiiesto seguo I, o iiei colpi pel pnnto sussegiieute, siasi scheggiato 
il marmo in maniera da formare la curva che ingannava. Del reslo 
il coufronto con gli altri P deila lapide couferma la veritä di cio 
che ora mi si rivela ; e quel che piü monta, serve di riprova il fatto 
che noii vi e pimto divisorio dopo il V, come avrebbe doviito esservl, 
se il segno consecutivo non avesse forraato parte integrale del numero; 
fiualmente merita di essere considerato che la linea soprapposta 
al numero giunge fino a questo segno, ad indicare che il seguo stesso 
col numero va compreso. 

ün' altra diflicoltä, incontrasi nel principio delV ottavo verso, 
ove pare che qualche parte uella incisione del marmo sia stata 
omessa, oltre la sillaba che certo va supplita, nella prima parola 
che quivi ci si presenta. 

Alla dimauda del colono segne il decreto che ho citato di 
sopra. Consiste nella coucessione di ciö che fu dimandato; la quäle 
concessione e fatta dall'autoritä suprema, o dai magislrl del coUeglo 
proprietario degli orti, cioe dai quinqiiennales Eufrata e Salvio, per 
mezzo di una lettera indirizzata ai minisiri od agli scribae. Con 
questa lettera si trasmette copia della domanda del colono; e si sog- 
giunge che, allegandosi come ad altri coloni uguale pemiesso sia stato 
conceduto, dovranno gli scribae stare attcnti, acciö Entichete, nel 
costruire il monumentiuo, non occupi uno spazio maggiore di quelle 
che uella sua lettera aveva richiesto. 

Questo prezioso e nuovo marmo fa subito pcnsare ad alcuni 
titoli, che hanno con esso un certo rapporto. 

II primo e il cippo marmoreo dell'anno 193 dell'e. v., conte- 
nente il libellm Adrastl, scoperto nella seconda metä dello scorso 
secolo in piazza di Montecitorio, e conservato ora nel Mnseo vati- 
cano (C. /. L. VI, 1585). Essende kilY^^io procurator coliminae divi 
Marci, cioe della colonna centenaria di M. Aurelio e Faustina, si 
rivolgeva all'imperatore Settimio Severe, chiedendo gli si concedesse 
di fabbricarsi una casa in suolo pubblico ed a spese sue, dietro 
la colonna; e ciö per poter meglio compiere l'ufficio suo. 

II secondo e il marmo che reca il llbellus Vesbini, scoperto 
in Caere nel 1548, e dal palazzo Farnese passato poi nel Museo 
nazionale di Napoli (Orelli 3787). Questo Vesbino aveva domandato 
che gli fosse conceduta dal municipio un'arca pubblica hotto il por- 



1)KL Lir.ELLO Dl GEMINIO EUTICIIETK 209 

ticQ della basilica Sulpiciana, affinche avesse potuto costruirvi im 
phGlriiim per le riunioni degli Aiigustali di Caere, a tutte sue spese. 

Neiruno e ueiraltro caso la domanda e indirizzata alla rela- 
tiva autoritä siiperiore ; cioe aH'imporatore, per l'area di proprietä 
del fisco in Roma; al dittatore ed agli edili, per l'area di proprietä 
municipale iiel mmücipio di Caere. 

Nel primo esempio l'asseutimento deH'aiitoritä competente, e 
quindi l'accöttazioue della domanda, e espressa per mezzo di let- 
tere dei rationalem Auguül, indirizzata ad im exaclor operiim ]m- 
hlicoriim, ad im iwocurator oiperum publicorum^ finalmente ai cit- 
ratores operum et locoriim imhlicorum,. 

Nel secondo caso il decurionato municipale e invitato a dara 
il siio avviso iutorno alla domanda ; il quäle avviso, essendo favo- 
reycle, nou puo per alfcro avere eftetto seuza l'approvazione di im 
curator civitatis, che nel tempo di cui e parola, trovavasi qnal 
magistrato straordiuario nominato pel mimicipio di Caere (Henzen, 
Aiinali 1851 p. 25; Nibby, Analisi I, 343). 

Avevamo adunque esem^pi del procedimento che si seguiva, cosi 
quando trattavasi di costriiire in area di proprietä del fisco, come 
in area di proprietä municipale. Ma per nessuno esempio ci era 
noto in quäl modo si procedesse, quando si fosse trattato di fab- 
bricare in area di proprietä di associazione privata; la quäl cosa 
dal nostro marmo ci viene ora dimostrato luminosamente, provan- 
doci esso che si procedeva nol modo medesimo, salvo quelle modi- 
litä che dall'indole stessa di chi possedeva erano imposte. Le quali 
modalitä erano, come e naturale, assai piü semplici, non dovendoti 
ricorrere a tanti intermediari, quanti necessariamente si dovevano 
incontrare nell'alta amministrazione del fisco, ed in quella. soveute 
abbastanza complicata, dei municipi. 

Per otteuere quindi il diritto di fabbricare e di possedere un 
edificio in un'area di proprietä di un collegio o sodalizio, occorreva che 
fosse rivolta la domanda all'autoritä supe.iore del sodalizio stesso, 
che comunicava poi le sue decisioui per lo adempimento degli or- 
dini, ai ministri, od alle autoritä minori, cioe agli scribae, senza 
bisogno di consultare il parere di altri ; mentre per le aree munici- 
pali richiedevasi l'assentimento dei decuriones, e la sanzione delle 
magistratiire straordinarie superiori, quante volte queste si trovas- 
sero istltulte. 



210 DEL LIBELLO DI GEMINIO EUTICHETE 

Bastava pei collegi che risultasse la ragione della giustizia, che 
avesse consigliato di accousentire; e che il magister o i magistri 
conie nel caso nostro, uon corressero pericolo di essere tacciati di 
arbitrio o di favore; pericolo che non poteva certamente esistere 
nel fatto di ciii ci occiipiamo, dove si vede che Tapprorazione e 
subordinata al documento che comprova come ad altri coloni, nelle 
condizioiii stesse di Eutichete, im simile permesso era stato accordato. 

Le ragioni stesse poi, le quali consigliarono ad Adrasto di col- 
locare nel siio edificio, presso la colonna centenaria di Marco Au- 
relio, incisa in pietra la copia del documento che gli assiciirava il 
diritto di possesso dell'edificio medesimo in area pubblica; ed a Ve- 
sbino di far incidere snlla lapide la risolnzione dei magistrati di 
Caere, donde risultava la legalitä dell'opera da liii fatta, le ragioni 
medesime imposero al nostro Geminio Eutichete di coUocare nel 
suo sepolcro la copia dell'atto che gli assicurava negli orti da lui 
coltivati il riposo pcrpetuo, per quanto valore possa avere questa 
perpetuitä nel corso dei secoli e nel succedersi delle generazioni 
umane. E le ragioni erano che nel cambiamento delle persone e 
nelle innovazioni degli ufficii, non si mettesse mai in dubbio il 
pieno diritto legalmente acquisito. 

Kiferendosi il nostro marmo ad un colleglwm^ non so dove an- 
drei col mio dire, se volessi prenderne motivo ad accennare, anche 
per sommi capi, il vastissimo argomeuto, sopra le private associa- 
zioni romane; argomento che nell'etä nostra prima di qualunque 
altro richiamö le cm-e del prof. Mommsen {De collegüs et sodaliciis 
Romanoriim, Kiliae 1843), e fu poi nuovamente svolto dal com- 
pianto nostro prof. Henzen due anni or sono, in questo medesimo 
Istituto, nel discorso da lui letto per celebrare questa odierna fe- 
stivitä delle Palilie {Ball. List. 1885, p. 137 sg.). 

E poiche uon devo abusare della cortesia vostra, mi asterrö 
dal riassumere ciö che dagli accennati maestri fu svolto, e dal 
ricordare pei collegi funeraticii quanto sapientemente pubblicö 
pochi anni or sono il dottissimo comm. de Eossi {Bull. Com. 1882, 
p. 144 sg.). 

Mi basterä quindi il dire, che stände alle parole del testo, 
dovremmo riconoscere nel nostro marmo un collegium magnum, 
associazione composta di servi e liberti della casa imperiale ; simile 
a quella che si chiamö: Lariun et imaginiim domini n{ostn) Cae- 



DEL LIBELLO DI GEMINIO EUTICIIETE 211 

saris (C. I. L. III, 4038), ed all'altra dcnominata parimenti : La- 
r{um) et imag(lrmm) Dom{iiii) n{ostri) itivicli Äntoniiii PH fe- 
licis Äug{iisti) 2){atris) p{atrLae) {C. I. L. VI, G71). 

Perö alla siia denominazione piena bisogna aggiiingere una pa- 
rola, che nel marmo precede il nome delle diie imperatrici, parola 
che lasciava gravi dubbi, cadendo in uno dei diie luoghi della lapide 
difficili a leggere pei segni varii di pcDtimenti e di correzioin che 
vi si osservano. 

Avevo da principio creduto che si trattassö di im collegimn 
magii{ario)rum ; ma le seconde eure sul marmo mi fecero escludere 
una lezione simile, ed escludere la possibilitä di riconoscervi la 
formula che sembrerebbe piü naturale, cioe: collegimn magmim 
duarum cUvarum Faustiaarum matris et Piae. E poiche parevami 
sicurissimo che nella pietra fosse scolpito ARI-ARVM, accettai la 
proposta di leggere ariarum nel significato di arearum (Mariui 
her. All), p. 119), ricouoscendo in area il valore di area sacra 
{C. I. L. 71, 541). 

Ma anche qui i dubbi e le osservazioni del prof. Mommsen 
mi spinsero a ritornare allo studio della lapide, dove, in seguito 
alle nuove ripuliture, credo aver raccolti gli elementi per togliere 
di mezzo ogni equivoco. Non mi pare necessario che in alcuni dei 
segni, che compongono questo gruppo difficile, sia da ammettere un 
nesso di sorta. Non si incontra esempio di nesso in tutto il resto 
della pietra ; ne se ne spiegherebbe facilmente 1' uso in uno dei punti 
capitali dello scritto, quello cioe che riguardava la intitolazione 
del sodalizio. 

Ne anche sembra necessario il riconoscere la parola divisa in 
due parti, per mezzo del punto diacritico ; e ravvisare nel terzo segno 
un 1 lungo, contro ogni ragione ; mentre mai in tutto il resto del 
dettato fu incisa la lettera I in quella forma. 

II confronto invece col K del penultimo verso, ove solamente 
appariva prima questa lettera in \'P^\Sendi8)^ eseguita con asta lunga, 
e con piccolo taglio angolare sul cent:o, mi condusse a riconoscere 
nel disputato segno una vera e propria Y , per cui tutte le difficolti\ 
di lettura vengono sciolte ; rimaneudo nitida la lezione ARKarvm, 
e risultando quindi che il nostro istituto si intitoiava: collegium 
mag mim arearum divarum Faustinarum Matris et Piae. 

liesta solo la difficoltä intorno al valore che a tale denomina- 



212 DEL LIBELLO Dl GEMlNlO EÜTICHETE 

zione si debba attribuire. Se per arca devesi intendere Xarca eol- 
legii, che era coinune alle corporazioni, avremmo 11 priino caso 
in ciii, contro la regola generale, si troverebbe usata questa parola 
come soggettö del sodalizio. 

Nondimeno in qiiesta stessa irregolarita, pare al prof. Mommsen 
che si nasconda im fatto iniportante. Nella capitale, secondo che 
corteseraente egli mi avverte, in massima non si ammettevano cor- 
porazioni; e qnella citata dalla nostra lapide, deve considerarsi piü 
come opera pia, che come collegimn nel senso vero e proprio della 
parola ; opera che doveva trovarsi in rapporto con le puellae Faii- 
stinianae istituite dall' imperatore Pio (vita c. 8 ; Eckhel 7,40) e 
con le imellae Faiistinianae novac agginnte da Marco Am-elio 
(vita c. 26). 

« Coteste istitiizioni, egli prosegiie, non vanno attribiiite ai 
mimicipii italiani, come siiol dirsi, e come crede lo stesso Henzen 
{Ann. 1844 p. 19), ne debbono confondersi con la grande istitn- 
zione di Traiauo, ma appartengono alla plehs urbana. Si aumentava 
il niimero delle ragazze, che avevano dritto al frumentum imhli- 
ciim-, secondo che vien provato e dal passo della vita di Marco 
(c. 8), ove si dice che per lo sposalizio di Lucilla gl' imperatori 
pueros et puellas novoriim nominiim (cioe p^ueri Aureliani, puellae 
Liicülianae) fnimentariae perceptioni adseribi praeceperimt ; e 
dair iscrizione (C. /. L. VI, 10222) di una ragazza urbana di anni 
sei mc{üd) fr{umento) publ{ic6) div{ae) Faust{iiiae) iunioris. Non 
abbiarao adunque una corporazione vera e propria, ma piuttosto 
uno stabilimento pio, presieduto dai due quinquennali, creato per 
amministrare i bendi fondi donati per pio scopo » . 

Forse non e da escludere la probabilita che il nostro collegio 
dalla riunione di due distiuti collegi fosse stato composto. Lo fa sup- 
porre il fatto che i due magistri si appellano diversamente ; essendo 
Eufrata indicato nel marmo come q{uia)q{uennalis) Faustbiae Ma- 
tris (0; il che porta la necessitii di ammettere che Salvio fosse 

(1) La squisita cortesia delFamico prof. Hirschfeld richiama la mia ai- 
tonzione suUa Icitera doiriniperaiorc Alessandro Severo scrilta ad un Eufrata: 
Irnj). Alexander Aug. Ewphratae. Etiumsi is divisioni arbitram dedit, cui 
dundi ius non fuit ; tarnen si socil quondam divisioni consensum dederint: 
quod quisqiie eorum secundum placita possidet, pro parte socii dominium 
naclus eü. XVI kd. D:cemhr. Alexandro Au;/. III cl Dionecoss. {Cod. Ju>>t. 



DKL LiliKLLO DI GKMIXIO EUTICIIETE 213 

stato q{u,ui)ii{tte}i}ialis) Faustiiiae Piae ; e che qiündi 1' istituto 
fosse stato iiiternamente spartito in due sezioni bcn distinte, con 
le quali si pcrpetuavano i ricordi della doppia origine. 

Ma lascio ad altri risolvere questo ed altri quesiti; e poDgo 
termine al mio dire ringraziando il cli. prof. Heibig dell'onore che 
mi ha fatto, nel volermi associato agli altri in questo giorno so- 
lenne destinato alla celebrazione del natale di Eoma, lietissimo di 
aver potuto dare al caro amico un piccolo segno di grande stima 
e di sincero afietto. 

F. Barnabei 



lib. III <it. 38, 2). Portando questa lettera la data del 16 novenibre del 220, 
ed essendo i)osteriore di soli due anni al ]H)stro marmo ; non essendo cosi 
conume il iiome di Eufrata, si deve concludere che l'individuo, a cui era direKa 
la lettera imperiale fosse stato lo stesso quinquennale del collegio magno, 
menzionato nel marmo ostiense. 



SÜL SIGNIFICATO DELLA PAROLA PERGULA 
NELL'ARCHITETTUßA ANTICA 



Sappiamo da vari passi degli anticlii autori che oggetti i 
quali si voleva mostrare al piibblico, e specialmente che si voleva 
vendere, furono esposti in ima pergula. Cosi Apelle perfecta opera 
iwoimiehat in pergula transeiintibus (^), e piü volte si menzio- 
nano appimto le perrjulae dei pittori i^). Ma se ne servivano anche 
altri negozianti ed artisti, p. es. gli argentarii i^). In essa il 
leiio espone le siie donne : deportare in pergulam e sinonimo a 
populo proüituere {^). Naturalmente tali pergulae doyevano esser 
rivolte alla strada ed esposte agli sgiiardi dei passanti. Appren- 
diamo poi da un passo giä citato di Ulpiano {^), che stavano ad 
una certa altezza, dimodoche iin oggetto cadiito dalla pergola po- 
teva recar danno a chi passava. Che fossero congiunte colle ta- 
bernae, ce lo insegna espressamente iin'iscrizione dipinta di Pom- 
pei (^), la quäle anuunzia che nella insulaA rrlana Pollicaia Cn. 

(1) Plin. n. h. 35, 84. 

(■-) Lucilio presso Lattanzio 1, 22, lo: pergula pictorum. \]liiia.no Big. 
9, 3, 5 § 12: cum pictor in pergula clipcum veltabulam expositam hahuis- 
set eaque excidisset et trmiseuntl damni quid dedisset. Cod. Thcod. 13, 4, 4: 
(picturae professoresj pergulas et oßcinas in locis puhlicis sine pensione 
obtineant. 

(3) Plin. n. h. 21, 8: L. Fuloius argcntarius hello Punico socundo cum 
Corona rosacea interdiu e pergula sua in forum prospexisse dictus. Fronto 
ad M. Caes. 4, 12 (p. 74 Naber): Scis ut in omnihus argentariis mensulis, 
perguleis, taberneis — imagines vestrae sint volgo propositae. 

(4) Plaut. Pseud. 178. 214. 229. 

(5) Dig. 9, 3, 5 § 12 (sopra not. 1). 

(6) C.'l. L. IV 138. 



SUL SUJ.NIFKLVTO DKLLA l'ARoLA VEliGVLA ECC. 215 

Allel Niyidi Mal si affittano vari locali e fra essi tabernae cum 
pergulis suis, e lo conferma un'altra iscrizione di Pompei Q) e 
passi degli antichi autori (2), ue' qiiali le pergulae son menzionate 
iusieme a taberne ed officine. Si rileva finalmente da Plauto (^) 
che la pergola poteva essere abbastanza spaziosa per collocarvi 
im letto. 

Ora qiiesta pergula credo di averla riconoaciuta negli ediüzi 
di Pompei. 

Chiunque osservi attentamente le botteghe di Pompei, e spe- 
cialmente quelle dell'epoca sannitica, costruite in gran parte con 
lacciate di lastroui di tufo, si meraviglierä della loro straordinaria 
altezza: i loro ingressi sono di consueto piii alti di qiiello che 
condiice all'atrio e che pm-e deve considerarsi come il principale. 
Tu pochi casi gli ingressi sono conservati nell'intera loro altezza: 
lo sono p. es. nella casa del banchiere L. Cecilio Giocondo e in 
una casa vicina C), ove hanno 1' enorme altezza di m. 4,50 e 5 ; 
e queste due case non sono certamente delle piü grandiose. Tale 
straordinaria altezza trova la sua spiegazione osservando nelle 
pareti delle botteghe stesse i buchi ne' quali erano inca&trate le 
travi che ad un'altezza fra m. 2,50 e 8,50 all'iücirca, press'a poco 
a Ys dell'intera altezza, sorreggevano un ammezzato accessibile per 
una scala, che piü o meno conservata sempre si trova. 

Do qui appresso l'elenco delle botteghe uelle quali ho osser- 
vato un tale ammezzato, ordinato secondo le regioui, iiisulae ed i 
numeri degli ingressi; il numero in parentesi indica l'altezza (in 
metri) alla quäle stava l'ammezzato. 

Eeg. 5 ins. 1 n. 5 (2,70). 6. 8 (2,90); n. 17 (2,75). 19 
(2,70): in 17 e 19 l'intero ingresso e alto m. 5; n. 25. 27 (3): 
altezza dell'intero ingresso m. 4,50. 

Keg. 6 ins. 1 n. 18 (2,80). — ins. 6 (t casa di Pansa O n. 4 
(3,28). 23 (3,22). — ins. 8 n. 15 (3,45). 16 (3,40). 17 (3,15). 18 
(2,90). 19 (2,85). — ins. 10 n. 10 (3,45): e probabile che fosse 
anche nelle altre botteghe della stessa casa (« del naviglio "): n. 12. 

(1) L. c. 1136. 

(2) Fronto aä M. Caes. 4, 12 (sopra not. 3). Ulp. Dig. 5, 1, 19 § 2. 
Cod. Theod. 13, 4, 4. 

(3) Pseud. 215. 

(4) Reg. 5 ins. 1 n. 17. 19. 25. 27. 



216 SUL SICtNIFICATO della pakola pi-rgila 

-[3_ 15. — ins. 12 (iicasa del Fauno ^■'^- (3,05). 2 (non troppo 
chiaro). 4 (3,05). 6 (3,38). — ins. 13 n. 1, 3 (2,65). 7 (2,55); 
era senza diibbio anche nel n. 5, apparteneute alla stessa casa, 
ma non e piü. riconoscibile. 

lieg. 7 ins. 1 u. 1-12. I pilastri fra le botteghe sul lato me- 
ridionale delle terme Stabiane sono conservate in parte fino a 5 m.; 
in quasi tiitte e visibile la scala addossata al muro di fondo (nel 
solo n. 6 non e accertata). Ciö vale non soltanto per la parte piü 
antica (lastroni di tufo), ma anche per le piü recenti verso l'angolo 
sud-ovest (mattoni alternati regolarmente con pietre di forma ana- 
loga); ed in queste lütime e ben riconoscibile, a m. 2,90 d'al- 
tezza, l'ammezzato, che natiiralmente deve supporsi anche nelle 
botteghe piü antiche. — ins. 4 n. 45. 46 (2,70). 47 (2,88). 49 
(2,78). n. 50 (2,96): da supporsi anche nel u. 52, che fa parte 
della stessa casa («dei capitelli colorati»). — ins. 13 u. 1(3,20: 
scala nel locale adiacente u. 25) 2. 3 (2,95). 

Reg. 8 ins. 3 n. 2 (2,95): da supporsi anche nel n. :>; 
n. 11 (3.20): l'ingresso intero era alto almeno m. 5,30; l'ammez- 
zato era accessibile dai locali posti dietro di esso, ai quali si asceu- 
deva dal n. 10, congiunto con 11 per uua porta. — ins. 4 n. 25 
(3,70); deve supporsi per tutta la lila di botteghe tino all'angolo 
della via « delVAbbondanza «. — ins. 5. 6 n. 27 (poco chiaro). 
n. 29 (2,95). 

Reg. 9 ins. 1 n. 21. 23. 24, domits Epidi Sahüil (1,55 

nel n. 21). 

In tutti questi casi dunque — e senza dubbio in molti altri — 
vi era sopra la bottega un locale spazioso quanto la bottega stessa, 
c come questa aperto suUa strada in quasi l'intera sua larghezza. 
Possiamo supporre che qnesto soffitto del locale inferiore, ed in- 
sieme pavimento del superiore, era niuuito, sul suo margine rivolto 
alla strada, d'un parapetfco probabilraente di legno, non massiccio e 
chiuso, ma fatto a guisa d'un cancello. Questo dunque era un posto 
adattatissimo per esporre oggetti da vendere; e senza dubbio ser- 
viva a questo scopo. Insorama ritroviamo qui tutti i contrassegni 
della pergida : un luogo annesso alla taber/ia, abbastanza spazioso, 
rivolto alla strada, che sta ad una certa altczza. 

Perö la pergola cosi da noi ritrovata non corrisponde affatto 
all'etimologia e, per conseguenza, al significato originario della 



nell' architettura antica 217 

parola; la quäle, derivata da jisrgere, dovrebbe indicare un pas- 
öaggio da im punto ad uu altro piii o racno distante. In questo 
questo senso meritano il loro uome le pcrgalae delle viti ('): lo 
coufermera clihmque abbia osservato tale sistema di colti^ar l'nva, 
geaeralmeute nsato p. es. nel Tirolo meridionale. Neil' architettura 
dimque, tenendo conto e dell'etimologia e del fatto che la parola 
indica per lo piii uu membro visibile dal di fuori, e probabile che 
'jrjryala fosse in origine una galleria esterna, suUa quäle si potesse 
passar da uua parte della casa all'altra, auche quando le localita in- 
terne fossero divise e senza porte di comunicazione fra loro. Non man- 
cano esempi di tali gallerie nogli edifizi autichi. Cosi nella caserma 
dei gladiatori a Pompei le celle del piano superiore erano accessibili 
soltanto per una galleria esterna, che vi si stendeva avanti (-). 
Lo stesso vale per la tila superiore di botteghe nel macello (co- 
sidetto Pantheon), anche a Pompei ('^). Ed a Stabia in un editizio 
di destinazione incerta ad una üla di 15 camere ca sovrapposto' 
uu piano superiore di altrettaute, senza scale ('^); il La Vega vi ha 
Sbguato .avanti una linea puuteggiata couleparole: - mignano che 
da ingresso alle stanzedel 2" appartamento « , E dovunque nelle 
case il peristilio avesse un ambulacro superiore, che dava accesso 
a camere retroposte, a questo pure s' adattava il nome di 'pergula. 
Ma non esiste alcuna testimouianza esplicita che tali gallerie ed 
ambulacri avessero quel nome. Forse perö potremo renderlo vero- 
simile indirettameute, col ragiouamento seguente. 

Torniamo cioe alle "perfjulac delle boLteghe, da noi ritrovate 
a Pompei. Esse, come abbiamo veduto, portavano un nome che eti- 
mobgicamente loro non couviene e che non possono aver ricevuto 
se non per qualche somiglianza che dovevano presentare con altre 
pergulae^ alle quali in origine e con piü ragione fu applicato. 
Ora se queste erano appunto le suddette gallerie esterne, allora 
il trasferimeuto del nome si compreude banissimo, perche qui 
esiste quella somiglianza che poteva giustificarlo. Per render cio 
chiaro raffiguiiamoci la lila di botteghe a due piani del macello 
pompeiano, che forma quasi im membro di transizione. Infatti qui 
non abbiamo altro che una fila di botteghe altissime col solito 
ammezzato, ijergida, il quäle perö qui non ha soltanto l'estensione 
della botLega, ma sporge fuori deH'ingresso, e queste parti spor- 
genti dei singoli ammezzati son congiunte fra loro : l'aspetto dal 
di fuori era quello di una fila di alte botteghe traversata a una 
certa altezza dal parapetto della galleria, i^ergida. Ora e chiaro 

(1) Colum. 4, 21, 2; 11, 2, 32. Plin. n. h. 14, 11. vitls pergulana Co- 
lum. 3, 2, 28. 

("') Mazois Euines de Pompei III tav. 3-5. Overbeck-Mau Pompeji p. 95. 
(■') Mazois op. c. III pai?. 6'i tav. 44. 45. Overbeck-Mau op. c. p. 124. 
(■*j Ruggiero Degli scaoi dl Stabia tav. 7. 

U 



& 



218 SUL SIGNIFICATO DELLA PAROLA PE.lßri.-l 

che questo aspetto uon diJeriva molto da qiiello d'iina fila di 
botteghe con pergole non congiimte ; soltauto ivi il parapetto 
stava piü indeutro, in ima linea coi pilastri che separano gli in- 
gressi, ed era iuterrotto da questi medesimi pilastri. C001 il trasferi- 
meiito del nome non e certo incompreusibile, e la facilitä di 
spiegare in tal modo il nome di jj(?r^^^/« dato al locale siiperiore 
della bottega faA'orisce la supposizione che col msdesimo nome 
fossero indicate quelle gallerie. 

L'ammezzato delle botteghe dell'epoca sannitica non puö in 
alcun modo rifcenersi im'aggiimfca posteriore, sia perche senza di 
esso non si spiegherebbe l'altezza delle botteghe stesse, sia perchj 
Taspetio dei biichi ov'erano incastrate le travi escliide una tale 
ipotesi ('). Che auche in epoea piü tarda non si rinunciasse a questo 
modo di costruire, ne abbiamo un esempio certissimo nelle botte- 
ghe delle terme Sfcabiane, che sono in parte deU'ultima epoea di 
Pompei, ma avevano ognuna la sua pergola. Auche le botteghe 
della casa - del naviglio ^ (reg. 6 ins, 10 n. 10 e segg.) furono 
costruifce cosi nei tempi dei primi imperatori. E qui si deve meu- 
zlonare la graude bottega reg. 8 ins. 4 n. 7, alla quäle era so- 
vrapposto un locale, con apertura sulla strada di m. 0,45 piü 
larga che quella della bottega stessa, accessibile da camere dietro 
poste, che da parte loro erauo congiunte con la bottega per una 
bcala ; senza dubbio anche ad esso si applicava il nome di pergida ; 
la costruzione non e anteriore ai tempi romani. Similmente sopra 
ognuna delle due botteghe reg. 7 ins. lln. 13e 15 stava un 
locale che aveva sulla strada un'apertm'a piü larga ancora dell'in- 
gresso della bottega sottoposta, perö senza comunicazioni colle 
botteghe. Anche la bottega reg. 7 ins. 12 n. 15 era sormontata 
da una stanza simile, accessibile per una scala da locali esistenti 
dietro la ])ottega. 

In generale perö pare che piü tardi a Pompei si preferisse 
di dare alla bottega. un ingresso piü basso, e di far sopra di essa 
una Camera chiusa verso la st.'ada, che spesse A'Olte non era ne anche 
annessa alla bottega, ma aveva 1" ingresso separate, accanto a 
quelle della bottega: erano dunque tali camere affittate separata- 
mente, senza dubbio a persone che potevano spendere poco per la 
loro abitazione. AI nome di pergala non avevano piii alcun diritto, 
ma daltra parte non dovrebbe farci meraviglia che col posjo 

(1) In alcuni casi questi buchi, di forma rettaiigolare, son ])raticati nei 
lastroni di tufo, cd allora nelle varie case si rasscimigliam) tanto per la forma 
e per il lavoro, che mm possono non ascrivei'si ad un medesimo tempo, che 
naturalmente e quello della costruzione. Essi sono analoj^hi a quei buchi cho 
nei peribolo del tcmpio di Apollo conteuevano le travi deirambulacro superiore. 
8i trovanonelle botteghe reg. 5 ins. 1 n. G. 8. — reg. ins. 1 n. 18; ins. 6 
n. 4. 2.3. — reg. 7 ins. 13 n. 1 (ctm. 29 X 1.6). — reg. 8 ius. 3 n. 11 (ctm. 34 Xl6). 



nell' architettüra antica 219 

aves3ero ereditato dalla poi'gola anche il nonie. 0/a presso Pe- 
troQio (74) iULli(,8 iii 'pergiila sigiiidca: nato in condizioni povere ; 
ed essendo le persona di Petronio abitanti della Oampania, proba- 
bilmente di Curaa (\), si potrebbe esser disposti a cercar la spie- 
gazione delle loro parole nogli edifizi di Pompei e ammettere che 
qui si alluda appimto a quelle caiiure sovrapposte alle botteghe, 
che almeno tale sia Torigine dell'uso di chiamar j^ergida una 
povera abitazione. Ciö e possibile, ma non e certo. Perche sarebbe 
aiiche possibile che siii tetti delle case prima si facesse qualche cos.i 
rassomigliaiite alle pergole delle vigne, e che piütardi vi si sostituis- 
sero sohitfce, alle quali, abitate da povera gente, rimauesse qiiel nouic'. 
Anche presso Properzio (-) pergiUa e una povera abitazione, ma 
il sito non e abbastanza chiaro per poter dire se possa pensarsi ad 
una öoffifcta ovvero se si tratti di un' abitazione piü direttamentv3 
accessibile dalla strada. Presso Ausonio (^) una capanna dal tetto 
di paglia si chiama pergula : forse la parola signilica qui sem- 
plicemeut-e una povera abitazione. Quando in epoca molto piü tarda 
TerfcuUiano (^) eon la parola in discorso indica, ma in modo non 
troppo chiaro , le parti superiori di una casa alta , allora e piii 
probabile che l'origiue di tale uso sia quello in ultimo luogo ac- 
cennato. Perö qui pure non vorrei escludere come impossibile l'altra 
ipotesi: giacche se veramenti pergida chiamavasi una certa specie 
di camere superiori, quelle cioe sovrapposte alle botteghe, allora il 
nome poteva col tempo prendere il significato di locali superiori 
in genere. 

E noto che qualche volta i locali delle scuole si chiamano 
■pergvlae (^). D'altra parte Livio (6, 44, 6) ci dice che ai tempi 
dei decemviri Virginia fu portata a scuola al foro, perche ivi ia 
taberais erano le scuole. E racconta pm-e (6, 25, 9) che Camillo, 
entrando in Tuscolo, vide iabernis apertis gli artigiani lavoranti 
ed i fanciulli che imparavauo a leggere. Qui dunque si parla ora 
di tabeniac\ ora di pergulae^ ciö che si spiega in modo assai na- 
turale supponendo cioe che le scuole si tenessero appunto in lo- 
cali come quelli che trovammo a Pompei. E diflicile il credere 
che le tabjrne stesse del foro fossero disponibili per un uso cosi 
poco lucrativo, mentre e possibilissimo che qualche commerciaute, 
non avendo bisogno del loeale superiore, lo cedesse ad un maestro 
di scuola. 

Per esser completo non voglio passar sotto sileuzio, che il 



(') Mommsen Hermes XIII pasf. 106 segg. 

('■^) 5, 5, 68: horruit algenti j)e}-</ula curia foco. 

(^j Epht. 4, 6: vilis harundineis cohihet quem pergida tectis. 

(M Adv. Valent. 7. 

(•'') tSuet. De gramm. 18. Vopisc. Saturnin. 10. Cf. G'ioven. 11, 13G sg. 



220 SÜL SIGNIPICATO DELLA PAROLA PERGULA ECC. 

noto lupanare di Pompei (reg. 7 ins. 12 n. 18-20) ha nel suo 
piano superiore ima galleria esterna, che si stende lungo ambedue 
i lati rivolti siiUa strada. Questo piano superiore non ha celle, 
ma e oecupato quasi tutto da un'ampia sala, che per le sue pit- 
tiu'e murali apparisce molto piü elegante dei locali inferiori. Ha 
il suo ingresso separato dalla strada, e pare che i due piani non 
fossero in comunicazione fra loro. Anche nella casa adiacente 
(n. 17) al di sopra dello stabilimento indiistriale dichiarato dal 
Fiorelli (') per una fullonica era un grande locale con annessa 
galleria esterna suUa strada. Stava sopra i locali a, b, c, della 
pianta del Fiorelli, era accessibile per una scala situata nel cor- 
tile p (per il quäle dalla casa n. 21 si passava alle stabilimento 
suddetto) e dava accesso a tre celle o cubicoli, situati sopra 
quelli che stanno sul lato d dell'atrio n. 21 (c, d, e, sulla pianta 
citata). E possibilissimo che qui pure si tratti di uu lupanare. 
che doveva comprendero anche l'atrio n, 21 con le camere adia- 
centi, giacche i locali descritfci non hanno ingresso separato. In 
ambedue quesui casi la galleria, e fors'anche la sala dietroposta, 
poteva chiamarsi 'pcrgiita ed e analoga a quella del lenone di 
Plauto, benche la corrispondenza non sia perfetta. 

La casa « del Laocoonte » (reg. 6 ins. 14 n. 28-31) ha una 
galleria esterna lungo tutta la sua facciata. Sta ad un livello al- 
quanto piü basso avanti al locale sovrapposto alla grande taberna 
(senza dubbio una caupona) n. 28, e s'abbassa ancora piü all'estre- 
mita S, ove da accesso alla iatrina. Non si riconosce da dove fosse 
accessibile; il locale sopra la caupona (che doveva essere accessi- 
bile da questa stessa, giacche non v'ha altro ingresso) s'apre sulla 
galleria con una finestra che ha l'intera larghezza del locale o) 
con due finestre, alle due estremitä, ciö che pero e meno proba- 
bile). Tanto questo locale quanto la galleria potevano chiamarsi 

pergula. 

A. Mau. 



(1) Dcscr. p. 285; GU scavl dal 1801 al 1872 \^. 19, c;ll:i piaiit.i tav. 7. 



DELL'ARTE ANTICHISSIMA IN ROMA 

Discorso letto da G. F. Gamurrini 
nell' adiinansa solenne del 15 aiwlle 1887. 



Niuuo certo oserä di affermare, che Roma dai siioi primordi 
alla seconda guerra pimica non abbia aviito i suoi artefici. Che se 
lo splendore delle opere greche trasportate in Roma fece evauire 
e dimenticare la modesta luce primitiva, lo stesso amore di pos- 
sederle, e la siiscitata meraviglia nel popolo ci confermano dello 
spirito pubblico omai educato a comprenderne e vahitarne il hello. 
Laonde quando Orazio nella riauovata Roma si espresse: Graecia 
ccqHa fentm vlctorem cepit, et artes intulit agresti Latio, cadde 
nell'eiTore comiine, se cou ciö volle asserire, che Roma ed il Lazio 
erauo del tutto inciilti prima della conquista della Grecia, dalla 
quäle quiiidi avrebbero tratto gentilezza di lettere e d'arti. Qiiella 
sentenza tolta per vera ha servito di fallace norma, ed ha impe- 
dito Uli libero esame sui prodotti dell'arte latina. Essendo omai 
cosa nota, che nelle principali cittä quindi dominate o distrutte 
da Roma fiorivano le arti per guisa, che nelle grandi e minute 
opere dovevano rispondere al buon gusto ovunque diffuso, come si 
poträ concedere che Roma, posta in mezzo a loro, e ddtata di una 
virtü potentemente comprensiva ed esplicativa, non si nutrisse dei 
sentimenti stessi, e si mostrasse tanto inferiore in coltm'a? D'al- 
tro lato le diflicili vie di comunicazione ed uno stato piü di guerra 
che di pace l'avranno ben presto costretta a provvedere e produrre 
nell'iudustria e nell'arte per proprio conto, e nel dispiegare la sua 
potenza e l'orgoglio avrä ben saputo pure in questo liberarsi di 
ricon-ere altrove. Importa adunque indagare alquanto, e vi e certo 
il pregio dell'opera, quäle genere e periodo di arte abbia ingen- 
tilito Roma inuanzi che armata veleggiasse verso la Grecia: e 

15 



222 dell'arte antichissima in roma 

quanto di greco giä vi si sentisse, al pimto che il popolo giä 
grandemente compiacevasi delle commedie di Menandro nei versi 
dei suoi piimi poeti. 

La circostanza solenne e l'indole del discorso mi costringe a 
tracciare le linee dell'argomento piü o meno decise, come di un 
quadro veduto da limge, secondo alcune mie osservazioni desunte 
dai moniimenti. Che quanto ci hanno lasciato gli scrittori sull' an- 
tichissima arte romana molto eruditamente ha raccolto e distinto 
il prof. Detlefsen (^). Deboli invero sono i ricordi, che dell'arte 
abbiarao ricevuto nell'albore della storia di Koma. Plinio non pe- 
•rita di affermare, che a siio tempo vedevansi in Laniivio e in 
Ardea del Lazio e in Cere di Etrmia pittm*e anüquiores urbe {}). 
Noi per le sicm'e cognizioni, che abbiamo conseguito siille pittm-e 
etrusche di Veio e di Cere, mentre consentiremo alla sussistenza 
del fatto, riterremo quelle di un'etä piü tarda, e dedm-remo legit- 
timamente, che la pittura forse nel settimo secolo av. Cr. simil- 
mente si esercitava tanto nell'Etrm-ia come nel Lazio. 

La tradizione romana, che neue persone dei primi re ha rac- 
colto le istituzioni civili, militari e religiöse, ascriveva a Numa i 
collegi delle arti, fra le quali quello dei fabbri: tanto equivale 
ad indicare che questa industria venne in tempo molto vetusto 
a stabilirsi in Roma. Per lo innanzi i metalli manufatti si rice- 
vevano dall'Etruria, e naturalmente da quella contrada, dove si 
estraevano e tuttora si estraggono il rame, il ferro, ed il piombo. 
La lloridissima cittä di Volci, o Vulci, ne chiudeva appnnto il li- 
mite sud presso le foci del fiume Armina oggi Fiora: per cui 
specialmente di lä si dovevano dipartii'e tali manufatti per la re- 
gione tiberina ed il Lazio. Che la cosa sia avvenuta cosi, oltre a 
questa condizione topogratica, comprovasi coUo stesso nome di Vol- 
kanus^ il quäle fu come dire l'uomo di Volci, o proveniente da Volci- 
Come da noi si chiamano dal popolo Bresciani e Tirolesi coloro 
che si recano a vendere coltelli e forbici, cosi per Roma e per il 
Lazio erano i Volkani quelli che esercitavano 1' industria metal- 
lurgica, donde la divinitä ne desunse il nome, invece di chiamarsi 
coll'etrusco di Sethlaiis- o col greco di "Hifcuatog. Per tali con- 

(1) Detlefsen De arte antiquissima Romanorum particulae tres. Glück- 
stadt 1867, 1868, 1880. 

(2) Eist. Nat XXXV, 17. 



DELL ARTE ANTICHISSIMA IN ROMA 223 

dizioni divenne iina necessita ristituire in Koma un collegio delle 
arti fabrili, e provvedersi del metallo in pani e lavoraiio; molto 
piü quando sorsero le aspre contese colle vicine cittä etrusche, 
che ne impedivano il traffico. Si segnö cosi im atfrancamento ed 
un progresso, in qiianto che Koma stessa avrä qiiindi innanzi prov- 
veduto nelle opere di metallo le minori cittä latine. Ci comparisce 
allora Mamurio Veturio, come caelator assai abile negli ancili dei 
Salii: e la tradizionale meraviglia ed il carme saliare ci fanno 
inten dere, che si era conseguita in Roma nell'arte fabrile la desi- 
derata perizia. Se vogliamo credere a Plutarco (in Nmna\ fra le 
corporazioni dei mestieri fu la prima qiiella degli orefici. Della 
quäle sottile industria ci e pervenuto uno splendido saggio di eta 
remotissima. Consiste in una fibula d'oro trovata a Palestrina {}) 
di tecnica assai fine ed ingegnosa derivata dalla fenicia: l'epigrafe 
in lettere di oro lungo il canaletto la palesa di fattura latina : 

loUAI41Vl/l:a3>IAB=':3B^:a3W:^oll/lAI^ 

A quäle alto grado fosse quivi pervenuta la toreutica, da tale 
gioiello si argomenta: che se si volesse supporre, che in altra 
citta del Lazio, o dove tale dialetto latino estendevasi, fosse stato 
prodotto, non si potrebbe disconoscere, che similmente in Koma, 
ed anche meglio per la importanza della cittä si sarebbe fatto. 

Ora s'intende bene la causa, onde si ascriveva a Numa anche 
il collegio dei figuli, cioe dei lavoranti in argilla. Veramente in 
quanto alla ceramica, non pare che in Roma si facesse molto pro- 
gresso, come invece avvenne uelle cittä etrusche: ma per molto 
tempo si ritenne la tecnica e la forma del vaso laziale e degli 
italici, accolta in tutta la regione del basso Tevere e dei suoi 
confluenti. Della quäle industria e di altre attenenti all'uso par- 
ticolare della vita, ne sapremmo assai di piü, se non si trascura- 
vano le propizie occasioni ueirodierno ampliamento di Koma, spe- 
cialmente nella regione Esquilina. Un gran tesoro di oggetti e di 
osservazioni si e fatalmente perduto, e quanto fu raccolto alla 
rinfusa non preseuta che un misero avanzo dell'antica e nuoYa di- 

(1) Heibig Duomiiüer Sulla fihula prenestina. Bull. d. Inst. 1887 
pag. 37 e segg. 



224 dell'arte antichissima in roma 

struzione. Forse labitudine qua formata alle cose grandi fece di- 
spregiare le piccole, che nella storia dell'arte dl Roma valevano 
qimnto le grandi. In tale peniiria hanno ben meritato della scienza 
le pertinaci indagini del prof. Dressel ('), e le sue ingegnose de- 
duzioni. Da lui e da quanto hanno riferito il comm. Lanciani {-) 
ed il cav. M. Stefano de Rossi, e da quanto e pervenuto al 
museo capitolino, ed ha raccolto l'amore del sig. L. Nardoni, si poträ 
rischiarare alquanto questo periodo crepuscolare di Roma. Poiche 
dalla necropoli dell'Esquilino ne sono apparsi indizi di sepolcri, 
che datano dalla cessazione dell'epoca della pietra : vasetti e bronzi 
che risalgono al settimo ed ottavo secolo: e si manifesta quindi 
la importazione degli unguentari fenici, e dei fittili di stile co- 
rinzio, prodotto questo del commercio delle colonie doriche e focesi. 

Ma la plastica in terra cotta, la quäle coUe sue sculture, ri- 
lievi ed antefisse decorava i tempi urbani, era trattata dagli etru- 
schi artefici. Cosi da Veio a tempo di Tarquinio superbo venne a 
Roma uno chiamato Volca, che ornö il tempio di Giove Capitolino, 
e la statua compose del nume. A tanto non osava e non si spin- 
geva l'umile industria romana. 

Ben diverso concetto dovremo farci dell'architettura, la quäle 
tiuo dall'epoca regia, se non nella parte decorativa, certo nella tec- 
nica, raggiunse la sua italica perfezione, come tuttora la palesano 
le mm-a, l'aggere, il carcere mamertino e le cloache. Dalle quali 
opere si argomenterä che un simile sistema di muratura fu teuuto 
negli altri edifizi: il quäle sebbene per gli attestati storici lo si 
debba considerare come etrusco, pure in soliditä ed in bellezza 
supera quegli avanzi, che ci sono rimasti di Cerveteri, di Veio e 
di Faleria. 

Ma considerata l'arte di Roma prima che le dette cittä fos- 
sero prese, e Veio distrutto, e assai probabile, che fosse un ri- 
üesso di quella di Cerveteri, dalla quäle cittä sembra che fosse 
presa anche la forma esterna del culto. Un tale fare tuscanico, a 
cui non si poteva assoggettare per quelle forme orientali ed iera- 
tiche il realismo del genio latino, veniva a poco a poco moditicato 
dairellenismo, che s'introdusse in Roma per il commercio marit- 

0) Annali delVInst. 1879 p. 253 e segg.; 1880 p. 265 e segg.; 1882 p. 5 
e segg. 

(2) Lanciani Bull. arch. com. 1875 p. 41 c segg. c tav. VI, VII c VIII. 



DELL' ARTE ANTICIILSSIMA IN ROMA 225 

timo di Marsiglia e delle cittä greche dell'Italia meridionale. Ciö 
si manifesta primaraente per le forme deU'alfabeto calcidico, di 
ciii im largo esempio vediamo in im vaso italico trovato in Roma ('), 
qiiindi per Tammissione di alcuue divinitä, greche, e per ayere 
infine corretto ed ordinato il dritto italico a seconda delle greche 
leggi nella redazione delle dodici tavole. 

Di questa felice transizione abbiamo imo storico ricordo, al- 
lorche due artefici in plastica ed iusieme pittori, Damoülo e Gor- 
gaso, furono nel 498 av. Cr. in Eoma, ed eseguirono opere loda- 
tissime uel tempio di Cerere (-), la cui iibicazione fu assai 
prossima al circo massimo. Fin d'allora si sentiva il bisogno di 
ricorrere alle esperte mani dei Greci, invece che degli Etruschi. A 
■ quel tempo ed allo stile greco-arcaico ben risponde il fregio tittile, 
che rappresenta iina corsa o una pompa fimebre, e che fu trovato 
fra i disfatti sepolcri deU'Esqiiilino: forse decorava la fronte siipe- 
riore di ima tomba a camera (3), 

II distacco dell'arte romana dairetriisca si rese per le con- 
dizioni politiche ognora piü forte (sebbene questa pure si modifi- 
casse), allorche estinta in tutto od in parte la vita delle cittä ri- 
vali, Roma divenne assoluta padrona dai monti Cimini fino al 
Tevere, coll'avere qiiindi dedotto una colonia in Tarquinia. Nou 
v'ha dubbio, che costituitasi un potente centro politico si trasfor- 
mava in emporio artistico fra quelle popolazioni all'arte educate. 
Ma questa non vi avrebbe assunto la vita ed il moto, senza che 
vi si fosse immesso direttamente uu raggio ellenico. La occiipa- 
zione della Campania avveniita nel 340 av. Cr. fu quella che apri 
a Roma le fonti della greca gentilezza. 

Esteso e lusinghiero tema sarebbe il dichiarare, che cosa fosse 
in quell' epoca l'arte campana. Sebbene a contatto delle colonie 
doriche e siciüe, vi predominö infine l'atticismo, il quäle piegava 
a certa mollezza in quella contrada, dove, secondo il proverbio 
degli antichi, gareggiavano fra loro Cerere e Bacco, tanto vi erano 
l'aere ed il siiolo dilettosi e fecondi. La vita di tutto quel popolo 

(') Dressel Dl im' antichissima iscrisione latlna sopra un vaso trovato 
in Roma. Ann. d. Inst. 1880 p. 158 coii tav. L. 

(2) Plin. H. Nat. XXXV, 154: «Ante haue aedeni Tuscaiiica omiiia in 
aedibus fuisse, auctor est Varro ». 

(3) Lanciani, nel Bnll. cit. alla tav. VI n. 1. 



226 dell'arte antichissima in roma 

si agitava nell'arte, la quäle studiavasi di raggiungere il sommo 
nel delicato: ma col fare iin altro passo cadde nel manierato e 
nel nauseante. 

Quando dal conquistato trausito dei Latini, degli Ernici e dei 
Volsci, le legioni romane penetrarono nella Campania, l'arte soste- 
nevasi uella mirabile vemistä di im disegno molto corretto. Le 
cittä piü impoitanti, come Capiia e Cuma, fui'ono ridotte ben presto 
a mimicipi dipendenti, ed inoltre iina biiona parte dei contadini 
romani venne traslocata nei terreni della Campania confinanti col 
Sannio, e tra Capua e Teano si stabili il propugnacolo di Cales, 
ora Calvi, nel 334. Nuove colonie poi si condussero per romaniz- 
zare la contrada, e nel 312 fu tracciata la gi-ande via Appia per 
congiimgere in modo facile e diretto la Campania con Roma. Su- 
perata la seconda giierra sannitica, ed assicurato il dominio sopra 
i Volsci, si svolsero nella cittä le arti della pace: e fu natm-ale 
conseguenza che le Industrie campane inondassero Koma ed il Lazio. 
II terreno si trovava giä disposto, ed una certa piacevolezza elle- 
nica veniva a trasfondersi nel popolo, il quäle perö uon aveva per- 
duto per questo di sua ruviditä e dei suo senso pratico. Un grande 
impulso civile fu promosso dal censore Appio Claudio, familiäre alla 
cultura greca, e che sebbene patrizio iucontrava per le sue popo- 
lari riforme la simpatia della plebe: per lui fu aperta la via Ap- 
pia, e costruiti i primi acquidotti. Quindi si ediflcarono tempi, si 
eressero statue, che consacravano le leggende della fondazione di 
Roma, dei suoi re, e dei fatti piü memorabili. Si pose dagli Ogul- 
nii la lupa con i gemelli presso il fico ruminale a capo dei foro; 
e probabilmente un'altra simile fu situata allora nel Campidoglio. 
Se fossimo certi essere una delle due la lupa, che si ammira nel 
palazzo dei Conservatori, vi scorgeremmo un artefice, che non si 
era ancora liberato dalla rigida etrusca Influenza. Imperocche il 
passaggio verso il moUe stile della Campania non si fece d'un 
tratto ne pienamente, ma venne ad avere il suo libero sfogo in 
Roma nei primi decenni dei secolo terzo. Le serie delV aes librale 
romano e latino ed alcune monete coniate ci addimostrano abba- 
stanza bene il predominio ognora crescente della scuola greca. In 
quanto che con abbondanza si fusero ed in parte si coniarono in 
Roma e nelle cittä dei Lazio tutte quelle che servivano di rao- 



DELL'ARTE ANTICHISSIMA in ROMA 227 

neta corrente nel paese (la quäle pure si estese nei Falisci e nel- 
rUmbria), e molte che recano la leggenda ROMA: quelle altre 
poi, che tengono a base la dramrna o l'obolo, possono essere una 
produzione della Campania, ma non vi e ragione'di negarle asso- 
lutameute alla zecca di Koma, che poteva coniaiie per il commercio 
delle regioni del mezzogiorno, come nello stesso modo qiiindi si 
fece col vittoriato. 

Augusto e i suoi successori con abbellire Roma travestirono 
di splendid! marmi e di bronzi dorati le decorazioni dei tempi e 
degli altri pubblici editizi, molti dei quali presentavano le loro 
fronti coUe antiche scultiu'e in terracotta ed in brouzo. AI tempo 
di Plinio ne restavauo ancora con qualche frequenza: e sono d'opi- 
nione che, sebbene da principio fossero opere tuscaniche, pure dope 
l'incendio gallico si sarä presso che tutto rinnovato, specialmente 
nel ricco e fecondo periodo del secolo terzo, improntando i sog- 
getti nello stile della Campania. Ed e questo cosi vero, che se in 
Roma non sono apparsi che scarsi avanzi di questo genere, la sua 
campagna ed il Lazio ne han prodotti alla luce in abbondanza da 
fare facili confronti colle terrecotte delle citta campane. Con essi 
si e formata la celebre raccolta del marchese Campana, e quella 
dello scultore Saulini, ricordando che bellissimi esemplari ne pos- 
sediamo nel Kircheriano e nel Capitolino, senza dire che infinite 
di tali terrecotte sono disperse neile private e pubbliche collezioni. 
Si rileva da queste opere fittili, piü che da altro qualsiasi monu- 
mento, quäle veramente fosse l'arte romana, distinta per varietä eu- 
ritmica e rigida bellezza. Ma posso aggiungere, che stabilitosi un 
tal genere decorativo in Roma, non solo si estese nelle cittä mi- 
nori, ma diviene assai probabile, che si propagasse nelle vallate 
superiori del Tevere e nella bassa Etruria, dove Roma dominava. 
Le terrecotte rinvenute nei due distrutti tempi di Faleria, l'uno 
dei quali sembra che fosse quelle dedicato a Giunone Curite, come 
quelle trovate in Orvieto, dispiegano chiaramente lo stile della 
Campania della prima metä del secolo terzo, e ben poterono essere 
eseguite per mano di artefici romani, o residenti in Roma, che eser- 
citavano tale industria: come mille e piü anni depo similmente 
avvenne nelle stesse contrade, le cui chiese si decoravano dai 
comacini di Roma, sia nelle opere di marmo che di mosaico. 



228 dell'arte antichissima in roma 

Questo novello vanto di Koma esce ognora piü dal vago e dal 
probabile, e viene acqiiistando il suo vero aspetto, allorche ve- 
diamo che vi fioriva in quel tempo iiua sciiola di disegno veramente 
ammirabile. Quäle moniimento si puö citare piü perfetto in figiire 
graffite su di lamina di bronzo, di qiiello che osserviamo nella cele- 
bre cista ficoroniana ? II disegno si presenta con giustezza di linee; 
ogni difficoltä degli studiati scorci e vinta mantenendo la leggia- 
dria; il complicato soggetto si svolge nei liberi gruppi, fra i qiiali 
l'intento sguardo discopre Veffetto e la legge della simmetria: vi 
spira ancora d'attorno l'aiira e la fragranza della bellezza antica. 
II monumento stesso ci dichiara essere opera romana: 

NOVIOS • PLAVTIOS • MED • ROMAI • FECID 

Non evvi per me esitanza alciina nello stabilire due cose: 
che quella e piira arte greco-campana fiorente in Roma; e che 
il disegno della cista fu condotto nella prima metä del terzo 
secolo av. Cr. Perocche questo tempo si puö desumere dal con- 
fronto con i vasi dipiuti prima che volgessero alla loro decadenza. 
ed ancora dalle monete coniate, le quali coll'epigrafe ROMA so- 
stengono la venustä del greco stile prima dell'emissione. del de- 
naro: ed aggiungerö per nota cronologica, che in quella epigrafe 
la lettera O non e chiusa, la quäl cosa si riscontra in alcune mo- 
nete romano-campane, cioe di Cales, di Suessa e di Caiazia, le 
quali fiu'ono emesse dalle colonie, cioe nella prima metä del secolo 
terzo. Riscontrasi pure tale forma di lettera nelle epigrafi graffite 
in piccoli monumenti della necropoli esquilina, i quali bene ri- 
spondono a quella etä. 

Tutte le eiste di minore grandezza e bellezza trovate a Pa- 
lestrina spettano allo stesso periodo : resta solo di deflnire, se pure 
esse debbansi ascrivere ad officine romaue. lo vi propendo per al- 
cuni soggetti che riguardano la cittä di Roma, e per le iscri- 
zioni, una delle quali reca il nome dell'incisore : VIBIS PILIPVS 
CAILAVIT. S' intende che quando diciamo delle eiste, vi com- 
prendiamo ancora gli specchi, alcuni dei quali recano delle iscri- 
zioni latine. 

A coufermare il fatto, che da Roma si propagava il prodotto 



DELL' ARTE ANTICHISSIMA IN ROMA 229 

di tale indiistria anche neH'Etruria al di lä del Cimino, giova il 
trovamento avvenuto presso Bolsena di uno specchio, che tiene la 
speciale forma di quelli di Palestrina, ed ha per soggetto la pri- 
mitiva leggenda di Eoma colla lupa, che si raffronta colle monete 
romaüo-campaue (•): e l'altro specchio con leggenda latina, pro- 
veniente da Orbetello, che occupa il sito della colonia romaua di 
Cosa in Etruria (-). 

Non e ancora giimto il tempo per definitamente stabilire, come 
e quanto l'arte della Campania nelle opere del bronzo oltre alla 
suppellettile muliebre s'irradiasse in quelle provincie, che Koma 
andava assoggettando neU'Italia centrale. Una volta perö che sia 
riconosciiito il principio, la via sarä aperta a nuove osservazioni 
e scoperte. Quando nella stipe votiva di Ancarano veggo che gli 
idoli rozzissimi di una tecnica tradizionale sono commisti ad al- 
cuni di buona arte greco-romana, ed dllaes rüde locale succedono 
le monete romano-campane, deduco non esser questo l'effetto di un 
progresso avvenuto fra quei monti, ma di una importazione nuova 
promossa in quel tempo. E quando lo stesso fatto si rivela nelle 
stipi votive di Cagli e di Fossombrone lungo la via Flaminia, nelle 
quali non sussiste il passaggio dell'infanzia dell'arte allo stile cor- 
rettamente sviluppato, anzi improntasi questo al ben cognito della 
Campania, sarä concesso di affermare, che la causa di quel mu- 
tamento, il quäle quindi modificherä le italiche stirpi, dipende 
dall'ammissione e predominio della civiltä e potenza latina, che 
schiudevano tali commerci, e si costituivano fin d'allora fattori 
dell'unitä nazionale. 

Ora vengo ad un'altra geniale industria, che Koma potenfcemente 
produsse ed estese nelle sue province : voglio dire di quelle leggia- 
dre stoviglie a vernice nera lucente, decorate spesso di figurette ed 
Ornate a rilievo. A questo genere di ceramica, da me piü volte 
descritto, imposi il nome ora ricevuto di etrusco-campano, per la 
ragione, che origiuario della Campania e specialmente di Cales, 
di Cuma e di Capua, si imitö nel secolo terzo pure in Etruria. 



{') Kluegmann Ann. d. Inst. 1879 p. 38 e segg. e specialmente alle 
p. 42 e 46. 

{-) Ann. delVInst. 1858 pag. 383. 



230 DELL'aRTE ANTICHISSIMA IN ROMA 

Per la pratica e la conoscenza che ne andiamo acqiüstando, con- 
viene trattare il tema sotto l'aspetto, che i Roraani, resisi padroni 
di quelle fabbriche campane, abbiano poi avuto l'interesse dl dif- 
fonderne il commercio nelle regioni loro soggette, ed abbiano sta- 
bilito le nuove fabbriche neU'Etriiria, cioe nei luoghi dove l'ar- 
gilla si trovava piü idonea, e piü facile ne poteva essere lo smercio. 
Che nella occupazione della Campania i Romani volgessero subito 
il cupido sguardo sulla produzione dei vasi, la cosa resulta chiara 
da quanto accadde in Cales, che divenne una fra le prime ad 
avere i coloni, e dove la ceramica giä tioriva molto attiva e lu- 
crosa. Si cambiano le nazionali impronte figulinarie segnate a ca- 
ratteri greci: vi succedono le latine, vale a dii-e si cambia pa- 
drone, il quäle probabilmente si servi delle stampe vecchie per i 
rilievi, e solo ne rinnovö alcune cogli artefici locali. Come eser- 
centi la fabbrica compariscono un Lucio Canoleio, il quäle pro- 
babilmente e di Roma, ed un Reto (labinio. Spinsero essi, special- 
mente il primo, il commercio dei loro vasi nel Lazio, in Etruria, 
nella Sabina e neirUmbria, dove si trovano con qualche frequenza. 
E naturale che quanto si fece in Cales, non si sarä risparmiato di 
fare neH'altre cittä campane, dove vigeva siffatta industria, che 
produceva stoviglie da tavola, e che si protrasse fino ai tempi di 
Augusto col nome di vüis Campana mpellex. Assicurato il do- 
minio fino a Pisa, gli stessi Romani istituirono di questo genere di 
ceramica altre fabbriche in Volterra, che potevano provvedere la 
regione fino ai prossimi Liguri dell'Italia superiore; e ciö avvenne, 
come lo mostrano gli scavi volterrani, nella prima metä dei se- 
colo terzo. allorche Yaed, grave di quella cittä era in uso. Altret- 
tanto si fece in Arezzo, ma in proporzioni minori : e cosi avranno 
scelto altre localitä, che meglio si scopriranno e si determineranno 
col tempo, fra le quali e da notare quella di Lucio Popilio in 
Otricoli. Da quel che si e scoperto nella necropoli esquilina, donde 
molte lucerne di questo genere emersero con iscrizioni graffite di 
tempo arcaico, ed alcuni piattelli col bollo figulinario, dobbiamo 
credere, che si esercitasse in Roma l'industria dei vasi campani : 
inoltre resta difficile negarlo coll'osservare quel che altrove si ope- 
rava : e pare infine, che Properzio, quantunque autore tardo, simil- 
mente con noi lo affermi, quando pone in bocca alla statua di 



DELL'aRTE ANTICHISSIMA in ROMA 231 

Vertunno, che ad im abile sciiltore non si addice di consumarsi 
le raani nel trattare la terra della Campania(0: 

« At tibi, Mamuri, formae caelator ahenae 
- Tellus artifices ne terat osca manus » . 

Ma certo non si poteva credere ne supporre, che i Romani in 
quanto avevano agito a proprio profitto nelle indiistrie fittili della 
Campania, sia che servissero a decorazione degli edifizi, sia per uso 
domestico e anche sepolcrale, si fossero tolti la briga di operare 
altrettanto sopra i vasi dipinti. Credo che questa loro immissione, ten- 
dente solo a sfruttare la contrada in tutti i suoi prodotti, facesse 
precipitare la decadenza dello stile, e qiiindi la completa cessazione 
della pittura nei vasi. Se in questa dotta adunanza ho oggi l'onore 
di far sorgere l'ardua e rilevante qiiestione, non oso giä di risol- 
verla. Me ne porge fausta ed inopinata occasione un vaso, i ciü pre- 
cipiii frammenti sono qui esposti (vedi p. 234 e tav. X). E un'an- 
fora trovata di recente a Civita Castellana, cittä posta nel sito della 
vetusta Faleria presa da Camillo, e quindi distrutta dai Romani 
nel 243 av. Cr. La vasta necropoli, che la circonda, arriva natm-al- 
mente colle sue antichitä fino a questo tempo. Qiiest'anfora e dipinta 
a colore rosso pallido nelle figiire sul fondo nero : cotal colore giä 
accenna ad una certa decadenza nell'arte ceramica, quantimque il 
disegno vi si conservi abbastanza giusto e leggiadro. Di quattro 
figm-e si compone il soggetto, che indicheremo procedendo da 
sinistra a destra. La prima e im giovane nudo stante dietro il trono 
di Giove: chiamasi Ganimede, ed ai suoi piedi vedesi im cigno 
in segno di voluttä, e non e nuovo tal simbolo in lui. Succede 
Giove seduto collo scettro nella sinistra ed il triplice fiilmine 



(1) Non ignoro che questo distico e stato generalmente inteso, che al 
sepolcro di Mamurio la terra osca sia lieve, supponendo che egli tumulato 
fosse nella terra degli Osci : la quäle interpretazione e senza dubbio strana. 
Mi pare, che tra i commentatori, abbia il solo Turnebo bene scorto: Optat, 
egli scrive riguardo a quelle parole di Vertunno, ne umquam Mamurius e 
luto fictilia signa faciat, sed semper nohiles ex aere statuas. Sara perö piü 
chiaro se invece di fictilia signa s'intenderä di vascula campanica, che si 
facevano in Roma. 



232 dell'arte antichissima in roma 

nella destra: presse il siio trono im ariete, il quäle consacrato 
a Giove, ha qiii uno speciale significato erotico. Inverso di Giove 
vola iin genio, che tiene l'amoroso cinto: e Cupido, lo stesso 
desio dell'amore e del diletto, che promuovere vorrebbe nel re dei 
numi. Ma dinanzi a Uli sta Minerva tiitta armata, bene qui espressa 
in atto di parlare e di consigliare. Le quattro figm-e hanno i loro 
nomi scritti in latino siüla linea superiore, e coll'ordine, in ciii 
sono quelle dipinte: 

CANViWEDE ....SPATER CVPICO iWENERVA 

II nome di Giove si reintegra in Diespater, che e la forma 
originaria modificata in Diespiter, in quanto che si avvicina molto 
al Divasjjati degli inni vedici. Anche in Gellio ed in s. Agostino, 
i quali probabilmente lo desimsero da Varrone, leggiamo ricordato 
il Diespater per lupiter. Suppongo che Cupico non stia per Cu- 
pldo^ ma ciö provenga da errore di scrittura. 

E la prima volta che vediamo nomi prettamente latini sopra 
i vasi dipinti: anche il soggetto si distacca dal comune modo 
greco, elevando la rappresentanza ad un senso pratico e morale. 
Si vuol mostrare, che aucora Giove in tutta quanta la sua maestä 
viene allettato alla moUezza per Ganimede, ed ai sensuali appe- 
titi per Cupido : ma sempre sta dinanzi a liii la sua Mens, la sua 
figlia Minerva, che lo ammonisce e consiglia. Festo ci dice che 
Minerva deriva da moneo, e che la gente rustica credeva che 
fosse la stessa sapienza. Dalle iscrizioni pertanto e dai nomi, come 
Diespater e Cvpico, e dal modo con cui il soggetto e trattato, 
argomentasi, che il vaso, sebbene presenti un pretto stile campano, 
puö bene appartenere ad una fabbrica stabilita in Koma. Perocche 
SB quello fosse stato prodotto nella Campania, e di lä inviato a 
Roma, e di qui a Faleria (tale essendo la via), non lo avrebbero 
al certo cosi scritto e concepito. Questi concetti morali sono pure 
tradotti sovente nelle eiste e negli specchi prenestini. Inoltre si 
osservi, che niun vaso dipinto fra mille e mille si e ritrovato in 
Campania con nomi latini. 

Nella medesima tomba, ove fu trovata l'anfora descritta, una 
altra similissima se ne rinvenue. ma senza che recasse i nomi 



DELL ARTE ANTICHISSIMA IN ROMA 233 

scritti. Quindi confrontando la maniera, la tecnica ed il disegno 
con altri prodotti usciti fiiori in anfore ed in tazze, uno si accorge 
facilmente essere il prodotto della stessa officina. Con che si tende a 
confermaiia ognora piü siccome romana, ammesso pure con arte- 
lici della Campania, che in Roma esercitavano la loro arte. 

Nel sottoporre ad esame iina tale questione gravissima, e che 
risoluta darebbe ima grande luce sulle produzioni artistiche del 
secolo terzo, per dove il dominio romano si andava ad espandersi, 
non si dovranno dimenticare le arule ed altri oggetti in plastica 
con figure a rilievo, ne quei piatti e boccaletti, alcuni dei quali 
destinati ad iiso sacro hanno delle dipinture in stile molto trascu- 
rato e decadente, e talvolta recano la dedicazione coU'aggiunta di 
iwcolom, come Menervai e Saeturni pocolovii e simili. Questi 
provenivano sicnramente da Eoma (due in fatti ne sono vennti fuori 
dall'Esquilino), e furono emessi nella seconda metä del secolo terzo, 
e si diitbndevano nel Lazio e neirEtniria. 

Da qnanto abbiamo esposto, Roma, avanti che tutte le siie forze 
fossero quasi esanrite nella seconda guerra pimica, procurava di 
divenire la sede, e la fönte di uu commercio artistico. Perö se 
anche avesse sorriso la pace, non so quanto le arti avrebbero attec- 
chito in un popolo che non le gustava, e che a sua insaputa si 
educava e si ingentiliva. Cicerone opinava, che se si fosse lodata 
la pittm'a in Roma, avrebbe essa prodotto i siioi grandi artefici. 
« An censemus, si Fabio mbilissimo homini (*) laudatiim esset^ 
quod pingeret^ non midtos etiam apiicl nos futuros Polycletos et 
Parrhasios fiiisse? -^ Ma pm- troppo quell' arte era in riso ed in 
contmnelia, come attesta Plinio, e ben presto caddero in dispregio 
pure le belle opere flttili, che ornavano i tempi di Roma, avendo 
attratto la meraviglia ed il favore quelle, che i trionfatori traspor- 
tavano dalla Grecia. « lam nimis multos audio, dice Livio (-), Co- 



(1) Una pittura, che oriiava la payete di una tomba delUEsquilino, rap- 
presenta le gesta della fauiiglia dei Fabi, e per lo stile e la paleografia spetta 
al secolo terzo: probabilmente h opera di quel Fabio che nel 450 di Roma 
dipinse il tempio della Salute (Plin. Ilist. nat. XXXV, 19). Questi ricorda la 
tavola parietaria della Curia Ostilia, dove nel 490 di Roma M. Messalla fece 
dipingere la sua vittoria sopra Gerone e i Cartaginesi. 

(2) Liv. 1. XXXIV, in principio. 



234 



DELL ARTE ANTICHISSIMA IN ROMA 



rinthi et Athenarum ornamenta iaiidantes mirantesque, et ante- 
fixa fictüia deorum romanorum ridentesyi. Le vittorie e la bar- 
bara e lunga dimora di Annibale in Italia compiva di distruggere 
le gentili Industrie italo-greche : ma dalle ammirande rovine sor- 
geva omai ben educata e nutrita la pianta veneranda ed immor- 
tale dell'arte e della letteratura latina. 




LA NECROPOLI DI SUESSÜLA. 

fvedi Bull. deWInst. 1878, 145-165; 1879, 141-158). 
(Tav. XI, XH). 



I. 



DaU'anuo 1879 al 1886 D. Marcello Spinelli ha sempre con- 
ti nuato lo scavo della necropoli di Siiessula, che riiisci tanto friit- 
tuoso per Tarcheologia e per la storia preromana della Campania 
ma per varie ragioni non ha potuto estenderlo, secondo il sno 
desiderio, in modo da comprendere non solamente altre parti, 
tin ora sconosciute, della necropoli — dico quelle situate verso 
Calatia e Capiia, verso Benevento e verso Nola — ma puranche 
la stessa cittä antica, di cui il recinto non sta nascosto che sotto 
im leggiero strato di terreno, nel cui centro si erge tuttora il 
. torrione longobardo del medievale castello di « Sessulu « , che 
occupava il posto dell' odierno casino della Pagliara. Nondimeno 
perö quest'ultimo di anno in anno viene trasforraandosi in un vero 
museo suessulano; poicho gli scavi regolari, praticati ogni anno 
nella stagione propizia dalla parte di Napoli e di Cuma, benche 
tuttavia sopra il medesimo terreno abbastanza ristretto, non hanno 
cessato di fornire nuovi tesori, che il possessore religiosamente con- 
serva. Ne la scienza deve lagnarsi di questo modo di scavare : an- 
dando avanti a lenti passi, frugando ogni zoUa di terreno, si ha la 
certezza di non tralasciar nulla ; infatti vi sono tratti considerevoli 
in questo terreno, vergine prima del 1878, i quali mi vennero ad- 
ditati da D. Marcello coUe parole: « qui non c'e piü nulla« : cer- 
tezza altrettanto felice quanto rara nella scienza nostra ! Continuan- 
dosi lo scavo col medesimo sistema tutt'attorno l'antica cittä, sarä 
questo il caso — unico piuttosto che raro — di poter tirare conclusioni 
stringenti anche ex süentio. Debbo confessare che troppo presto ne 
ho tirato alcune ne' miei lavori antecedenti. 



236 LA NECROPOLI DI SUESSULA 

Scrissi nel mio secondo rapporto: (i). « Ancora rimane sempre 
B un intervallo da riempiersi nella nostra conoscenza storica di 
« Suessula, perche mancano tiittora quasi aifatto i vasi a figure nere 
- dello Stile piii severo, mentre che abbiamo ora ima quantitä giä 
« abbastanza grande di vasi neri dello stile piü. negligente, un vaso 
ü a figure rosse dello stile severo ed altri del piü libero, da poter dire, 
n che se mai Suessula aveva cessato di essere abitata depo la prima 
« invasione de' Sauniti verso la fine del sesto secolo, senza dubbio avea 
" giä ricominciata una vita agiata nel secolo seguente " . E alla p. 153 
sospettai che fosse casuale il trovarvisi, isolato, il cratere fabbri- 
cato da Hieron e Makron nella prima metä del quinto secolo av. Cr. 

Ora, per anticipare il piü importante risultato di questi Ultimi 
anni : si sono trovati sepolcri « a cubo di tufo » , rari finora, e vero, 
ma documenti indiscutibili di cremazione ad uso greco, operata 
a Suessula in pleno secolo quinto. Siccome D. Marcello Spinelli 
ha avuto la cautela di far collocare nel suo museo le tombe 
intere, come fiurono cavate dal suolo, con ciascun oggetto al suo 
posto, cosi posso presentarne ai coUeghi disegni esatti, dovuti alla 
abile mano del nostro sig. Eichler. E ciö mi riesce tanto piü gra- 
dito, inquantocche di questo tipo di tombe — comune alla cerchia del- 

l'arte calcidese e paleo-io- 



--=^' ^'^y^^^^-:=^ nica, non esclusa ne l'Eolide, - 

.., . ^, -^ ne le isole , ne 1' Attica 

, T- I stessa — molto se ne e 

\ \ scritto e parlato flu dai 

^- ---^ tempi del Jorio, ma non 

=^7^-- =■""■ ■ H se ne fece mai ne una pub- 

'v. ,,.; • |) blicazione ne un disegno (-). 

/, X r I i'io- 1 presenta chiuso 

__L X. ../ -^ ''••' j il maggiore de' due cubi di 

j I tufo, trovato intatto e tra- 

j 4 sportato nel museo come e. 

'— - =*--^-^= — -==s-=^^ ^^s^ j^g misure sono le se- 

Fig. 1 guenti: 

(1) Bull, deirinst. 1879, 1 17. 

(2) Bull. delVJnst. 1876, 172, 1 ; 1878, 2%. Ann. delVhst. 1879, 130, 151 ; 
1880i, 347; Heidelberger Festschrift zur Karlsruher rhilologcnvcrsammlung 
(1882), 116; Ann. delVInst. 1883, 187. 



LA NECROPOLI DI SUESSÜLA 237 

. . . . = 2 braccia osche 

= 1^/4 n n (misura inten- 

== 2 " " zionata) 

= i n v 

= 1 n » 

= 1 /i " " (misura inteii- 

= In» zionata) 

profonditä del vuoto , 0,205 = '/^ " " (") 

All'incavo della cassa ne corrisponde un altro nel coperchio, 
formato a padiglione. Le pareti interne, specialmente del coperchio, 



lunghezza 0,82 

larghezza 0,68-72 . . . . 

altezza . 0,82 

alt. della cassa recipieute 0,41 
alt. del coperchio (i) 0,41 . . 
lunghezza del Yuoto . 0,50 
larghezza del vuoto . 0,41 




Fig. 2 



Fig. 



(1) Secondo il disegno il taglio non dividerebbe il cubo in due metä uguali. 
I miei appunti perö furono confermati da D. Marcello Spinelli, il quäle di 
nuovo dietro istanza mia ne prese le misure. 

(2) Ognuno vede che non pu5 essere casuale la perfetta coincidenza di 
queste dimensioni con la misura osca, giä tante volte da me costatata sia in 
tombe che in fabbriche della Campania. Chi brama decidere la quistione se 
sia italica quella misura oppure importata anch'essa dalla Grecia, deve apprez- 
zar bene il fatto comunicato dal Mommsen (Hermes XXI, 421, 2) che di giä 
le mura greche di Cuma mostrano tale misura, ora ritrovata dal Eichter anche 
nelle mura di parecchie fra le piü antiche cittä del Lazio e forse a Eoma 
stessa (Hermes XXII, 22 seg.). 



16 



238 



LA NECROPOLI DI .SUESSüLA 



portano tuttora il loro vivace color rosso, colore costante per rinterno 
di qiiesti cubi (0- Altri piccoli incavi nel fondo del viioto rendono 
piü stabile ü posto de' cinque vasi, l'uno piü graude di bronzo, gli 

altri di terra cotta. 

Fig. 2 rappresenta il cubo aperto, veduto da sopra, cogli og- 
getti ancora siil posto precisamente come fiirono trovati. 

L'urna di bronzo fig. 3 si trovö alquanto danneggiata, essendo 
ridotti a pezzi il fondo ed il copercliio: conseguenza questa del- 
l'azione del tempo sopra la sottilissima lamina di metallo. L'interno 
deirurna conteneva le ceneri del cadavere bruciato, ed il vasetto 
nero fig. 4. Di figure del copercliio non se ne trovarono che diie cavalli 
(fig. 5) e la figiira centrale, clie faceva le veci del bottone di co- 
percbio (fig. 6). Questa (alt. 0,14) rappresenta im giovane ignudo, 




Fig. 4 





Fig. 5 



Fig. 6 



che sta ritto coi piedi fermi siil suolo, con Ic gambe scostate l'una 
dall'altra soltanto alle cosce ed alle ginocchia; le mani sono al- 
zate in atto di preghiera, i capelli cinti da una benda. II lavoro 
e andante raa non cattivo. In fatto, per un'urna di bronzo, di cui 
la piii solenne destinaziouc nella vita quotidiana era appunto questa 



(1) vtl. p. 236 not. 2. 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 



239 



di servire da premio nelle gare atletiche ('), un vincitore ricono- 
scente e im ornamento noii meno adatto che un dio Mercurio pa- 
trono dolle gare giovanili o che giovani che si accingono a cor- 
rere o a lanciare il disco. Digiä nel mio primo elenco potei dare 
im esempio d'un adorante che funzionava da bottone di coperchio ("-). 
Ora posso aggiimgere, oltre il suessulano, altri diie, che feci dise- 
gnare nel 1884 a Norimberga, ove furono esposti nel Miiseo indu- 
striale di Baviera dal sig. Hambiu-ger, antiquario di Francoforte: 






Fig. 7 



Fig. 8^ 



Fig. 8"^ 



fig. 7 e S^^ (3). Non occoiTe piü ch'io entri in iilteriori particolari 
sopra il significato di tale tipo dopo le recenti osservazioni del Conze 

0) Ann. delVInst. 1879, 141 ; Inscript. graecae antiquiss. ed. ßoehl 525. 
La ragione, perchö con preferenza tali urne servivano allo scopo suddetto, ora 
veune messa in chiaro puranche da testimonianze epigrafiche che ei fanno 
fede del fatto assai interessante, che nell'isola di Greta ancora in tempi molto 
storici «lebetes" correvano come danaro: Museo ital. di antich. class. II, 
189 segg. 

(2) Ann. delVInst. 1879, 133, 6. 

(3) I disegni sono stati eseguiti dal sig. Haeberle, architetto assistente a 
quel Museo industriale. Fig. 7 (alt. 0,10) sta ancora al suo posto sul coperchio 
d'un'urna di bronzo (alt. 0,30) della forma solita; sembra che porti una collana. 
Fig. 8=^'' (alt. 0,095), di proporzioni alquanto piü snelle, lascia scorgere un 
po'piü di movimento nella figura; esso pure sta ancora sopra la sua urna 
(alt. 0,26). Le suddetto urne si ritenevano provenienti da S. Maria di Capua. 



240 LA NECROPOLI DI SÜESSULA 

e del Fiirtwaengler {^).1\ bronzo suessiüano e il piü recente fra i 
tre ora pubblicati; essi ci presentano im tipo adottato dall'arte cal- 
cidese, il quäle, se da iina parte siegue strettamente le piü ar- 
caiche tradizioni dell'arte plastica, segua daH'altra parte il primo 
passo verso quella vaghissima invenzione dell'arte libera che e 
l'adorante di Berlino. 

Gli altri vasi ritrovati nel medesimo ciibo di tufo coirmna, 
sono i seguenti: 

1) Anfora (flg. 9), alta 0,255. E attica, dello stile rosso severo. 
A : Giove insegne im giovanetto che giiioca 
al cerchiello; non mi oppongo a chi avesse 
piacere di chiamarlo Ganimede (-). Giove, 
mimito dello seettro, ha ima ghirlanda rossa- 

j stra in capo ; i ricci gli cadono sopra la 
I spalla e la nuca, e cosi pure al ragazzo. 
B : Giovane, vestito nello stesso modo dell'altro 
della parte opposta; corre verso d., guardando 
indietro; la destra accorhpagna lo sguardo, la 
sinistra afferra iin pezzo di panno qualun- 
que. — Disegno nitidissimo, tutto preparato a 
Fig. 9 graffito. 

2) Vaso (fig. 10), alto 0,152, in forma di testa doppia: quella 
virile barbata, con accenno della veste al collo, la femminile con 







Fig. 10 



Eiff. 11 



Fig. 12 



ricciolini arcaici sopra la fronte. La bocca del vaso non porta di- 
segno veruno. Tipo rosso, ma severo, ancora arcaico.Fattura eccellente. 

3) Coppa (fig. 11), alta 0, 14, a vernice nera lucida, senza 
disegno. 

4) Vasetto (fig. 12), alto 0,08, tutto annerito come dal futno, 

(1) Jahrbuch des archaeol. Instituts I (1886) 11 e 218. 

(2) Koerte Ann. deWInst. 1876, 48 segg. 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 



241 



senza ornamento o disegno. Siccome l'epoca de' vasi fig. 9 e 10 e la 
prima metä del quinto secolo, ne contradice a quel tempo il ca- 
rattere de' vasi 4, 11 e 12, cosi possiamo presumere in circa la 
stessa eta anche per l'uriia dl bronzo e per il cubo intiero. 

All'istesso risultato ci condurrä un esame del secondo cubo, 



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"«*til 




Fig. 13 Fig. 14 

riprodotto da sopra nella fig. 13. Ne sono piii piccole le dimension 
(manca il coperchio): 

limghezza 0,64 ) 0,625 sarebbero precisamente V/2 braccia 

larghezza 0,60 S osche ; 

profonditä del vuoto 0,205 = 72 braccio osco. 
La iirna di bronzo non sta nel centro ; ha perö il siio incavo 
(prof. 0,07) appositamente fatto, come piu:e l'anfora dipinta. Deiriirna 
di bronzo (fig. 14) e consumato il fondo ; il rimanente e alto 0,27 fino 
all'orlo, 0,32 fino alla punta del bottone. E una sitiüa di forma svelta 
ed elegante, senza il solito ornamento di figiire plastiche, ma con ma- 
nico doppio, fissato mediante una cerniera attaccata alle spalle ed 
all'orlo del vaso. 

Ne conosco tre simili, di cui due provenienti da Eretria, l'ima 
in possesso del sig. von Kadowitz, ambasciatore tedesco in Costan- 
tinopoli (Furtwaengler Samml. Sabouroff nel testo alla tav. CXLIX), 
l'altra nel Museo della societä archeologica greca in Atene {'E^rjf^i. 
ccQx- 1886, 36); la terza, trovata a Kul Oba pubblicata fra le 



242 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 



Äntiqu. du Bosph. Cimm. tav. XLIV, 7; diversa da qiieste ul- 
tinie, piii affine ancora al solito tipo delle iirne capuane, e lui'idria^ 
piu-e di Eretria, che pubblicai negli Aiinali delVIust. 1883 tav. N. 
(cf. Samml. Sabouroff' ioN. CXLIX). — Interessante si e il fatto^ 
che a Suessiüa fiirono trovati vasi di terra cotta, i qiiali corrispondono 
perfettissimamente a qiiest'm-na di brouzo tanto nella foggia, quanto 
nella grandezza: perfino le cerniere perforate sono riprodotte, aggiii- 
state per lasciarvi entrare de' perni che servivano a fissare il coper- 
chio ; il colore e qiiello della creta con strisce bianche intorno. Sono la- 
vori indigeni suessulaui o campani , eseguiti secondo il niodello delle 
suddette iirne di bronzo. Puö servire questo fatto da iilteriore con- 
ferraa alle osservazioni di Pigorini Bull, dl palelii. ilal. XIII, 81-92. 
Nello stesso cubo si trovarono i segueuti tre vasi: 

1) Anfora, collocata in lui 
incavo profoudo 0,14 (fig. 15), 

!alta 0,34. A : Efesto, vestito da 
\ operaio, sta lustraudo lo scudo 
/ di Achille. Gli sta dinanzi Te- 
tide che stende verso di lui la 
mano, accompagnando con tal 
gesto le proprio parole. L'opifi- 
\ cio e indicato per mezzo di armi 
\ giä terminate, cioe dne cnemidi 
congiunte mediante im uastro 
rosso ed im elmo, e di alcuni 
stromenti : ima tanaglia, im mar- 
telletto ed una sega. La lingua 
del Gorgoneion e rossa, neri i 
ricciolini intorno alla fronte. Efe- 
sto ha la barba arruffata. Tetide 
porta im braccialetto al braccio 
destro; la cuffia lascia comparire 
all'occipite im ciuffo di capelli. 
Nel campo presso le figiire vi sono 
alcime lettere senza senso (*). 

(1) La rappresentanza sulla cassa di Cipselo rende probabile che digiä 
dairarte ionica (cf. Loescheke, progr. di Dorpat 188G) fu introdotta la visita 




#^iü 




LA NECROPOLI DI SUESSULA 



243 




Fiff. 1(3 



B: Nike, che corre da sin. a d., in veste limga, coi capelli 
raccolti iu iina cuffietta, con braccialetti ai polsi ; ella guarda in- 
dietro : la destra, che tiene una brocca, rimane indietro anch'essa ; la 
sinistra con ima patera e stesa innanzi. — Disegno molto fino e severo. 

2) Tazza (fig. 16), alta 0,08, con un manico posto vertical- 

mente, l'altro orizzontalmente. A : 
Uomo barbato ammantato che cam- 
mina verso d. B: Donna, con vestc 
e manto che le cuopre Toccipite, 
verso sin. Dietro di lei ima colonna 
sopra uno zoccolo. — Disegno se- 
vere. 

3) Coppa (fig. 17), diam. 0,19, a vernice nera hicida. 

Anche qiiesti vasi as- 

segnano al sepolcro in di- 

scorso im'epoca non troppo 

distante dalla metä del 

Ficr. 17 qiiinto secolo. 

L'esistenza di altri sepolcri simili, distrutti probabilmente digiä 

ne' tempi antichi per dar luogo ad altre tombe, vien dimostrata 

dai frammenti di due iirne come quelle sopra descritte raccolti iu 

terreno sciolto durante lo scavo. 

1) Orlo superiore con principio del coUo e della spalla di un'urna 
simile (diara. esterno 0,262). I dentelli e la sima intorno alla bocca, 
ed anche Tornamento deUe spalle sono i soliti. Sulla superficie del- 
l'orlo (larga 0,023) si scorgono le vestigia di qiiattro figiire pla- 
stiche che vi erano saldate sopra e furono trovate anch'esse. Sono 
Amazzoni che stanno a cavallo come vi stanno gli iiomini, due fra 




di Tetide presso Efesto nel ciclo delle rappresentanze Iroiche. Ecsta strano 
il fatto che questo incontro, soggetto piü tardi tanto prediletto dall'arte elle- 
nistica e romana, non si era trovato finora — almeno per quanto io sappia — 
sopra un monumento della buona epoca greca che una volta sola : nel fondo 
cioö della tazza volcente di Berlino 2294, pubhlicata dal Gerhard, Coupes 
grecques et ötrusques pl. IX. L'epoca dell'anfora nostra sarebbe presso a puco 
identica a quella della tazza berlinese, dalla quäle pero si distingue mcdiante 
la sua composizione piü vivace e spiritosa. 



244 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 



esse voltate indietro, in atto di tirar saette (flg. 18 cf. le figure 
simili sul vaso tav. IX di questo BuUettino, spiegate in im senso 
che mi pare poco accettabile). E questa la qiiarta volta che tro- 
viaino Amazzoni a cavallo adoperate quäle ornaraento deU'oiio, ogni 




Fi?. 18 



volta perö fiise da forme differenti. Le altre tre sono l'urna Barone 
ora a Londra: Ann. 1879, 132, 3; im'altra anche a Londra: 
Ann. 1879, 136, 12; cf. 1880, 346; un'iirna a Vienna: Ann. 1883, 
187, 4. Da qiiest'ultima si deve arguii-e, che anche siüVm-na 
nostra quella catena, onde pendono piccole piastre qiiadrilatere, 
non rappresenta le redini, hensi un ornamento del collo. Le Amaz- 
zoni dell'm'na nostra sono di un lavoro piü. goifo e superficiale delle 
altre, pleno perö di reminiscenze arcaiche: vogliansi osservare p. es. 
gli occhi sporgenti, l'arco superciliare pialto e molto arcuato. — 
Neppm'e manca la figura centrale: un discobolo ignudo (alto 0,16) 
saldato anch'esso sul coperchio. La testa e un poco voltata a d.; 
il disco sta nella d. abbassata; la sinistra e alzata, un poco all'in- 
dietro, ed aperta verso il davanti ; i capelli sono liscj, alzati un poco 
sopra la fronte ; gli occhi sporgono, la pupilla e graffita ; grande e 
il mento, il naso goffo e molto prominente ; graffite sono pure le 
mammelle; sul ventre sono indicati de' peli mediante piccoli cer- 
chietti. II dorso e molto uegletto. In genere e giusta l'indicazione 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 245 

delle forme ; tutto 1' insieme spira ancora il carattere rigido del- 
l'epoca arcaica (^). 

2) Piu'e in terra sciolta si e trovata la figura d'un uomo ignudo 
che corre, a gara senza dubbio (alta 0,068). Serviva da bottone 
del coperchio in un'urna simile, sulla quäle doveva essere saldata : 
osservansi ancora le tracce della saldatura sulla piastrella qua- 
drilatera su cui sta attualmente la figura. 

E un nuovo periodo nella storia di Suessula, che i felici scavi 
di D. Marcello Spinelli ci hanno fatto conoscere, un periodo susse- 
gueute a quello rappresentato dalle tombe a pietre calcaree col loro 
corredo metallico, ricco si ma barbarico, parallelo a quello giä co- 
nosciuto da Capua. L'antica e genuina arte calcidese, sia figlia sia 
sorella della paleoionica, quäle ce la rappresentano molti vasi di- 
pinti arcaici — i quali fra poco potranno essere studiati con ogni 
agio in una pubblicazione complessiva che ne sta preparando per 
ristituto archeologico il Loeschcke — avea cessato di vivere dopo 
le guerre persiane e dopo il prevalere, in conseguenza di esse, 
dell'influsso ateniese in Eubea, influsso che divenne vero do- 
minio poco dopo la metä del quinto secolo (^). Non sono che 
un eco di quella vera arte calcidese le urne di bronzo ed altri oggetti 
metallici di carattere affine, i quali anche nel quinto secolo gli 
Italici continuavano a comprare con preferenza da' Cumani, rinomati 
senza dubbio sino ab antiquo per la buona qualitä e la esecuzione 
diligente de' loro lavori metallici , mirabilmente adattati al gusto 
italico. I primi modelli di tali lavori saranno venuti da Chalkis — 
non voglio metterlo in dubbio per ora — ne' tempi d'un commercio 
piü vivo fra la cittä madre e la figlia cumana; 1' esecuzione perö 
di que' lavori tanto numerosi che si a Cuma stessa che in tutta la 
sfera del commercio cumano vennero e vengono alla luce ogni giorno, 
credo adesso che sia interamente dovuta all'industria cumana. Lo 



(1) Discoboli che funzionano da mauubrii sono frequenti su queste urne : 
vd. Ann. delVlnst. 1879, 133, 4. 5 (urna acquistata dal Museo industriale 
bavarese a Norimberga, dove nel 1884 potei esaminarla; ha ancora il suo 
pieduccio consistente d'un cerchio sollevato da tre zampe leonine); 137, 21; 
1880, 346; 347, 1.2; 1883, 188, 1-3. 

(2) Mittheil, des archaeol. Instit. in Athen I, 184; Corp. inscr. Att. 
IV, 27a; Dittenberger Sylloge inscr. graec. 10. 



246 LA NECROPOLI DI SUESSULA 

credo dopo im esame, che ho potuto istitiüre nell'ottobre dell'anno 
passato in Atene, degli oggetti trovati uegli scavi fatti nella necro- 
poli di Eretria tanto da privati quanto dalla societä archeologica 
greca (*). E vero che quelle tombe sono quasi tutte piü recenti 
de' nostri oggetti cumaui ; e vero pure, che vi furono trovati alcuni 
oggetti somiglianti ad essi {-) ; ma i lavori in metallo trovati in 
Eretria sono lungi dall'essere tanto numerosi, ne hanno quel carat- 
tere arcaizzaute proprio a quelli di Cuma, imitati da tipi piü ar- 
caici, escogitati in Eubea anteriormente al quinto secolo, Sono at- 
tici del quinto secolo, ad eccezione di quei dovuti alla manifattura 
locale, tutti i vasi che fanno compagnia alle urne di bronzo 
tanto a Capua {^) quanto ora a Suessula: fu riconosciuto dun- 
que da' Cumaui il monopolio ateniese fin dalla prima metä del 
quinto secolo. Neanche colpirebbe nel segno chi volesse ammettere 
la conghiettiira che spontaneamente si offre, che cioe almeno prima 
della guerra persiana i Cumaui avessero portato esclusivamente o 
almeno a preferenza dalla loro cittä madre i vasi dipinti di cui 
faceano commercio si vivo cogli Italici : anzi piuttosto rari fra gli 
arcaici sono i vasi calcidesi ritrovati sia a Cuma sia in altre parti 
della Campania ; se ne trovano si, ma piü frequenti sono i vasi di 
carattere ionico, piü frequenti ancora i « corinzii " , principalmente 
nelle tombe arcaiche di Cuma, che da poco vanno discoprendosi. 
Quando duuque i Napoletani nel quinto secolo occuparono il posto 
commerciale di Cuma ed importarono esclusivamente manifatture 
e prodotti ateniesi, seguirono cosi facendo l'esempio della loro cittä 
madre, la quäle avea preparato l'accesso nella Campania all'arte ed 
alla civiltä ateniese, in modo che queste vi avessero libero corso anche 
dopo i cambiati costumi verso la fine del quinto secolo in seguito 
della invasione sannitica. E vero che dopo questo avvenimento non 
si cremavano piü i morti secondo il costurae greco , che sulle pareti 
delle tombe si dipingevano non piü guerrieri greci ma sacerdoti, 
magistrati, guerrieri oschi e deitä apparteuenti sia all'Olimpo sia 
all'inferno sannitico; ma le migliaia di terrecotte di Capua, Calvi, 



(1) "Ecp7]fi. (iQxaioX. 18SG, 31. 

(2) vd. p. 241. 

P) Conosciamo in ispecic i vasi trovati insicnic aH'urna Barone : Ann. 
1879, 132, 3. 



LA NECROPOLI DI SUESSULA ^ 247 

Teano ecc, i disegni de' vasi locali imitati da disegni ed improntati 
di idee ateniesi ed ellenistiche, fanno testinionianza di iina sotto- 
corrente greca forfcissima, la qiiale nou si nasconde che superficial- 
meute sotto Telemeuto uazionale impadrouitosi del dominio politico. 

IL 

I fatti sopra esposti ci danno indizii sicuri dell'esistenza anclie 
a Suessiüa di im periodo, quando rellenismo ciimano avea vinto su 
tutta la linea, di giiisa che perlino Tuso ionico di bniciare i morti, 
e di deporre le ceneri nelle urne di bronzo e di rinchiudere questi 
insieme con alciini vasi di terra cotta ne' cubi di tiifo, vi era adot- 
tato. Fiuora in questo strato non fu raccolto alciin' oggetto la cui 
importazione non potrebbe essere anteriore all' anno funesto 420, nel 
quäle, otto anni dopo la espugnazione di Capua, la reazione nazio- 
nale si impadroni della stessa cittä di Cuma. Mentre dalla prima 
irruzione sannitica, cento anni innanzi, di cui le onde s'infransero 
contro le mura di Cuma, la coltura ellenica pare che nou abbia 
ricevuto una scossa considerevole, questa seconda volta puö darsi 
che essa, per un certo spazio di tempo almeno, fosse quasi total- 
mente interrotta. Da ciö forse si spiega la estrema raritä a Sues- 
sula de' vasi dipinti dello stile rosso meno rigido che non ancora 
si e carabiato nella maniera piü libera del quarto secolo (^) ; visto 
perö il numero non affatto scarso di tali vasi provenienti da Capua 
e Nola, sarä meglio non trarre conclusioni precoci. 

Abbiamo duuque a Suessula, secondo i fatti comunicati ne' tre 
rapporti auteriori, tre periodi distiuti, corrispondenti a periodi so- 
miglianti in Capua. 

I. Cosi dette « tombe a pietra » . Sistema indigeno di inu- 
mare i morti, sia nel nudo terreno sia in casse di legno, circondati 
da un ricco corredo ornamentale di bronzi e di vasi cretacei a 
graffito, a rilievo ornamentale, geometrici, protocorinzii, « corinzii " , 
tanto importati per la via di Cuma quanto imitati (-), mai de' so- 
liti a figure nere, neppure, finora almeno, dello stile miceneo. La 



(1) Winter die jüngeren attischen Vasen, Berlin-Stuttgart 1885. 

(2) Per dare una idea soddisfacente delle diverse classi indigene impor- 
tate, Imitate de' vasi arcaici ci vorrebbero alcune tavole speciali. 



248 LA NECROPOLI DI SUESSULA 

toniba viene marcata mediante un miicchio di pietre calcaree blanche, 
sopra ed aH'intorno delle quali spesse volte si ritrovano oggetti cor- 
rispondenti al vero corredo inortiiario. Quest'epoca comprende i due 
secol-i in circa fra il 720 ed il 520 {Bull. dell'Iast. 1878, 146-147. 
152-160; 1879, 142-147). 

II. Tombe a cubo di tufo. Sistema greco-ionico. Le ceneri 
del morto cremato sono rinchiuse in un'urna di bronzo, intorno alla 
quäle stanno alcuni vasi dipinti o neri. Non oso decidere, se l'as- 
soluta mancanza della fibiila, tanto freqiiente nel periodo antece- 
dente, abbia a spiegarsi dalla cremazione adoperata invece dell'inu- 
mazione, oppure da un cambiamento nel modo di vestire, che nel 
frattempo ebbe luogo in favore del chitone ionico (certamente adot- 
tato a Cuma : Hyperochos presso Ateneo 528). L'epoca degli oggetti 
finora ritrovati e il quinto secolo (sopra p. 241 segg.). 

III. Tombe a tufo o a mattoni. Sistema indigeno di inuma- 
zione, evidentemente una continiiazione piü o meno diretta del si- 
stema I. E ciö e tanto piü chiaro, inquantocche rimaneva anche 
l'uso — cosi pare almeno — di deporre certi oggetti, anche di valore, 
fuori e accanto delle tombe, come p. es. il cratere oramai divenuto 
celebre di Hieron e Maki'on {Bull 1879, 149). Anche queste tombe 
hanno dato molte prove dell'uso costatato specialmente nella necro- 
poli osca di Cuma, ma anche altrove {Bull. 1878, 1ö9 iVerhandl. 
d. Philol. vers. in Trier 155), di deporre de' comestibili insieme 
col morto; cosi p. es. in presenza mia accanto alla spaUa d'uno 
scheletro si trovö un orciuolo di creta ordinaria annerita, la ciii 
metä incirca era riempita di un grasso fino bianchissimo, deposto 
in stato liquido, giacche la sua stratiflcazione corrispondeva esat- 
tamente all'asse orizzontale del suolo. Ho stabilito giä ne' rapporti 
antecedenti, che le tombe a tufo non rappresentano che una forma 
piü povera delle tombe a mattoni {Bull. 1878, 151 ; 1879, 149). 
Come epoca approssimativa di tutte e due indicai nel 1878 gli anni 
400-250 : limiti troppo stretti, che giä nel 1879 dovettero essere allar- 
gati un poco tanto in giü quanto in sü. — Un'altra varietä, la tomba 
a Camera, colle pareti spesse volte dipinte, ovvia a Capua, a Nola 
ed in Alife nel quinto e quarto secolo {Bull. 1876, 173; Am. del- 
rinst. 1878, 107; Notü. degli scavi 1880, 83) manca finora a 
Suessula {Bull. 1878, 147-151; 1879, 147-150. 157). 

Coü queste tombe III fino adegso per noi si chiude la storia 



LA NECROPOLI DI SUESSÜLA 249 

della neci'opoli suessiilana , giacche di oggetti certamente romani 
non se ne trovarono che dispersi e casualmente {Bull. 1878, 160. 163). 
Puö darsi benissimo, che le tombe a tufo piü tarde, col loro po- 
vero conteniito di vasetti a dipintiira semplice e cattiva, a vernice 
nera non lucida o di creta grezza, di vasellini di vetro comiine ecc. 
appartengano in gran parte all'epoca del perfetto dominio romano; 
ma ünora in nessuna di tali tombe, per qiianto io sappia, fu tro- 
vata una moneta romana di quell'epoca. 

Mi accingo ora a completare la conoscenza de' gruppi I e III 
comunicando alcimi fatti nuovi e pubblicando disegni di alcimi 
oggetti giä anteriormente mentovati. 

II conteniito della tomba I negli scavi dal 1879 in poi ma- 
terialmente e rimasto quasi ugiiale. Ho potuto assistere neU'aprile 
dell'anno scorso all'escavazione di una tomba siffatta per veriflcare 
una volta dippiü tutte quelle circostanze esteriori che da D. Mar- 
cello Spinelli anteriormente mi furono riferite. In una profonditä 
di circa metri due s'incontrö lo scheletro, schiacciato dal peso delle 
pietre calcaree ammucchiatevi sopra con intenzione, ed iutorno una 
larga messe de' soliti oggetti di bronzo (fibule, pendagli ecc), pezzi 
di ambra perforati per ornare le fibule, un ciondolo d'argento, uu 
anello d'argento, e parecchi vasi dello stile geometrico fino, tanto 
del geniüno greco — a pareti sottili, fondo giallo, strisce brune, 
co' caratteristici sistemi ornamentali a guisa di metope e triglifi 
(Furtwaengler-Loeschcke Myken. Vasen p. 12), quanto dell'italico 
imitato. Pm- troppo la pressione del terreno aveva talmente spostato 
tutti gli oggetti da rendere irriconoscibile l'antica loro coUocazione. 
Qualche giorno appresso, il 23 aprile, in un'altra tomba simile 
giusto sopra la bocca del morto si trovö un grosso anello (diam. 0,06) 
di oro pallido, di forma ellittica (cf. Perrot, Eist, de l'art. III p. 643 
ma senza l'incavo del cerchio grande) con uno scarabeo d'osso in- 
tagliato e montato in argento (cf. BidL 1878, 153 seg.). Conosco 
anelli molto somiglianti provenienti da Cuma, ove se ne raccolsero 
p. es. otto dieci, di argento, in alcune tombe arcaiche. 

Sono lieto di poter ora presentare (fig. 19-21) ai lettori di questo 
Bullettino i disegni coi quali il sig. Eichler ha riprodotto alcune 
delle forme piii cospicue e caratteristiche fra le fibule di Suessula, 
provenienti tutte quante da queste tombe a pietra e perciö ante- 
riori all'anno 520 in circa. Sarebbe stato facile l'aumentarne il 



250 



LA NECROPOLI DI SÜESSULA 



numero con Taggiiinta di esemplari o di misura o di foggia piü o 
meno differenti; ma di varietä importanti non fu omessa alcuna. 
Solo rispetto alla flbula n. 4, composta di qiiattro cerchi di spirali, 
bisogna osservare che gli esemplari di modiilo piccolo sono piuttosto 




Fig. 19 c. Vs grand. nat. 

rari, che anzi la grandezza considerevole e per essa caratteristica 
cd essenziale. Sc ne trovarouo p. es. due, l'una del diametro di 
m. 0,22, l'altra di 0,195, composte da fino a otto di tali cerchi di 



LA NECROPOLI DI SÜESSULA 



251 



spirali, del diam. di 0,045 ciascimo, e da iina quantitä di cate- 
nelle, pendagli ecc, il tiitto saldato sopra ima piastra di bronzo 
dal margine ondulato, la quäle portava lo spillone, a ciii serviva 




Fig. 



20 c. V,. grand. nat. 



252 



LA NECROPOLI DI SUESSÜLA 



di rnanico nella piü grande delle fibiile un uccellino con iina cate- 
nella nel becco, nell'altra un bastoncino con quattro teste d'uccello 
pure con catenelle nel becco. Questi mostri pesanti avranno for- 
mato Tornamento solenne del petto, come delle spalle le altre piü 
piccole a quattro giri {Bull. 1878, 154). Del resto i disegni del 
sig. Eichler bastano ad illustrare le descrizioni datene nel Bitll. 1878, 
154-156 ; 1879, 143-145. Non aggiungo altre osservazioni : uno studio 
comparativo delle tibule suessulane, e delle campane in genere, si 
farä meglio quando sarä uscita l'opera sulle tibule che aspettiamo 
dal Montelius. 

Fig. 19, n. 18 e pubblicato l'oggetto descritto nel Bidl.lSld, 145; 
fig. 21 la borchia grande descritta Bidl. 1878, 164 (cf. 1879, 145); 
fig. 22 finalmente si vede disegnato uno di quei grandi braccialetti, 




moi3 




Fig. 21 c. Vs Fig. 22 

il cui peso straordinario (da 500 a 750 gi-ammi) insieme con la 
qualitä del bronzo attirava tanto l'attenzione generale. 

E qui mi sembra opportuno di aggiungere poche parole intomo 
al „metallo Spinelli", quella lega singolare che descrissi, secondo 
l'analisi fattane a Napoli dal saggiatore degli orefici, nel Bull. 1878, 
152 e 1879, 142. 

Sappiamo dall'articolo del Dressel sopra la necropoli d'Alife, 
che ivi pure si trovarono almeno alcuni utensili consistenti, secondo 
l'analisi comunicata al Dressel stesso, di una lega contenente ar- 
gento, oro e rame. II eh. Dressel perö (0 uega che quella analisi, 



(«) Ann. deWInst. 1884, 248. 



LA NECROPOLI DI SÜESSULA 253 

e cosi anche qiiella del bronzo di Siiessula, possa essere esatta. Ciö 
mi diede impulso ad approfittare dell'occasione che mi si offerse di 
prendere de' saggi di quel bronzo da alcuui oggetti pregevoli che 
D. Marcello Spinelli gentilmente offerse in douo a S. A. E. il gi-an- 
duca di Baden, e a farne esegiüre im'analisi nel laboratorio del- 
rimiversitä di Heidelberg, sotto gli occhi del mio illustre collega 
il prof. Bimsen, dal dott. Roessler, primo assistente del medesimo, 
ed ecco il risultato ottenuto da im braccialetto di forma corrispon- 
dente al nostro n. 22, il quäle tanto pel suo lustro quanto pel peso 
e per l'elasticitä si mauifestö come composto del « bronzo Spinelli ", 
risultato che conferraa pienamente l'opinione del Dressel: 

rame 89,09 

stagno 8,85 

piombo 1,99 

ferro 0,07 

100,00. 
E da una fibula della forma uiim. 13: 

rame 90,54 

stagno 6,98 

piombo 1,97 

ferro . . 0,51 



100,00. 



Dimque ne oro ne argento ; invece ima composizione somigliau- 
tissima al nostro metallo da cannoni, relativamente ricca di rame, 
povera di stagno, piü povera di piombo, affatto sprovvista dello 
zinco, conforme insomma alle leghe piü arcaiche in genere del solito 
bronzo greco (^). Come combinare con questo risultato qiiello delle 
analisi napoletane, sopra le quali doveva fondarsi il mio giu- 
dizio anteriore, non lo so ; lascio ai tecnici il decidere come abbia 
a spiegarsi la strana differenza che esiste positivamente fra l'aspetto 
e la qualitä del bronzo ordinario e gli oggetti fatti del « metallo 
Spinelli » . 



(1) Veggasi l'utile tavola del Blueinncr, Technologie und Terminologie 
der Gewerbe und Künste IV (Lipsia 188G) p. 188. 

17 



254 ' I'A NECROPOLI DI SUESSULA 

Prima di lasciare il gmppo I voglio dare notizia di alcimi 
oggetti in parte niiovi, in parte meglio da me ora intesi e spiegati. 

Alcune strisce piatte di bronzo, limghe fino a 0,20, larghe 0,01 
in circa, di ciii le estremitä sono ripiegate in sü, ma poi ripren- 
dono l'antica direzione, portano come ornamento uccelli del genere 
solito. Qiieste strisce, il cui siguificato mi era rimasto oscuro, 
sono elementi di fibiüe, e ne formavano un membro ornamentale 
forse mobile, parallelo all' arco. A Siiessula non se ne trovarono 
esemplari congiimti con la fibula stessa, ma la spiegazione mi venne 
data da ima übnla p]-oveuiente da Piövaco presso Monteprimo, 
prov. di Macerata, ora nel Museo preistorico di Koma n. 25298 

Mi si presentava poi ima quantitä di aghi crinali con la som- 
mitä fatta a rotella, del diam. da m. 0,06 a 0,13. Tale destiua- 
zioue non puö' piii esser messa in dubbio dopo la pubblicazione 
dell'ossuario chiusino del E. Museo archeologico di Firenze {Mus. 
ital. di aiitich. class. 1 tav. VHP 14, 14^} colle egregie osserva- 
zioni del Milani ivi p. 311. 

Fra i molti pendagli di bronzo ne voglio menzionare imo, di 
Olli parecchi esemplari e varietä esistono, perche differeute dagli 
altri giä descritti e piü complicato del solito. Da im anello comuue 
sono sospesi mediante altri anelli cinque puntali, lunghi 0,042 cia- 
scuno, i quali finiscono pure in anelli; a questi sono inseriti altri anelli, 
ad ognuno dei quali e appeso un globetto massiccio ed un paio di 
spirali di fil di bronzo, queste lütime ornate, al di sopra della Spi- 
rale stessa, ciascuna con due perle di vetro tm-chino. 

Furono aumentati considerevolmente gli oggetti di smalto, di 
vetro, cristallo di rocca, alabastro, tanto vasetti e scarabei, qiianto 
perle e iigurine, uccellini ecc; oggetti di osso, conchiglie dell'Oceano 
indico e del mare rosso, che funzionavano sia da elementi di col- 
lane sia forse da ornamento del vestito. Fra gli oggetti di pasta 
vitrea sono specialmente rimarchevoli una figurina egizia virile con 
Corona di loto in testa, alta 0,085, di color turchiuo, liscia dalla 
parte posteriore; ed una testa barbata con orecchini, alta 0,031, 
dipinta a piü colori. Tutti e due gli oggetti sono traforati per es- 
sere sospesi. ün iiitiero pozzo pleno di « porcellana egizia " fu ri- 
trovato da' lavoratori, i quali, assente il proprietario, ne spezzarono 
e dissiparono la maggioi* parte. La ricca messe di scarabei ed altri 
oggetti di carattere egizio meriterebbe clio un egittologo competente 



LA NECROPOLl DI SÜESSULA 255 

ne precisasse il significato, l'epoca e la provenienza ; intanto credo 
che possa stare, in generale almeno, ciö che ne scrissi nel Bull. 
1879, 146(1). 

Arcaici pure saranno tre coperchi di piccole bulle d'oro del 
diametro fra 0,031 e 0,048, decorati con un sistema di cerchi con- 
centrici e punti, frequente ne' lavori metallici a lamina sottile nella 
prima etä del ferro {-). Un altro pendaglio arcaico, un piccolo lepre 
di terra giallo-bianca, vuoto di dentro, lungo 0,074, con un foro 
dietro le orecchia per essere appeso, trova il suo stretto riscontro 
in un lepre che diresti fatto dalla stessa mano nella raccolta cu- 
mana del sig. Stevens. Della stessa creta giallastra consiste ima 
testa muliebre, alta 0,094, col diadema e col manto tirato da dietro 
sull'occipite, vuota, di un tipo arcaico corrispondente a certi tipi 
di Pesto, Eboli ecc. Un'altra testa somigliante, alta 0,085, e di 
una creta piü cotta ; e cosi pure la parte superiore di una donna, 
alta 0,15, ciü il manto cuopre testa, spalle e braccia, coi ricci ca- 
denti sul petto, ornata di orecchini a foggia di tondi semplici. II 
tipo rassomiglia a certi tipi attici della prima metä del quinto 
secolo, frequenti specialmente sull' isola di Rodi, p. es. nella col- 
lezione di terrecotte di Kameiros nel Museo Britannico. Queste terre- 
cotte furono trovate nella terra nuda « miste a molti rottami di vasi 
assai rozzi " (Spinelli) : erano dunque stati deposti , secondo ogni 
probabilitä, ne' sarcofaghi di legno, ed in tempi posteriori buttati 
li insieme col rimanente contenuto de' medesimi e di altri piü re- 
centi (cf. Bull. 1878, 146). 



(1) La storia e Tepoca di questo coiumercio, fiorente giusto nel sesto se- 
colo, recenteniente lianno ricevuto niaggior luce clagli scavi di Capodimonte, 
l'antica Visentium, descritti dallo Heibig Bull. 1886, 18-36. Che anche i Greci 
si dedicassero alla fabbricazione di quell'articolo alla moda nel secolo sesto, 
lo sappiamo ora dall'intiera fabbrica di scarabei scoperta a Naukratis. 

(2) Se queste bulle erano utili contro la iettatura ed ogni Influenza ne- 
mica, perclie servivano da sonagli {Bull. 1878, 156, 1), il loro effetto doveva 
rinforzarsi qualora rinchiudevano un altro oggetto metallico riraborabante. In 
fatto da una tomba " greca " di S. Maria di Capua, che conteneva vasi a vernice 
nera lucida cd uno striato (seconda metä del secolo quarto), provienc una buUa 
di bronzo ancora provvista della sua cerniera e delFaneUo, ora in possesso del 
sig. Bourguignon, che rincliiudeva una monetina d'argento d'Alife {Gatnl. of 
the greck coins m the Brlt. Mus. Itahj 73, 1-1)). 



256 LA NECROPOLI DI SUESSULA 

Nel 1878 — e l'istesso valeva nel 1879 — notai {Ball. 1. c. 158) 
la strana mancanza di armi di bronzo corrispondenti all'epoca ar- 
caica. Anche oggi vale qiiesta osseiTazione, essendocche sono quattro 
in tiitto le cuspidi di bronzo dissotterrate nel frattempo. Anche 
nell'epoca piü recente le armi sono sempre tutt'altro che frequenti 
si a Siiessiüa che in altri siti della Campania ; mancano p. es. quasi 
assolutamente nelle tombe a mattoni della necropoli d'Alife — se- 
condo che mi fii affermato dal diligente scopritore della medesima, 
sig. Giacomo Egg — ed a Siiessiila egli era im caso assai raro, che 
da una tomba di tufo del secolo terzo nsci dinanzi a' miei occhi 
una spada di ferro, ancora nascosta nella sua giiaina di legno ri- 
vestita di ferro. 

Passo ora al gruppo III, cioe alle tombe a tufo ed a mat- 
toni. Per le ultimo almeno bisogna portare considerevolmente in 
sü il terminus a quo, molto piü che nel 1878 (cf. Bull. 1878, 150) 
non Tayrei creduto ammissibile per la Campania. Abbiamo adesso 
aumentato il numero dei vasi a figure nere, la maggior parte dello 
Stile giä un poco rilassato, ma che tuttavia non puö dirsi scomposto, 
la cronologia de' quali ha principio poco dopo la metä del secolo 
sesto, beuche sarä lecito estenderne la fabbricazione fino al primo 
fiorire della pittura a figure rosse, ora che per gli scavi felici sul- 
l'acropoli di Ateno sappiamo, che giä prima dell'irruzione persiana 
ivi si dipingeva anche a tigure rosse, che dagli scavi di Nauki-atis 
conosciamo fatti epigrafici, che forse ci costringeranno di stabilire 
un'epoca molto piü antica che non si presumeva prima per i vasi 
attici a figure nere della maniera severa, maniera rara finora in 
Campania. E tutti questi vasi secondo la testimonianza di D. Mar- 
cello Spinelli si ritrovarono quasi sempre in tombe a mattoni, quasi 
mai in quelle di tufo ; rare volte stavano nella terra uuda, erano 
cioe depositati in sarcofaghi di legno, come quelle figurine 
di terra cotta sopra descritte. Consunte le casse di legno rima- 
sero spesse volte i chiodi di ferro (0 e ne' tempi piü avanzati 

(1) A Cuma questo era il piü aiitico uso di seppellire i morti. Ivi le 
tavole di legno erano dipinte di color rosso, del quäle talvolta si son conser- 
vatc le tracce nel terreno circostantc, le qnali insienie coi chiodi di ferro 
fanno testimonianza del sarcofago consunto. In Atene nel Museo della societä 
arclieologica tuttora esistono tali tavole rosse di simili sarcofaghi attici. La 
stessa forma .si adottava anche per le cas.se che di pietra si costruivano. l'iii 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 257 

(quarto secolo) que' piccoli ornamenti di terra cotta a rilievo bas- 
sissimo, lisci di dietro, un giorno dorati o alraeno coloriti, che 
stavano attaccati alla cassa : rappresentano teste sia di Medusa, sia 
di Sileno {Ann. 1883, 185 seg.; cf. Furtwaengler Samml. Sabouroff 
alla tav. CXLIX), sia di « Acheloo «, o palmette di varie forme, 
tutte qiiante di carattere arcaizzante o conchiglie imitate, o ca- 
valli (cioe soltanto la parte anteriore) vediiti di faccia (alti c,0,08, 
elevazione del rilievo fino a 0,015) (^). Sono frequentissimi questi 
ornamenti specialmente a Capua (Museo Campano, coli. Bom'giü- 
gnon, Museo nazionale) ma anche in Sicilia ed in Atene. Con 
mio rammarico ne nella primavera ne nell'autunno dell' anno 
passato ebbi occasione di assistere all' escavazione d'una tomba 
siffatta contenente vasi a figm-e nere. Nel maggio perö se ne trovö 
una di proporzioni straordinarie (lunga in circa metri 2 V2, larga 
m. 1,80, con due cadaveri seppelliti insieme) a 7:i di chilom. in circa 
verso ESE dal casino, della quäle nell' ottobre vidi ancora riuniti 
insieme tutti i vasi esattamente notati da D. Marcello Spinelli: 



tardi, nel secolo sesto probabilinente, la combustione principiava anche a Cuma 
come in Atene ed altrove. Ma nou vi era tanto potente questa manifestazione 
della coltura ionica da estirpare del tutto l'inumazione : cubi di tufo « cacatoi " 
e sarcofaghi »■li uni accanto agli altri, sono la caratteristica del quinto secolo, 
Tultinio della libertä greca a Cuma. S'intende che depo il 120 il sarcofago di legno, 
e piii ancora la tomba " greca » (a tufo) e quella a mattoni riacquistö su tutta 
la linea la posizione quasi perduta, e la ritenne fino alla seconda epoca delFel- 
lenismo vittorioso, cioe fino agli ultinii tempi della repubblica romana. 

{}) Che anche questi davanti di cavallo erano ornamenti di sepolcri, lo 
altesta, credo, un Notamento degll antichi oggetti rinvenuti dal sig. Gins. 
Vetta nel suo fondo denominato S. Erasmo (presso S. Maria di Capua), dalla 
mano del Sideri, in data del 21 niarzo 1855 {Atti del Mus. nas., scavi di- 
versi 1850-61), ove fra altre cose si trovano : « 76 figuline incirca, ornamento 
" di un sepolcro, cio5 teste di Gorgoni, altre teste barbate con corna, mezzi 
" busti, cavalli, fogliolini, rosoncini ed altre decorazioni ". Un tipo singolare 
dVirnamento simile mi h noto da un solo esemplare presso il sig. Bourguignon. 
E un'antefissa, tondeggiata di sopra, alta 0,078, che mostra in rilievo un guer- 
riero ritto in piedi colle gambe chiuse, visibile dalle ginocchia in su, vestito di 
Chitone corto ed elmo con guanciali, i quali nascondono quasi la faccia, si- 
milmente come in ceiii vasetti a forma di testa provenienti da Corinto, da 
Rodi e dalla Fenicia. Un altra esemplare ne possiede la collezione delllsti- 
tuto archeologico di Heidelberg. 



258 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 




Fig. 23 



1) Anfora (fig. 23): forma Furtwaengler , Berliner Vasen- 
sammluiig 45), alta 0,33. Disegno nero con sovrapposti colori bianchi 
e violacei (tav. XI, XII n. 2 e 3). 

A. Eui-opa sul toro verso d.; il toro 
cammina a lenti passi ; Europa vestita di Chi- 
tone ionico e manto, con benda violacea ne" ca- 
pelli, alza con la sin. una ghirlauda a rosoni 
bianchi. Per il tipo veggasi verbeck Kimst- 
mijthol. II, 423. 

B. Ercole combatte con Acheloo mezzo 
toro mezzo uomo. L'eroe, vestito soltanto d'im 
grembiale , con la spada alla coscia sin. , 
portaudo addosso il tm'casso col coperchio aperto 
e l'arco, fa im assalto verso d. contro il nemico; 
gli vibra col pugno destro im colpo siü petto (^), 
meutre con la sin. cerca di rompergli il corno. 

Acheloo, che gli va incontro da d., invano si difende con due pietre 
blanche, che sta per scagliare coUe maul; dietro l'eroe si scorge 
la clava cadente. Per il tipo confrontisi la memoria di Lehnerdt, 
Arcli. Zeit. 1885, 105 segg. 

2) Orciuolo (forma Furtw. 181) alto 0,21. Maniera a figm-e 
nere rilassata. L'esteriore corrisponde alla descrizione del Furtwaeng- 
1er Berliner Vasensammlimg I p. 399 griippo secondo. Nel campo 
non si vede che la parte esteriore di ima quadriga da sin., le 
teste de' due cavalli posteriori souo ugualmente alzate, abbassate 
le anteriori. 

3) Orciuolo come il precedente, alto 0,215. Disegno nero ri- 
lassato. Nel campo Dioniso vestito e barbato, veduto di faccia, 
guardante verso sin., da dove procede un Satiro barbato che gli 
sta parlando. 

4) Orciuolo simile con orificio a trifoglio (tipo Furtw. I p. 405). 
alto 0,16. Disegno nero rilassato. Nel campo stanno assisi su delle 
sedie dirimpetto l'uno all'altro a sin. Dioniso vestito e barbato, 
nella sin. il cautaro, a d. una doniia che alza la sin. sotto il manto. 
Nel mezzo tralci d'edera. 



(') Neirarchetipo gli avrä afferrato la barba, come .sul vaso vulcente 
Ar dl. Zeit. 1885 tav. G. 



I,A NECROPOLI DI SUESSULA 259 

5) Orciiiolo di forma e stile simile al precedente, alto 0,25. 
Nel campo uu guerriero verso d., che porta sulle spalle im altro, 
di ciü lo scudo grando si scorge sopra il dorso. 

6) OUa a vernice nera (forma Fm-tw. 222). 

7) Vase di creta grezza (forma Fiirtw. 98), ornato a stecco 
con disegni geometrici. 

8) Vaso in forma di testa miüiebre (forma Furtw. 288) 
alto 0,14, di esecuzione piuttosto severa, affatto corrispondente al 
vaso nolano presso Gerhard Antike Bildw. tav. Gl, 3 ed alla de- 
scrizione che di questo tipo ha dato il Furtwaengler 1. c. p. 512 ß. 
Una Corona d'edera dipinta in bianco cinge la testa. Siccome im 
vaso di carattere identico fu trovato a Corneto insieme con una 
tazza a figm-e rosse di mauiera arcaica {Bull. 1879, 88-90), a Vulci 
mi altro simile fra una quantitä di vasi a figure nere del carattere 
de' nostri suessulani ed uno, un'idria, a figure rosse severe [Bull. 
1883, 164-167), cosi questo vaso determina l'epoca della tomba in 
discorso al piii tardi nel primo terzo del quinto secolo. 

Avendo talmente trovato un punto fisso aggiungo qui appresso 
l'elenco degli altri vasi a figure nere finora trovati, prescindendo 
da quei che descrissi nel Bull. 1879, 153. Dell'orciuolo ivi descritto 
sotto il n. 2 ora si vede la forma fig. 24 ed il di- 
segno tav. XI, XII. n. 4. Eappresenta il congedo d'im 
guerriero : molto volentieri vi si riconoscerebbe AchiUe, 
dietro di lui il vecchio Peleo, dinanzi all'eroe Te- 
tide, mentre pel compagno che a cavallo sta aspet- 
tando, s'offrirebbe il nome di Patroclo. In fatto l'imico 
vaso, che finora ci presenta questo momento, un can- 
taro vulcente aBerlino 1737, da al compagno d'Achille 
il nome di Patroclo. E si potrebbe addurre, in favore 

. ^, dell'interpretazione suddetta, la perfetta congruenza 
Flg. 24 . 

del Peleo uostro con quello del noto piatto atemese 

(Gollignon 231). Ma appunto quel piatto, con la sua composizione 

del tutto impossibile di figm-e mitiche, ci dimostra egregiamente, 

come i pittori vascolari di quell' epoca, ben lontani dal voler illu- 

strare le parole epiche, si contentavano di esprimere con veritä una 

situazione corrispondente in generale allo spirito di quella poesia. 

Gli altri vasi a figure nere trovati finora a Suessula, per lo 

piü in tombe a tegole, sono i segnen ti: 




260 LA NECROPOLI DI SUESSULA 

1) Orciuolo (forma Furtw. 181 ma senza il bottone in cima 
al manico). Bella vernice nera lucida, disegno molto accurato a 
contorni graffiti. Nel campo Ercole, vestito come al sollte, fugge 
verso sin. portando il tripode e Tolgendo in dietro lo sguardo. Kega- 
lato da D. Marcello Spinelli a S. M. la regina. Descritto secondo 
le notizie favoritemi dal medesimo. Anticamente con qiiesto or- 
ciuolo avrä fatto pariglia un altro con Apolline vindice. 

2) Orciuolo corae il precedente, alto 0,24. Nel campo : Po- 
seidon procede da sin. a grandi passi, clamidato, con barba lunga 
rossastra, benda rossastra ne' capelli, spada alla coscia, nella d. la 
lancia, sulla spalla sin. l'isola di Nisyi'os, dipinta semplicemente 
in bianco, che egli sta per scagliare sopra il Gigante. Questi, ve- 
duto da dietro, fugge, volgendo in dietro lo sguardo; al braccio 
sin., messe innanzi, tiene il grosso scudo, nella d. alzata un'asta, 
la spada alla coscia. 

3) Anfora di forma piuttosto larga, alta 0,135. 11 collo e 
ornato di palmette. Disegno non ancora rilassato. Ä : Peleo da sin. 
lotta con Tetide, che cerca di fuggire verso d., alzando ambedue 
le mani, neUa sin. una benda violacea. Verso d. fugge una giovane 
che alza la mano e volge in dietro lo sguardo ; da sin. procede un 
uomo barbato di etä avanzata, col mauto attorno alle cosce ed al 
braccio sin., che porta in ogni mano una fiaccola. Questa variazione, 
senz'alcun indizio delle trasformazioni, con una delle figlie di Nereo 
ed un uomo con fiaccole, e affatto nuoya; vd. paragonandola l'elenco 
di Graef, Jahrbuch d. archaeol. IitstitiUs I, 202. 

B. Due Nereidi corrono in fretta verso d., alzando una mano 
ognuna, con lo sguardo rivolto verso un vecchio barbato vestito di 
lungo Chitone bianco e manto, che sta ritto in piedi verso d., nella 
(1. uno scettro, ne' capelli una benda violacea. 

4) Anfora (f. 30 Furtw.), alta 0,405; sul collo palmette, 
suUe spalle baccelli alternati di color nero e violaceo; i manichi 
sono come composti di cinque corde. A. Ercole verso d., con chitone e 
pelle leonina, aggredisce con la spada sguainata un'Amazzone, che 
fugge quasi ginocchioni, afferrandola alla cresta deU'elmo. Da d. 
viene in aiuto un'altra Amazzone veduta da dietro, che nella d. tiene 
orizzontalmeute l'asta, lo scudo al braccio sin. D. Due guerrieri in 
piena armatura fanno un assalto all'asta contro uq' Amazzone ar- 
mata, che corre verso d. e guarda in dietro. 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 261 

5) Tazza (f. 171 Furtw.) del tipo corrispondente a Furtw. I 
p. 297 griippo secondo. Alta 0,097; diam. 0,15. Ä. Cervo. B. Cerva, 
ambedue al pascolo. 

6) Anfora come num. 4, alta 0,257. Manichi tripartiti. Di- 
segQO rilassato. A. Ercole barbato igniido, venendo da sin., vince 
il toro, che correva verso d., afferrandogli con la sin. il corno, 
con la d. l'ungliia anteriore. Turcasso ed armi dell'eroe sono appesi; 
dinanzi al toro la clava; tutt'iutorno alberi. j3. Due Satin barbati, 
con grandi code di cavallo, stanno ballando innanzi ad una donna 
vestita, la quäle, assisa verso d. sopra un oxhidiag, alza la mano 
e volge lo sgiiardo in dietro. 

7) Anfora come la precedente. Disegno molto rilassato. A. Bac- 
cante verso sin. fra due Satiri barbati ma senza coda. Dappertutto 
tralci di vite. B. Identica rappresentanza; la Baccante verso d. 

8) Orciuolo con orificio a trifoglio (forma 181 Furtw.), alto 0,17. 
Disegno molto rilassato. Nel campo un albero con frutti dipinti 
in giallo e bianco; in ogni lato una donna che corre verso d. 

9) Orciuolo ; forma e stile come il precedente ; alto 0,20. Nel 
campo una palma ; appresso un cavallo verso d. guidato da un' Amaz- 
zone vestita di corto chitone cinto e cuffia aguzza, munita di due 
aste e turcasso, che guarda in dietro. 

10) Coppa (f. 145 Fm-tw., ma con due manichi), alta 0,085. 
Era anticamente ristaurata. Disegno rilassato. A e B hanno rappre- 
sentanza uguale, cioe in mezzo fra tralci di vite un cavriolo, a d. 
ed a sin. una donna vestita, assisa sopra un oxladiuc ; l'una alza 
una ghirlanda, l'altra un oggetto bislungo. 

11) Lekythos (f 176 Furtw.) corrispondente al tipo descritto 
da Furtw. p. 416, alta 0,20. Disegno molto rilassato: Dioniso verso 
d. assiso ^wiYoxXudiag, vestito e barbato, con ghirlanda di vite at- 
tomo alla testa, nella sin. il corno potorio. Dinanzi e dietro di 
lui tralci di vite, poi un Satiro barbato a coda di cavallo, che corre 
verso d. 

12) Lekythos alta 0,187. Disegno nero su fondo bianco ; forma 
e tipo corrispondenti al vaso ateniese presso Furtwaengler Berl. 
Vasens. 2023. Atena, vestita e munita come al solito, collo scudo al 
braccio sin., vibrante l'asta nella d. alzata, si lancia da sin. sopra 
im Grigante armato, il quäle, corrente <* ginocchioni n verso d. si volge 
in dietro per vibrare un colpo di lancia contro la dea. Nel mezzo 



262 LA NECROPOLI DI SUESSULA 

fra i due avversari uu uccello (im'aqiüla siiiranfora caprese a Ber- 
lino 2127). 

13) Lekythos, come la precedente. Piede e collo sono rotti; 
l'altezza del campo bianco e di 0,125. Atena sta montando sopra 
una quadriga rossa verso d., dinanzi Hermes in chitone corto e 
clamide con ornati yiolacei ; la testa col petaso e rivolta in dietro, 
la sin. alzata, la d. munita del caduceo, a' piedi gli stivali soliti. 
Dietro la quadriga Ercole, volgendo in dietro lo sguardo, nella sin. 
protesa il tripode. 

Di vasi della maniera a figiire rosse severa finora non ve 
n'e alcuno, ad eccezione di qiie' pubblicati sopra, provenienti 
da' cubi di tufo e del eratere di Hieron e Makron. 
Invece sono lieto di poter ora pubblicare nella flg. 25 
e siilla tavolaXI, XII n. 5, dietro disegno del sig. Eichler, 
la bella lekythos policroma a fondo bianco descritta 
Bull. 1879, 148 seg. (•), alla quäle descrizione e spie- 
gazione nuUa ho da aggiungere. Perö, grazie special- 
mente alle osservazioni del Furtwaengler, siamo oggi 
in grado di fissarne con maggior precisione la famiglia 
e l'epoca. Niente ci impedisce di stabilire che il bei 
vaso fosse fabbricato in Atene nel primo terzo della 
guerra peloponnesiaca , fors'anche prima, sempre perö 
Fig. 25 prima della presa di Cuma nel 420. Tecnicamente cor- 
risponde al primo gruppo fra le leciti a fondo bianco 
dello Stile hello e specialmente alla lecito berlinese 2443, anch'essa 
insignita di iscrizioni, aggiunta altrettanto frequente ne' primi tempi 
di questa pittura quanto e rara, anzi rarissima, dal secondo periodo 
dello Stile hello in poi. E noto oramai pure, che le scene domestiche 
sono piü frequenti ne' primi tempi di questa pittura, mentre piü tardi 
essa abbracciö esclusivamente soggetti sepolcrali. Egregiamente perö 
un tipo come il nostro ci addita la strada, che condusse gli artisti ate- 
niesi ad ideare quelle composizioni de' rilievi, come p. es. di quello 
per Hegeso {Arch. Zeil. 1871 tav. 42), nelle quali la somma sem- 
plicitil, che sembra tanto ingenua, non e che il risultato dello studio 
comune degli scultori e pittori de' decennii antecedenti. 



(') Per le circostanze del ritrovamento si confrontino anche le csatte 
osservazioni di D. Marcello Spinelli stcsso nelle Notizie degli scavi 1879 p. 188. 




II primo posto fra 
dovnto ad im' idria, 




LA NECROPOLI DI SUESSÜLA 263 

Questo vaso ed il seguente, ognuno lo vede, sono divisi da iino 
spazio di tempo considerevole ; gli scavi fiitiiri c'insegneranno, se 
ciö dipenda dal caso, OYvcro sia conseguenza degli avvenimenti 
politici. 

i vasi a figure rosse della maniera libera 
che rappresenta il giudizio di Paride, 
n. 1 della tav. XI, XII. E un vaso 
interessante sotto vari aspetti. Fii tro- 
vato in terra sciolta presso iina tomba 
di tiifo. La forma dell'idria (tig. 2(3), 
alta 0,385, corrisponde a Furtw. 41, 
il tipo al primo gruppo fra le idrie 
della seconda metä dello stile bello, 
cioe del tempo poco posteriore all'a. 420 
incirca: Furtw. II p 741 num. 2633. 
2634. II disegno del gruppo principale 
e libero si, ma ancora molto accurato ; 
dappertutto si scorge lo scMzzo del- 
l'ignudo eseguito a linee leggermente 
graflite. Piü trascurato e il disegno 
delle quattro figure secondarie. Le tracce di lottere — se veramente 
sono lettere — non danno senso veruno. La rappresentanza e diyisa 
in due piani. Paride, munito di due aste, nel ricco costume frigio, 
sta seduto piü. in alto verso d., discorrendo con Hermes, che gli 
sta dinanzi con la gamba d. sollevata; della vita pastorizia non 
e rimasto altro indizio che un bue, di cui la sola parte anteriore 
e visibile. Nel mezzo del quadro, ma nel piano inferiore, fra due 
raraoscelli d'ulivo, sta Atena, ritta in piedi, veduta di faccia, nel 
Chitone dorico (di cui gli orli sono distinti da una larga striscia 
scura), con egide, scudo, elmo ed un'asta a doppia puuta. La dea 
aspetta in tranquilla maestä ; soltanto la faccia e rivolta verso Pa- 
ride, al cui giudizio sembra che ella non dia grande importanza. 
II pittore ateniese ha trattato con una certa fiera predilezione la 
sua dea patria. Dietro Atena, suUo stesso livello con Paride, si 
•vede Afrodite, che si mostra molto interessata alla gara: con mano 
alzata esprime l'emozione che le cagiona la vittoria indicatale dal- 
r Brote, che le si avvicina con ghirlanda in mani; la colomba al di- 
sotto della dea non e troppo ben riuscita. Fin qui la composizione 



Fig. 



26 



264 LA NECROPOLI DI SUESSULA 

e soddisfacente. Ma assai strano sembra il posto assegnato ad Hera, 
dietro Paride e rivolta verso sin., quasi nulla avesse a che fare 
con la scena principale. I fiori sopra la fronte e lo scettro indicano 
la sua alta dignitä, che per altro nel suo costiime non si palesa 
affatto. E qiiesta Hera e aggriippata con im giovane frigio, sia che 
ella gli discorra sia che lo ascolti ; egli le sta dinanzi ed alza la 
mano d. giiardandola fissamente : sembra riüuti una qualche offerfca 
fattagli dalla dea im momento prima. Ne si puö separare da qiiesto 
Frigio iina donna semplice a sin., la quäle con una mossa impe- 
riosa della mano d., come se avesse un diritto sopra quel giovane, 
lo chiama a se. Vedendo separate dal gruppo principale queste tre 
figure, ben si potrebbe pensare ad un momento di indecisione in 
Paride, quando il suo antico amore per Oinone non era ancora vinto 
dalla offerta seduceute di Afrodite. Spiegando in tal senso l'arche- 
tipo di questo gruppo, non farebbe piü difficolta di riconoscere 
l'antica Afrodite nella figura di apparenza modesta dietro 1' Afro- 
dite attuale, adesso senza significato, la quäle con la d. alzata tira 
il Chitone sopra l'omero destro in modo siraile al ben noto tipo della 
" Venere genitrice ". II vecchio barbuto nell'ampio manto, con una 
larga benda intorno al capo, lo scettro grande nella mano destra, 
era Giove nella composizione originale. Non so, se avrö il plauso dei 
colleghi spiegando la strana composizione in questa maniera, che io 
stesso riconosco per abbastanza singolare; ma non saprei trovarne 
interpretazione alcuua senza ammettere una coufusione di due scene 
divise originariamente fra loro. 

E un fatto rimarchevole, che la rappresentanza del giudizio di 
Paride ricorre tre volte in quella famiglia non tanto grande di idrie 
di questo stile hello libero, che nella forma e tecnica del vaso, nello 
Stile del disegno, neU'aggruppamento, nelle mosse delle figure, nel 
trattamento delle cose secondarie ecc, mostrano una tale aflfinitä 
fra loro, da formare veramente una famiglia, appartenente non sol- 
tanto alla comune patria ateniese ed alla stessa epoca, ma proba- 
bilmente eziandio alla stessa fabbrica. Parlo dell'idria vulcente a 
Berlino 2633 e della chiusina a Palermo (Overbeck ITeroetigalle- 
rie p. 226, 8). Su quei due vasi pure vi sono certe figure secon- 
darie che lianno fatto agli interpreti delle diflficoltii serie. Senza 
volere entrare qui in una discussione, raccomando di coufrontarli 
con l'idria suessulana. Quel pittore non sapeva vincere la difficolta 



LA NECROPOLI DI SUESSÜLA 265 

di ornare tutto il venire d'un'idria di circonferenza considerevole 
con ima composizione adatta soltanto a riempir lo spazio raolto 
piü ristretto di im lato d'un'aufora. 

Degli altri vasi assai niimerosi a figure rosse, per lo piü tro- 
vati in tombe di tiifo, non posso in questo liiogo tessere il catalogo. 
Fra i piii belli e un'anfora del secolo qiiarto, alta 0,50, la quäle 
mostra sulla parte nobile im convegno di donne del mondOj ima delle 
sollte « conversazioni " allegre: IPPOAAMN-, lA^n, A^TEPIA, 
EYPYNOM- sono i loro nomi dipinti a color bianco; airiiltima 
P030i. mette la scarpa, mentre EPill, colle ali grandi, un basso 
canestro sulla mano, fa da cavaliere ad Hippodamna. II disegno della 
parte posteriore, che mostra im « ratto di donna " , e molto meno ac- 
curato. — Un piccolo orciuolo della stessa epoca, alto 0,11, fa ve- 
dere ima ragazza vestita, assisa sopra una roccia dirimpetto ad im 
albero ; siiona la cetra col plettro nella d. — Sopra una lecito, pure 
a figure rosse, si vede la sflnge seduta in posizione pensierosa 
dinanzi ad una colonna. — Sara qui il iuogo per osservare che del bei 
vaso in forma d'una testa di moro, menzionato Bull. 1878, 150, 
esiste im altro esemplare, proveniente da Tanagra, nella coUezione 
della societä archeologica greca in Ateno (n. 1978), il quäle corri- 
sponde a quello suessiilano perfettissimamente ; ml pare molto pro- 
babile che tutti e due provengano dalla stessa fabbrica ateniese. 
Un terzo simile, trovato in una tomba capuana, e a Berlino: Va- 
seiisamml. 2757. 

Assai grande si e adesso il numero de' vasi di fabbrica cam- 
paua; anzi si puö oramai dire, che non esiste veruna collezione ('), 
che ci offra im cospetto piü istruttivo della ceramica campana dal 
quarto al secondo secolo. Di imitazioni di vasi a figure nere, fre- 
quenti a Cuma nel quarto e terzo secolo, ho veduto a Suessula una 
solamente, una lekythos col Pegaso imbrigliato verso d. in mezzo 
a due uomini correnti nella stessa direzione, d'im disegno assai 



-'s' 



(') Esclusa forse la cumana del sig. Stevens. Faccio voti anche in questa 
occasione, perche quel nostro socio tanto baue merito della couoscenza del 
territorio ciimano, alla fine riesca a superare le difficoltä che finora lo irape- 
dirono di ordinäre ed esporre i suoi tesori importanti, di guisa che anche nui 
altri possiamo studiarli, impararne a nostro agio ed a pro della scienza co- 
mune, ed apprezzare degnamente il valore delle ricerche istituite per nove 
anni da quel coscienzoso osservatore. 



266 LA NECROPOLI DI SUESSDLA 

scomposto. Bene si confronta con qiiesta lecito una tazza (diam. 0,23, 
maniera del terzo secolo), nel cid centro si scorgono dipinti in rosso 
SU fondo nero diie uomini coricati sopra \m lettuccio; dinanzi a 
loro una tavola con ramoscelli e cibi dipinti in bianco e giallo; 
le pareti sono ornate esternamente d'un si.stema di linee e ghir- 
lande nere, e sotto i manici si scorge un Satiro dipinto in nero. — 
Stragraude e il numero di yasi a figure rosse, i quali anclie per il 
peso e per la cottura si palesano come prodotti indigsni. Tazze, 
coppe, orciuoli a bocca di trifoglio ed anfore sono le forme predilette. 

Neanche mancano le imitazioni di quei vasi a vernice nera 
lucida che delle volte sono striati e ornati di ghirlande dorate, fra 
idiie, anfore ed orcinoli: perö inyece dell'oro vi e adoperato uno 
Strato sottilissimo di creta gialla. In tal modo, profittando del color 
naturale della creta gialla ed aggiuDgendovi la creta bianca, il 
tutto sopra fondo nero anche nou verniciato, riuscivano a produrre 
effetti artistici assai graziosi, non conoseiuti a' pignattari ateniesi. 
Ho osservato in Ateno piatti, tazze, coppe, con tali tralci d'edera ecc, 
somiglianti per forma ed invenzione alle numerose suessulane: i mo- 
delli di queste ultimo saranuo state imporiate, e puö darsi che 
qualcuna di importate nella raccolta suessulana si trovi; la gran 
massa perö fuor di dubbio e indigena. 

S'intende da se che assai considerevole e anche il numero 
de' vasi neri con ornamenti a stampo — fra i quali noto alcuni con 
teste di Sileno arcaizzanti d'un tipo nuovo per me, forse antico cal- 
cidese — nonche di quei vasi ornati d'una specie di rete e ramo- 
scelli dipinti in bianco e rossastro su fondo nero non verniciato, che 
furono trovati a Pompei nelle stesse tombe con alcuni de' prece- 
denti (i), e cosi anche a Cuma, Capua, Alife. Anche questi due tipi 
sono d'origine ateniese, benche la fabbrica di questi esemplari sia 
campana. 

Nel BiilL 1878, 150 e 1879, 157 comunicai alcune iscrizioni 
cosi dette campano-etrusche, delle quali una, la piü antica appa- 
rentemente, fu trovata sopra una tazza dipinta del quarto o terzo se- 
colo, le altre su vasi neri piii receiiti ancora, di un' epoca dunque, 
quando non si puö parlare attatto di Etruschi in Campania. Fu 
accresciuto il numero di tali iscrizioni per le seguenti: 

(i) L'uU. de ir List. 1874, 165 scg. 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 267 

1) Iscrizione graffita sul lato esteriore d'una tazza a vernice 
nera trovata neu' estate passata in una tomba di tufo, piena di 
vasi a ornamenti graffiti del genere proprio al terzo secolo. Ne 
debbo il liicido alla cortesia di D. Marcello Spinelli: 



'i^Msorm^ii^'U'^immymmwmmim 



2) Tazza a vernice nera liicida, accommodata con cliiodi an- 
ticamente. Sulla parte esterna si legge questa iscrizione graffita: 

I m ^ ^ I N t A I ^ ^ m V H 

e 8otto il manico: IHK AH (forse inverso) 

3) Tazza a vernice nera ; graffita nella parte esterna : 

I m /<i >j V txi V a /<) s 

4) Sopra im vaso di bucchero nero : 

ivn 

Siecome p. es. in quest'ultimo semestre lo stesso Deecke quasi 
contemporaneamente cita queste iscrizioni, pur troppo enimmaticlie, 
fra le etrusche, dicendole " scritte in un dialetto misto, mezzo 
etrusco mezzo osco « (presso Groeber Grimdriss der roman. Philol, 
Strassbm-g 1886, pag. 346) e nega il loro carattere etrusco dichia- 
randole italiclie {Wochenschrift für klass. Philol. 1887, 100); cosi 
Uli sarä lecito di continuare a chiamarle « epicoriche « , senza attri- 
buir loro una denominazioue etnologica qualsiasi. La loro cerchia 
geografica sino dal 1878 {Bull. 1878, 150 not.) ha avuto l'aumento 
di Marcianise {Nolisie degli scavi 1885, 322). 

Finalmente due marcbe di fabbrica: 

1) ^A graffita nel foudo d'una coppa nera. 

2) y\ sotto il manico d'una tazza verniciata a nero plumbeo. 
Un esatto elenco delle numerose monete trovate fino adesso 

a Suessula (cf. Bitll. 1879, 158), spero di poter darlo un'altra volta, 
quando le avrö esamiuate coll'aiuto de' libri necessari. Qui basta 
dire, che delle molte imperiali, tutte di bronzo, nessuna si trovö 
neH'interno delle tombe, le quali al contrario ci fornirono esclu- 
sivameute monete greche campane, quasi tutte di bronzo, dal quarto 



268 LA NECROPOLI DI SÜESSULA 

secolo in poi (^), denarii e vittoriati romani, tre pezzi di aez grave 
e due pezzi di aes rüde ; per qiiesti Ultimi sono inclinato a cercare 
la spiegazione siilla via iudicata da' fatti osservati (-') nella necropoli 
d'Alife, somigliaute sotto tanti rispetti al periodo piü recente di 
Suessula. 

Assai curioso si e il ritrovamento d'uu piccolo pezzo tondo d'ar- 
gento, diam. 0,015, rinchiuso in im globetto di creta che ne rice- 
vette l'impronta: A. Testa muliebre vediita di faccia, con indizio 
della veste che cuopre il petto. B. Sistema di raggi graffiti, ton- 
deggianti e paralleli, simili alla parte esterna delle ordinarie con- 
chiglie blanche; neauche l'amico Tmhoof-Bhimer, al quäle ne mo- 
strai una impronta, seppe darne una spiegazione. 

Eimarchevole per simile circostanza di ritrovamento si e una 
piccola cornalina lavorata, che usci da un pezzo di pietra quarzite 
bianco e nero, dopo che questo fu spezzato. 

Finalmente non voglio passar sotto silenzio una figurina di 
bronzo, che fu trovata casualmente in terra nuda fuori della necropoli 
e rappresenta un cretino in atto di masturbarsi : lavoretto di somma 
maestria d'invenzione ed esecuzione, di cui perö il soggetto vieta 
la pubblicazione. 

Non avendo altro per ora da comunicare, mi resta il gradito 
dovere, di ringraziare pubblicamente il barone D. Marcello Spinelli, 
per la sqiüsita cortesia con la quäle anche questa volta ha voluto 
agevolarmi lo studio degli scavi e de' tesori suessulani, e di augu- 
rargli molti e fecondi scavi futuri in questo sito vergine ed ancora 
tanto promettente. 



(1) E interessante la relativa frequenza delle monete greche di Velia, 
testimonianza di una forte corrente commerciale che legö Velia alle cittä del 
golfo di Napoli, confcrmata da altri indizi simili. Cosi p. es. nel ripostiglio 
capuano trovato nel 1855 [Ann. dclVInst. 1878, 113) dopo le monete di Napoli 
quelle di Velia e di Taranto erano le piü numerose ; cosi in una raccolta di 
oggetti anticlii per lo piü provenieuti dal circondario di Literno (Patria) ed 
Aversa, che potei esaminare Tanne passato presso il gentilissimo proprietario 
sig. barone Eicciardi in Aversa, fra le monete preromane erano di gran lunga 
le piü frequenti quelle di Velia, colle quali neanche in paragone potevano 
mettersi quelle di Napoli, di Nola, Pesto e le osche. 

(2) Uressel Ilistor. und philol Aufsaetze, Ernst Curtius gewidmet 
p.248; Ann. deWInst. 1884, 254. 



LA NECROPOLI DI SÜESSÜLA 269 



APPENDICE 



I. La comime iwovenienza da Cmna delle urae dl hrotuo 
e delle eiste a cordoni. 

La mia supposizione, che tanto gli oggetti, in ispecie le urne 
di bronzo, che formano il corredo delle tombe a cubo di tiifo, quanto 
tutta questa maniera di sotterrare gli avanzi braciati, affatto eso- 
tica alla Campania osca, siano doviiti al commercio cumano ('), ha 
trovato ima solenne conferma. 11 sig. Stevens, scavando in Cuma, 
parecchie volte uegli Ultimi anni incontro tombe di quel genere, 
comnnemente chiamate dagli scavatori con ima parola piü espres- 
siva che poetica « cacatoi •' sia anticamente violati (-), sia col 
loro contenuto corrispondente a quello delle tombe capuane; con 
questa diversitä perö, che a Cuma non si trovano che rarissime 
volte le urne di bronzo con quelle flgure plastiche sul coperchio come 
a Capua ed ora a Suessula. Ordinariamente vi si trovano le urne 
di bronzo senza ornamento veruno e sono accompagnate da un cor- 
redo di vasi cretacei piuttosto semplice. Da certi altri fatti di scavo 
perö si rileva con certezza, che pure quella gente cumana era agiata 
ed avvezza al lusso. Anche una cista a cordoni (posseduta dal 
sig. Stevens) fu trovata in una tomba simile ; l'istesso mi fu assi- 
curato delle due eiste a cordoni nella Raccolta cumana (3), nonche 
di tutte le urne di bronzo semplici di quella collezione. Piü nel- 
l'interno perö della penisola quest'uso di deporre le ceneri in cubi 
di tufo rimase sconosciuto. P. es. a Piedimonte d'Alife, secondo che 
mi fu affermato dal sig. Egg dinanzi agli oggetti stessi, una cista 
a cordoni di lavoro finissimo (alta 0,205) con due manichi imi- 
tanti il disegno di filato di corda, attaccati al ventre mediante due 

(•) Ann. delVInst. 1879, 129; Grundzüge einer Geschichte Campaniens 
in Verhandl. d. Philol.-Vers. in Trier, 150. 

(2) Cf. Ann. deWList. 1879, 130; Barnabei Bull. deWInst. 1885, 8. 

(3) L'origine cumana delle eiste a cordoni in genere fu resa digiä assai 
verisimile dallo Heibig Ann. deWInst. 1880, 252; cf. Pigorini Bull, di pa- 
letn. Xm, 83-88. 

18 



270 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 



elegantissime cerniere, fu disseppelliia insieme ad im niimero con- 
siderevole di orciuoli, ima patera ed altri arnesi di bronzo del quarto 
secolo tt nel nudo terreno », cioe in iina tomba ad umazione e 
sarcofago di legno, del quäle, come al solito, non rimase altro 
che alcimi chiodi di ferro. 

IL Due figure centrali di urne dl hronso. 

Alle due figure di adoranti (v. sopra p. 239 fig. 7 e 8^^) ag- 
o-iungo due altre (fig. 27 e 28) di destinazione simile, che pure a 
Norimberga ho fatto disegnare daü'architetto Haeberle. 





Fig. 27 



Fig. 28 



rig. 27 (alta 0,113) stava ancora saldata sul coperchio del- 
l'uraa (alta 0,247) ('). E un giovine ignudo che si prepara al salto; 
il piede sinistro sta fisso sul suolo, il destro in dietro ; nel prossirao 
momento il destro prendera le veci del sinistro e tutta la figui-a 
si slancerä innanzi coU'aiuto delle braccia munite come pare di 
manubrii: nella mano sinistra ho potuto scorgere un avanzo al- 



(1) E capuana quest'urna e fu esposta come tale nella mostra archeolo- 
gica di Caserta nel 1879: Minervini Guida illustrativa dclla mosLra archcol. 
Campana. Napoli 1879 p. Gl, 1585 (cf. Ann. dn-WImt. 1879, 157). 



• LA NECROPOLI DI SUESSULA 271 

meno di im oggetto che non so spiegare altrimenti. E questo uii 
nuoYO tipo atletico fra qiielli adoperati per ornare tali iirne. 

E se talimo potesse essere inclinato a scorgere in tali figiire 
atletiche dell'arte caleidese rinflusso del Peloponneso, ogni sospetto 
suiroriginalitä ionica dovrä svanire dinanzi al Sileuo danzante cbe 
si ammira flg. 28. Non ho visto a Norimberga delFurna relativa 
altro che il coperchio con questa ligiira fissatavi sopra (alta 0,10) ; 
l'intiera iirua, di origine capuana, ancora nel 1879 si trovava a Ca- 
serta(^). E im Sileno barbato con piedi eqiüni ed orecchie di maiale, 
oggetto prediletto, come ora tiitti sanno, dell'arte ionica (-), la qiiale 
ne forniva l'esempio tanto a' pittori vascolari di Corinto e di Atene 
quanto a' cesellatori etriischi. E la seconda volta soltanto, che tro- 
viamo im Sileno ionico nella Campania; il primo esempio pure ce lo 
form una simile oUa capuana {^). Non ostante la esecuzione rozza 
e difettosa, qnella goffaggine umoristica propria ai Sileni dei bassi- 
rilievi, delle pitture, delle monete , dei poeti stessi della Grecia 
ionica e riprodotta con spirito e non senza una certa maestria. 

III. L'epoca delle urne di bron:o, 

Piü arcaiche del quinto secolo finora non se ne sono trovate. 
Fino a poco fa fui persuaso che piü tardi del 420 non fossero fab- 
bricate (^). Avrei fatto meglio di restare fedele all'antica mia tesi (•'") 
fondata sopra il vaso Bonichi (ß), che cioe la loro fabbricazione du- 
rasse certo sino al terzo secolo innanzi Cristo. Ne fanno fede alcune 
seoperte recenti, comunicatemi gentilmente dal sig. Bom-guignon. 

1) ürna di brouzo trovata presso l'antica Capua in una tomba 
di tufo ( « tomba greca " ) ("), dove era collocata in un piccolo in- 
cavo fatto appositamente nel suolo della tomba. Fu veduta e de- 



(') Minervini 1. c. p. 76, 1777. 

(2) Heidelberger Festschrift zur Karlsruher PJiilologenver Sammlung 1 16 

C^) Ann. delVInst. 1879, 135, 9. 

(4) Ann. delVlmt. 1879, 153. 

(5) Espressa nel Bull. delVInst. 1876, 172. 

{^)Ann. delVInst. 1879, 139, 28. Infelicemente quel vaso importantissimo 
resta nascosto non si sa dove. 

(") Per questo genere di tombe vedi Bull. delVInst. 1876, 174; 1878, 32. 
U7; 1879, 147. 



272 LA NECROPOLT DI SÜESSULA • 

scritta da me neH'aprile dell'anno scorso presse il sig. avv. Ber- 
,nardo Califano di S. Maria. Altezza deirurna (seuza coperchio) 0,265. 
A chi Yoglia coufrontarla colle urue piü aiitiche, sembrerä il co- 
perchio formato piü a cupola che a piattello, tutta la forma perö 
dell'iu-na piii allargata ed appiattata. L'ornamento delle spalle e 
il solito, al di sotto del qiiale si vedono spirali iinite a due a due 
in direzione verticale a foggia di palmette; l'orlo e dentellato; sopra 
il niargine ti scorgono piccoli cuscinetti tondi, che se:vivano a man- 
tenere il coperchio al suo posto. Da bottone del coperchio serve iina 
ligiirina virile ignuda ed imberbe (alta 0,116) in atto di cammi- 
uare, avanzandosi col piede sinistro. Dal braccio sinistro pende iiua 
pelle leonina, la destra alzata vibraya un'arma, la quäle secondo 
il traforo della mano chiiisa ben piiö essere stata una clava. I ca- 
pelli sono soltanto abbozzati. II lavoro e grossolano fei, ma fa vedere 
chiari segni della maniera realistica, propria a' lavori di origine 
nazionale italica. Forse per la storia di qiiesto tipo d'Ercole non sarä 
senza Interesse l'osservazione, che D. Ferdinando Colonna-Stigliano 
a Napoli possiede parecchie figiirine somigliantissime alla nostra, che 
provengono da Pontecagnano, vicino a Salerno, dove fu trovata pure, 
insieme con altri oggetti feuicii, presso la casina di campagna 
de' signori de Veiro, la coppa fenicia pubblicata dal Lignana ne' Mon. 
dell'Inst. IX tav. XLIV. 

Non oserei attribuire alla figurina e all'urna nostra un'etä mag- 
giore dol terzo secolo av. Cr.; e ciö vien confermato dallo stile di 
alcuni vasi dipinti, estratti dalla medesima tomba di tufo ed esa- 
niinati da me presso lo stesso proprietario. Sono tutti e tre dell'epoca 
ellenistica, prodotti dell'arte campana dal quarto al terzo secolo : 

1) Anfora (forma: fra il 49 ed il 52 dello Heydemann), 
alta 0,57. Nel mezzo si erge una stele sepolcrale, coiracroterio a fog- 
gia di palmetta, tutta dipinta in bianco. A sin. sta assisa verso sin. una 
donna, riccamente vestita ed omata, i capelli raccolti in una cuffia, con 
la sin. appoggiata sopra un canestro bianco, la testa rivolta verso 
il sepolcro, nella d. alzata uno specchio. AI di sotto del canestro si 
osserva una cassetta. Dinanzi a questa donna sta una ragazza, col Chi- 
tone senza maniche, nella d. una Corona, la sin.- stesa inuanzi; al 
di sopra di lei un uccello della famiglia delle aquile. Piü a sin. 
accorre un'altra ragazza, anch'essa col chitone dorico; ha sulla d. 
un canestro, nella sin. un bastoae che finisce a gui«a di cipresso, 



LA NECROPOLI DI SÜESSÜLA 273 

ricordando cosi im poco la forma del tirso. Da destra si avvicinano 
al sepolcro una donna vestita con mi canestro sulla sin. ed una 
Corona, dipinta in bianco e giallo, nella d.; quindi, a grandi passi 
e guardando indietro, una ragazza col chitone senza maniche e con 
la ciiffia; ha sulla sin. un canestrino, nella d. ima Corona. — La 
parte posteriore viene tutta occupata da palraette. — Sülle spalle 
una pantera, un toro che si difende, tutti e due verso d., ed un 
lione verso sin. 

2) Anfora (forma somigliantö a Heydemann 82, ma con ma- 
nichi semplici come p. es. al n. 62), alta 0,63. A : Nel mezzo una 
stele sepolcrale coU'acroterio a foglia di loto, dipinta in bianco ad 
eccezione dello zoccolo, che mostra color di creta. A sin. del se- 
polcro un giovane ignudo verso d., appoggiato sul bastone coperto 
dal panneggio in guisa che il peso del corpo e sorretto dalla gamba 
destra ; ha la testa cinta da una benda, il nastro della quäle, anno- 
dato sopra la fi-onte, si alza pressoche verticalmente. Gli corrisponde 
a destra del sepolcro una fanciuUa che arriva, col chitone dorico, 
ornata come al solito, nella d. un timpano, una cassetta nella sin. 
AI di sotto due figure coricate : a d. un giovane verso d. che guarda 
in dietro appoggiandosi sul gomito d., mentre la sin., che posa sul 
ginocchio sin., tiene un lungo bastone; a sin. uu'altra ragazza, si- 
milmente vestita ed ornata, con un basso canestro sulla d. — Sul 
collo del vaso un Satiro dalla coda lunga, che corre verso sin., im 
basso canestro sulla sin., nella d. una Corona. Le spalle del vaso sono 
einte da una Corona d'ulivo, la bocca da ramoscelli d'edera dipinti 
in bianco. —■ B. Da destra viene un Satiro, da sin, una giovi- 
netta ; fra loro sta un altare, sul quäle si scorgono tre frutti, 
dipinti in bianco e giallo. II Satiro sta per aggiungervi una Corona 
dipinta cogli stessi colori; egli e munito d'un tirso a foggia di ci- 
presso nella sin.; una catena di perle gli cinge il petto a guisa di 
sciarpa; bende blanche si scorgono nei capelli; la donna ha sulla 
sin. un canestro bianco e giallo, nella d. un timpano, sulla testa 
un panno. — Sul collo una giovane donna verso sin., nella d. uu 
tirso della forma descritta, sulla sin. un canestro. 

3) Vaso (forma 128 Hey dem.), alto 0,37. A. Un Satii'O dalla 
coda lunga verso sin., col piede destro posato sopra un basso ca- 
nestro ; ha nella d. un tirso; la sin. e alzata come per accompagnare 
un discorso; una benda bianca gli cinge il petto, altra simile i 



274 LA NECROPOLI DI SUESSULA 

capelli. B. Giovane ammantato verso sin., nella mano una Corona 
gialla e bianca. — Ornamenti e palmette stanno ai lati delle figure. 
Si noti come ciiriositä, che lo scheletro di qiiesto sepolcro avea 
l'una delle gambe artificiale, molto ben fatta di legno rivestito di 
bronzo con sostegni di ferro, che avranno servito da cerniere. Questa 
gamba e passata in possesso della societä chirurgica d'Inghilterra 

a Londi-a(0- 

2) Urna di bronzo, ritrovata come la precedente in una 
« tomba greca " presso l'antica Capua, anch'essa da me veduta e de- 
scritta presso il sig. avv.Bernardo Califano, alta 0,32 (senza la tigura). 
L'intiera iirna ha la forma quasi del tutto rotonda; il coperchio si 
avviciua molto all'emisfero. In cima al coperchio si erge una figu- 
rina femminile, alta 0,272, vestita del chitone con maniche fino al 
gomito 6 di un mauto che cuopre il corpo fino alla metä delle cosce 
ad eccezione del petto, della spalla e del braccio destro. Sta libando 
con la mano destra da ima patera; la sinistra, pure protesa, te- 
neva un oggetto sacro ora sparito, afferrandolo come si afferra un 
bastoncello. 11 capo e cinto da una stetane, i capelli raccolti sul- 
loccipite cadono giü dal medesimo. II movimento della figm-a e 
quello de' primi tempi ellenistici; alla stessa epoca conviene la ma- 
niera del lavoro un po" secco ma diligente, anche dalla parte poste- 
riore. II trattamento delle pieghe e quello caratteristico ancora per 
la scultura romana. 

Di vasi di terra cotta — me lo assicurö il sig. Califano — 
niuno fu trovato in questa tomba. 

3) Urna di bronzo di foggia tonda simile alla precedente, 
caratteristica per quest' epoca piii tarda, con un bottone dentellato 
invece della solita figurina. Coli. Bourguignon ; proviene da S. Maria 
di Capua. 

4) Figura staccata che serviva da bottone al coperchio di 
un'm-na simile trovata tutta rotta in una tomba di tufo a S. Maria, 
acquistata l'anno scorso dal sig. Bourguignon, presso il quäle ho 
potuto esaminarla uell'ottobre passato; alt. 0,072. E un Ercole di 
tipo e Stile affatto corrispondente a quello deH'urna Califano n. 1. 

.')) Figura staccata, come la precedente, trovata a S. Maria, 

(1) I/Lstituto ne ebbe una prima iioiizia dal sig. Bourguignon : Bull, del- 
Vlnst. 1885, 169. 



LA NECROPOLI DI SUESSULA 275 

acquistata dal sig. Boiirgiügnon eil esaminata da me; alt. 0,074. 
Donna vestita di chitone abbottonato sulle spalle e manto che lascia 
scoperto il petto e la spalla d. Riposa «iilla gamba d.; la testa e 
iiYolta im poco verso sin., i capelli raccolti suiroccipite. Nella destra 
tiene ima patera in atto di libare, con la sin. alza il lembo del 
manto. Lavoro mediocre di carattere italico del quarto o terzo 
secolo in circa. 

Furono trovati nella stessa tomba due vasetti di bucchero nero 
e due vasi a figure nere di lavoro locale e di stile molto negletto, 
ciö che mi fu comnnicato dairamico Bourguignon, che vide gli og- 
getti stessi; ed egli mi assicnrö pnre, essere im fatto uoto agli 
scavatori giä da un pezzo, che nelle « tombe greche " tali urne e 
figurine corrispondenti di pretto carattere « romano « (come dicono) 
qualche volta si raccolgono. Si ;atte iirne d'epoca tarda sono do- 
ciimenti importanti per provare la continiüta deU'autica manifattura 
metallica anche dopo cessato il costume di deporre in esse le ce- 
neri dei morti. Accennai (') tempo fa, come la forma delle eiste di . 
Palestrina e di Viilci deve considerarsi corae la continuazione di 
tali urne calcidesi-campane. Ora con questi fatti nuovi, dovuti al 
suolo della Campauia stessa, ci troviamo suUa strada che ci con- 
duce a capire, perche ancora gli artefici che lavoravano per i cit- 
tadini agiati di Ercolano e Pompei, perche in tine questi stessi 
mostravano tanta predilezione per queste e simili forme di reci- 
pienti mefcallici, ornati pure essi con figure plastiche sul coperchio 
e talvolta suU'orlo o sul corpa del recipiente stesso, come p. es. la 
grande idria 73144 o la stufa portatile nella sala de' bronzi del 
Museo di Napoli. 

Aprile 1887. F. von Duhn. 

(1) Arm. delVInst. 1879, 153 seg. 



INSCRIPTIONES CLüSINAE INEDITAE. 



Die 17 mensis Octobris anni 1885 prope Clusium sepulcrum 
etruscum detectum est, cuius inscriptiones mensis sequentis die 
trigesimo in museo Clusino Brogio illustrissimo duce ipse descri- 
psi. Praeterea Danielssonius Upsaliensis, comes et adintor mens 
in itinere italico, pliirimos horiim titulorum aut Charta humida 
expressit (n. 1. 2. 4. 6. 8. 10. 11. 12.) aut Charta liicida delinea- 
vit (n. 5. 7.). Titiili aut tegulis sepulcralibus (semel n. 11. oper- 
culo) graphio inscripti sunt ut n. 1. 2. 4. 6. 8. 10. 12. 15-17. 19. 
21. 22., aut ossuario colore nigro ut n. 3. 5. 7. 9. 18. rubro 
n. 20. 23. 

1 tegula ^ + ^fll^E-0>l 

2 tegula A\Y[(\\^l-OA 

>lflV;P>l0 ^ic\ 

3 ossuarium l + flUm V/^^>I ^0 : ^ + ////i ^2 :0>l 



Inter hels et umnatial non lacuna intercedit sed galeatae figu- 
rae caput eminet. De media nominis alterius parte dubitari potest, 
cum lineae litterarum paene evanuerint. Danielssonius 3 + 1132 
legere sibi visus est, ipse 3 + fl I 3 2 scriptum esse putavi, quarum 
formarum utraque aequabiliter ex seiante oriri potest (v. infra). 

4 tei^ula l + l1fll^2:flO 



■'o 



i) 



ossuarium D ^M : NlflMflm + ^2 :fl2 m)fl2^ ^rl + Mfll ^2 : flUflO 
tegula flKIflO 

^HI + ^ + 
2l1flD2 



INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 277 

Inter na et l quarti versus nihil desideratur. InteiTallum corro- 
sione lateris effectum est, quam jam ante titulum inscriptum 
extitisse ipsa litterarum dispositio docet. 

7 ossuarium ///t Y\Pi\^^l:\(\Y\\\(\\:9iY\(\0 

Inter s et eiant non tertii nominis litterae fueruut ; intervallum eo ef- 
fectum est, quod particula marginis superioris ollae, quae est fictilis, 
abrupta est; quod iam, antequam titulus inscriberetur, factum 
esse, ipsa litterarum dispositio docet. Nomen tertium in fine mu- 
tilum in seiantes' vel seianlesa supplendum esse infra demonstra- 
bitur. Quod ad praenomen attinet, ego Oaiia descripsi, Danielssonii 
delineatio 0-aiiia exhibet. Me verum vidisse credo, cum quod Da- 
nielssonius sibi ipse difiidit, tum quod tegula n. 6, ad eandem perso- 
nam pertinens, praenomen O^ana tuetur. Praenomina Ocmia et O^ana, 
quamquam sunt unius stirpis, et hypocorisraa videtur utrumque prae- 
nominis ^anxoil, tamen semper inter se ita distinguuutur, ut num- 
quam fere eidem personae et O-auia et 0-aiia praenomen sit. Uniiis 
tantum exempli memini, quo liaec lex non observata esse videatur. 

8 tegula M^A^^:0 

Mjafl>ii 

Puncta inter i et larcn evanuerunt. Post al tertii versus litterarum 
isa vestigia quaedam supersunt. 

ossuarium //iN=ni1)afl>l-l V2 -4 ^0 -flMfl O 

In fine litteras sa evanuisse, ita ut larcrialisa legendum sit, ma- 
nifestimi est. 

10 tegula H2V)2ltflKlflO 






1 1 operculum ossuarii ^ M ^ V !) 2 1 1 

Nihil amplius legitm-, praenomina et mortuae ipsius et patris 
absunt. 

12 tegula ^A^^^U-^A^ 

fl Kl fl O 
flIV'l 



278 INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 

Inter 8e et ver'pe linea fortuita, quae tegiüam totam a superiore 
ad inferiorem partem persulcat, interest. 

Verba i>a)ia piäa non eadem manu sculpta sunt, qua duo 
versus priores. 

Ex inscriptione sincera n. 5 altera, quae est in eadem musei 
Clusini appendice, recentissime confecta sed nondiim edita, legitur 
in operculo ossuarii, sie 

omisso nomine gentilicio feminae sepultae, quod ab Etruscorum 
nomenclatura prorsus abhorret, et sinceri tituli clausula )5/A s'ec 
n filia ", falsarii inscitia in 23111 mes mutata. 

Inter schedas a Danielssonio ex Italia mihi allatas schedula 
est Mignonii ipsius manu scripta, in qua legitur 

Urna cli travertino ^'iq^^^2:^^ 

fllV'lflh^O 
Tegola :ltKlflM2:fll1flO 

flm + ^2:fl2m)fl2^=1 
: 2 ^ m : >l fl Kl 

Sunt mei n. 12 et 5, et dubitari nequit, quin Mignonius urnam 
et tegulam inter se confuderit et ipse quoque in altero titulo 
2 3 m pro :) 3 /^ scripserit. Fortasse igitur falsario haec Mignonii 
descriptio nota erat. 

Pauca addam de nominibus, de quibus unis linguae etruscae 
nunc quidem certi quid dicere possimus. 

Sepulcrum videtur fuisse gentis Seiantiae, quae gens est omnium 
fere etruscarum notissima in multas stii-pes divisa, quarum com- 
memoro se lernte aciUi (Fabr. n. 570), Sentim Galliis (Fabr. 
Suppl. I, n. 251 ter d), seiaiUe cencii (Fabr. n. 705 bis a), seimte 
cuiüa (Fabr. n. 707. 701 bis), mante cumeru (Fabr. n. 706. et 
saepius), seUuiie vilia (Fabr. n. 1011. et saepius), seiante hami 
(Fabr. n. 562 ter k. et saepius), seiante sltiu (Fabr. n. 908. et 
saepius), seiante trepu (Fabr. n. 1754. et saepius). Nomen seiante 
etiam, nasali littera omissa, seiate scribitur, ut in Fabr. n. 707 bis. 
601, et in senle, lat Sentius contrahitm-, id quod e. g. factum 



INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 279 

est in titiilis Fabr. n. 558. 210. 1011 bis k. 979. 975, qua de 
causa supra iu titulo n. 3. et Danielssonii soite et meum seiate 
rectum esse potcst. 

Mortui, suam quisque ut vulgo urnam cum tegula habentes, 
in eo de quo refero sepulcro conditi erant octo hi : 

I larO- seiaiite (teg. n. 1) «■ Lars Sentius » 

II larO- seiante h{s)Lual sive hehumnatial (teg. n. 2, et oss. n. 3). 

" Lars Sentius, Faltoniae (natus) »; 

Forma h{e)Uual est genetivus nominativi hehui vel heUui 
(j et s in vocabulis etruscis saepissime inter se mutantur), quod 
est feminiuum uominis hsUu. A quo non differt derivatum ab eodem 
heUumiiaie, cuius genetivus feminini legitur helsitmnatial in os- 
suario n. 3. Ad qnod cum aperte pertineat tegula n. 2, dubitari 
nullo modo potest, quin nomen hehumnate a nomine hehu nisi 
terminationibus suffixis non diversum sit. Nomen helsmmate inve- 
nitur etiam in titulis bis: 

lari)i: fehumnati: aniem. — Clusium, Gam. n. 180. « Lartbia 

Felziimnatia, Annii (uxor) " 
arnza: anie: lieizmmiat\ial. — Clusium, Fabr. Suppl. I, n. 170 e. 
" Aruutulus Aunius, Heizumnatiae (tilius) " . 

Sunt igitur mater et filius qui commemorantur. 

Forma fehumiiale autiquissima est, quae, /' mutata in Ä, ut 
saepissime in lingua etrusca (cf. e. g. fastia et hasiia) transiit 
in heUiimdate, quod ipsum in heüumnate mutatum est, ut ba- 
beraus veisl (Fabr. n. 1762) et velsi (saepissime), veua (Fabr. 
n. 230. 757) et veUa (Deecke in Bezzenbergerii Beitr. I, 102 
n. VII). Quod nomina breviiis {hehit) et longius {helsumiiate) ean- 
dem persouam significant, etiam alias band raro in gentiliciis etru- 
scis invenitur. Paene omnia nomina in -iia aut -nl desinentia nullo 
notionis discrimine in brevioris formae locum substitui posse, iam 
dudum {Etr. Forsch, u. Stud. I, 8 sq.) demonstravi. Ita etiam in 
titulo bilino^ui 



■"o' 



C. Vensius. C. f. Cam ) ,-,, . _ , „^„ 

, ., ,. ,: , \ — Clusium, Fabr. n. 793 

vel: venule: aifaahsle ) 



280' INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 

idem nomen et forma breviore Vensiiis et longiore venzile i. e. 
Vensüius expressum; nee non in altero bilingui: 

.'. -7 i — Clusium, Fabr. Siippl. II, n. 81 

a<>. anitm. umranal ) 

ubi Arrius et arntni i. e. Anmtmius idem nomen est. Sed ut 
alia praetermittam, exemplum, quod est simillimiim nostro hehu - 
helmmnate^ habemus in nomine ipsius gentis, cuiiis est hoc se- 
pulcrum, seiante, ex quo sine ullo significationis discrimine deri- 
vatm* forma longior sentiiiate. Utramque nominis formam eandem 
familiam signiticare, praesertim iis titulis probatur, qiiae praeter 
gentilicium etiam cognomina singularum stirpium supra comme- 
morata continent. Eiusmodi sunt: 

la: seiate: cuisla: marciia. — Clusium, Fabr. n. 891 bis. « Lars 

Seia(n)tius Cuisla, Marciae (natus) «. 
■Oania: seiitiaatl: cuülania. — Clusium, Gam. u. 127. « Thauia 

Sentinatia Cuislania «. 
i>ana: seianti: cumerimia latmialisa. — Clusium, Fabr. n. 706. 

« Thana Seiantia Cumeronia, Latiuiae (uata) ». 

1. velia : seianti : a^ : unatn \ cumenmia ra^um \ nasa. — Clusium, 

Fabr. n. 491. Velia Seiantia, Aruntis (filia) ünatiae (nata), 
Cumeronia, Kathiunsii (uxor). 

2. velia se\nti aO- uii\atnal rai)-um\s)iasa cumera\ma. — Clusium, 

Fabr. n. 486. « Velia Sentia, Aruntis (filia) Unatiae (nata), 

Rathumsii (uxor) ». 
1. Urna. 2. Tegula ad eandem personam pertinentes. 
Semtinati: ciimer[imia\ . . . or. ine. — Fabr. n. 2570 quater. 

« Sentinatia Cumeronia ". 

Ergo nomina seiante^ sente^ sentinate eandem gentem signi- 
ficant. Quod eum ita sit, dubitari nullo modo potest, quin eodem 
modo etiam nomina helzit et helsimiiiate eiusdem gentis sint, et 
id tantum quaeritur, quae forma latina respondeat nomini etrusco 
hehu. Alio loco demonstrabo nomina etrusea in ii desinentia sem- 
per fere ex formis autiquioribus in ia orta esse. De h pro / iam 
dictum est, et cum praeterea in lingua etrusea ti haud raro in si 



INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 281 

et reiecta / vocali in ^ transeat, vocalis autem a sequente i in e 
miitari possit (cf. cle/is'l a clan), nominis heLii forma primitiva 
est faltiu, quam formam fere integram, / tantum vocali reiecta, 
id quod saepissime fit in nominibiis etruscis, habemus in formis 
fcdtiis' (Fabr. n. 1818, Gam. n. 26) et feminina faltui (Gam. 617. 
618) et, / in h mutato, haltii (Fabr. n. 125) et formis ex hac 
derivatis haltuni (Fabr. n. 597 bis), fem, haltimei (Fabr. n. 877. 
878). Quae cum ita sint, formae heim latinam Faltonius respon- 
dere manifestmn est. 

III 0-aiia seiantl oesacima setmanal s'ec (teg. u. 4 et oss. n. 5). 
« Thana Sentia, Vesconii (uxor), Septimiae nata. 

Forma vesaciüsa u. 5 est genetiviis mascnlini nominis vesaciii, 
quod invenitur in titulo Fabr. Suppl. III, n. 244, cuius femiui- 
num vesaciiei extat ibidem III, n. 241. 

Sed cum iam dudum constet, in vocabulis etruscis saepissime 
a yocalem inter consonantes intercalatam esse, idem nomeu habe- 
mus in feminine vesoiel (Fabr. u. 770) cum geuetivo vescnal 
(Fabr. n. 1155). Sed praeterea constat linguam etruscam vocales 
inter consonantes saepissime elidere. Quam ob rem vescnei est pro 
vescunei, et idem nomen habemus in formis vescimia (Fabr. 
Suppl. III n. 245) cum genetivo vescitnias (Fabr. n. 909 bis). 
Sed cum formae in -nl et -na (fem. -nei) semper, ut iam supra dixi, 
derivatae sint a brevioribus, etiam huic nomini brevior forma vescit 
(Fabr. Suppl. III n. 240) subest. Formas vesacni, fem. vesamei, 
vescimia, y^scE^reveraesse eiusdem nominis, non solum sonorum etru- 
scorum regulis efficitur, sed etiam re ipsa probatur, cum formae illae 
quattuor ex eodem sepulcro familiari allatae sint. Sed ne ipsa quidem 
vescit forma est antiquissima, cum secundum leges linguae etruscae ex 
vehcii (Fabr. n. 768. 1054) orta sit ut vesi ex velsi et aliae si- 
militer, de qua litterae / ante consonantes elisione egi Etr. Sticd. III, 
134 sg. Cum etruscae syllabae ve latina vo respondeat, formae 
etruscae ve{l)scii cum derivatis suis latina Volsconlus respondet. 

In eodem titulo n. 5 extat setmaiial, qui est genetivus femi- 
nini nominis setmanei quod intercalata a vocali post elisam u sicut 
in alio nomini vesacni, factum ex setmnnei (Fabr. Suppl. I n. 150), 
cuius genetivum setwnnal habes apud Fabr. n. 819. 



282 INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 

Forma setumnei aiitera ex lege de qua supra dixi derivata 
est de breviore setume (Fabr. n. 534 ter ö'), fem. setumi (Fabr. 
n. 1777), praeter quas etiam occurrunt setime, gen. setimesa (Garn, 
n. 212) et setme (Gam. n. 111). 

Antiquiorem formam legimiis sehtiimicil (Fabr. Suppl. II n. 91), 
cuiiis ht per ft ex 'pt ortum est, ut in umbrico screilito^ screhto = 
lat. " screiptum ". Integram formam Septitmia habemiis in titulo 
latino-etrusco C. I. L. n. 1362. 

IV Oana ietinel seiantes' scansiial (teg. n. 6 et oss. n. 7) " Thaua 
Tettia, Senti (uxor), Scandiae (nata) ». 

Hniiis nomen erat S^ana tetiiiei. Pro tetiiiei, in tegiüa legitm- 
tetine (cf. tiscusne oss. n. 11), in ossiiario tatinai. Terminatio fe- 
minina vulgo -ei scribitur, sed saepius etiam -e et -ai inveaiuntnr, 
cuiiis rei exempla sint per -e scripta ataiiie (Fabr. u. 2554 quater), 
ad eandem pertinens atque atainei (Fabr. n. 597 bis k); alufne 
(Fabr. n. 994) et alfnei (Fabr. n. 998 bis d. Gam. n. 476); 
caine (Fabr. Sappl II, n. 42) pro caiMi (saepissirae) ; per -ai 
scripta vehai (Fabr. Suppl. I n. 415. II n. 124); caiiiai {¥d,\)Y. 
n. 320 bis c); anainai (Fabr. n. 827. Gam. 404). 

Etiam quod tat pro tet scriptum est, aliis exemplis similibus 
illustratur. Habemus j;a/n«/i/ (Fabr. n. 1251. 1711) -pvo petnmi; 
maiulna, fem. matuUiei (Fabr. n. 2340) et meteli (saepius) ; quin 
etiam tatnei (Fabr. n. 1788) invenitur pro tetaei, quod idem est 
atque nostrum tetinei. 

Diversum nomen adiunctum habet Oa,m tetinei in ossuario 
et in tegula. In illo est seia)it\_es''] « Sentii uxor ", in hac scaiisnal 
« Scandiae nata " . Quae discrepantia ossuarii et tegulae adiunctae 
cum non ita rara sit ut exemplis egeat, id tantum restat, ut formae 
scansnal origo demonstretur. Est genetivus feminini scansriei, cuius 
masculinum est scansna, derivatum et ipsum ex breviore nomine, 
quod indagari non nequit. In lingua etrusca littera dentalis, quam 
sequitur n, in s vel z mutari potest. Cuius rei exempla sunt ales- 
nas (Fabr. Suppl. III, n. 323) pro alethias (saepe), armi (Fabr. 
n. 1306. Suppl. I, n. 272), fem. arznei (Fabr. n. 1487. 1247. 
1914. 1228) pro arntni, fem. arntnei (saepissime), sive drtm 
Fabr. Suppl. III, n. 76. 75), fem. artnei (Fabr. n. 520. 595. 873), 



INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 283 

ex quibus arzni, arznei extitit. Gentilicium ale^nas est latinum 
Älediits {C I. L. I n. 1477), a7'iitm latinum A{r)runtius. Eadem 
ratione scansiia respondet latino Scamlim aiit Scantms. Quam rem 
ita se habere, tres tituli in agro Clusino eodem loco reperti probant, 
latina litteratura scripti, hi: 

La. Scansa.\ Vet. — Fabr. Suppl. I n. 251 ter w, 

A. Seandilio\A. f. Cae8ia\naüis' — Ibid. n. 251 ter. y; 

Tanusa\Muiiatia\Luccüia\nata. — Ibid. n. 251 ter m. 

Tormam scaiisa scriptam esse pro scansiia, demonstrat titidus 
sepulcralis fratris illius: 

[ay)-. sccmsna | vetimiasa. — Garn. n. 298. 

Quibus titulis addas quartum musei clusini, quem nondum 
publicatum exhibeo ex Danielssonii schedis: 

A. Scandio. Mimatiae \ n[ßtus~\. 

Ex bis quattuor titulis sequitur, nomina scansna, Scandüius, 
Scandüis eandem gentem significare, et formam Seandilio ex altera 
Scandio auctam esse ut supra venzile cognovimus ex Vensius 
ortam. Nee non Scantium (e. g. Wilmanns, Exempl. II n. 2380), 
eiusdem gentis esse conicias cum in formis latino-etruscis haud 
raro d scriptum sit pro /, ut in Tidf (Fabr. n. 282) pro etr. titl 
(saepissime), in Sadiial (Fabr. n. 285. 958) pro etr. satnal (Gam. 
n. 465). Bis etiara reperitur lat.-etr. Pedro pro etr. petru (saepis- 
sime) in titulis nondum editis clusinis, quorum alter ex schedis 
Danielssonii et Mignonii editus sequitur: 

13 CASIA • PEDROS 

LAVTNIDA 

quod est etruscum casi{a) .petrus' . lautni^a. Alterum, qui formam 
Pedro praebet pro etr. petrui, vide infra. 

V d^ana hekid vel helsul larcnalisa (teg. 8 et oss. n. 9) « Thana 
Faltonia, Larciae (nata) »; 

De hehiii (helsiii) nomine supra dictum est. Restat nomen lar- 
cnalisa. Est lougior forma genetivi feminini, cuius brevior forma 



284 INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 

est larcnal (e. g. Fabr. n. 530. 454. 1763), nominativi larcnel 
(e. g. Fabr. n. 641. Garn. n. 120. 121). Nominis eiusdem forma 
masculina est lar^cni (e. g. Fabr. n. 501 bis c. 642. Garn. n. 124). 
Etiam hoc gentilicium derivatum est a breviore forma larce (e. g. 
Fabr. n. 643 bis b,c. Garn. n. 252), fem. larci (e. g. Fabr. n. 504. 
601 bis c). Respondet igitm- forma latina Larciiis (saepissime). 

VI ^aria tisciisnei (teg. n. 10 et oss. n. 11) « Thana Tisciisia " ; 
Seeundum nomen in ossuario legitm* tisciisne^ ut alias feminina 
in -e solam, non -ei exire exemplis supra allatis probavi. 

Nomen tiscimiei etiam in aliis titiilis (Fabr. n. 791 ter c. 
2573 ter b. Suppl. I n. 177) invenitm' cum genetivis tiscusiialisa 
(Fabr. Suppl. I n. 233) et tiscimml (Fabr. n. 912). Masculinum 
est tiscusrii (Fabr. n, 913. = Suppl. III n. 77; n. 919 bis) cum 
genetivo tiscusiiisa (Fabr. n. 565. 881). Cum -m et -na, fem. -nei 
in nominibus etruscis semper sint derivata a nomine breviore, sim- 
plicior huius nominis forma est tiscusi{es), fem. tiscusi{a). Quae 
forma quamquam in titulis etruscis ipsis non invenitur, tarnen si 
latinam nominis formam quaeras supponenda est. Formam latinam 
fuisse necesse est Tiscusius sive Discusius (cf. Volusim) aut, si s 
in tiscusni ortum est ex t (cf. supra), Tisattiiis sive Discutim 
(cf. Aebutius), sed eiusmodi nomen in titulis latinis nusquam inveni. 

VII vel severpe lari>al (teg. n. 12). ^ Vel Severius (?), Lartis 
(filius) ». 

Nomen severpe alias non extat neque in etruscis ueque in 
latinis titulis. Praeterea forma huius nominis ea est, ut errorem 
suspiceris. Linea enim transversa sextae litterae parva et non satis 
distincte expressa est, ut casui deberi possit et legatur potius se- 
verie. Nominativi masculini in -ie desinentia in titulis etruscis non 
sunt rari, ut ante (Fabr. n. 573 bis. Suppl. I n. 170 c), cale (Fabr. 
n. 485 bis c. 618 bis a), Vls/üe (Fabr. n. 960), laucinie (Fabr. 
n. 647), tetie (Fabr. Suppl. III n. 72), tiiie (Fabr. n. 224). Se- 
verius gentilicium etiam in latinis titulis (cf. Wilmanns, Exempl. I 
n. 1299) invenitur. Revera severie legendum, eo magis veiisimile, 
quod latine nomen Sentiiis Severus invenitur (Grut. 1087, n. 1), 
quod etrusce esset seiante severie, cum in titulis etruscis altorum 
nomen plerumque gentilicii non cognominis formam praebeat. Quae 

I 



INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 285 

coniectura si vera est, is, qui hoc titiilo commemoratur, eiusdem 
gentis Sentiae est, cuius est sepulcmm totum, de quo agitiir. Eius- 
dem originis, ac severie, est nomen etruscura seu7m, quod extat in 
titulo Garn. n. 520, qui in ectypo meo cliartaceo sie legitur: 



lard-i 




rici . 


seuru 


sa 





Est vir cum coniuge. Illius qui nomin a coutiuuit versus pri- 
mus evanuit praeter ultimam litteram gentilicii, quod seuru fuisse 
nomenclatura apparet, cum seurusa sit « Seuronis uxor « . Nomen 
seuru autem ex legibus etruscis pro sev{e)ru esse verisimile est, 
ut habemus e. g. crieuna (Fabr. n. 328, 328 bis, 329) pro cneviia 
(Fabr. n. 327 bis), quod ipsum est pro ciievina. Kespondet igitiu- 
etnisco seuru latinum Severo. Gentilicia etrusca in -u plurima de- 
rivata sunt ab iisdem stirpibus, a quibus etiam gentilicia in -ie 
deducuutur. Itaque uon mirum, quod praeter gentilicium seuru 
etiam severie formatum est. 

Quae litterae patris praenominis notam 10-. = lar^al seqiiun- 
tur, t. si non nomina sunt sed notae magistratus quo mortuus functus 
erat. Quid signiflcent, facile est ad explicandum : zi est pro zilat 
quod e. g. habemus in : 

arnd-: seante: cuis'la: süat — Fabr. n. 701 bis, qui seate 
eiusdem gentis est ac Sentii huius sepulcri ; nota /. autem solvenda 
est in tenu (Fabr. Suppl. III n. 329) sive tenve (Fabr. n. 2033 bis ^a) 
sive teiii>as (Fabr. Suppl. III n. 318). Notae /. sl, ut in hoc titulo, 
coniunctae leguntur etiam Fabr. Suppl. I n. 434. Qui magistratus 
fuerint ignoratur. 

VIII ^ana | . . . . [velus severies'] imia (teg. n. 12) « Thana, 
[Veli Sentii Severii] uxor ». 

Qua de gente haec Severii uxor oriunda fuerit, ex titulo non apparet. 

Eorum igitur qui in hoc sepulcro conditi sunt, tres Sentiae 

gentis fuerunt, (n. I. II. III), Ü^ana iellmi (u. IV) uxor unius Sentii, 

19 



286 INSCRIPTIONES CLUS[NAE INEDITAE 

d-ana liehid (n. V) mater Lartis qiii dicitiir in n. IL Nee non eam 
quae in n. VI. iyana tisciisnei nominatm- genti Sentiae affinem fiiisse, 
sequitur ex Ms titulis: 

hasti . titl . svenia . tiscusnalisa. — Gam. n. 313 == Fabr. Suppl. I 

n. 233. 
titi: svema: tisciisnal: s'[_ec}'. s'inusa. — Fabr. n. 912. 

Sunt diiae sorores, filiae Tiscusniae, quarum altera est uxor 
Sinonis ; s'imi aiitem Sentiorum cognomen est (cf. siipra). Denique 
vel severie (n. VII) eiiisdem Sentiae gentis esse potuisse siipra 
diximus. 

Alterum sepulcrum detectum est a Miguonio initio anni sii- 
perioris (1886), ut videtur. Operam dedi, ut de tempore et loco, 
quo detectmn esset, certior fierem, sed, id quod valde doleo, frustra. 

Ex hoc sepiücro in liicem prodierunt tituli novem, qnoriim 
imagines a Brogio delineatas mihi misit Helbigius. Praeterea Da- 
nielssonins ex itinere italico reversus mihi compkires eorum (n. 16. 
19. 21. 22) in Charta humida expressos attulit. Quibus subsidiis 
usus iam titulos edo : 

14 ossuarium >lflOqfl>l; ^Miq®: Oqfl>l 

Sic in Brogii schedis, quod in Danielssonii non invenio. Cum 
etiam alias (cf. hlial Fabr. n. 718 pro helial) vocalis primae syl- 
lal)ae omittatur, etiam hie lunne in lapide esse potest. 

15 tegula >J=J-miq^0-^fl) 

16 tegula q^OlVimV^flO 

Inter pump et ui punctum fortuitum cernitur. 

17 tegula LPETINATE 



VELOS 



Litteratura est latina. 



18 ossuarium >lflMq + ^2:2 V>l ^=J: ^ + fll1l + ^^:fl>J 

19 tegula ^tMqfl® OA 

>JflN12 m V M 

20 ossuarium >lflHm^=1-^ + l + qfl0Ofl 



INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 287 

cuius tituli unus Brogius testis. Pro harlUe legendum esse harpite 
certum est. Etiani de vemaal valde diibito; cum verisimile sit, 
ossiiarium et tegulam praecedentem ad eimdem pertinere, pro vemnal 
expectandiim erat imm^inal. Delineationem Charta liicida confectam 
impetrare frustra conatiis sum. Itaque disqiiisitio, quae vera sit 
huius tituli lectio, in futurum differenda est. Hie eura exliibuisse, 
ut est in schedis, satis esse debet. 

21 tegula l/IMI1fl)flM2fl0 



■'o 



M 



Legendum est liastia canjunel, quamquani praenomen et in 
ectypo chartaceo, et in Brogii Danielssoniique schedis fere for- 
mam hasna praebere videtnr. At tale praenomen est nullum. Sed 
cum in titulis etruscis haud raro n et ti, quarum formae sunt si- 
millimae, inter so confundantur, dubitari nullo modo potest, quin 
hastia sit. Idem fere error legendi accidit in titulo Fabr. n. 508, 
ubi Lanzius praenomen ^asna legere sibi visus est, pro eo quod 
hastia legendum esse iam Deeckius {Et7\ Forsch. III, 163 sq). 
recte exposuit. 

22 tegula VOI2 

Ex eodem sepulcro band dubie oriundus est etiam titulus, quem 
exhibet et Mignonii schedula, quam supra commemoravi, et Daniels- 
sonii schedae, in ossuario rubro colore pictus: 

Homines in hoc sepulcro conditi sunt Septem, cum, ut in altero 
sepulcro, aliquotiens tegula et ossuarium ad eundem pertineat. 
Fuerunt M: 

IX lard^ herine lard-al (oss. n. 14) « Lars Herius, Lartis (filius). 

X cae herini veliis' (teg. n. 15). « Gaius Herius, Veli (filius). 

XI vel herini veliis pumpual (oss. n. 23). « Yel Herius, Veli 

(filius), Pomponiae (natus) ». 

Et herine et herini nominativus masculini generis est, qui in 
titulis etruscis saepissime in eodem nomine promiscue in -e et -i 
desinit, quae formae ex antiquiore -ie{s)., quod non raro etiam nunc 



288 INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 

extat, ortae sunt. Herine nomen saepissime legitur in inscriptio- 
nibus, ita ut exemplis non opus sit. Forma breyior est heri{es), 
quam habemus in formis femininis heria (Fabr. Suppl. II n. 33) 
et herinl (Fabr. n. 670 bis a) et quae respoudet latino Ilerim. 
lu compliuibus titulis etrusco-latinis hoc nomen litteris ae pro e 
scriptum est, ita ut sit Haeruia (Fabr. Suppl. I, n. 251 ter b 
et g) et Haeriniia (ibid n. 251 ter /et d). Ut in lingua latina ai 
transit in ae, ita in etrusca semper fere debilitatum est in ei. 
Formae latinae Haerina respondet igitur etrusca heiriiia et heinni, 
cuius Ultimi feminiuum heiriiii., existere yidetur in titulo Fabr. 881. 
Sequitur, ut uominis forma primitiva sit Haerlus. Etiam latinum 
gentilicium Ileremüits originem ducere ab hoc etrusco probatur 
titulo (Fabr. Suppl. In. 251 ter c) L. IJere)i[_a~\ Capito, cum Capilo 
coguomen Herenniorum sit usitatum. 

XII Oana pumpui heri/ies' (teg. n. 16) « Thanna Pompouia, Herii 
(uxor) « . 

Nomen pmnpui femininum est gentilicii pumpu frequentissimi. 
Huius feminin! pwnpui genetivus est pumpual, qui legitur in n. 23, 
foi-ma et ipsa frequentissima. Non minus frequens est forma deri- 
vata pampimi, cui respondet latinum Pompomu%. Nomina etrusca 
in -a desinentia, quorum numerus haud parvus, in titulis latinis et 
latino-etruscis fere semper formam in -onius exeuntem praebent. 
Praesertim forma feminina in -ui fere numquam nisi in -onia exiens 
legitur. Duo, quantum scio, exempla existunt formae brevioris iu 
titulis latino-etruscis, haec: 

Thaiiiüa. Trebo \ Sex. f. — Clusium, Fabr. Suppl. II n. 22. 

et 

{^Lyirlia. Pedro. Casprla. hart. Panatla. rjnala. — Pcrusia, Fabr. 
n. 2019. 

ütrumque titulum, quorum alter adhuc satis falso legebatur, 
exhibeo ex Danielssonii schedis. Nomina Trebo et Pedro non ab- 
breviata sunt ex Treboala et Peiroaia, sed respondent etruscis 
ireiml et pelrui. Etiam in titulis mere etruscis interdum, raro qui- 
dem, femininum -ui contrahitur in -u. Sic habeo in Danielssonii 
schedis titulum clusinum nondum publicatum, qui praebet lariia. 



INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 289 

tumu. (faiixaiiia {(f littera non certa et, iit ego piito, falsa est, 
pro qua / siispicari potueris). 

XIII lar^ peänate velus setrnal (teg. d. 17 et oss. n. 18). « Lars 
Petinatiiis, Veli (filius) Serfcuriae (uatiis) »; 

Nomen lieiinate etiam in aliis titulis legitur, ut in Garn, 
n. 452. 453; Fabr. Siippl. II n. 52. 53, III n. 208 aliis. Nomina 
etriisca in -ate desineutia speciem praebent ethnicormn, i. e. ab 
m-bimn nominibus derivatormn, remqiie ita se habere eo verisimi- 
lius est, qiiod extant gentilicia ethnica apud Romanos, ut Norha- 
nm, Pomptimis (C. L L. VI, 1 n. 200, VIII), Feidems (Eph. 
epigr. I n. 65), Fulgims {C. I. L. I n. 1467), quibus formis in 
-a8 pro -ath desinentibus etruscae in -ate respondere possint. Sed 
urbs Petimtm sive Petitia nulla fuisse videtur, et cum supra vi- 
derimus, nomen seatinate, quamquam Sentiimm Umbrorum urbs 
nota est, tamen non ab hac urbe, sed a breviore nomine seiaate, 
sente derivatum esse, facere non possumus, quin concludamus, etiam 
lietlmte nomen a breviore -peti derivatum esse, cui latinum Pettius 
(saepius) respondeat. Forma setrnal est genetivus formae setriiei, 
quod est femininum nominis setrni (Fabr. Suppl. I, n. 176), 
quod etiam dentali aspirata seOrna (Fabr. n. 560 bis h. 2111. 
703. 2569 bis. 462 ter. 795. Suppl. I n. 196) scribitm-. Cum et 
-iii et -na syllabis nomina terminentur (cf. supra), etiam hoc nomen ex 
breviore forma ductum est, quae modo setri (e. g. Fabr. n. 1758), 
modo se^re (e. g. Fabr. u. 702 bis) scripta est. Formam latino- 
etruscam habemus Sctorio (Gam. u. 828). In his omnibus formis 
litteram /- ante t elisam esse, formis laOi, laS-al pro lari>i, lar- 
if-al (Deecke, Etr. Forsch. III 206 sqq) ; macia, macani pro mar- 
cia, marcaiü (Pauli, Altit. Stiid. III 31 sq) probatur. Habemus 
in titulis etruscis etiam pleniores formas serturies (Gam. n. 684), 
s'erturi (e. g. Fabr. n. 1197), serturnial (Fabr. n. 1979), sertitr- 
nal (Fabr. Suppl. III n. 192), lioc non diversum ab setrnal. Re- 
spondent igitur hae formae genetivo latino Sertoriae. 

XIV arnO- harpite nmnslnal (teg. n. 19 et foi-tasse oss. ii. 20). 
« Aruns Harpitius, Numisiae (natus) r, . 

Nomen harpite semel adhuc repertum est genetivo feminini 
harpüial (Gam. n. 220) in tegula clusina. Quod olim {Altit. 



290 INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 

Stucl. IV, 127 sq.) hanc formam falso lectam esse conieci, nunc 
his titulis Dovis elusinis refutatur. Quae forma latina huic nomini 
etrusco respondeat, non liquet. — Nmnünal est genetiviis feminini 
nmnsiiiei (Fabr. Suppl. I n. 251 ter n), qiii eadem forma 7mm- 
siml extat etiam in titulo Fabr. n. 981. Masculinum nomen est 
numsiiii (Fabr. n. 1033). Formae et aumsini et numünH deriva- 
tae sunt a breviore nmnü (Fabr. n. 901), quae ex Etruscorum 
ratione est pro numisies vel numesies. Forma numisies extat in 
titulo Garn. n. 934, feminina numesia in Fabr. n. 2094 ter. 
De vemnal ossuaiü, cum lectio incerta sit, nihil dico. 

XV hastia canpinei (teg. n. 21) « Faustia Campia ". 

Nomen canpinei est femininum nominis campina, cum niß 
pro mp etiam alias scriptum sit, ut in punpu (Fabr. n. 687 bis l)\ 
p^unpma (Fabr. n. 688), pwipana (Fabr. Suppl. III n. 90), pun- 
pna^ (Fabr. Suppl. III n. 92). Forma masculina huius nominis 
legitur in titulo Fabr. n. 2335 cornetano, ubi Fabrettius ipse qui- 
dem camnas exhibet, Corssenius autem canpnas. Ectypum char- 
taceum et Danielssonii delineatio p litteram prorsus certam red- 
dunt, et id tautum dubitationem movere potest, utrum canpnas 
an campnas legendum sit. Cum in uominibus etruscis semper syl- 
laba na postea sit adiecta, nomini camjuna respondet latinum 
Campius (e. g. Wilmanns, Ex. n. 336, 1968). 

Forma sii>u tegulae n. 22 extat etiam in titulo Fabr. n. 2297 
ubi est ei> si^u, sed quid significet ignoramus : id tantum constat, 
nomen non esse. Speciem grammaticam praebet eandem, atque ei)- 
fanu (Fabr. n. 1915) sive eiO- fanii (Fabr. n. 2279), quos loca- 
tivos esse conieci FAr. Forsch, u. Stud. III 67. 

Non nunquam complures mortui diversarum gentium una se- 
pulti sunt, sed rem in hoc sepulcro non ita se habere, demon- 
strari potest. Nam quicumque titulis commemorantur inter se aut 
coo-nati aut afiines sunt. Primum habemus tres Herennios (n. IX. 
X. XI) quorum duo Veli ülii sunt, ut fratres esse videantur. Alter 
eorum Pomponia natus est, quae ipsa mater in titulo n. 23 com- 
memoratur. Pettios (petinale) autem et Sertorios {setrna) Herenniis 
affines fuisse, titulis probatur bis: 



INSCRIPTIONES CLUSINAE INEDITAE 291 

caia. hereni. petinatial — Florentia, Fabr. n. 128. - Gaia Heria 

(Hereunia), Pettiae (nata) »; 
(i!>: herim \ seOrml — Clusiuin, Fabr. ii. 795. ^ AruDS Heriiis 

(Hereuuius), Sertoriae (natus) «. 

Praeterea observandum est in tegulis etrusco-latinis ad Ceto- 
nam inventis praeter octo gentiles Herennios (Fabr. Siippl. I, 
n. 251 ter b-l) commemorari hosce duos : 

IIa. Numsiiiei. — Fabr. Siippl. I n. 251 ter a « Faustia Niimisia 
(Numeria) «; 

L. Cammis \ Titiae. natus. — Fabr. Suppl. I n. 251 ter k. ^ Lu- 
cius (sive Lars) Campius, Titiae natus « . 

Camnius pro Campnius esse existimo, ita ut idem nomen sit 
ut campinei huius sepulcri. Verisimile igitur est hos quoque affi- 
nes gentis Herenniae fuisse. Etiam harjute, Numeriae filius prop- 
ter hanc Herenniorum affinitatem eodem sepulcro conditus est. 
Sepulcrum igitur Herenniae gentis fuisse videtur, quod liuic cete- 
rae omnes gentes affines fuerunt. 

C. Pauli. 
Lipsiae. 



UN AMICO DI CICERONE 
EICORDATO DA UN BOLLO DI MATTONE DI PRENESTE 



Le rovine dell' antica Preneste hanno, fra le altre particolaritä, 
anche quella, che i loro mattoni mostrano raramente i bolli gene- 
ralmente conosciuti dalle rovine di Roma e delle altre cittä del 
Lazio; mentre in vece offrono un uumero considerevole di altri 
bolli, i quali — prescindendo da pochi esemplari dispersi nelle vici- 
nanze, specialmente a Tuscolo e Labico — non s' incontrano altrove. 
Servendomi del materiale (quasi del tutto inedito) raccolto anni sono 
da Pietro Cicerchia, e recentemente dai miei amici Dressel e 
Stevenson, sono riuscito a radunare quasi 90 di tali bolli escUisi- 
varaente prenestini (i). 

In generale essi sono piü antichi della gran massa dei bolli 
romani; quelli scritti in linea retta prevalgono decisamente sopra 
i circolari. Ne sono rimarclievoli alcuni per la menzione di magi- 
strati, senza dubbio della colonia Preneste, cioe di duoviri, edili, 
ed anche di un curator aedium sacrarum, Si sarebbe tentati di 
riferire a magistrati municipali anche alcuni bolli con nomi di 
questori. Perö, per uuo fra essi, pare probabile piuttosto che sia 
da riferii-e ad un questore romano, del quäle sappiamo che, durante 
la magistratura, el)be relazioni, benche non di natura durevole, con 
Preneste. In fatto sarebbe un caso strano, se M • LATER • Q^ — cosi 
abbiamo letto Cicerchia ed io, sopra uno di quei bolli prenestini 
— fosse diverso da Marco Laterense, che, al dii-e di Cice- 
rone^ro Planeio 26, 63, come questore diede deigiuochi a Pre- 
neste (2). 

(') C. 1. L. XIV, n. 4091. 

H Praeneste fecisse ludos, quid? alii quaestores nonne fecerunt? 



UN AMICO DI CICERONE RICORDATO DA UN BOLLO ECC. 293 

M, luveniius Laterensis, amico personale e politico di Ci- 
cerone consolare, piü giovane di lui, aspirante all' edilitü, ciirule del- 
l'anno 54 a. C. e poi accusatore del suo piü felice competitore Cn. Plan- 
cio, e probabile clie sia stato questore nell' anno 62 o Gl, essendo che 
egli giä nel 59 aspirö al tribunato della plebe (Cic. ad AU. 2, 18, 2; 
pro Plane. 22, 52) e prima di quell' anno era stato in qiialitä di 
magistrato nelle provincie di Greta e di Cirene (Cic. ^^rö Plane. 
5, 13. 26, 63. 34, 85). Si rifletta che sono assai pochi, e per la 
maggior parte rarissimi, i nomi romani che cominciano dalle lot- 
tere LATER. L' omissione del nome gentile, quasi regolare a quel- 
r epoca in persone di distinzione — come Cicerone chiama appuuto 
la persona in discorso o semplicemente Laterensis o M. Laterensis 
— non deve recar meraviglia ne anche sopra un boUo (come nem- 
meno su monete e ghiande missili), mentre sarebbe molto sor- 
prendente in un' iscrizione sepolcrale o votiva. I caratteii del no- 
stro boUo almeno non ci vietano di ascriverlo all' anno 61 o 62: 
sono decisamente piü arcaici che quelli della maggior parte degli 
altri bolli trovati in Preneste ; ma per questo riguardo nulla si puö 
affermare con certezza, stante il nuuiero tanto ristretto di bolli la 
cui pertineuza a quell' epoca sia assicurata. 

Che perö Laterense abbia fatto far costruzioni in Preneste, 
non lo dice quella notizia di Cicerone, ne si puö dedurlo da essa. 
E bisogna anche ammettere che i giuochi, senza alcun dubbio gla- 
diatorii, che Laterense ed altri questori davano in quegli anni in 
Preneste — non esseie stato il solo Laterense, lo dice espressamente 
Cicerone 1. c. (') — non erano destinati esclusivamente e ne anche 
di preferenza per gli abitanti di Preneste, ma per tutta la vicinauza 
(p. es. senza dubbio per Tuscolo, onde era oriunda la famiglia di 
Laterense) e sopra tutto per il publico, avido di spettacoli, della 
vicina capitale. I giovani magistrati volevano in tal modo raccomau- 
darsi, per le future occasioni, agli elettori ; e se costoro non davano 
spettacoli in Roma stessa, forse se ne avrä a cercare il motivo in 
qualche disposizione della lex Tullla de ambita^ promulgata poco 
prima, nel 63 (-). 



(1) Vedi pag. 292, nota 2. 

(2) Che quella legge contenessc restrizioni per gli spettacoli gladiatorii 
da darsi nella capitale, lo sappiamo dallo Schol. Bob. ai Sest. p. 309, Or. 



194 UN AMICO DI CICERONE RICORDATO DA UN BOLLO ECC 

Ma quand' anche quei giiiochi non fossero destinati esclusiva- 
mente per Preneste, pure i nobili ed ambiziosi autori di essi nou 
avranuo tralasciato di mostrarsi larghi di munificenze, ogni volta 
che se ne offriva l'occasione, anche verso gli abitanti di quella 
cittä — colonizzata fin dall' a. 81 da veterani Sillani — che nelle 
elezioni erano di non poca importauza (0- Che Laterense in occa- 
sione dei giuochi dati da liü in Preneste abbia fatto fare qualche 
costriizione o qnalche cambiamento in quel foro — il foro, quando 
mancava un anfiteatro, era il luogo ordinariamente destinato agli 
spettacoli gladiatorii (2) — e che abbia fatto segnare i mattoni 
adoprativi, non e in se stesso in alcnn modo inverosimile : si po- 
trebbe p. es. pensare a maeiiiam, che non erano aftatto sempre 
di legno (cf. Jordan TopograiMe d. St. Rom I 2, p. 383) e che 
dovevano esser graditi a quelli che dalla capitale vi andavano a 
vedere i giuochi. Fu trovato 1' esemplare finora unico di questa te- 
gola uelle rovine della « Tenuta delle Quadrelle " , situata un 
miglio e mezzo sotto Preneste, d'onde provieue la massa principale 
dei resti conservati del calendario Verriano ; come questi vi erano 
stati portati dal foro, cosi dal foro stesso potrebbe esservi venuta 
anche la tegola. Se poi anche le altre tegole prenestine con nomi 
di questori — ve ne sono altre due, L • MG • M • F • Q_ e M • 
NAVT • Q_(qui la terza lettera del gentile non e del tutto sicura) — 
appartengano a questori romani ed alla stessa epoca di quella di 
Laterense, non puö decidersi. 



(1) I loro suffragi probabilmente erano decisivi nella tribü Menenia, 
della quäle facevano parte. 

(2) Pompel, colonia sorella di Preneste, giä da alcuni anni per la munifi- 
cenza di iiiio dei suoi coloni, antico partigiano di Silla, possedeva un anfi- 
teatro (C. /. L. X 852; cf. le niie osservazioni Hermes 18, 620). Quando Pre- 
neste abbia ricevuto un anfiteatro, non lo sappiamo; nelF epoca imperiale la 
troviamo provvista di tutto roccorrente per gli spettacoli dei gladiatori. Che 
questori roniani abbiano costruito per i Prenestiui uu anfiteatro stabile, non 
ö irapossibile, ma ne anche molto probabile. 



H. Dessau. 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 



Festsitzung am 9. Deceniber, dem Geburtstage Winckelmanns : 
Petersen : Nymphaeen und Septizonien. — Barnabei : Inschriften 
von Hatria Piceni (s. Mittheilungen 1888). — Mau: die Basi- 
lica von Pompei (s. ebenda). 

Petersen : un edifizio di Side in Pamfilia riconosciuto come ' chä- 
teau d'eau ' da G. Hirschfeld (una pianta in gran parte corretta fu pub- 
blicata in un'opera rimasta incompleta del Tre'maux, ripetuta nel Kunst- 
historischer Bilderatlas di Th. Sclireiber tav. LVIII 1 e 2) con nove sbocchi 
di acqiia e un gran lago, decorato nella fronte di vasi e di bassirilievi e 
chiamato ninfeo in ^iscrizione appartenentevi, dimostra per la grandissima 
rassomiglianza della pianta che anche il Settizonio di Settimio Severo era 
un ninfeo splendidissimo. Tanto piü poiche anche gli altri settizonii cono- 
sciuti, quello di Lambese e un altro romano mentovato da Svetonio e Am- 
miano, erano congiunti con ninfei, di maniera che i nomi settizonio e ninfeo, 
se non significano la stessa cosa, sono almeno di nozione correlativa. La 
due parti principali di questi edifizi, cioe la facciata da palazzo con le acque 
sgorganti ed il lago, si riconoscono puranche nei cosi detti trofei di Mario, 
il quäle rudero fu giustamente identificato col Nymphaeum Alexandri. Di 
tali costruzioni grandiose di lusso e di mostra Torigine non si attribuirä 
che a Roma capitale del raondo o forse ad una delle capitali ellenistiche; 
ma nemmeno le fontane delF antica Grecia libera mancano di tratti somi- 
glianti ; anzi se ne riconoscono i tratti fondamentali giä nei santuarii delle 
Ninfe presso Omero. E fontane con colonnate ampie le ebbe la Grecia fin 
dal secolo sesto . Ma lo sviluppo di ninfei piü magnifici s'immaginerä fa- 
cilmente essersi fatto nella sede di lusso, ricchissinia di acque, cio^ An- 
tiochia residenza dei Seleucidi, e pare lo provino al menomo tre ninfei di 
questa cittä descritti da Malala e Libanio. 



296 SITZUNGSPROTOCOLLE 

Bei Gelegenheit der Winckelmannsfeier wurden ernannt zu 
ordentlichen Mitgliedern : 

Herr Paul Wolters in Athen ; 
fl Franz Stüdniczka in Berlin ; 
zum Correspondenten : 

Herr Gillieron in Athen. 

Sitzung am 16. December: Huelsen : unedierter Bericht Fr. 
Bianchinis über Ausgrabungen bei Monte Citorio im J. 1705 
(s. Mittheilungeu 1888).— Mau: die Basilica von Pompei IL — 
Petersen legt Tafeln des II. Heftes der Antiken Denkmäler 
herausgegeben vom K. Deutschen Archaeologischen Institut, sowie 
A. Bötticher Die Akropolis von Athen vor. 

Sitzung am 23. December: Barnabei: Weihinschriften aus 
dem Heiligtum des Juppiter Poeuinus. — Huelsen : über die Ar- 
chitektur des Kapitolinischen Juppitertempels ( s. Mittheilun- 
o-en 1888). — Ficker: die Ergänzungen des Mosaiks von S. Gio- 
vanni in fönte zu Ravenna und ein altchristliches Sarkophagrelief 
daselbst. 

Barnabei : park di akune iscrizioni votive, clelle quali ebbe a di- 
scorrere neirultima seduta della R. Accademia dei Liiicei. Sono incise a 
laminette di bronzn, scoperte non ha guari sul gran San Bernardo, nelFarea 
del tempio di Giove Penino, e si riferiscono al culto di Giove eccettuatane 
una che e dedicata alle Matrone (v. Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, 
V. III, fasc. 13, p. 363 sg.). 

Ficker : Nel centro della volta di s. Giovanni in Fönte conforme alla 
destinazione del Battistero si vede rappresentato il battesimo di Cristo. Que- 
sto musaico h di una importanza speciale come la prima opera monumentale 
della storia sacra in Ravenna, ed e di un'interesse speciale per riconografia 
cristiana, la quäle possiede in questa composizione la prima rappresentanza 
monumentale del battesimo di Cristo. Nello stato presente il musaico sta in 
contradizione in alcuni punti principali con tutte le rappresentazioni anteriori. 
Mai si vede, ne nelle catacombe, ne sui sarcofaghi, il Battista effondente 
acqua sulla testa del Redentore, mai i; rappresentata Tinfusione. Anche la 
barba ed il nimbo del Battista non sono ancora usate in questi monumenti. 
Fatta astrazione da tre esempi dei primi secoli del medio evo, dove si trova il 
miiiistro del battesimo o la colomba tenendo un urceolo e volgendolo per span- 
derc l'acqua sul capo, cio che sembra una particolaritä locale di Milano, Tin- 
fusione e ignota sui monumenti fin al Trecento. In occasione di restauri della 
architettura interiore ho avuto la fortuna di poter vcdere il musaico da vi- 
cino. Un esamc csatto puo insegnarci che tutti quei particolari sorprendenti 
uon sono origiiiali. I ristauri, giä in parte indovinati dal Crowe c Cavalca- 



SITZUNGSPROTOCOLLE 297 

seile, dal Strzygowski, sono i seguenti. Dal margine superiore del musaico 
comincia la linea del ristauro, passando la colomba, il petto di S. Giovanni, 
fino al collo di Cristo; c poi ritorna al margine. La colomba, nimbo, testa, 
petto, braccio destro del Battista con la scodelletta, la parte superiore della 
croce, poi nimbo, testa, collo, spalla sinistra di Cristo, il braccio destro 
dalla spalla fino alla mano sono opere di tardo ristauro fatto secondo lo stile 
dei volti di S. Giovanni e di Gesü nel Seicento, ma prima della pubblicazione 
di Ciampini (Vetera Monimenta, ed. 1690). Nella parte inferiore sono ristau- 
rati quasi tutta la gaiuba destra ed il ginocchio sinistro con la parte corri- 
spondente della croce, qualche fiore a destra ed a sinistra sul fondo, princi- 
palmente i lumi di oro, qualche parte stralucente dell'acqua ed una parte 
della canna del Giordano. Non e difficile di restituire la coraposizione origi- 
nale, nonostante la ditferenza da altre composizioni in qualche particolare. 
Gli elementi essenziali anche in questa scena iconografica sono gli stessi. Con- 
frontando il nostro musaico coi monumenti lavorati sotto la sua diretta In- 
fluenza e quella di Ravenna in genere, paragonandolo in primo luogo col mu- 
saico aifatto simile nel Battistero degli Ariani, S. Maria in Cosmedin, edifi- 
cato pochi anni depo Fentrata di Teoderico Magno, del quäle anche la strut- 
tura architettonica congruisce perfettamente con quello degli Orthodossi, il 
nostro musaico dev' essere restituito in qiiesto modo : Cristo, cinto di nimbo, 
adulto, ma piü giovane di quanto sembra adesso, ed imberbe. E noto che il 
tipo barbato regolarmente non e usato in occidente prima del secolo dodicesimo. 
Earissime sono le cccezioni, ed anche sotto una forte Influenza di Bisanzio si 
conserva il tipo imberbe, per esempio in Ravenna sulla cattedra di Massi- 
miano, ivorio, che, quasi tutto bizantino, rappresenta pero il nostro Redentore 
imberbe ; e nei musaici di s. Apollinare Nuovo, dove Cristo e imberbe eccet- 
tuate le scene di passione. La scodelletta di s. Giovanni deve cancellarsi. II 
Battista impone la destra mano sopra la testa di Gesü Cristo, rito spesso de- 
scritto dai SS. Padri. AI luogo della scodelletta e dell'acqua vi erano, diffusi dal 
becco della colomba, raggi di luce, onde di luce in forma di un ventaglio, che 
esprimono l'unzione spirituale secondo le parole di Giovenco nella sua Evan- 
gelica historia : Et sancto ßatu corpus perfudit Jesu, e Ahlutumque undis 
Christum flatuque perunctum, e secondo la narrazione degli evangeli apo- 
crifi, per esempio del Pseudo-Evangelo di Matteo, ove nell'atto del battesimo 
comparisce un grande lurae. Quasi tutte le posteriori rappresentazioni espri- 
mono queste onde di luce. In flne mi pare che deve rimoversi anche il nimbo 
del Battista, che e sorp rendeute qui dove manca agli Apostoli, e sorprendentc 
anche in confronto dei monumenti del secolo seguente, i quali non lo cono- 
scono. In luogo della croce gemmata gli artisti dependenti da questo musaico 
danno al Battista un pedum ; credo pero che la croce in questo santuario 
dedicato a S. Giovanni sia un attributo antico, benche probabilmente fatta 
daH'autore piü piccola, meno ricca h piü abilraente disposta, cioe non co- 
perta dalla colomba. Cosi restituito si inserisce bene il musaico nello svi- 
luppo iconografico. 

Nella chiesa di s. Giovanni Battista in Ravenna presse l'entrata si trova 



298 SITZUNGSPROTOCOLLE 

murato uii rilievo di marmo, della grandezza di 48 X 17 centimetri (Ricci 
fotogr. 495). Eappresenta l'adorazione dei tre Magi. Maria iu lungo pallio 
con la testa velata siede in cattedra di sparto, appoggiando i piedi sullo sca- 
bellum. Ha il bambino sulle ginocchia, il quäle prende il dono del primo 
Mago, alcuni pezzi in forma cubica, offerti sopra un bacino. II secondo porta 
una Corona, il terzo altri pezzi piü grandi del primo. Tutti tre lianno i ca- 
pelli lunglii ed ondeggianti, il primo e barbato, i seguenti imberbi. Sono nel 
costume proprio degli orientali: scarpe, anassiridi, tunica succinta con ma- 
niclie, clamide affibbiata sul petto, pileo ricurvo. L'impetuoso movimento dei 
Magi, la maniera, come e rigettata la clamide, poi come siede il Bambino 
sulle ginocchia della Madre ed b tenuto da lei, lo stile della scultura ci con- 
ducono al tempo del sarcofago deiresarca Isaac, morto 641, sulla parte an- 
teriore del quäle si vede la stessa scena. Cosi questo rilievo acquista un 
certo Interesse, come appartenente ai monuraenti della transizione dalFarte 
antica alla medioevale, e come fabbricato sotto l'influenza dei rari monumenti 
di scultura bizantina. 



INHALT 



F. Barnabei, Del Ubello di Geminio Eutichete p. 203-213. 
H. Dessau, Uii amico di Cicerone ricordato da im bollo dl 

mattone dl Preneste p. 243-244. 
F. DuEMMLER, Iscrülone della ßbida prenesäiia p. 40-43. 
Id. Ueber eine Classe griechischer Vasen mit schwarten Figuren 

(Tafel VIII lind IX) p. 171-192. 

F. V. DüHN, La necropoll di Suessida (tav. XI, XII) p. 235-268. 
Id. La comicne provenlenm da Ciima delle urne dl bronso e 

delle eiste a cordoni 269-270. 
Id. Due figiire centrali di urne di bronso p. 270-271. 
Id. L'eiwca delle urne dl bronzo p. 271-275. 

G. F. Gamürrini, Dell'arte antichlsslma dl Roma (tavola X) 

p. 221-234. 
P. HARTWia, Testa dl Helios (tav. VII e Nlla) p. 159-166. 
Id. Rafporto sii una serle dl lasse attlche a ßgure rosse con 

nomi dl artlstl e di favorltl, raccolta a Roma p. 167-170. 
"VV. Helbig, Sopra un rltratto dl Livla (tav. I, II) p. 3-13. 
Id. Sopra una fibula d'oro trovata presso Palestrina p. 37-39. 
Id. Commemoraslone dl G. Henzen p. 73-75. 
Id. Specchlo etrusco p. 147. 
Id. Scavl di Corneto p. 153-158. 
W. Henzen, Iscrlzlone trovata presso la galleria del Furlo 

p. 14-20. 
Id. Mlscellanea eplgrafica p. 141-146. 
H. Heydemann, Le frecce amorose dl Eros p. 44-52. 
G. Lignana, Sopra V Iscrlzlone della fibula prenestlna^. 139-140. 
Id. Iscrlzlonl fallsehe p. 196-202. 



300 INHALT 

A. Mau, Scavi cli Pom])ei 1885-1886 (tav. VI) p. 110-138. 
Id. Sul signißeato clella parola 2) e r g itl a nelV architettitra 

antica p. 214-220. 
CoNTE DI MoNALE, Delle antichila falische venute alla luce in 

Civita Castellana e in Corchiano e clella iMcazione cli 

Fescennia (tav. III) p. 21-36. 
C. Pauli, Inscriptiones Clitsinae ineditae p. 276-291. 
G. B. DE Rossi, Commemorazione cli G. Henzen p. 65-73. 
P. Stettiner, Consiclerasioni sidl'aes-grave ^^n^sco p.192-196. 
Fr. Studniczka, Archaische Bromeüatue des Fürsten Sciarra 

(tav. IV, IV«, V) p. 90-109. 
C. ToMMAsi Crudeli, Alcune rißessioni sul clima clelV antica 

Roma p. 76-89. 
SiTzuNGSPROTOCOLLE p. 53-64 ; 148-152 ; 295-298. 



'■o 







^ 



^ 



T' 




S(radci perSortfUetio 



(RyfV) fSi'7 



adaptrCiritA 
coii^ due eure. 




Straäa per Fa/lfn 
e 7/epi- 



Partt anttcht 
a Tambe sctfyatereceiiifmente 

-^ Tamhe ita scararsi 



Strada-pcrVt^ruxrcllio 

e Campino 



i'Kyi i /'<i«i 




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